PRIMO PIANO
CLAUDIO GIUNTA
Viaggio
nella tragicommedia
italiana,
qui e altrove


      
È uscito per i tipi del Mulino “Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo”. L’autore, docente di letteratura italiana all’Università di Trento, ha raccolto dodici testi critici tra sociologia e fenomenologia sul ‘caso Italia’, da cui emerge il sostrato farsesco pop, da eterna vacanza sciroccata della vita nazionale, assieme alle storture endemiche, ai vizi profondi, alle contraddizioni inestricabili. Andando dalle gite a Panarea alle visite al Meeting di CL a Rimini, dalle riflessioni sul ‘fantozzismo’ sino alle considerazioni sul libro di Matteo Renzi “Stil novo” (2012), ironicamente profetiche sull’attuale premier nostrano.
      



      

 

 

di Fabio Mercanti

 

 

L’Italia, una sterminata domenica.

Le motorette portano l’estate

il malumore della festa finita

 

 

Il titolo della raccolta di saggi di Claudio Giunta riprende alcuni versi di Vittorio Sereni. L’autore stesso ammette di non essere certo dell’interpretazione di questi versi e forse, proprio perché lascia aperti percorsi di lettura, li interpreta intelligentemente.

Claudio Giunta insegna Letteratura Italiana nell’Università di Trento e Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (il Mulino, 2013, pp. 281, € 16,00) è il suo saggio sull’Italia. Non un saggio sulla televisione, sulla carenza culturale, sul berlusconismo, sui vari sfaceli amministrativi, sul futuro che non c’è ma che vorremo costruire o su tutte le altre questioni italiane che destano indignazione e che insieme formano notevoli pile di libri in libreria e copie tenute per mano in metropolitana alimentando odio e frustrazione di cittadini innocenti e ingenui. Libri che fanno indignare ma mettono la coscienza a posto, di tutti: la colpa è di qualcun altro, non del lettore (che ovviamente non compra quei libri dove si parla anche delle sue colpe).

 

Nessun “titolo funereo” (come li chiama Giunta), piuttosto una domenica – di’ di festa – a oltranza, che è desiderio e ambizione d’Italia (questo mi fa venire in mente il titolo), e la positività dell’amore per il proprio paese. Ecco come si presenta Una sterminata domenica al cliente della libreria (quella da cui esce con una busta con logo e quella da cui esce con un logout), con una finestra aperta in copertina, un’apertura misurata e conforme verso la nostra intimità e verso il mondo che ci circonda. Un mondo grande che a volte (spesso) corrisponde con la strada sottocasa, il quartiere, il paese. Al massimo la propria città, la spiaggia più vicina e qualche località esotica dove andare a sfogare il proprio stress. Come Panarea.

 

Giunta parla proprio di questo (non solo): dell’Italia altrove e dell’altrove in Italia. Senza troppa retorica, senza innocenza o sciocca superiorità insita nell’essere italiani. Senza quel pessimismo sull’Italia che «è solo una delle tante forme che assume il lamento degli intellettuali».

Già, Panarea. L’isola sconosciuta ai più, (sta in Spagna?), che quando uno parte per andarci in vacanza magari pensa di andare a Ibiza. Panarea: dove Giunta finisce ospite di amici e passa il tempo tra umane passeggiate in territori desolati, perdendosi per strade male illuminate guidato dalla serendipità più che dal raziocinio, tra i bar e le discoteche in voga, che lui frequenta dall’alto, scendendo in pista solo per andar via dopo lunghe analisi e digressioni intellettuali.

Si fa presto a dividere il mondo tra nativi, coloni e barconi (quelli di Panarea, quelli che ci vanno da una vita e magari sono originari dell’isola, quelli che ci sono capitati in vacanza) come fanno quelli del luogo e quindi disprezzare i barconi che partono ubriachi e tornano a casa con la stessa ininterrotta sbornia e frustrazione, cercando di rimediare quanti più scambi di liquidi possibili.

Ma si sa il mondo è più complesso (non è un’isola) e oltre alla Panarea “di massa” c’è anche tutta la Panarea antica, nei modi di fare e vivere. Quella dei nativi che si sono arricchiti a più non posso grazie proprio al turismo di massa dei barconi. È un male? No, per l’amore del cielo. Meglio avere una bella casa e comodità con il lavoro di tre mesi d’estate, piuttosto che vivere lavorando come bestie, senza luce elettrica, morire senza cure e senza mai vedere la terraferma. La questione con cui ci lascia Giunta, mentre lui lascia il Raya (discoteca must di Panarea), viene risolta dal pragmatismo isolano e dal buonsenso italiano.

Ma mi chiedo: le modalità? I metodi con cui si è raggiunto lo status di nativo arricchito rispecchiano tutto ciò che è avverso al buonsenso dell’arricchirsi.  Terra di nessuno o di qualcuno conquistata per usucapione; relazioni e presenze da paesotto malavitoso; misteriosi garage in subaffitto; … il far west. Ed è così che tornati alle nostre città ci roviniamo il fegato in metropolitana leggendo libri sulle varie caste, articoli sui vari evasori e interessi in conflitto, senza magari ricordare le altre ricchezze e porcate che conosciamo (anche le nostre o alle quali prendiamo parte) e che non odiamo (per falsa coscienza). Anche questo è sottile savoir faire italiano, l’abile arte di non riconoscersi parte del tutto.





Io a Panarea non ci sono mai stato e ahimé non potrò andarci con il biglietto da visita di Giunta, in qualità di amico di coloni né di nativi, e se mai ci andrò potrò farlo solo come barcone. Allora sono un barcone? (i barconi sono quelli che, semplicemente, arrivano, chiassosi, con il barcone). Perché non posso arricchirmi grazie all’isola e non mi resta null’altro che dimenarmi in pista, significa che sono un meschino predone di massa, quando sappiamo che molta di quella ricchezza è stata messa su da banditi e bounty killer? (questo mi viene in mente mentre leggo il libro di Giunta).

In questi posti genuini e incontaminati la gente diventa ricca per usucapione spostando le travi, e noi pensiamo di lottare per delle idee? O per progredire, essere competitivi, mettere in piedi una nazione meritocratica?

Meglio quando a Panarea si viveva come animali e si lavorava come bestie? Certo che no, e senza pensare al futuro, si è certi che è meglio ora dove tutti fanno la loro corsa alla ricchezza in comune accordo, come una comunità con leggi proprie, senza alcun vincolo. Pronti tutti a gridare GOVERNO LADRO nel caso di pioggia in alta stagione.

Ma come potrebbe essere diversamente?

L’Italia è ospite della Fiera del Libro a Guadalajara, in Messico, e l’allora ministro degli esteri Frattini arriva, dice due cose e se ne va. In un lampo. Alla gente non resta altro che il caffè Illy, i Ferrero Rocher e i crediti formativi universitari che vengono raccolti dagli studenti (forse la vera ragione della loro presenza).

Come potrebbe essere diversamente se le nostre menti – gli autori, gli intellettuali, quelli dei saggi dai titoli più o meno funerei sull’Italia e governi facendo – bisticciano per un viaggio pagato in business class, in prima classe o in classe turistica. Perché lui sì e io no? Perché uno, invece, da un’intellettuale si aspetta un impulso, uno scuotimento, una mezza proposta … che arrivano, certo, ma spesso portano a poco. Forse perché hanno viaggiato il classe turistica, tra riviste spicciole e bottigliette di plastica invece che magazine in inglese e calici di vino.

Soldi spesi bene? Si chiede Giunta mentre passeggia per le calde strade messicane pensando ai camionisti del Brennero bloccati per la neve. Domandandosi perché quella fiera doveva essere «una grande opportunità» (come recitava il sito) per l’Italia e per la cultura italiana. In che modo? Si chiede il lettore e Giunta stesso, chiamato anche lui a contribuire insieme ad altri a questa grande opportunità. E se lui stesso ha delle perplessità …

«Prima della partenza qualche collega mi ha chiesto con benevola invidia “come cazzo avevo fatto a entrare in questo carrozzone”. In questi carrozzoni naturalmente non si finisce per merito […] ci si finisce perché si è amici o conoscenti di chi organizza la cosa, o amici di amici suoi. Comunque sia, la cosa fa molto ridere. Quando dico che vado su invito del Ministero degli Esteri alla Fiera del Libro di Guadalajara perché l’Italia è ospite d’onore, i miei amici ridono. Quelli che non insegnano all’università ridono perché pensano a quanto è leggera la vita di chi insegna all’università: una bella settimana pagata ai venticinque gradi del Messico. E i miei colleghi ridono perché nessuno crede anche solo per un attimo che possa essere una cosa seria: è solo – come descriverla diversamente? – una bella vacanza pagata ai venticinque gradi del Messico»[1].

In mezzo a tutte queste risate ci sono almeno un paio di cose che mi fanno gioire poco, piuttosto accigliare. E sono proprio le risate. Quelli che non insegnano all’università immagino ridano amaramente per rassegnazione (perché tanto è inutile cambiare le cose, che se la goda: è un amico) e i colleghi dell’università perché significa che non prendono sul serio quello che fanno. (senza retorica) Insegnare, fare ricerca e possibilità di promuovere quanto fatto credo sia importantissimo e sono attività altamente sostenute e difese, da sostenere e difendere. Perché ci ridono sopra? Giunta lo sa: «qualcuno crede davvero che questa [sempre la fiera del libro di Guadalajara] sia una cosa seria, ma solo perché c’è lui, perché non può pensare che le cose che lui dice non siano del massimo interesse per il Messico, l’Italia, la Cultura […]». E aggiungerei: ci crede fino a quando c’è anche lui (alla fiera in Messico o altrove a difendere la Cultura o qualcos’altro).

Riascoltando queste risate, l’amarezza diventa scorante se si pensa che nascondo un lassismo, un lasciar correre con una risata, verso ciò che non hanno interesse/vogliono cambiare, in piena modalità domenicale italiana. Un trend stantio angosciante. Com’è  possibile, mi chiedo, che un evento del genere (sempre la Fiera del Libro di Guadalajara) non sia realmente quella «straordinaria opportunità» di cui parla il sito ministeriale? (e quindi Frattini ci fa un salto e se ne va). Com’è possibile che chi sostiene questa «straordinaria opportunità» – governo e uomini di pensiero – lo viva in modo così blando e sia perfettamente consapevole del tempo perso non meglio occupabile? E il denaro speso? Sarebbe meglio occupabile? Il cittadino – anche quello, anche l’amico di Giunta fuori dal giro, «quelli che non insegnano all’università» – anche lui ride. Ci ride sopra.

 

Bisogna però considerare anche un altro fattore: si tratta di un evento. E quando si parla di “evento culturale”  si sa come a farla da padrone non sia l’evento in sé ma il caffè Illy, i Ferrero Rocher e i crediti universitari (lato partecipanti) e gli hotel, la business class e le relazioni (lato nomi più o meno illustri). Questo è vero per quegli eventi culturali dal formato pop – e le cose pop, dice Giunta, possono essere magnifiche: tra queste Radio Deejay – e finisce per esserlo un po’ per tutto, ma in maniera meno “magnifica”, tragicomica piuttosto, come sinteticamente ci indica la quarta di copertina del libro di Giunta: «Viaggi nella tragicommedia italiana».

Lo scenario è quello di intellettuali, artisti e docenti imbarcati nel gran «carrozzone» pop, attenti ad assicurarsi il posto (un posto migliore magari) al prossimo evento.

 

Leggendo il libro di Giunta, è inevitabile far dialogare i vari saggi che lo compongono. Così la fiera del libro riporta all’evento d’apertura della raccolta di scritti di Giunta: il Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, meglio conosciuto come il Meeting di Rimini.

La prima cosa che si fa è sorridere perché l’autore non è cattolico (perlomeno è quanto lascia intendere) e non è di CL (questo è decisamente più chiaro) e andando al Meeting dà una risposta alle sue curiosità, comuni a molti italiani (tra cui il sottoscritto), riguardo questo misterioso evento di Rimini di cui tanto si parla dopo ferragosto, quando nei tg sparisce la politica.

Evento anche quello, gran carrozzone dove i crociati in croccanti camicie monogrammate pranzano sontuosamente, stringono rapporti e tessono relazioni. Per continuare ad assicurarsi un posto nella vita di tutti giorni. Storia già sentita? Sì, è quella delle comunelle a-competitive che distribuiscono il potere non per merito, ma per tesseramento. Una pratica assai diffusa in Italia, già con le varie tessere dei vari partiti.





Un'immagine del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, con l'ex premier Monti


Giunta si muove per il Meeting: legge e ascolta. Analizza pratiche diffuse, comunicazioni falsate, imbrogli culturali. Bisogna ammettere che queste nefandezze sono presenti un po’ ovunque, anche in autorevoli frettolose pagine stampate.

La tecnica grossolana che ci spiega Giunta consiste nell’isolare un dettaglio – del pensiero di un filosofo, di un poeta, etc. – e farlo diventare un Intero, assimilandolo così al proprio sistema di pensiero e ignorando tutti gli altri dettagli che contraddicono quello considerato e magari contraddistinguono il pensiero del filosofo, del poeta, etc. Nell’esempio, questa sorte capita a Giacomo Leopardi. Il risultato: un Leopardi «di pura fantasia».

Il pericolo è quello dell’univocità culturale, di un atteggiamento mentale che porta a escludere tutte le idee che contraddicono quella che si ha acquisita (che è ben diverso dall’averla coltivata, e poiché nel caso particolare, questa idea è Dio-Cristo-Cristianesimo è evidente come il “coltivare” abbia valore fondante, se non altro per le molte metafore agricole che sono seminate qua e là per la Bibbia).

Giunta passeggia per la biblioteca del Meeting e vede solo libri sul Cristianesimo, sulla storia della Chiesa, sui santi, sulla spiritualità cristiana, sull’educazione cristiana e su Luigi Giussani (fondatore di Comunione e Liberazione). E in mezzo a tutti questi libri, Giunta vorrebbe infilare – come in «un’allucinazione situazionista» – alcune copie di «libri nemici» come Feuerbach o Freud.

Dopo un’attenta analisi riguardo il rapporto tra l’estratto, l’Intero e la cultura unica, mi sia permesso, qui l’autore crolla, si comporta come uno di CL (d’altronde è al Meeting): pretende l’impossibile e, stizzito, risponde con un dispetto (altro che allucinazione situazionista). È ovvio che a un meeting cristiano ci sia una biblioteca (immagino sia anche libreria, non so, d’ogni modo libri fisici) fondamentalmente cristiana. Fermo restando che si potrebbe discutere a lungo sulla particolare attenzione («idolatria» la chiama Giunta) per Luigi Giussani, ma questo, immagino sia tollerabile: è stato il fondatore di Comunione e Liberazione.

Mi chiedo quindi: perché “disturbare” con Feuerbach o Freud? Copie di loro libri, anche fossero i loro manoscritti o tutta la loro opera, sarebbero in grado di disturbare il Meeting, la festa o, come Giunta vorrebbe e come sarebbe giusto, allargare la mente dei partecipanti all’evento? Non credo. Per chi riesce a far divenire un dettaglio un Intero, leggere Feuerbach o altro è come bere un bicchier d’acqua. In fondo Feuerbach ha creato un sistema, che secondo l’approccio culturale dei ciellini descritti da Giunta sarebbe smontabile in un attimo, magari con una risata. Piuttosto che Freud, perché non Tehillard de Chardin allora? O Dietrich Bonhoeffer? Anzi, forse basterebbe la Bibbia a far crollare le loro certezze culturali. Intera, non per estratti.

 

I saggi che compongono Una sterminata domenica sono 12, come i mesi dell’anno. E forse sarebbe proprio un anno il periodo minimo per assistere alla tragicommedia d’Italia. Un periodo più breve potrebbe costituire una vacanza (o una vacanza studio), con un periodo più lungo si finirebbe per essere costretti a comprendere anche le ragioni sceniche, coreografiche, musicali, il ruolo degli attori, il copione, la sceneggiatura, l’improvvisazione di questa commedia tragica. Quindi Giunta fa bene a liberare i bozzetti dai vincoli del tempo e lasciar parlare un po’ tutti durante questi 12 capitoli: i suoi ricordi, le biblioteche, i dj, Fabio Volo, Fantozzi, il Drive-in (il programma, non il luogo), le storie tese raccontate da Elio, Luciano Moggi, Aldo Biscardi e vecchi giocatori di basket arrivati a Varese da Philadephia, PA.





Leggendo Giunta e soprattutto vivendo in Italia dalla nascita (e credo se ne accorgano anche coloro che sono arrivati in Italia non per vacanza, ma per farsi una vita) l’idea ci si fa è quella di un paese che invecchia male. Invecchiare è d’obbligo, ma significa anche costruire legami nel tempo con chi cresce e con chi nasce. L’Italia invece non sa invecchiare, è cresciuta male e non riesce a nascere.

L’autore parla a lungo di Fantozzi-Villaggio. Di ciò che funzionava meglio o che non funzionava nei libri e nei film che avevano per protagonista il ragionier Ugo Fantozzi. Di quell’Italia che – nonostante sia raccontata attraverso le vicende di un suo protagonista sfigato – lavora tranquillamente, rilassata, avendo dimenticato i problemi del passato (la miseria dalla quale veniva) e senza pensare al futuro.

Già, ci fa pensare a Panarea. Quel sistema di ricchezza per usucapione, per improvvisazione, da far west, … ha portato opportunità di ricchezza, ma ha un futuro? 

Giunta allora parla di Paolo Villaggio, di quello che resta senza Fantozzi (o a causa di Fantozzi). E lo vede come un testimone della difficoltà di essere anziani, per via del suo ingenuo politically scorrect da terza età. Giunta sembra quindi valorizzare il Fantozzi-Villaggio e le sue gag comiche, ma guarda con tenerezza e superiorità il vecchietto che a Porta a porta elogiava Brunetta per il decreto antifannulloni. Come se fossero due persone, due personaggi.

Piuttosto: non è possibile che il Villaggio di oggi sia il risultato anche del Fantozzi di ieri? L’ironizzare sulle miserie degli uffici, non porta poi, a lungo andare, a smontare l’ironia e far venire fuori un duro pragmatismo (invece del pragmatico lassismo italiano)? Come quella scena raccontata in Fantozzi totale in cui in un ufficio si confrontano vari impiegati e ognuno si vanta di aver lavorato meno dell’altro. «Io una pratica in 19 anni» dice uno, «io una in 24» dice un altro, «io non ho mai aperto una pratica» dice uno dal fondo. Per Giunta questo Fantozzi del 2010 è imbarazzante, ma a me non sembra troppo diverso dal Fantozzi che incontra impiegati che giocano a battaglia navale (vedi il primo Fantozzi, quello del 1975). Piuttosto mi viene in mente che questo è un paese cresciuto male, ironizzando bene su se stesso.

 

Quando Giunta scrive, Matteo Renzi non era ancora alla guida d’Italia, ci stava solo provando. Giunta riprende le pagine di Stil novo, libro di Renzi del 2012[2], tirandone fuori tutte le banalità, le ovvietà, e pure le scemenze. Esprime tutta la sua perplessità per l’approccio renziano alla politica e al futuro e ne critica l’eccessiva attenzione all’azione. Definisce «disarmanti perché sincere» alcune frasi di Renzi, dove il politico sostiene (in maniera troppo adolescenziale, bisogna ammetterlo) l’importanza di mettersi in gioco, di non dare nulla per scontato, di avere il gusto del tentativo. Poi Giunta fa un profezia: «Stil novo contiene i pensieri di un italiano come tanti, articolati nel modo in cui tanti li articolerebbero, e non ci sarebbe niente di male, in questa media sociologica, se Matteo Renzi non aspirasse a dirigere il maggiore partito italiano e, coll’occasione, l’Italia. Se l’impresa gli riuscirà, si realizzerà questo interessante paradosso: andrà al governo, sotto le insegne di un partito di sinistra, un uomo che – come la tradizione della sinistra vuole – fa della cultura uno dei pilastri del suo programma politico, ma che, per le cose che scrive e per il modo in cui le scrive, non sembra avere nessuna dimestichezza con i libri, né con ciò che i libri insegnano veramente. Ben scavato, vecchia talpa»[3].





Forse l’autore non sa una cosa, che quel mettersi in gioco, non dare nulla per scontato, avere il gusto del tentativo sono “cose” (qualità? approcci?) che la generazione successiva alla sua deve avere come requisiti per alzarsi ogni mattina dal letto: non nel pensiero, ma nell’azione. E non importa da che scuola si viene. Non dare nulla per scontato perché tra tre giorni magari sei senza contratto; mettersi in gioco e tentare, perché devi essere pronto a buttarti e cercare di cavartela sempre e comunque in ogni contesto. E se questo paese non sa invecchiare, è cresciuto male e vorrebbe tanto nascere ancora, c’è anche bisogno di tanta azione, di tecnica, di pratica: ma per andare avanti, non per rifare l’Italia degli anni ’60-’80. Se poi il leader del maggior partito italiano, del partito della sinistra democratica, non è abbastanza simile a un leader di sinistra dei decenni scorsi, beh … piuttosto mi chiederei cosa è mancato ai leader passati, cosa non hanno capito e cosa dovremmo avere noi cittadini di oggi e di domani.

Cos’è che ci manca? La motivazione, la fame? Lasciamo stare la retorica narrativa alla quale Renzi e i vari stevejobs si affidano (Renzi chiaramente lo cita, lo fanno scioccamente tutti).  Non è forse la fame che dobbiamo soddisfare? Non è questa mancanza di desiderio di futuro che, mista al futuro che ci sfugge, rende il presente invivibile (o vissuto eccessivamente) e il futuro impalpabile? E come possiamo invece costruirlo per crescere bene, invecchiare sani e continuare a nascere?

 

 

 



[1] Claudio Giunta, Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Bologna, il Mulino, 2013, p. 74.

[2] Matteo Renzi, Stile novo, Milano, Rizzoli, 2012.

[3] Claudio Giunta, op. cit.,  p. 151.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006