LUOGO COMUNE
LETTURE D’AUTORE
Nudi di donna
nello sguardo dannunziano
di Carlo Mollino


      
Curato da Alessandra Ruffino esce, dalla Biblioteca Aragno, “Frammenti fatti regime”, un volume degli scritti letterari dell’architetto e scrittore torinese, che fu anche pilota di aeroplani e di bolidi da corsa, designer, nonché raffinato fotografo di corpi femminili ritratti con crudele esattezza. Nella traduzione di Luana Salvarani, è stata pubblicata, per le edizioni medusa, la prima versione italiana del “William Blake” di Gilbert K. Chesterton, un saggio critico di grande livello che richiama alla memoria i testi visionari del poeta inglese magistralmente tradotti in Italia da Giuseppe Ungaretti.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

ROSICCHIARONO INSIEME

(Two Rode Together)

 

 

 

Frammenti fatti regime è il titolo, molto bello, di una raccolta degli scritti più esplicitamente letterarî, e narrativi, di Carlo Mollino. L’ultima volta diedi annunzio di un libro di Nanni Cagnone, Perduta comodità del mondo. Entra in crisi l’articolo? Non potrà essere che un bene. Siamo prigionieri della grammatica.

 

La silloge molliniana esce a cura di una mia allieva in partibus, Alessandra Ruffino, nella Biblioteca Aragno. Non son passati molti anni da che un’altra studiosa piemontese, Michela Comba, di professione architetto, presentò in concomitanza con una importante mostra commemorativa del pensiero e dell’arte di Mollino, tutti gli scritti di quel bizzarro mirabile in un libro della Bollati Boringhieri, Architettura di parole.

 

 

 

 

Chi è Carlo Mollino? Intanto, segno dei tempi, fuor di Torino si sa poco o nulla di lui; mentre in Torino esiste e batte colpi una esigua ma baldanzosa legione molliniana. A lui si deve l’attuale Teatro Regio di Torino (1973). Nell’anno di mia nascita (riflessione che tocca me solo) aveva licenziato l’edificio della Società Ippica Torinese. Augusta Taurinorum si dà all’Ippica? Troppo bello per essere vero; e troppo detto esplicito, da questo Borromini dell’altro ieri (che muore d’improvviso, nel suo onirico laboratorio, nell’anno della nascita del ‘suo’ teatro), perché potesse durare. Nel 1960 il palazzo dei cavalli fu distrutto. Non starò a piangervi sopra latte d’asina. Nessuno mi lascia secondo nell’Odio al Museo.

 

La Ruffino unisce la passione per le lettere a quella per le arti visive. Il saggio che premette agli scritti del Mollino narratore (e forse, nei termini della realizzazione e del successo, narratore mamcato) è quanto di meglio si possa leggere oggi in fatto di saggistica. Non è un saggio neutrale, non è un saggio acrobatico distinto in utroque iure. La scelta di campo è figlia d’una dichiarata restrizione: le sole opere del Mollino che si potrebbero archiviare in un settore specifico (falsamente oggettivo) della letteratura. La scelta di campo della prefatrice è, all’opposto, operatrice di un allargamento potenzialmente (possibilmente) ad infinitum. Nessun arbitrio, in questo; c’è, fra i pianisti anche illustri, chi sta ai segni scritti e li trasforma in architettura di suoni; altri, dotato di una vista che fonde gli oggetti, abita fisicamente una architettura di sogni. Gli uni di qua, gli altri di là dallo specchio. Ci sono più cose, in un testo scritto, di quante sa vederne una solo ideale filosofia.

 

Nel pensiero comune, si identifica l’obiettività con la razionalità, nella semantica onirica ci si scontra con l’indeterminazione (voire l’impossibile circoscrizione) e la iperdeterminazione del senso. L’architettura di parole frana ma solo perché sposata a un suo sapere di morte.

 

Mollino fu innumeri cose; a liberarsene bastava confonderlo con una tarda propagine dannunziana. Architetto, scrittore, pilota di aeroplani e di bolidi da corsa, designer, fotografo principe. Sa fotografare una donna come d’Annunzio, nelle sue ore migliori, seppe farla vedere con parole di una esattezza crudele. Le ignude del Mollino sono un giudizio.  Furono, per Mollino, lo stesso che le Camene Gurgandine per altro dannunziano, il Sinigaglia? Virtuosimi di foto o di verso, impongono che tu (ri)conosca che poco al mondo v’è di così buffo come l’Eros e come la Poesia. Sarà per questo che Dante o chi per lui dissero: Qui si scrive una commedia? Come il Poeta del Turco in Italia: Ho da fare un Dramma Buffo, ma non trovo l’Argomento. A rovescio: Argomenti ce n’è a Uffo / ma mi viene un Dramma Buffo. D’Invenzioni non c’è Inedia, tutto mi si fa Commedia. Lo sa bene un Testa-Fina; mai la chiamerà Divina.

 

Geografia e storia del senso: mah. O sei Mollino (torinese) o sei Sapegno (valdostano).

 

 

 

 

In morte di Mollino uscì uno scritto di Zevi sull’“Espresso”, citato dalla prefatrice di questi Frammenti: nel titolo Mollino  definito “l’antiaccademico a trecento all’ora”. Non era Renzi, no; lui legge a un solo libro e solo a quello, meglio, che del libro qualcuno gli ha insufflato. Destino di Firenze: la farina del diavolo va in Crusca.

 

Riuscirò mai a salvare un amico scrittore da questa insidia? A me mi hanno avvertito: e’ tu ciài il diabète... O lascialo stare lo zucchero. Fingi che su un cartoccio di meringhe ci sia scritto VELENI. Lui lo tira l’odore della crusca. Intenso, raffinato, novatore, mentre scrive. Poi quell’ebbrezza di stantìo, quell’afror stazzonato lo richiama come l’odore del sesso.

 

Inodora, la gallerie delle ignude intangibili di Mollino. Il repertorio c’è tutto, come in un bordello dell’alta società. Ma la visione estatica mette le belle fuori dell’Uso. Fra musicomani ci si scambia un aneddoto. In un intervallo delle prove di un concerto (o era il Ring milanese del 1950 o ’53?) diretti da Furtwaengler, il maestro della vertiginosa spiritualità, un orchestrale pensa bene di divagarsi raggiungendo un casino a portata di piede. Siede in sala d’attesa... e vorrebbe sprofondare. Fra i clienti in attesa, c’è Il Maestro. Il povero balbetta: Maestro... anche lei qui? Oh, io ci vengo ogni volta che posso (variante: Ma io ci vengo tutti i giorni).

 

Come bene la Ruffino, facendosi magnete, attira nei paraggi di Mollino Hebdomeros e Praz, Savinio e Bontempelli, Manganelli e Sinisgalli, la Salmace di Mario Soldati e Venere subalterna (l’aveva in casa, Mollino) di Salvatore Gatto. Non smetterei di volare, come di ramo in ramo, nel tessuto di note di questo libro mai indifferente.

 

 

 

 

Nel 2007 a Parigi dedicarono a Mollino fotografo una mostra; lui avrebbe spiegato: Si tratta di arabeschi. Mi sa che ’sto Mullinnu fussi uno poco furfantello.

 

 


 

 

DIE ANDERE SEITE

(da Borges)

 

Quando, alla mezza notte, gli orologi

dilapidano tempo a profusione

me n’andrò, più lontano

degli astici remieri di Odisseo,

alla terra del sogno, inaccessibile

a mente umana. Una terra sommersa :

ne recupero resti ma non riesco

a decifrarli — erbe

di botanica semplice animali

diversi appena dialoghi coi morti     vólti

che non sono che maschere, in verità,

parole di lingue molto ma molto antiche

e, a volte, un orrore imparagonabile

con quello che ci può dare la luce.

Tutti sarò, o nessuno; sarò l’altro che sono,

senza saperlo,

colui che ha contemplato quest’altro sogno,

la mia veglia.

Che rassegnato giudica e sorride.

 

 

Una volta il “Manifesto”, inopinatamente, mi accusò di essere il capobanda di una scuola di critica barocca da prendersi a frustate. Avrò avuto allievi masochisti. Io non gli avrò mai detto: Siate bizzarri; certo gli ho detto: Siate curiosi. Per questo citano Praz assumendosi tutti i rischi. Il critico ideale del “Manifesto” è invece un postillatore che a sentir dire Praz (dico sul serio, per sua diretta ammissione) si tocca i corbezzoli. Eppure anche il corbezzolo è un albero (o forse solo un nome) ben barocco. Esser barocchi è sottrarsi alla tentazione di riuscire ridicoli poeti in patria.

 

Nella versione di un’altra mia allieva, e collaboratrice, Luana Salvarani, esce in contemporanea, pei tipi della medusa di Maurizio Cecchetti, quella che credo sia la prima versione italiana del William Blake di Gilbert K Chesterton. Qui v’è una bella prefazione di Alessandro Zaccuri, scrittore curioso e giornalista de “L’Avvenire”. Il suo In terra sconsacrata andrebbe letto la mattina sorbendo il caffellatte: “il decadimento dei materiali già religiosi all’interno dell’immaginario contemporaneo”. Perdita d’aura, come insegnò a pensare (ma in modi assai più riccamente tormentati e ambigui) Walter Benjamin. Io non la penso come Benjamin: credo che l’arte sia tutto quanto sopravvive alla perdita d’aura (una discesa di classe). E non la penso come Zaccuri: il suo argomento vale solo se rovesciato. Ammesso che l’immaginario quale ci è pervenuto (e dentro il sangue) abbia derivazione dal cristianesimo. La domanda da farsi è quanto e quale immaginario precristiano sia stato accolto e battezzato dal cristianesimo. A quel modo che si battezza il vino.

 

 

 

 

Non è inutile richiamare alla traduzione della Salvarani: potranno esserci a volte (questo càpita in ogni traduzione) scelte meno centrate o qualche equivoco, ma non v’è un passo di questa molto bella versione in cui sia possibile scordarci che si sta leggendo il saggio critico di un grande scrittore. Nel tradurre, omne tulit punctum chi sa trovare il ductus, il largo pieno e cantabile dell’originale. Architettura di parole, certo, lo scrivere; ma anche idea del fiume che scorre, a volte calmo, altre facendone di tutti colori. Se Blake è un poeta visionario e oppositivo, se Chesterton è un inventore di storie anch’esse volte come un paradigma a una opposizione (e dunque costringendo il lettore a misurarsi con essa), anche il modo di tradurre nel quale qui ci imbattiamo è oppositivo ai soli due modi (si crede) possibili nel volgere una scrittura in un’altra: o la cosiddetta versione d’autore (“Scrittori tradotti da scrittori”) o la faciloneria del mestierante di (piccola e magra pagatrice) industria editoriale. Mi pare che sia nel magnifico von Trier di Dogville che uno dei personaggi non parla mai di sé alla prima persona ma designandosi “l’industria dei trasporti”; o qualcosa di analogo. Campa la vita, infatti, guidando uno scassato camioncino.

 

 

 

 

Qui s’impara, dalla traduttrice, che non si deve illudersi di sostituirsi all’autore (lo si può solo essendo un’altra cosa, una deformazione che riesca insieme inganno e apoteosi: la Bibbia di Diodati, il Milton di Blake, il Virgilio di Klossowski, il Rimbaud di Campana.... ‘una stagione a Marradi...’) né lo si deve umiliare nel bla-bla-bla delle scolastiche trasformazioni ad uso di chi non vuole sforzarsi a imparare le lingue. Basta saperne una (vogliate credermi) e poi vedete che nuotate in tutte. Andrebbe imposto per legge almeno europea che ogni libro tradotto pubblicato potesse esserlo solo se reca il testo originario a fronte.

 

 

 

 

Lessi il mio primo Blake nella versione ungarettiana arrangiata, con devozione e acutezza, da Mario (D’Amico) Diacono (Mondadori, Lo Specchio, 1965). Mi sposai nell’ottobre e fu il dono che mi fece mia moglie per Natale. Per me un libro così identificava, già nella veste, il mio bisogno di ‘vedere’ la poesia. Se no, meglio la BUR, les livres de poche (vi lessi il mio primo Apollinaire, acquistandolo da un amico ritrovato sotto un’ala del Palazzo Strozzi, che lo aveva letto per un esame e non voleva riaprirlo mai più). Qui c’era il testo a fronte e una vasta scelta di litografie blakiane. Il Discorso del traduttore di Ungaretti valse per me l’intera università. A un certo punto della vita son diventato sensibile (ma non allergico) al tono oratoriale di Ungaretti. Ma vi affondavi i denti e vi era un più di sostanza.

 

Ungaretti vi riprendeva Eliot, nella versione di Luciano Anceschi: “La poesia di Blake ha la sgradevolezza della grande poesia”. Riusciva “edificante” la sua “singolare onestà”, da identificarsi con un “grande sapere tecnico”. Ma, chiosava quello che resta il più grande poeta del secolo italiano, “il miracolo di Blake che ci toccava in quegli anni, era stato a lungo sollecitato da un’esperienza tecnica tesa, ricercando affannosamente vie smarrite della tradizione, verso il recupero dell’originale innocenza espressiva”.

 

 

 

 

Innocenza, concludeva Ungaretti, e anche “ira” (pensava alla rivoluzione francese). Anche Chesterton, l’antirètore per eccellenza, pone in attacco un accordo che si ricongiunge a quelle lezioni del sapere tornando a cercare l’innocenza di una infanzia priva (ed è detto in etimologia) priva ancora della parola. Poi saranno parole ma come carte segnate. Dovrai, col tempo, ritrovare Wagner Nietzsche Heidegger Wittgenstein... così Musil, forse anche perfino (da noi solitario) Pizzuto. Sento già, come un’eco, l’obiezione: tutta gente di destra. Ma questi altri “non leggono, non leggono”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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