LETTURE
DAVIDE DALMIGLIO
      

Matrici

 

Robin Edizioni, Roma 2013, pp. 82, € 10,00

    

      


di Mario Lunetta

 

 

Com’è tristemente noto, il quadro della nostra poesia giovane è piuttosto desolante. Ciò che soprattutto ne denuncia la povertà è la carenza di una forte consapevolezza nell’operatività della lingua come motore autonomo entro l’eteronomia di ciò che chiamiamo realtà, e insieme le remore ad affrancarsi dalla centralità sacrale e alla fine onnicomprensiva dell’io, per cui il soggetto vocante non si mette mai veramente in discussione, e gli esiti finiscono fatalmente in una deriva lirico-mistica.

Tra i pochi autori impegnati a lavorare in radicale controtendenza, con la determinazione di una  qualità retorica di marca alta, c’è Davide Dalmiglio, la cui presenza mi parve notevolmente interessante fin dagli esordi (Nuvole a vapore, Onyx 2010), e che ora ribadisce il proprio carattere con una raccolta come Matrici (Robin Edizioni, Collana “I libri di poesia” diretta da Mario Quattrucci). Per lui la scrittura poetica non possiede alcuna dignità apriori, ma solo quella che è in grado di conquistarsi con un gioco strenuo di accorpamenti e sconnessioni verbali, di sfalsamento dei piani sintattici, delle allitterazioni e dei calembours, dei neologismi, delle rime ineleganti e delle metafore che slittano quasi automaticamente in metonimia.

Dalmiglio si manifesta da subito come un poeta anticontemplativo. La sua scrittura è consapevolmente fatta di materia e di materiali perlopiù sordidi, banali, badiali, del tutto privi di una sia pure elementare rispettabilità. Egli non guarda il mondo per perdervisi dentro, piuttosto lo vive e lo subisce a contraggenio, anche ideologicamente (e in questo caso l’uso di un lemma messo al bando in questi nostri anni particolarmente mediocri e poveri di idee, appunto, vuol suonare come riconoscimento in pro di questo giovane autore): dal momento che la sua risposta è quella dell’aggressività critica del tutto priva di diplomazia. Nessun lirismo, di conseguenza. Nessuna tentazione platonica. Il materialista Davide, che in un testo “matriciano” si definisce autoironicamente “vate illuminato, accampato sopra un prato”, non si lascia incantare né sedurre a buon mercato dal macromercato in cui è – come noi tutti – destinato a vivere: di qui, una scansione coscienziosa dei fenomeni e delle apparizioni (perlopiù scarsamente decorosi), del tutto priva di aura. La materia, le materie si disaccorpano in  magma. Ed è con questo magma continuamente metamorfosato che la parola del poeta si confronta con disappunto, perché sa in partenza che non è possibile trovare una chiave in qualche modo risolutiva.

Nella sua attenta prefazione, Francesca Fiorletta coglie bene la chiusura del cerchio esistenziale e sociale con cui si misura Dalmiglio in un mondo arbitrariamente smisurato, quando privilegia il  “claustrofobico orizzonte lavorativo, la smitizzante precarietà politica e polemica, l’andamento faceto e diluito della comunicazione di massa a risaltare in primo piano nella poetica intelligente e affilata di Davide Dalmiglio, che si applica altresì in una spiccata sperimentazione linguistica, volta alla scomposizione di un senso estetico ormai quasi pacificato, il quale pretenderebbe di farsi specchio, ahinoi, dell’odiato nonsense sottocutaneo che sempre attanaglia la civiltà tutta”.   

       

Ma diamo, a riprova, la parola all’autore:

 

After the bomb

 

è inutile questo collo di pollo smagliato ancora contro il cielo / l’ordigno è già caduto, caro sopravvissuto, il fallout è negli annali / atmosferici, compila statistiche scalometriche e barometriche / svitando l’ozono, ha infilato, soffiato questo crepamondo / ‒ un’atomica così non si vedeva da anni – è il massimo spremibile / in veranda, o nella branda di un soggiorno terminale&irraggiato / Siamo già sopravvissuti, l’onda d’urto è un furto scontato, esaurito / l’aereo ganascia sconta la sua pensione museale muso contromuro / mostra le ascelle depilate&sbombate, agli scarafaggi bendati a culo / scampati allo sbombamento crateriforme della crosta brufolosa / è uno scacco, un terrore da disastro permanente sempre percepito / eppure esaurito, passato&caduto, ignorato e mai rivoluzionato”.

 

Scritture

 

“Scritture senza palpiti accelerati, tritate a sabbia in un rene / il cuore è salito, volato su in soffitta, sotto la volta cranica / strana coppia di fatto, che mente, dai tempi del modernariato / Scritture senza scrittori, tagliate a coratella da saltare in padella / estranee ai Master lavasciuga, al chiacchiericcio piallato in stireria / format, pozioni lenitive nel ricettario glabro di Fra Indovinello / Scritture senza piani, eterni, quinquennali o giornalieri a cottimo / eversive e antidepressive, disorganizzate e disorganizzanti / scritture non organiche, extra glaciali, semplicemente inorganiche”.

 

Sterquiloquio

 

“Carte, cartelle e faldoni: barelle legali, ciambelle da truffatori / mentre dio, incartato sulla via di quaranta scimmiotta Barabba / (sempre, e non sia, si tratti d’ipocrisia, stagionata licenza da saga) / e un arresto a manette&mazzette, prologa e provoca la fama / la fame di studio (televisivo per dio) l’obolo di comparsa a farsa / Le foto di giro nell’ora di turno, con un braccio-giraffa boa al collo / ascella adesa alla giugulare, maculata dalla disco della tenda da ballo / denti a stampo, cozze, sfigati, emuli&eunuchi magliette di tributi / Martini dry su pel cul nella gattabuia di noi tutti colite da farabutti / sterquiloquio serale di un piede, uno stivale firmato andato a male”.

 

    

Come si vede, la sola arma da scasso di cui Dalmiglio dispone è quella dell’interrogazione che contiene già in sé la risposta, e l’intransigenza del giudizio. Il mondo è ingiusto, stupido, volgare e spietato: quindi la poesia non può accettare un ruolo di servizio. I fatti e le cose le fanno male, e la sua migliore difesa è – come il football insegna – l’offesa. Di qui, un linguaggio dell’oltranza, intransitivo e inaddomesticabile: anch’esso magma di sensi e di sonorità crudi, torvi, irridenti: drasticamente antimelodico, cupo, mai pago di sé. La musica di questa poesia è una musica bassa, atonale, che nei toni duri, beffardi e sguinci trova il suo più forte controsound.

Una scrittura senza pause, quella di Matrici. Un rovello senza soluzione di continuità. Dalmiglio è sempre un poeta dello sguardo e della testa, la sua vigilanza non è mai solo del vedere, ma  sempre, insieme, quella del conoscere per stilare un giudizio esplicito o implicito. Non sfuggono a questa logica serrata neppure le pulsioni carnali. L’eros del nostro tempo senza delicatezza (“par délicatesse j’ai perdu ma vie”, dice Rimbaud) è perlopiù merce sistemata nei comparti del macrosupermarket in cui questa società (o meglio detto, dissocietà) idiota e feroce vende le nostre vite. La poesia di Dalmiglio ne conserva solo grazie all’energia della lingua (che resta pura di tutte le sue impurità) tutta l’autenticità possibile.

Dato per scontato che ogni operazione poetica contiene – coscientemente o inconsciamente – la propria intrinseca politicità, si può ben  dire che un libro come Matrici è un libro di poesia (anche) politica fondata su una lucida coscienza di sé.  Assegnarlo al filone ormai alquanto esausto della cosiddetta “poesia civile” (che per il sottoscritto meglio si definisce come “poesia dialettica”) risulterebbe a mio avviso insufficiente a chiarirne l’interno tumulto che si chiarisce nella forma.   

Fondamentale è la freddezza dello sguardo che resta implacato pur nelle sue accensioni, come determinante è l’irrompere, dentro le anse dell’ironia, delle bordate del sarcasmo e – con frequenza fortissima – delle giravolte del nonsense. La fiducia del poeta in un possibile miglioramento del mondo è pari a zero: di qui, anche l’assenza di speranza nell’azione di ciò che una mente lucidissima come quella di Gianni Toti definì alla greca già nei tardi Settanta del secolo scorso poemetànoia (poesia del mutamento e mutamento – etiam – grazie alla poesia).

 

Ancora, a documento, due esempi testuali di plateale e tagliente evidenza:

 

Ogni singola faccia

 

“Squaglia ogni singola faccia, fritto misto in terrazza / Grill aziendale e pomeridiano, tintarella a tinta unita / total body scolpito a filo spinato e stigmate da naso / e un lavoro da libero analista, una generazione apripista / a perdere, a svendere enciclopedie di bianca magia / come trita piramidi di rifiuti umani&convention annuali / maiali e impresari, trote&predatori dai mille canali / offerte votive, ossa, sassi, schizzi e sacrifici umani / Scopa&fuma, compra riso nella bottega sotto casa / mastica datura e pesce fritto nell’Atlantico occidentale / internato o esternalizzato: valgo l’asola di una sicura / anticarro&antiuomo, nella ghiaia stradale del mattatoio / pressofuso, mozzato a tranci dalle onde delle lamiere. / Muore giù per lì, sul cottimo di uno sformato fumante / tra morti bianche in fondo al viale e un sms per lavorare. / C’è vita in feritoia, sullo sgabello della mangiatoia”.

 

Frutta

 

“Frutta misto secco, in un intruglio senza testo / ho smesso, smosso il gemello a doppio letto / quando il giroscopio oculare è andato a picco / e il clinometro del sesso, speso a quattr’occhi, / si è arreso alle palpebre secche, chiuse a ciuffo. / Siamo ancora alti (un) metro e 69 per 180 gradi / climatizzati a pompa di calore, sotto il piumone / in torsione e gonfiore sapore, misto frutta secca / a lume di candela per un’ultima cena”.

 

L’atteggiamento irriducibile di un libro come Matrici non ha nulla di spettacolare, semmai si snoda in una teatralità obliqua che tende a due effetti fondamentali: quello dello straniamento (che il vecchio e sempre giovane Brecht chiamava Verfremdung con minacciosa ironia) e quello drammatico-mordace.

Dalmiglio non si lascia abbindolare dagli effetti accattivanti di tanto lirismo diffuso né dalla musicalità levigata di troppa poesia in cui il Soggetto sta in contemplazione / adorazione di sé fino al patetico. Le asprezze dell’esistente, le contraddizioni e la stoltezza senza generosità solidale della società capitalistico-finanziaria che capitalizza e finanzia esclusivamente gli interessi egoistici dei gruppi che ne determinano il funzionamento non subiscono in Matrici alcuna edulcorazione: i versi aspri e affilati, duramente umoristici e brutali di questo libro singolare sono gesti di combattimento e di nauseato rifiuto. La lingua di Dalmiglio è la lingua dell’oltraggio e del vituperio critico – e a me pare che costituisca all’interno della nostra Arcadia felice o infelice, neutralizzata o inquieta, un esemplare discorso poetico di orgogliosa personalità e di audace presenza stilistica.

                                                                                                                                       




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