LETTERATURE MONDO
MEMORIE
Quando feci
la scoperta di Céline

      
Era il mese di novembre del 1966, Firenze era alluvionata, giunto in città per spalare via il fango, l’autore siciliano, ragazzo, acquista per caso una copia di “Viaggio al termine della notte”. Incomincia, appunto di notte, a leggerlo e non riesce più a smettere. È la rivelazione di un libro straordinario dove dentro c’è tutto il mondo, tutto l’uomo e l’‘umano troppo umano’. Un’opera capitale che ti resta nell’animo e te la porti dietro per tutta la vita, continuando a rimuginare sul ‘bene difficile e il male inestinguibile’.
      




   

 

di Stefano Lanuzza

                     

 

 

 

È il 1966 e tu, giovane studente a Firenze nei giorni seguiti alla devastante alluvione del 4 novembre, con altri ragazzi e ragazze giunti da ogni parte d’Italia ti trovi impegnato a levare dal fango portato dall’esondazione dell’Arno i libri della Biblioteca Nazionale.

 

Hai nello zaino, con qualche indumento e una saponetta, lo spazzolino da denti e il dentifricio, un libro appena comprato – ‘tanto per avere qualcosa da leggere a tempo perso’ – presso la libreria posta nel sottopassaggio collegato con la stazione di Santa Maria Novella (libreria oggi sparita lasciando il posto a uno dei tanti negozi di scarpe così numerosi nella città del Giglio). Si tratta di un romanzo nell’edizione economica di “dall’Oglio, editore”, Collana “I David”, “Pubblicazione periodica n. 33 del 5-9-1966”.

Dapprima, del libro ti attira soprattutto il titolo, forse perché ti sembra un po’ strano: Viaggio al termine della notte. L’autore è francese, tale Louis-Ferdinand Céline, all’epoca in Italia pressoché sconosciuto: al pari del suo traduttore Alex Alexis, certo un nom de plume, di cui t’incuriosisce la premessa stampata, in basso, sul retrofrontespizio: “Il traduttore ritiene opportuno avvertire il lettore che, per conservare la massima fedeltà al linguaggio impiegato dai personaggi del testo originale, si è valso di frequente di una forma italiana volutamente scorretta e di espressioni dialettali”. Premessa intrigante per quel riferimento al linguaggio; e che, giunta la sera dopo una giornata di lavoro tra le più convulse e una cena con pizza e birra, ti sollecita a iniziare la lettura del romanzo.

Cominci a leggere un po’ svogliatamente e, dopo la prima pagina, con interesse sempre maggiore mentre stai a letto nella stanza d’una pensione nei pressi di Borgo Pinti e dell’Arco di San Pierino.

 

Trascorrono le ore, cessano le voci e i rumori della strada, è notte fonda – sono le due, le tre?… La lettura prosegue senza soluzioni di continuità, ed ecco la folgorazione: “Questo romanzo è straordinario!”. C’è in esso tutto il mondo, tutto l’uomo e l’‘umano troppo umano’; ci sono l’eterna guerra e l’impossibile pace, il bene difficile e il male inestinguibile, il bello contaminato e il brutto imperversante, la violenza ottusa, l’amore che non si può dire, la tenerezza pudica e, sempre, la vita insidiata dalla morte. Con il dolore senza fine riscattato dalla gioia: la pura gioia che – non puoi non cogliere nel ductus emozionale modulato da Céline – è il vero nome dell’unica felicità possibile.

Non ti distogli da quelle pagine, mentre la stanchezza e il sonno ti abbandonano: così prosegui nella lettura fino all’alba, quando il libro ti cade dalle mani e t’addormenti di colpo.

Al risveglio, l’unico pensiero è di continuare la lettura. Così dimentichi orari, impegni, incontri e prosegui giungendo alla pagina quattrocentoquattordici, alla fine del romanzo. La fine?... In questo libro non finisce niente.





Resta sospeso nella coscienza, il Viaggio al termine della notte, la tua giovanile scoperta del più straordinario degli scrittori… Sì, degli autori novecenteschi hai già letto La metamorfosi di Kafka e, con difficoltà, l’Ulisse di Joyce. Hai letto anche Pirandello, L’urlo e il furore di Faulkner, i 49 racconti di Hemingway; e Camus, Borges, Beckett, Gadda… – Ma Céline è un’altra cosa. Tanto da richiamarlo spesso nei libri che scrivi negli anni.

Nella sua conclusione resta sospeso, l’immortale Voyage, al fischio di un rimorchiatore che chiama a sé la città, il cielo, le campagne, gli uomini; e tutto trascina e porta via, tutto, anche la Senna metamorfosata nel fiume Arno adesso non più in piena e furibondo, melmoso e gorgogliante, ma calmo e placido.

 

A distanza di alcuni anni dal 1966, diresti nel 1973, acquisti durante un breve soggiorno a Parigi il testo francese del Voyage nell’edizione economica di Gallimard, che riporta i seguenti dati: “Cet ouvrage a été achevé d’imprimer sur les presses de l’Imprimerie Bussière à Saint-Amand (Cher), le 21 Septembre 1972. Dépôt légal: 3e trimestre 1972. N° d’édition: 17233”.

Tornato in Italia, trascorri qualche giorno a confrontare l’originale in lingua francese con la traduzione italiana; e, malgrado questa traduzione non sia da varie parti giudicata positivamente, non puoi non sentirti grato al meritevole traduttore per averti fatto conoscere Céline. Ti resta appena da osservare che criticano snobisticamente l’Alexis traduttore, ma poi ne adottano pedissequamente il titolo italiano da lui stabilito. Voyage au bout de la nuit = Viaggio al termine della notte. Non, piuttosto, Viaggio in fondo alla notte?

                                                                                                               

 

Firenze, 5.2.2014

 

 

 




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