SPAZIO LIBERO
SGUARDO DAL SUD (2)
Salviamo le parole


      
Una riflessione sull’importanza del linguaggio scritto e parlato, a partire da reminiscenze familiari, da un mannello di lettere di corrispondenza post-bellica andato perduto durante un allagamento; e risalendo alla definitività di certe espressioni verbali durante una lontana infanzia in Lucania, quando la parola data valeva come un sigillo matrimoniale. Oggi questo valore si sta largamente smarrendo, ma è Papa Francesco che con la sua semplicità si sta richiamando ad una corretta comunicazione come strumento anche per la redenzione delle anime.
      



      

di Anna Santoliquido

 

 

Si fa presto a discutere delle parole. Io ci ho impiegato una vita a intenderne il senso. Mi accorsi del loro valore quando nella mia casa natale si verificò un allagamento e andò perduta la corrispondenza tra mio padre, ex prigioniero in Sudafrica durante la seconda guerra mondiale, e una signora britannica che aveva salvato un gruppo di soldati lucani, accogliendoli nella sua proprietà. Mio padre le scriveva nel suo modesto inglese e ne esponeva la foto accanto all’Incoronata di Foggia. Quelle lettere dovevano avere un grande significato per lui se le serbava come reliquie. Fui informata anni dopo della loro distruzione. Mia madre e i miei fratelli nascosero a lungo il misfatto. La scomparsa di quel materiale fu paragonata alla perdita di un capitale. Eppure si trattava solo di parole. Non saprò mai che cosa il reduce avesse confidato alla sua eroina. Magari gli avrà scritto della mia nascita, due anni dopo il suo ritorno in patria, o del lavoro nei campi, della bontà dell’aglianico e dell’olio d’oliva. O forse delle tradizioni popolari, o anche della nostalgia dell’Africa.

Un rammarico che perdura. Avrei potuto imbastire una storia con quelle missive. Donare l’intero pacchetto ai musei che si sono costituiti in quella terra lontana.

Quando ne parlavo con mia madre lei si incupiva e cambiava argomento. Avvertiva la colpa dell’accaduto. “Forse si potevano salvare, esporle al sole, ricopiare”, mormorava. Ho un ricordo sfocato di mio nonno materno. Seppure anziano, somigliava a un dio greco. I suoi detti mi risuonano nella mente: “la parule è stremende!” (la parola è atto notarile), usava ripetere, imprimendo alla voce un tono solenne. Gli uomini di parola godevano di stima in paese. Erano affidabili per la compravendita e la sistemazione dei giovani. La figlia, ventenne, sperimentò sulla sua pelle la fedeltà del padre alla promessa. Il fidanzamento e le nozze erano decisi dai genitori, senza sorta di appello.

Un giorno, frugando tra le carte, ho rinvenuto un foglietto ingiallito: il contratto di matrimonio di mia nonna materna. Poche righe. Vergate con mano ferma. Segni conservati nel ‘cascione’ insieme all’abito nuziale che serviva anche per la dipartita. Ancora una volta pensai che un tempo la parola aveva un peso. E che, nelle varie circostanze, è meglio sottrarle che aggiungerle.





Natura, mostra a cura di Graziano Menolascina, SMAC, Roma, 2013


Mia madre, nata in un luogo di montagna, all’inizio del Novecento, sapeva appena apporre il suo nome e cognome. Per allenarsi, scriveva Vigilante Filomena su pezzetti di carta e brandelli di stoffa che poi riponeva con cura nei cassetti. Più per vezzo che per necessità, ricamava le iniziali su lenzuola, asciugamani, fazzoletti e strofinacci. Solo la V e la F, per risparmiare filo e tempo. “La parola è parola”, diceva, asciugandosi la fronte.

Zio Canio, avido di libri sin dalla giovinezza, partì assai presto per l’Argentina. Non so se per una delusione d’amore o per la voglia di attraversare l’oceano. Mia madre aveva un debole per il fratello di Buenos Aires che inviava lettere in versi. Quando a Forenza giungevano le sue epistole, la famiglia si riuniva e il testo era scandito, quasi a centellinarne le sillabe. Mia madre si commuoveva e correva a raccontarne il contenuto alle vicine che l’abbracciavano e piangevano insieme. In Via Meridionale, ogni abitazione aveva congiunti all’estero.

Nel mio cantuccio di bimba capivo che quelle frasi erano simili a ostie che i frati del Convento dispensavano nelle feste di precetto.

Forse è stato così che mi sono innamorata delle parole. Incontrandole tra la gente semplice e volitiva che le custodiva gelosamente. Le parole soffrivano, viaggiavano, perivano. Comunicavano eventi e sentimenti, cementando unioni e amicizie.

Da adulta ci hanno pensato de Saussure, Cortelazzo, De Mauro, Sabatini, Oli a sistemarmele, ma il dado era tratto e ho seguito la scia. Le letture mi hanno raffinato il gusto e i testi autentici li cerco caparbiamente.

Oggi la parola si è imbastardita. Si pubblicano libri con linguaggi che scimmiottano Gadda, ma che non raggiungono il bersaglio, quello cioè di educare alla bellezza.

Probabilmente solo i poeti e i sacerdoti utilizzano la parola pura che genera emozione nell’emittente e nel ricevente.

La politica e i mass media sono distanti anni luce dall’espressione autentica. Si contraddicono per fede, disorientando la gente. I giovani hanno acquisito un

linguaggio simbolico da interpretare.

La televisione, che in precedenza ha contribuito alla riunificazione linguistica dell’Italia, ora bada più al lavaggio del cervello che alla crescita culturale. Nella nazione alla deriva, la radio ha ancora un ruolo, con il suo dire evocativo e meno contaminato.

L’attuale pontefice adopera vocaboli semplici che trascinano. Ci eravamo disabituati al buonasera, permesso, scusa, grazie. Sembrano termini che giungono da un altro pianeta. Papa Francesco ha innescato una rivoluzione linguistica oltre che spirituale. Lui si  preoccupa di  redimere  le  anime anche con una  corretta comunicazione.

Per salvare le parole non occorre diventare eremiti. La tecnologia offre strumenti a cui non dobbiamo rinunciare. Possiamo, però, imparare a servircene con intelligenza.

Un testo, per parafrasare la nota poetessa toscana Margherita Guidacci, non è un

vitello da agghindare per la fiera. È il caso di assumere comportamenti ecologici pure nell’uso delle parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bari, 8 marzo 2014. Caffetteria “I tesori di Sicilia”.

                                             Autrici partecipanti alla XIII Edizione di Cocktail diVersi

                                         organizzata dal MovimentoInternazionale “Donne e Poesia”

                                 e dal Sindacato Nazionale Scrittori - Sezione “Puglia-Basilicata”.

 

 




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