PRIMO PIANO
GIORGIO VIGOLO
In simbiosi
con gli scenari
onirici
di una “Roma fantastica”


      
Curato da Magda Vigilante e prefato da Pietro Gibellini, è uscito presso Bompiani un volume dello scrittore romano nato centoventi anni fa, che contiene la riproposizione di un’opera giovanile, il romanzo breve “La Virgilia”, arricchito da alcune interessanti varianti relative al suo lungo e tormentato cammino principiato nel 1921–’22, nonché le prime stesure di alcuni racconti. È il doveroso omaggio a un importante e raffinato letterato, traduttore di Hölderlin e studioso del Belli, oggi ingiustamente dimenticato, anche perché estraneo alle varie correnti novecentiste italiane.
      



      

 

 

di Massimo Giannotta

 

 

In un periodo in cui molto si parla di Roma e de La grande bellezza, viene riproposto alla lettura un importante scrittore ingiustamente poco ricordato.

Si tratta di Giorgio Vigolo, attento studioso del Belli, autore di Le notti romane, di cui Bompiani ha recentemente pubblicato Roma fantastica (Milano, 2013, pp. 159, € 11,00), libro che contiene la riproposizione di un’opera giovanile, il romanzo breve La Virgilia, con alcune interessanti varianti relative al suo lungo e tormentato iter, e le prime stesure di alcuni racconti.

Nella prefazione, Piero Gibellini, dice senza mezzi termini che questa operazione ha l’ambizione di mirare più in alto ‘che al semplice recupero di momenti interessanti della nostra letteratura novecentesca’, e di questo siamo contenti.

Una delle ragioni per cui Giorgio Vigolo è, tra i letterati, uno dei grandi dimenticati, è probabilmente il fatto che non è possibile inquadrarlo in nessuna delle tendenze letterarie del nostro paese di quegli anni (tra gli anni ’20 e tutti gli anni ’70) e sappiamo quanto prema ai critici e agli studiosi sistematizzare e inquadrare.

Ma Vigolo non fu un ermetico, non fu un neorealista, non fu uno scrittore ‘impegnato’, non fu vicino alle avanguardie. Il suo gusto classico, permeato di un certo decadentismo e barocchismo lo situò, come si diceva, in una posizione isolata, lontana dalle principali correnti artistiche e letterarie del periodo.

Il giovane Vigolo, si avvicinò alla poesia  collaborando con la Lirica  di Onofri e la  Voce di De Robertis, a questo si deve attribuire la sua attenzione per quella che venne chiamata ‘poetica del frammento’. Importante per comprendere la sua inclinazione è il suo lavoro su Hölderlin, che tradusse nel 1958, e quello su Hoffman, tradotto nel 1945. Attraverso tali autori, senza dimenticare Novalis, Nerval, fino ai simbolisti, possono rintracciarsi alcune delle direttrici oniriche e fantastiche che caratterizzano la sua ricerca. Non meno importante, è la realizzazione della bella edizione critica dei sonetti di Belli, in cui, lo spaccato della Roma popolare e ottocentesca, viene a permeare sotterraneamente gli itinerari letterari  del nostro autore.

Da musicologo collaborò con la RAI e tenne una rubrica di critica musicale su ‘Il Mondo’.

Vigolo fu autore di varie e significative opere di poesia, e il suo lavoro poetico è importante per inquadrarlo. Ricordiamo solo il Conclave dei sogni, in polemica con l’ermetismo, e I fantasmi di pietra. Per la prosa, ricordiamo, Le notti romane, edite nel 1960, con cui vinse il Premio Bagutta, che a nostro avviso rappresenta una delle sue opere cardinali.





La Virgilia, che ha trovato la sua ristampa nel 2013, è il romanzo giovanile che lo accompagnò per tutta la vita, tra riscritture e stesure, per essere pubblicato solo nel 1982 a ridosso della sua morte (1983). In questo romanzo breve viene esplorato il polo della memoria come annullamento del tempo, il polo onirico, quello del sogno, in cui va realizzandosi una sorta di liberazione dalla tirannia temporale, dalla schiavitù della logica che non ammetterebbe alcuna eccezione. Nelle profondità il passato vive, secondo il principio che ‘Il tempo non è continuo’, ma ha le sue profonde fratture, le sue frane in cui si aprono varchi verso altri mondi e altre storie, e Roma, con lo straordinario spessore della sue memorie e della sua cultura, ne rappresenta un pabulum esemplare.   

La Virgilia, definita da Caltabellotta ‘fantasia letteraria tardoromantica’ in cui l’amore attraversa il tempo, ci ricorda Poe, ma con la differenza che mentre Poe cerca il nascosto e l’oscuro, Vigolo cerca il sublime e il meraviglioso dentro il nascosto.

In questo il lavoro dello scrittore si delinea l’assoluto opposto dell’assunto di La grande bellezza in cui il degrado umano si coniuga con la bellezza decadente e barocca di Roma, fondale e ispiratrice di un’umanità malata e decaduta. Per Jep Gambardella, si può dire che valga la definizione ‘l’uomo dalle belle opere mancate’ come Baudelaire definì il personaggio di Samuel Cramer ne La Fanfarlo. Costui si muove in mezzo a una folla di fantasmi che appartengono a uno strato medio-alto borghese, che certo subisce il grande fascino di Roma, ma solo in maniera passiva, anche se certamente percettibile, e che nella grande bellezza è forse sprofondato, senza alcun merito né alcun ruolo. Perfino la morte degli altri, è affrontata dal punto di vista del proprio protagonismo, a sottolineare una superficialità, un egotismo e insieme il soffocante conformismo di uno strato sociale in cui, fellinianamente convivono, come in una accogliente e comoda bolgia, monsignori, artisti mancati, nobili decaduti, spogliarelliste e dandy che non hanno più la forza di dare importanza a nulla né alcuna prospettiva.

Il regista mette questi elementi in rapporto dialettico, interessato alle dinamiche collettive, per quanto asfittiche, di questa umanità, in rapporto con la presenza  e l’influenza della città. Vigolo, al contrario, segue un percorso che non può essere che esclusivamente individuale, in una dimensione di ricerca, come tale assolutamente attiva, che entra in simbiosi con le peculiari caratteristiche che l’autore attribuisce alla città, come la facoltà di funzionare magicamente come una sorta di ‘macchina del tempo’, dove l’io scrivente, è l’insostituibile antenna, e dove il sognare è in realtà ricordare qualcosa che un tempo forse si è vissuto, dove dentro le fratture del tempo si può sprofondare verso altre storie, altre vite.

Sembra così che La Virgilia sia permeata da un mistero personale e poetico. Un sogno dunque che potrebbe essere un ricordo. Ma è necessario precisare, per non cadere in un facile equivoco, che quella di Vigolo è una visionarietà che non ha niente a che fare con certe esperienze occulte, e che al tempo della prima stesura di questo lavoro (1921 – 1922), già c’era stato l’allontanamento da Onofri, divenuto studioso di esoterismo e più tardi componente del ‘Gruppo di Ur’ formato da intellettuali spiritualisti.

Anche se pare che lo scrittore fosse convinto di essere vissuto in una vita precedente nella Roma del Quattrocento, e che i suoi sogni fossero in realtà l’affioramento di remoti ricordi.

Questo romanzo, inserito nel libro Roma fantastica, è accompagnato da alcuni racconti e, come si diceva, da interessanti appendici escluse dalla stesura edita. I racconti, preludono alla grande prova de Le notti romane, in cui il Racconto d’inverno è stato inserito, rielaborato e  diviso in tre parti, con il titolo La cena degli spiriti.





Giorgio Vigolo (1894-1983)


In questo racconto Vigolo parla di ‘una città di dentro’ e ‘una città di fuori’ quasi in un effetto specchio. Roma veduta dietro il vetro, dall’interno di un vecchio caffè, straripata nella visione di un cielo grigio e annuvolato, da cui non cade pioggia. Una giornata a lutto come ‘quando muoiono i papi’. E si compone il quadro di un solenne funerale che appare come un corteggio d’immensi carri funebri in lunga fila, in cui solo nel primo, ardente di candele, c’è il cadavere imbalsamato del papa, negli altri vi sono solo falsi morti, secondo un antichissimo rituale, in cui la corte e la curia avrebbero simulato il decesso con l’aiuto di potenti narcotici, in occasione della morte del Pontefice. Un rito che risalirebbe all’alto medioevo tra il VII e l’VIII secolo, secondo un passo non troppo chiaro dei Libri Pontificali.

E da questo sogno, l’autore viene come risucchiato divenendo uno dei prelati morti e insieme non morti e condotto, dopo l’espletamento degli estremi riti, al monumentale e sontuoso sepolcro dove ‘non sarà disagevole restare qualche migliaio di anni’.

Non sappiamo quanto di apotropaico e propiziatorio vi sia in questa fantasia, certo ci ha fatto correre la memoria alla descrizione del carro della morte, contenuta nella Vita di Piero di Cosimo, del Vasari, trasformato da severo trasporto del defunto, a carro allegorico nel ‘carnovale’ fiorentino, in un’ultima, estrema, magica metamorfosi.

Concludendo, una lettura stimolante e straordinaria in una lingua tanto sontuosa e ricca, quanto rigorosa, in cui la lettura di Roma La città dell’anima (per citare il titolo byroniano delle prose liriche del Nostro, edite nel 1923), viene ripresa e riproposta con una grande potenza visionaria, intrecciata con profonde radici nelle opere e nelle riflessioni di tanti artisti che, nei secoli, da Roma si sono sentiti ispirati. Antica storia, fatta di tante storie quella sfaccettata di Roma, a cui ogni giorno si aggiungono pazientemente o dolorosamente altre prove.

 

                                                                                 

 

 

 




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