SPAZIO LIBERO
CINEPRIME –
“PICCOLA PATRIA”
Il malessere
profondo dell’uomo
del Nord-Est


      
Il film di esordio di Alessandro Rossetto contiene echi della corrente cronaca politico-giudiziaria in riferimento ai movimenti ‘separatisti’ del Veneto, ma è soprattutto un’immersione in una comunità antropologica disillusa e senza prospettive, dilaniata da conflitti e tensioni familiari, prossima a esplodere. C’è in quest’angolo d’Italia un mondo intessuto di ambiguità, mummificato, che finisce per infierire su se stesso, sottomesso a una melmosa sottocultura e abbacinato dalla perversa idolatria dei consumi.
      



      

di Enzo Natta  

 

 

Il film giusto al momento giusto. Piccola patria, opera-prima di Alessandro Rossetto presentata alla Mostra di Venezia nella sezione “Orizzonti”, esce nei giorni in cui ventiquattro secessionisti veneti sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo, “pronti alla rivolta popolare armata” secondo le ordinanze di custodia del Tribunale di Brescia.

La scena di un ristorante in cui un “separatista” arringa i presenti freddi e svogliati spronandoli a ribellarsi all’autorità centrale e sollecitandoli a prendere iniziative atte a favorire l’indipendenza del Nord-Est deve essere stata in tutto e per tutto simile a quella svoltasi a Erbusco, in provincia di Brescia, e alla quale presero parte rappresentanti di Brescia Patria e quei Serenissimi di Veneto Stato che la notte del 9 maggio 1997 avevano occupato piazza San Marco a Venezia. Specchio di un palpabile disagio sul quale c’è sempre qualcuno pronto a soffiare sul fuoco.

Piccola patria non è che il riflesso di questo disagio, una condizione di malessere colta attraverso il ritratto di due ragazze sullo sfondo di una piccola comunità del Nord-Est rappresentata tramite lo sfaldamento e il dissolversi di un paio di gruppi familiari intaccati da un sempre più diffuso malcontento generato dalla crisi economica e da quell’insieme di ansietà e di incertezze che un futuro incerto porta con sé.





Le due protagoniste del film di Rossetto, Maria Roveran e Roberta Da Soller


In un’estate afosa e soffocante, le due ragazze sognano di troncare di netto il legame che le vincola all’ambiente in cui sono cresciute, un ambiente chiuso, limitato, corroso e frustrato da abitudini stanche e ripetitive che hanno esaurito ogni riserva di convinzione e sicurezza. Luisa (Maria Roveran) è vitale,  istintiva, scandalosamente innocente nella sua disinibita spontaneità; Renata (Roberta Da Soller) è invece torva, oscura, perennemente rabbiosa e invelenita contro il mondo (al punto che ricorda la figura brusca e scontrosa di Lisbeth Salander interpretata da Noomi Rapace in Uomini che odiano le donne di Niels Arden Oplev). Per sottrarsi alla palude di un ambiente sempre più spento, sfiduciato e degradato al contempo, le due ragazze tentano maldestramente di organizzare un ricatto ai danni di un amico del padre di Luisa. Così goffo, che se non fosse per la dimensione tragica e dolente in cui matura, nulla avrebbe a che invidiare nel metodo e nell’attuazione a quello praticato in modo buffo e scriteriato dalla “banda degli onesti” composta da Totò e Peppino per spacciare false banconote.

Si comincia con una ripresa aerea accompagnata da una canzone le cui parole fanno riflettere. E si finisce allo stesso modo, prima dell’ultima immagine che chiude su un finale apertissimo. Anzi, su tanti finali possibili. Conclusione che nella sua molteplicità di ipotesi contrasta con l’univocità della visione dall’alto, angolazione in campo lungo che dà l’impressione di un formicaio umano scandito da tempi perfetti, dove tutto scorre velocemente con ritmi che suggeriscono la precisione del meccanismo. Ma quando si entra nel vivo del formicaio la sensazione è diametralmente opposta, carica di confusione, disordine e approssimazione. Il sipario si apre a strappi, mettendo a nudo un mondo disilluso e senza prospettive, dilaniato da conflitti e tensioni familiari, prossimo a esplodere. Un mondo intessuto di ambiguità, mummificato, che finisce per infierire su se stesso, sottomesso a una melmosa sottocultura e abbacinato dalla perversa idolatria dei consumi.

Piccola patria ha l’aspetto di un mosaico che si compone poco alla volta, fatto di tante minuscole tessere accostate l’una all’altra apparentemente in modo disordinato, ma che poi poco alla volta si configura in un quadro d’assieme compatto e omogeneo. Non un gioco estetico, ma un laboratorio il cui piglio documentaristico (in certi momenti la parvenza è quella dell’inchiesta e del reportage) si fonde con un valido esempio di decostruzionismo e di racconto composto attraverso una serie di frammenti. Non un film dove il documentario si fa finzione (come Gra di Gianfranco Rosi), ma un film dove lo studio antropologico di una condizione umana (l’uomo del Nord-Est) trova ulteriore spazio nella sociologia, nella descrizione di un ambiente trascinato in un processo irreversibile di meschina oscurità e di miseria morale.





Un'altra immagine di Piccola patria (2013)


Felice e funzionale la combinazione fra immagini (con finalità descrittive) e colonna musicale (a commento e sostegno delle immagini stesse) con scelta mirata di spartiti in cui è stata recuperata la tradizione di canti corali alpini dal taglio epico accompagnata dal dialetto veneto. Il compositore vicentino Bepi De Marzi ha istintivamente sottolineato questa scelta associando al film due canti come L’aqua ze morta e Jaska la rossa: l’uno perché si presta a uno sguardo d’assieme dello scenario di fondo; l’altro in quanto evocazione antica che si sposa egregiamente all’intimo e sfumato tratteggio di una tenera figura femminile, sprovveduta e smarrita qual è il personaggio di Luisa. Un’invenzione linguistica che riporta alla distinzione crociana fra letteratura dialettale spontanea e letteratura dialettale riflessa. Intendendo per “riflessa” quella suggerita da particolari esigenze espressive che denotano la “coscienza della dialettalità”. Com’è nel caso di Piccola patria.

 




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