LETTURE
FRANCESCO VARANO
      

Il Giardino Medievale – poesie 1977-1979

 

Edizione Polistampa, Firenze 2012, pp. 96,
10,00

 

La Fontana delle Rose

 

(inedito)

    

      


di Luigi Celi

 

 

La poesia politica di Francesco Varano

 

Francesco Varano è un poeta oscuro e indagatore. Viene da una Calabria cattolica, contadina, medievale, studia a Firenze, vive a Roma, ma si sposta su posizione laiche, per quanto lo stigma del suo luogo d’origine – d’essere un ambiente di emigrazione e di crocefissione – gli si è attaccato addosso, come una seconda natura. La tragedia inscritta nel sociale e nei corpi dei suicidi che non potevano fuggire dalla miseria, lo ha reso sensibile alle questioni del “colonialismo interno” in Italia, ai problemi dell’emarginazione, del sottosviluppo del Sud. Fin dal liceo si appassiona ai temi della Resistenza. Accoglie con lucida, dilatata consapevolezza e partecipazione tutti gli input, le contraddizioni, che vengono in quegli anni dal contesto socio-economico e politico dal ’68 in poi..., con sgomento e acribia metabolizza nella sua opera gli stridori della coesistenza antinomica di democrazia e terrorismo, le “stragi di Stato”, che vanno dal ’69 all’84, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, da l’Italicus agli attentati di Roma, Firenze, Gioia Tauro.

Dopo un periodo che lo vede vicino a Ungaretti, Quasimodo, Pavese – autori che influiscono sulla sua prima pubblicazione L’Antica Delusione, edita nel ’69 – già la frequentazione in Calabria della redazione di Quaderni Calabresi, rivista diretta da Francesco Tassone, e il tempo dedicato alla conoscenza e all’esperienza dei problemi socio-politici, lo spingono a occuparsi più apertamente di poesia politica. Perviene alla pubblicazione di Da Genocidio a genocidio, testo presente anche nel capitolo I de Il Giardino Medievale. Quest’ultima opera, egli inizia a scriverla nel 1977, contemporaneamente al breve poemetto La Storia ci uccide. Prende le distanze da Autonomia Operaia, ma nel contempo ne condivide la denuncia delle ingiustizie sistemiche e delle ipocrisie governative. Si avvicina sempre di più allo “sperimentalismo” poetico e civile, a Collettivo R di Luca Rosi, Franco Manescalchi, Ubaldo Bardi e Silvano Guarducci. Rivista sodale della rivista fiorentina Quartiere di Giuseppe Zagarrio e Gino Gerola.

Un influsso determinante per la sua poesia, per il suo nuovo stile di “sperimentalismo narrativo”, è dato anche dallo studio di P. P. Pasolini, con la sua riflessione etico/estetica sui problemi del proletariato romano.

Incide sulla svolta anche l’impatto destabilizzante e ristrutturante del movimento culturale di Sandro Gindro “Psicoanalisi contro”; Varano perviene dunque via via ad un approccio “meno provinciale” – come egli scrive – alla letteratura, sia ne Il Giardino Medievale, sia ne Il Gabbiano Inattuale, la cui composizione inizia nel 1982.

I poliedrici testi di Varano appaiono sensibili alle violenze pubbliche e private, in particolare sulle donne, ammira le donne che combattono o anche sono uccise in un contesto di impegno, come Giorgiana Masi; versi di poesia riflessiva, prossima alla prosa, quelli di Varano, ma capaci di accensioni liriche, connotati da un plurilinguismo moderno e sguincio, in obbedienza anche alla sua idea labirintica di poesia e di esistenza. Non solo Pasolini, però, è presente nella sua opera, a volte concepita come mera rielaborazione, altre volte come puzzle di versi altrui. Si va dalla Terra Desolata di Eliot, a cui Varano si accosta, soprattutto ne Il Ciliegio incendiato (La Fontana delle Rose, cap. VI) con una riscrittura in dialogo, accettando che il mondo sia “copula e morte” – l’Eliot che parla di “macerie di pietra”, testimone di un poetare reso dalla storia “cumulo d’immagini infrante” e che scrive, con riferimento chiaro alla guerra, “Vi mostrerò la paura in una manciata di polvere” (The Waste Land) – a un Beckett, in alcuni casi prima maniera, più vicino, per gli innesti culti, ai “modernisti” Joyce, Eliot e al “miglior fabbro”, Ezra Pound.

Ma ancora egli declina una prassi letteraria beckettianamente entropica, dell’impossibilità di vera comunicazione per accumulo di fallimenti storici, di drammi contingenti, montagna di macerie, “rovine su rovine”, a cui l’“angelo della storia” di Klee, che procede all’inverso, non può opporsi per la tempesta che lo spinge irresistibilmente, secondo l’interpretazione di Walter Benjamin. Ne Il Giardino... e ne La Fontana... ci sono citazioni di Mark Strand –  “Il futuro non è quello che aspettavamo” –, di Majakovskij, Amelia Rosselli, Pessoa, Rilke, Dante, in un procedere labirintico, che ripropone l’archetipo del “viaggio” in un doppio movimento di allontanamento e di rientro da e in quel seno edipico ed oscuro, la “notte meridionale”, che può essere anche la Calabria d’origine. Una disperata “vitalità” poetica e politica associata al sentimento di sperdimento e consapevolezza tragica che si annida nella contraddizione della contingenza, da qui l’attenzione che questa poesia riserva alla cronaca, con un bisogno di realtà che sfiora la crudeltà, come ancora ne Il Ciliegio incendiato, quando scrive di quel “dicembre”, che diviene eliotianamente il “più crudele dei mesi” per l’uccisione di due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor a Firenze, simboli di tutti gli uccisi per odio etnico e razziale, “da uno scrittore di Fanthasy”: “Tu che eri con me sulle vie della / stessa Firenze e sui ponti sei venuto/ a uccidermi, dimmi se nel tuo giardino / è già fiorito il cadavere che hai seppellito / prima di partire per Milae”. Significativo il rimando al Libro di devozioni domestiche di Bertolt Brecht, alla Ballata di  Apfelbok … “In mite luce Jacon Apfebock / Ammazzò il padre e la madre suoi...”.

Varano  sottopone, con Mario Luzi, i suoi versi al Fuoco della controversia. Il suo  procedere affabulante si alimenta di inversioni tematiche, accelerazioni e rallentamenti ritmici, localizzazioni, delocalizzazioni, sovrapposizioni sincroniche di eventi diacronici, focalizzazioni di personaggi ed eventi singoli e dilatazioni degli stessi su contesti di più vasta rilevanza. In uno stile così aderente alla storia e alla cronaca non sorprende l’uso parco dell’aggettivazione. Rendono difficili l’individuazione di un soggetto gli innesti di versi altrui, speculari ai propri, per esempio la messa in scena da teatro poetico, con Eliot, – come abbiamo visto – della battaglia di Milazzo del 260 a. C., e del cadavere nel giardino che dovrebbe germogliare, ma anche delle guerre medievali di Firenze, o di religione del XVII secolo, tutte figure non geograficamente né storicamente prossime. L’io poetico slitta a volte fino ad esserne disgregato, secondo la lezione del “modernismo”; anzi, c’è un doppio registro, in alcuni casi il linguaggio si personalizza, in altri casi si procede verso una prospettiva impersonale.

Va apprezzato l’uso di citazioni e innesti iconici emblematici, la Crocefissione di Anversa di Antonello da Messina – espressione del tragico in cui Dio stesso viene coinvolto nell’umano – e, per opposizione, come ha notato Lidia Pavan, le ireniche immagini antonelliane di San Girolamo nello studio e il volto dell’Annunciata; infine, per significare che La Storia ci uccide, (Il Giardino medievale, cap. V ) la scena di Caccia di Paolo Uccello. L’iconismo teatrale e filmico del libro di Varano si prolunga fino al Pasolini del Vangelo secondo Matteo. Iconismo filologico e operazione “testimoniale”, per dirla con Manescalchi, impaginazione “di vasti palinsesti di storia”, che consente a quest’autore, “in una grande allegoria”, di andare oltre l’estrinseco citazionismo e scavare le “radici del dolore di questo grande medioevo che ci riguarda”..., oltre – ancora con Manescalchi – la “risacca del neodecadentismo” per “risalire ad una possibile anima trobadorica”.




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