LETTURE
CAMILLA MIGLIORI
      

Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante

 

Alter Ego edizioni, Viterbo, 2013, pp. 153,
10,00

    

      


di Giovanni Antonucci

 

 

Il teatro di Camilla Migliori

 

Camilla Migliori, autrice teatrale e regista di lungo corso, vincitrice con i suoi testi, poi messi in scena, di premi importanti, ha spesso e volentieri affrontato il dramma storico. Nella mia recente Storia del teatro italiano contemporaneo ( Ed. Studium) ho sottolineato che “è attratta da figure storiche rievocate con felice invenzione, da Un delitto in Via Sistina (1996), dedicato alla Contessa Lara, affermata narratrice post-dannunziana che fu uccisa dal suo amante, a Beatrice  di Tenda (2007) , dove spicca la complicità tra la moglie di Felice Romani, librettista di Bellini, e il fantasma dell’omonimo melodramma del grande musicista”. Nell’occasione citavo, però, anche un altro filone caro a Camilla Migliori, quello delle commedie satiriche sulla coppia come Il femminista (2004) e L’era del granchio (2003).

 

Ora in un volume dal titolo suggestivo Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante, pubblicato dalle edizioni Alter Ego, ritorna al prediletto teatro storico. Sono quattro testi, ambientati  in epoche diverse: Un cuore che non trema (Enrico di Cornovaglia), Io sono un virtuoso, Cumparuzzu, Il miracolo di Santa Rosalia. Un teatro, quello di ispirazione storica, che ha oggi tanti rischi. Da una parte, di cadere nella fiction televisiva, con tutto ciò che essa comporta in termini di credibilità e di linguaggio drammaturgico, dall’altra di ridursi a un’operazione “archeologica”, minata per giunta dalla retorica. Rischi  che Camilla Migliori evita in tutti e quattro i suoi testi per due ragioni: la capacità di essere contemporanea in situazioni e temi ambientati in epoche così lontane dalla nostra e una scrittura incisiva, diretta, realmente moderna.

 

Lo si vede subito nel primo dramma, il più articolato e complesso, Un cuore che non trema (Enrico di Cornovaglia). Un vero e proprio arazzo dove l’invenzione si coniuga con un ritratto storico molto preciso e coinvolgente, che si svolge a Viterbo dopo la chiusura del Conclave del 1271. Il protagonista, Enrico di Cornovaglia, al centro di un intrigo che ha la suspense di un giallo, vittima di una storia che ha il suo fulcro nella violenza del potere. Una violenza che non è solo quella dei personaggi che animano il dramma, da Carlo d’Angiò a Guido Di Monfort, ma è anche la stessa della nostra  epoca. La contemporaneità di Un cuore che non trema (Enrico di Cornovaglia) è espressa splendidamente dal coro di donne che commenta la morte di Enrico. In esso si sente l’eco del coro delle donne di Canterbury di quel capolavoro del teatro del Novecento che è L’assassinio della cattedrale di Eliot. “Noi donne vestite a lutto possiamo solo affliggerci per l’umana sorte degli uomini. Anche noi portiamo rabbie nei nostri cuori, anche in noi alberga violenza, anche noi stringiamo ingiustizie nei pugni chiusi. Cosa pensare, cosa dire, come agire contro la malvagità umana? Noi donne lacrimose, noi donne vessate, noi donne silenti, possiamo invocare soltanto la pietà! Pietà per Enrico di Cornovaglia”.

Un cuore che non trema (Enrico di Cornovaglia) ha il respiro della tragedia e insieme il rigore di un dramma storico dove realtà e invenzione si fondono perfettamente.

 

Io sono un virtuoso, ambientato nel 1625, l’anno del Giubileo indetto da Urbano VIII, è un testo che ha per protagonisti quattro personaggi: la proprietaria di una locanda nel Nord della Toscana, sulla strada che porta a Roma, preoccupata solo dei propri interessi, uno strano frate “dalla figura sottile, dotato di uno sguardo magnetico che incute allo stesso tempo timore e rispetto”, un mendicante e, primo fra tutti, Gaetano, un cantante sopranista al quale “uno spesso strato di cipria e il rossetto sulle labbra danno al suo volto l’aspetto di una maschera grottesca”. È un uomo dal volto femmineo, proprio dei castrati, che contrasta però con il suo atteggiamento spavaldo e borioso. Roma è la meta di tutti i personaggi, una meta apparentemente spirituale come dovrebbe essere quella del Giubileo, ma che, in realtà, maschera interessi e sentimenti assai diversi. Gaetano, il sopranista cacciato da Venezia nonostante il suo talento e la bellezza della sua voce perché sostituito da un evirato più giovane di lui, vuole andare a Roma non per il Giubileo, ma per cantare nel coro prestigioso della Cappella Sistina e per recuperare il ruolo che aveva perso a Venezia. Io sono un virtuoso è un atto unico coinvolgente nel mettere a confronto i vizi e le contraddizioni di personaggi, soprattutto di Gaetano, davvero nostri contemporanei nella loro psicologia.

 

Cumparuzzu è una pièce onirica, visionaria, nel rappresentare un processo alle streghe condotto dall’Inquisizione nella Palermo della fine del Seicento. Qui la vittima designata, ma che poi non si rivelerà tale, è una povera contadina accusata di essere maschio e femmina insieme. Un esempio, insomma, di sessualità malata più che ambigua, che non ha invece alcun rapporto con la realtà. Caterina si è travestita da uomo solo per lavorare nei campi, dove come donna  non  avrebbe alcuna possibilità. Il teso e serrato interrogatorio dell’Inquisitore, deciso a colpire la diversità, si conclude però a sorpresa con l’assoluzione  perché egli riconosce le ragioni e le motivazioni di Caterina. Ma   sarà sempre così nei futuri processi a presunte streghe? O si è trattato solo di un sogno? Il finale lascia intendere che la realtà sarà probabilmente diversa perché il diverso fa sempre paura all’ordine costituito.

 

Il miracolo di santa Rosalia, monologo ambientato nella Cattedrale di Palermo nel 1738, si distacca dagli altri testi per il suo tono da commedia, gustosa, ricca di ironia, ideale per un’attrice ricca di  estro, fantasia, senso del comico. Questa statua di Santa Rosalia, in attesa di essere portata in processione, è un personaggio irresistibile nel guardare a chi la circonda, gli artigiani che costruiscono la struttura barocca necessaria per la processione, nel rivolgersi ai portantini, nel  fare la diva, consapevole com’è del suo ruolo non solo religioso. Qui c’è l’altra corda di Camilla Migliori, autrice che ha un senso dell’ironia e della comicità non comuni.

 

                                                      




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