LUOGO COMUNE
SATIRA
Il poeta è uno
che ruba il vento


      
Prendendo spunto da una (vera) interrogazione parlamentare che contesta duramente l’operato di una commissione giudicatrice per l’idoneità a professore universitario, un docente-scrittore elabora un divertente dialogo in romanesco. In cui, con toni ironici, sapidi e paradossali, riflette sulla vicenda, sui suoi attori e sulla ‘infamante’ accusa di essere un ‘commissario-poeta’. Spingendosi quindi, giocosamente, ad immaginare l’istituzione di moderni gulag per rieducare gli autori in versi, ancora e sempre dannati ‘traditori del popolo’.
      



      

di Fabio Troncarelli

 

 

“N’interogazzione”

 

L’8 gennaio 2014, nella seduta n. 162 del Senato è stata presentata un'interrogazione (Atto n. 4F:01454) che contiene pesanti accuse nei miei confronti e nei confronti della Commissione giudicatrice per l’idoneità a professore universitario del settore 11 A/4 istituita dal Ministero di cui ho fatto e continuo a fare parte. L'interrogazione riceverà una risposta dettagliata nelle sedi opportune sia da parte del Ministro, sia da parte della Commissione. A prescindere da tali repliche, la vicenda mi ha ispirato una serie di riflessioni strettamente personali, che non eludono  risposte di altro genere, ma  che vorrei comunque condividere con chi abbia voglia di farlo.   

                                                                                

                                                                                                      

Alla cara memoria di Giosuè Musca

                                                                                                                 

Tu sai cosa darei

se l’incontrassi per strada.

G. Caproni

                                                                                             

                                                                                 

                                                                                                                                                            

                                                                                                   

D: N’interogazzione?

 

F: Eh!

 

D: Come a scola?

 

F: Si ma nun è a scola. è ar Senato.

 

D: Ma che cazzarola hai fatto?

 

F: Beh veramente me dicheno che nun ho fatto gnente. è questa l’accusa. Nun ho saputo fa’ gnente e invece dovevo fa’ lo stravede.

 

D: Io te l’avevo detto de nun annacce a fa’ er giudice… “Un giudizio di idoneità per diventare professore”. Ce po’ partecipa’ pure uno de sessant’anni e tu je dichi: “No, me dispiace. Lei nun è maturo”.  Robba da matti.

 

F: Parole sante! Ma chi me l’ha fatto fa’! E mentre lo facevo... tre operazzioni, du’ trombosi, ’na chemioterapia… Ce vo’ l’esorcista...

 

D: Bravo! Ma allora chi te l’ha fatto fa’?

 

F: Caro mio... Tanto pe’ comincià è come la Tombola: er nome mio è sortito fori dar sorteggio… E poi, scusa, se nun c’hai l’idoneità  oggi nu’ lo poi fa’ più er concorzo da professore. C’è gente  che sta a  aspettà da vent’anni… Te pare giusto?

 

D: Eh già… E allora chi se mette ’n mezzo? Er cavaliere senza macchia e senza paura… Beh adesso la macchia ce l’hai!

 

F: ’Na macchia? ’Na pelle de giaguaro si  stai a sentì quello che m’interoga...

 

D: Chi è è?

 

F:  Uno de sinistra. Uno tosto.  Stava all’Università ma adesso sta ’n penzione. E ha fatto pure er  sindaco…

 

D: E che dice?

 

F: Er sindaco c’ha da sindacà sur giudizzio insindacabbile de la Commissione. Insindacabbile pe’ principio. E invece lui dice peste e corna de tutti  e in particolare de me.

 

D: De te?

 

F: ’Nzomma… Lui manco me conosce, ma dice che sò er peggio. Io sarei er mejo fico der bigonzo de ’na banda de delinguenti uniti dalla: “incompetenza  evidenziata sia dalle discipline insegnate sia dalle personali pubblicazioni, sia dal curriculum degli stessi commissari dove in un caso [er mio] compaiono pubblicazioni che nulla hanno a che vedere con il settore concorsuale 11/A4 come libri di poesia, romanzi, saggi di critica letteraria e cinematografica”. Per questo me chiama “commissario-poeta” e dice che li giudizzi mia l’ho fatti co’ lo stampino, senza manco legge le domande de chi ha fatto domanda.

 

D: Ma perché  lo dice?

 

F: Vedi, noi abbiamo promosso uno su tre… E allora li bocciati...

 

D: Se so  incavolati?

 

F: Ecco, diciamo che ce so’  rimasti male e allora…

 

D: Allora so’ iti a piagne  dall’amico senatore, dall’amico giornalista?

 

F: E l’amico è partito in quarta! Hai visto li ggiornali… è successo ’n casino!

 

D: Ma, ’nzomma, che te ponno fa?

 

F: Gnente. Me potrebbero fa’ quarche cosa si avessi fatto quarche cosa. Ma visto che dicheno che  ho fatto un beneamato gnente nun me ponno fa’ gnente. Però ce rimetto ’na cosa...

 

D: Che?

 

F: La reputazzione. Sai com’è: un poeta ce tiene.

 

D: Eh lo capisco. Te senti già condannato…

 

F: No, veramente no.

 

D: Come no?

 

F: Nun me sento condannato. Me sento popo incompreso. La ggente der futuro penserà che ero matto. Er fatto è che  nun ce riesco a fa’  pace cor cervello… Forse perché pure chi me accusa nun ce riesce e allora me trascina ne la perdizzione…

 

D: Nun capisco…

 

F: Ma… Prendi per esempio quanno me chiama “commissario-poeta”.

 

D: Beh, è un po’ duretto…

 

F: Ma non è er fatto che è duro. è che dice cazzate e dopo la ggente chissà che se penza. Magari penza che ho scritto i giudizi dei candidati in rima. “Tanto va la gatta al lardo che ce lascia lo zampino! / Perciò  boccio ’sto bastardo / ignorante e anche cretino!”. Oppure: “Libero, dritto e sano è lo tuo arbitrio / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio. / In culo alla balena e ai cacasenno!”

 

D: E invece?

 

F: Ma te pare che me mettevo a scrive in versi?

 

D: E allora?

 

F: Allora “commissario-poeta” nun è ggiusto A meno che nun famo ognuno come ce pare e allora, si permetti, puro io...

 

D: Che fai?

 

F: Allora puro io chiamo l’antri come me pare. Per esempio er Senatore è da anni in pensione, no? E allora io lo chiamo “L’Inquisitore-pensionato”. Anzi guarda: je scrivo come si fossi l’Inps: “Codesto Istituto accusa ricevuta della sua Accusa et provvederà quanto prima adeguata riposta.”

 

D: Sfotti eh? Ma che risponni a chi dice che scrivi poesie?

 

F: Aoh, ma che scrive poesie è un delitto? Devo esse carcerato? Interdetto? Ricoverato? A me nun me pare che a Giosuè Carducci scrive poesie j'abbia impedito de fa’ er professore universitario. E manco a Ugo Foscolo, a Giovanni Pascoli, a Arturo Graf, a Diego Valeri,  a  Wystan Auden, a Juan Ramón  Jiménez, a Luigi Meneghello, a Edoardo Sanguineti, a Luciano Erba. A ogni modo, si ce tenete tanto, basta che lo dite. Volete che rinuncio a la poesia? Volete er giuramento antipoetico come ’na vorta se faceva quello ar Fascismo? E io ve lo faccio. “Rinuncio solennemente alla rima e a tutte le sue pompe...”

 

D: E puro all’allitterazzione?

 

F: Puro all’allitterazzione.  E all’allegoria, alla metafora, al paragone... Però er punto nun è questo.

 

D: E qual è?

 

F: Ecco, si poi viene fori che uno dei commissari cucina bene e lo chiameno er commissario-pasticcere, doppo che deve fa’? Deve fa’ er giuramento puro lui? “Rinuncio ar cioccolato e alle sue pompe...”

 

D: E puro alla  bomba colla crema...

 

F: Appunto. E si poi se scopre er commissario-giardiniere a che deve rinuncià? Alle rose o ai gerzomini?

 

D: Ma dai, piantala de scherzà!

 

F: Ma nun sò io che scherzo. è lui che scherza co’ le parole e nun  capisce manco quello che dice.

 

D: Si, ma insomma, che je dici a quello che dice?

 

F: Je dico quello che ho detto: nun sai quello che dici. Penza a la storia dei giudizzi fatti co’ lo stampino.  E che dovevo fa’? Un poema epico pe’ ogni disgrazziato che se presentava? Un’epigrafe? Un paneggirico? Prima m’accuseno de esse poeta, poi vonno che scrivo la Divina Commedia? Si devo sbrodolà giudizzi in endecasillabbi, de dieci paggine l’uno, allora devo fa’ er poeta in santa pace. Ma si voi che  faccio er commissario, ar massimo posso fa’  un  verbale de polizzia. Der tipo: “Interogato er morto nun rispose”. De più è troppo. O preferisci ’na bella pagellina sulle pubblicazioni e l’attività professionale de tutti i poracci che se presentano? Penzace ’n po’: ggente de sessant’anni  messa ’n riga  da ’no sconosciuto, da ’n estraneo, che je fa le purci,  anno per anno, mese pe mese! Un incubo! C’è stato chi l’ha fatto.  In un’antra commissione. Hanno scritto “bbono”, “discreto”, “mediocre” su  ogni  contributo. Er sogno  de li penzionati: er carcolo preciso de li contribbuti anno per anno. Che l’Inps me perdoni! Nun ce l’ho fatta a trattà da scolaretto chi c’ha sessant’anni. A faje l’interogazzione come me la fanno a me. è mejo scrive: accettato o rifiutato. Tanto poi le spiegazzioni ce l’avemo scritte ner giudizzio collettivo: se semo messi d’accordo de usà parole gentili, pe’ nun offenne troppo nessuno. E nun c’avevamo mai scritto: ignorante, sputasentenze, somaro!

 

D: E che avete scritto?

 

F: Vatte a legge i giudizzi e vedi. Però  devi capì le parole che vonno dì. Ma si penzi che chi parla  bene  nun è artro che ’n poeta e ’n sognatore e invece  è un gran fico solo chi dice fischi pe’ fiaschi... fa’ come te pare... Vor dì che nun ce capirai mai gnente e continuerai tutta la vita a biastimà che è tutta corpa dell’arbitro venduto o der governo ladro, come  i penzionati che vanno ar baretto pe’ nun sta da soli...

 

D: Ma che stai a dì? Chi te interoga nun è vero che nun ce capisce gnente. è un Senatore. Un sindaco. Uno de sinistra..

 

F: Ah, si scusa... M’ero confuso... Er fatto è che uno penza che so’ solo i fasci che dicheno: “Quanno sento la parola intellettuale la mano va alla pistola”. Invece no... Puro i compagni! M’ero scordato!

 

D: Ma che te credi? Ar giorno d'oggi! Co’ tutti ’sti ladroni in giro! è pieno de bastardi e si uno poco, poco è menscevico è controirivoluzzionario. è un nemico der popolo...

 

F: Si vabbé, ma er poeta? Che je fa’ ar popolo er poeta?

 

D: Er poeta? Ma è er peggio! Ha bisogno de un posto pe’ riflette. Un posto fresco, ventilato, spazzioso... Dove po’ medità su l’erori commessi... Er Gulagghe!

 

F: Er Gulagghe?

 

D: Dio ha creato er posto adatto pe’ purgasse. La Sibberia. ’Na tera inutile che nun serve a gnente, bbona sola pe’ redime i compagni che sbajeno. Ma tu c’hai penzato mai a la grandezza der Gulagghe? Dar Gulagghe se ritorna. Redenti. Mica come dai campi de sterminio.

 

F: Ma l’intellettuali ar Gulagghe so’ ’n'impiccio: nun sanno spalà, nun sanno fa gnente...

 

D: Ma ponno imparà a pijà la vita ner verso giusto. Er Red Humor! Artro che er Blackke Humor! Esempio: nun so’ d’accordo co’ le tue idee, ma so’ disposto a morì purché tu NON possa esprimerle!

 

F: Vabbè, ma un poeta poraccio che c’entra?

 

D: Ma tu lo sai che ha detto er compagno Lucàzz (che poi ch’era ’n compagno ce sarebbe da dì...)?

 

F: Lucàzz?

 

D: Lucaàz, Lucàzz. Era de Budapest. Un  patito del Gulash la versione ungherese der Gulagghe. Ha detto così: “L’arte fino a mo’ che ha fatto? Ha guardato li palazzi e ha detto: ‘Questo sì e quell’antro no. Questo sta dritto  e questo penne...’. Ma avesse detto ’na vorta: ‘Ma er morto de fame se morirà puro de freddo ner palazzo?’ Ecco, l’arte der futuro a da esse così: funzionale.”

 

F: A me ’sto funzionalismo nun me piace.

 

D: E ecco perché sei un pericolo. Te invito bonariamente a fa’ un “mea curpa”  rivoluzzionario! Te devi abbituà ar funzionalismo; no, che vai ancora appresso a certi vizzi borghesi: “Questo è bello. Questo è brutto. Questo è... POESIA”.  Brutto? Bello? Basta che l’inverno nun se gela ne la steppa!

 

F: Ma tu sei matto! Voi mannà tutti ar Gulagghe!

 

D: Er Gulagghe è come la bicicletta: ’na vorta che te impari nun dimentichi più. Per questo er Gulagghe ce l’hanno avuto sempre tutti. Penza l’Astechi. Che je facevano ai priggionieri? Li sacrificavano ar sole. E che faceva Baffone? Li sacrificava ar Sole dell’Avvenire.  La grandezza der Gulagghe è che è universale. Se po’ fa sempre dovunque, pure fatto in casa che è er mejo de tutti...

 

F: Fatto in casa?

 

D: Chi rompe er cazzo deve annà sur barcone. A pijà freddo.

 

F: T’ho capito, però oggi nun je piacerebbe a nessuno. Ma nun se potrebbe fa ’n po’ de pubblicità positiva, giusto pe’ daje ’na spintarella... Nun so, per esempio, piji ’na gnocca de la Madonna, la metti su ’na bella machina sportiva, la fai arivà in mezzo a ’na massa de regazzini scatenati, magari de tifosi che se meneno e tutti quanno la vedeno e resteno sbiancati e lei te sfodera un soriso da dentifricio, guarda verso la Sibberia e dice: “Gulagghe! L’ideale pe’ rilassasse!”

 

D: No me dispiace. è ’n'invito controrivoluzzionario. No, semmai se potrebbe studià ’na cosa più seria... Che ne so. Se potrebbe fa ’na trasmissione alla televisione. Er Gulagghe dei famosi...

 

F: Ma io penzo che è mejo fa come i Supermercati: i punti-Gulagghe che ce poi pijà i bicchieri, le lenzola... I poeti, se sa, so morti de fame e a ’ste cose ce fanno caso...

 

D: Vabbè, so d’accordo. Però solo se nun te scordi der resto de la popolazzione che se more de fame e c’ha diritto puro lei a quarche aiuto. Ce vonno i punti-eroe-der-proletariato e i punti-mio-eroe.

 

F: E che sarebbero?

 

D: I punti-eroe-der-proletariato è quando per esempio manni affanculo er padrone o robba der genere, che nun vor dì comunque che nun accumuli lo stesso punti-Gulagghe si c’hai le idee sbajate. I punti-mio-eroe invece so’ punti pe’ la qualità umana, pe’ le cose giuste, come per esempio Andrea che prima stava co’ Marghe e poi l’ha mollata e tutti a dije. “Ma perché nun ce stai più ’nzieme?”. E lui: “Perché si casca pe’ tera pja puro radio Corsica.”.

 

F: Radio Corsica? Ma che stai a dì?

 

D: Si, pe’ via der naso. Si casca pe’ tera er naso pija pure radio Corsica. C’ha er naso così lungo che è mejo de ’n’antenna radio e pija pure radio Corsica. E poi è ’n’impicciona e ficca ’sto naso dappertutto...

 

F: E allora?

 

D: E allora quanno l’ha detto in giro è stato l’entusiasmo: “Sei il mio eroe!”. Questo hanno detto tutti. Ecco perché uno pija i punti-il-mio-eroe.

 

F: Ho capito, però nun me convince lo stesso... Pe’ me nun è più l’epoca der Gulagghe.

 

D: Ma che dichi? Ma sei popo un traditore der popolo.

 

F: Ma nun so io. è er clima. Er clima te tradisce e nun ce sta gnente da fa’. Ma nu’  l’hai letto su tutti i giornali? Un’antra fortezza der socialismo è crollata...

 

D: Che è crollata?

 

F: La temperatura! In Sibberia fa venti gradi a dicembre e l’orsi so’ popo incazzati: nun ponno annà più in letargo e pe’ la rabbia se magnano tutti, ospiti der Gulagghe compresi...

 

D: Ma che me dichi!

 

F: La verità. Ormai er Gulagghe è finito. Er sole l’ha bruciato.

 

D: E vabbé! Continueremo la lotta in clandestinità. Però pure pe’ ’sti porci de borghesi è finita. è finita la pace pe’ sempre. E figuramose pe’ li poeti!

 

F: Sai com’è li poeti ce so’ abbituati. Li cacceno sempre via da tutte le parti. L’Aedi l’ha cacciati via Platone dalla Grecia. I Bardi l’hanno cacciati i preti dall’Irlanda. I Trovatori l’hanno cacciati i crociati dalla Provenza... Se c’hai tempo da perde ne trovi quanti te ne pare de esempi!

 

D: E allora voi insiste a fa’ er poeta?

 

F: Ma nun è questione de insiste. è che uno ce nasce. è un destino. M’ero sempre chiesto perché Arnaut Daniel diceva: “Sò Arnardo che s’affanna a rubbà er vento”[1]. Mo’ l’ho capito. Lo sai che dicheno l’Indiani dell’Arizona? “Quello che vedi ricordatelo. Sennò sparisce ner vento”. E allora, ecco er poeta che ce sta a fa’: rubba er vento così quello che è sparito nun sparisce, nun sparisce più.

 

D: Eh! Ma così però la ggente starà sempre a fatte domande. A chiede: “Ma che stai a fa? Ma nun fai gnente de utile? Nun fai popo gnente de gnente!”.

 

F: Che te devo dì? Se vede che fa parte der destino de poeta de esse sempre interogato. E de’ dà risposte che la ggente nun  vvo’ capì.

 

D: Come la Sibilla?

 

F: Nun s’allargamo troppo. No. Come Cassandra. La verace Cassandra. Lei je l’aveva detto tanto bene a li Troiani: “Guarda che finite male”. E quelli: “Ucellaccio der malaugurio, ma che vvoi? Ma che nun ce lo sai che noi semo tutti bravi, tutti fichi,  tutti professori e chi ce mette bocca ce fa’ un baffo?”. E così nun se so’ preparati. E alla fine  che fine hanno fatto? La fine der Gulagghe bruciato dar  Sole dell’Avvenire. La cenere.

 

 



[1]“Ieu sui Arnautz que amas l’aura” dalla poesia: “En cest sonet coind’e leri”, ed. M. Perugi, MilanoF: Napoli, 1978,

  X, 43.




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