LUOGO COMUNE
SAGGI
Avanguardia ‘open source’ possibile.
Il soggetto
“Noi Rebeldía”


      
Un ampio e assai denso scritto teorico-critico e insieme una proposta operativa per una pratica ‘moltitudinaria’ di una ricerca poetica singolare-plurale. Una movimentazione di scrittura in versi fondata per l’appunto su una rete-‘noi’ anonima, pluri-soggettiva e co-fondante e intesa come collettivo culturale, sociale e politico che concretamente incarni l’idea di un ‘poetic general intellect’. A dare nerbo filosofico e concettuale a questo progetto, attualmente in divenire online, sono qui convocati Marx e Toni Negri, Julia Kristeva e Gaston Bachelard, Derrick de Kerckhove e Jean-Luc Nancy, Paolo Virno e Francesco Muzzioli, Mario Lunetta e Andrea Inglese.
      



      

di Antonino Contiliano

 

 

Il tempo non dona nessuna immobilità alle cose. Forme, materiali e rapporti tra costanti e variabili sono contemporaneamente soggetti e oggetti di una continua trasformazione e ibridazione, dove il luogo della soglia fa valere il tertium datur piuttosto che il tertium non datur. Un luogo multiplo dove il multiplo non si determina ancora come successione ed esclusione, ma pluralità in movimento: è simultaneità di compossibilità eteronome indeterminata e virtuale (una potenzialità che aspetta un passaggio per la realizzazione) di soggetti e soggettività sociali che si relazionano conflittualmente. Un insieme di eventi singolari e singolarità che aspettano la grammatica e la sintassi del pensiero per uscire dal vuoto materiale e che, grazie agli atti dell’astrazione e della prassi, possono concretizzarsi in forme determinate e aperte di produzione e riproduzione. Nessuna forma che configura il reale ne chiude la totalità, esposte come sono all’instabilità degli eventi; e non c’è intreccio che non rimescoli il loro farsi textum. Il dissolversi e il riconfigurarsi delle strutture evenemenziali e delle loro articolazioni non si solidificano in nessun stato di perenne permanenza. Ciò, tuttavia, non impedisce l’accesso alla verità e l’individuazione delle condizioni che la rendono possibile come textum materiale-simbolico-semiotico mixato e immesso nel circolo della comunic-azione. Un intreccio di eterologici che non dissociano mai completamente l’oscurità e la trasparenza degli eventi e la mutua mutazione interconnessa che li definisce e li espone mediante un ordine che, in ogni modo, rimane allegorico, lì dove c’è sempre un extrasimbolico materiale che aspetta di essere messo in scena, in quanto non tutto è stato realizzato.

Luogo conflittuale – scrive Mario Lunetta –, il testo

 

non mima la materialità del mondo, né la rappresenta: è esso stesso figura mate­riale e corporea plurisensa che si pone in rapporto col mondo in maniere le più svariate, in un gioco di attrazioni-repulsioni condizionato, oltre che dal prodursi sincronico del testo, dal suo vivere diacronicamente dentro la storia totale della specie, oltre che dei linguaggi (…) i segni che entrano in un testo sono anche un’azione politica della letteratura. Vogliamo dire che la letteratura simula la comunicazione di un messaggio convenzionale, mentre in realtà piuttosto che comunicare informa sulla strategia e sui movimenti del messag­gio stesso, agendo sui materiali sostanziali e peculiari della lingua (storiciz­zandoli nell’istante stesso in cui li esibisce), e costringendo il lettore a farsi, nei casi migliori, co-produttore; (…) un testo vive di esplosioni e di implosioni, ed ha una funzione inventiva e critica al contempo; una funzio­ne, al limite derealizzante e negativa rispetto alle facili promesse del senso comune, che possiamo definire largamente allegorica. (…) Ciò sta anche a significare che nessuna critica esaurisce i sensi di un testo, in quanto esso non assume (per sua natura materiale e storica) un significato pre­stabilito una volta per sempre, ma prende corpo soltanto nel momento dell’uso, della lettura e dell’analisi critica, insomma nel suo itinerario storico.[1]

 

Questa natura né pacificante né sublimatoria del testo e della sua pratica significante d’uso derealizzante, piuttosto che di scambio di significati controllati – lo scambio del commercio comunicativo non derealizzante è pratica che invece stabilizza gli assetti del senso comune controllati dall’universale del capitale simbolico, ovvero monopolizzato dall’ordine capitalistico della produzione dei significati univoci –, naturalmente, non lascia inattivo il sistema dei controlli. L’attacco al senso comune impedisce che la volontà dei soggetti si adegui all’uniformità del capitale che si è fatto stato d’ordine e di controllo. Al rifiuto e alla ribellione segue la repressione e insieme un’azione conflittuale che negli usi del linguaggio e della comunicazione trova uno dei teatri di scontro privilegiati, in quanto terreno di lotta per l’egemonia del capitale simbolico, per il dominio sull’immaginario sociale e la produzione di soggettività modellate secondo gli schemi cari al capitale.

 

Il capitalismo lascia al soggetto il diritto alla rivolta riservandosi il diritto di reprimerla; ma i sistemi ideologici che padroneggiano, unificano, consolidano, riportano questa rivolta nel campo dell’unità (di soggetto e stato). Ora se non sono raggiunte le condizioni oggettive affinché questo stato di tensione sia risolto in una rivoluzione, il rigetto trova la propria simbolizzazione nei testi dell’avanguardia del secolo scorso in cui si localizza la verità rimossa di un soggetto esploso. Il testo moderno, in quanto porta alla ribalta del proprio funzionamento di linguaggio, ma anche della rappresentazione che lo investe, quel che è sempre stato il motore dell’“arte”, sia pure camuffato, dietro l’apparenza di formazioni fantasmatiche o di squisite differenziazioni del materiale significante...il testo moderno, appunto, si situa già fuori dell’“arte” attraverso l’“arte”. Attraverso la pratica singolare di un soggetto in processo il testo plasma lo spazio che apparteneva un tempo alla religione e al suo ambito e in questo spazio introduce le conoscenze che le scienze attuali possono avergli fornito sul corpo, sulla lingua e sulla società. [...] Questi testi d’avanguardia offriranno quindi un supplemento alla società borghese e alla sua ideologia tecnocratica, ma un supplemento in cui nasconde tuttavia una verità oggettiva: il momento della lotta che fa esplodere il soggetto verso la materialità eterogenea. [...] Spetta all’“arte” dare la dimostrazione del fatto che il soggetto è l’assente dalla e nella pratica, così come spetta all’economia politica provare che la storia è una faccenda di lotta di classe:...[...] Come ha scritto Philippe Sollers, questa pratica non ha più niente a che vedere con il concetto di letteratura... Partendo dalla pratica significa che è ormai impossibile, a cominciare da una rottura situabile proprio nella storia, fare della scrittura un oggetto che possa essere studiato lungo una via diversa dalla stessa scrittura (dal suo esercizio, in certe condizioni). In altri termini, la problematica specifica della scrittura si stacca in modo massiccio dal mito e dalla rappresentazione per pensarsi nella sua letteralità e nel suo spazio. La sua pratica deve essere definita a livello di “testo” nella misura in cui questa parola rinvia ormai a una funzione che però la scrittura “non esprime” ma di cui dispone. Economia drammatica il cui “luogo geometrico” non è rappresentabile (entra in gioco)[2].

 

Il textum – come la cultura del Novecento ha ampiamente mostrato e dimostrato – non ha perso nulla del suo vigore di ideologema ad un tempo astratta e concreta complessità. Gli eventi culturali e storico-politici materiali che hanno chiuso il XX secolo e avviato il XXI ne hanno solo complessificato la relazione e richiesto revisioni congetturali e nuove ipotesi. Relatività, fluidità o liquidità, che (così) ne hanno realizzato e materializzato il tessuto tauto-eterelogico, hanno fatto sì che le trasformazioni ideologematiche si siano configurate non solo come un cambio di vesti (come fa un serpente quando cambia pelle con il cambiare della stagione che cambia). La nuova pelle, infatti, è un insieme di parti simile e differente al tempo stesso, e non solamente un nuovo involucro che copre un corpo vecchio.

Questa variazione-mutazione continua, che è una con-testualizzazione plurale di comportamenti sociali e individuali e altre dimensioni, ha reso così l’ideo-logema textum più ricco, una con-tingenza storico-temporale complessificata che via via si presentifica in eventi inediti. Eventi necessitanti pertanto una rilettura e una nuova esposizione dei fatti. I fatti che necessitano e implicano linguaggi verbali e non verbali, sia di vecchio che nuovo tipo; linguaggi che li veicolano, mentre suggeriscono altre prospettive e aspettative.

Del resto non si può che leggere e agire dentro la storia dei linguaggi e attraverso il tempo che li fa vecchio e nuovo ordine conoscitivo e pratico; un ordine espositivo e prospettico che non può non essere diverso dall’osservazione e dalla raccolta empirica delle cose. E ciò non vale solo per alcuni saperi. Non può non interessare anche chi, per esempio, si esercita ancora nell’impegno artistico, letterario, poetico e nella ricerca di una possibile avanguardia dell’impegno, anche se avanguardia e impegno sono due modi di essere e di fare scrittura che non piace a molti. Il concreto della storia in fondo ha una facies hippocratica di virus e antivirus o una ragione conflittuale di vita e negazioni con cui bisogna fare i conti. Oscillazioni, avanzamenti e arretramenti non fanno difetto. Il zigzag dei modelli delle orbite planetarie, o il contrarsi e dilatarsi frattale dell’espansione dell’universo (a noi noto) non è movimento che riguarda solo ciò che non è umano.

La parola avanguardia non è certo decaduta (solo perché il postmoderno ne ha firmato il decesso) così come non è caduta la parola “gravitazione” da quando la relatività di Einstein e la fisica quantistica ne hanno cambiati i connotati e i parametri. Stessa sorte è toccata ai concetti di tempo, spazio, modello, metrica e valori logici. Un nuovo punto di vista ha imposto degli aggiornamenti al vecchio lessico ormai insufficiente per significare i nuovi oggetti e le condizioni del loro realizzarsi.

Non va dimenticato, per esempio, che in questi ambiti del sapere la geometria frattale, la logica di Saul Kripke e l’assunzione del presupposto dell’“insieme generico” di Paul J. Cohen hanno modificato il modo stesso di intendere la razionalità che era rimasta impigliata nella logica fondamentale classica. E ciò solo per fare un cenno sulle rivoluzioni che via via hanno sconvolto il mondo della ricerca e richiesto nuovi punti di vista.

Il tempo, peraltro, si è posto e imposto come pluralità di tempi e ha permesso di elaborare logiche temporali ed epistemiche che hanno rotto con il classico binarismo dei valori “V/F”, la bivalenza che ha governato per tanto l’esclusione del tertium datur – il “bolscevismo” della logica matematica-intuizionista – e considera il tempo stesso alla stregua di una serie di punti giacenti su una retta, linearmente.

Del resto lo stesso modello euclideo dello spazio – che ha guidato la lettura del tempo sempre come una linea retta o una successione di punti come cause/effetti lineari – nonostante avesse visto la nascita dei modelli di spazi non euclidei, egualmente coerenti, non per questo ha smesso di privilegiare la logica classica bivalente e il principio dell’assurdo come prova della cogenza veritativa.

Il nome del tempo, e senza intento di voler chiudere il vasto spettro delle assunzioni, così ha avuto una bella galleria di immagini. Non necessariamente in ordine cronologico, ne indichiamo alcune: per John Wheeler il «tempo è rivestito di indumenti diversi a seconda del ruolo che riveste nei nostri pensieri»; per William Shakespeare «Il tempo viaggia in posti diversi con persone diverse. Ti dirò con chi il tempo va all’ambio, con chi al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo». Il poeta Valéry (Cahiers, tome I) invece ci ha lasciato la seguente tabella: «il tempo-flusso continuo uniforme o eracliteo o H (indipendente). ll tempo-Einstein o E (Variabile non indipendente). Il tempo-caduta - Carnot. Diffusione. Disordine. Gerarchia. Irreversib[ilità]. Il tempo-categoria - o K [ant]. Forma di intelletto. Il tempo-vivente - con equivalenze – “Durata” - B [ergson]. Il tempo-sensazione- arresto-scarto - ritardo-attesa - o V [aléry]. Il tempo = possibilità».[3] Senza dimenticare il tempo autentico e quello inautentico di M. Heidegger e degli esistenzialisti, Arthur Prior e Nino Cocchiarelli, nel Novecento, lavorando sull’“astrazione dal tempo” e il suo divenire reale, hanno invece definito gli operatori temporali – «in futuro, in passato, sempre, qualche volta, tempo t», senza omettere di ricordare che la struttura del tempo ci impegna anche a pensarla o finita o infinita, lineare o no, discreta, densa o continua. Analogamente, sulla natura dell’istante-atomo, la logica kripkiana si è vista impegnata a parlare di opportuni stati di cose e di opportuni sistemi di cose, quanto sulla natura dell’istante-intervallo come «tempuscolo».

 

Il concetto di istante usato abitualmente nelle logiche temporali è mutuato e fondato sulla ipotesi degli atomi di tempo (gli istanti appunto) nei quali non possono avvenire mutamenti (può valere ancora a questo proposito il paragone della freccia di Zenone). L’applicazione kripkiama di questo punto di vista si realizza nell’ipotesi che ogni mutamento sia descrivibile attraverso un insieme di trasformazioni istantanee caratterizzate da cambiamenti di valore di verità delle proposizioni del linguaggio nei diversi stati del mondo [...] ma (corsivo nostro) è possibile abbandonare l’ipotesi [...] degli atomi di tempo [...] e (corsivo nostro) assumere come concetto-base anziché l’istante, un concetto di tempuscolo, inteso come un intervallo di tempo [...] “sufficientemente breve”, e descrivere una situazione di mutamento all’interno di un tempuscolo [...] in cui valga simultaneamente [...] una contraddizione, la quale deve essere però “sufficientemente breve”, e non durare a lungo tutto il tempuscolo considerato.[4]

 

Oggi, epoca del digitale, il calcolo del tempo non è più nell’ordine degli istanti/atomi ma di quello dei bit (0, 1) di luce. Ma nella memoria del general intellect rimane ancora la presenza virtuale sia del tempo del nascere e del morire, del seminare e del raccogliere … del libro “Q” biblico, sia dell’istante poetico come “numerose simultaneità” di istanti di G. Bachelard. La poesia è un’istantanea (Bachelard), un breve com­ponimento che

 

deve dare una visione dell’universo e il segreto di un’anima, un essere e degli oggetti, tutto insieme. Se se­gue semplicemente il tempo della vita, è meno della vita; non può essere più della vita che immobilizzando la vita, che vivendo immobilmente la dialettica delle gioie e delle pene. Essa è allora il principio d’una simultaneità essenziale in cui l’essere più disperso, il più disunito, conquista la sua unità […] rifiuta i pream­boli, i principi, i metodi, le prove. Essa rifiuta il dubbio. Tutt'al più, ha bisogno di un preludio di silenzio. Dapprima, battendo su parole concave, fa tacere la prosa o le risonanze che lascerebbero nell’anima del lettore una continuità di pensiero o dei mormorii. Poi, dopo le sonorità vuote, produce il suo istante. È per costruire un istante complesso, per annodare su questo istante numerose simultaneità che il poeta distrugge la continuità semplice del tempo concatenato.

In ogni vera poesia, si possono allora trovare gli elementi di un tempo fermato, d’un tempo che non segue la misura, d’un tempo che noi chiameremo verticale per distinguerlo dal tempo comune che fugge orizzontalmente con l’acqua del fiume, con il vento che passa. Da qui un paradosso che bi­sogna enunciare chiaramente: mentre il tempo della proso­dia è orizzontale, il tempo della poesia è verticale. La pro­sodia non organizza che delle sonorità successive; regola delle cadenze, amministra degli slanci e delle emozioni, so­vente, ahimé, a controtempo. Accettando le conseguenze dell’istante poetico, la prosodia permette di raggiungere la prosa, il pensiero discorsivo, gli amori reali, la vita sociale, la vita corrente, la vita sdrucciolevole, lineare, continua. Ma tutte le regole prosodiche non sono che mezzi, vecchi mezzi. Lo scopo, è la verticalità, la profondità o l’altezza.[5]





Carlo Bernardini, La materia è il vuoto, Castello - L'Aquila, 2010


Il tempo della modernità, ancora, scrive il musicista Hector Berlioz, è uno che divora: «il tempo è un gran maestro, ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi». Un maestro paradossale. Il paradosso così è elemento strutturale del rapporto del tempo con gli animali umani, fra loro e la storia.

E in questo contesto così paradossale che tempo e textum si ritrovano in quanto intreccio di più elementi, mentre il tempo, miscela di più tempi (il ritmo, gli accenti, l’azione e l’aspettualità dei verbi, gli avverbi, le locuzioni temporali, le pause, i silenzi, i salti tra il passato, il presente, il futuro, l’eternità, il tempo psicologico, quello logico, quello culturale, quello politico), ha una dimensione esponenziale come succede nei fenomeni della turbolenza temporalesca.

E nel paradosso gli opposti non si escludono, convivono mescolati come in una miscela di temperie e intemperie. Per i latini, il tempo, infatti, è il ‘tempus’ (intemperie, tempestas) e temperie (temperanza) o molteplicità di elementi mescolati. È la mescolanza, il keránnumi, il kairòs (tempo e spazio debito o dell’equilibrio instabile) della cultura greca, il non kronos. Oppure (altrove) è jetzt-zeit (tempo ora, attualità) e, nel momento dell’attualità, augenblich o nunc stans, ovvero “attimo che sta” o scelta che attraversando la soglia blocca una possibilità storica e temporale nientificante. L’arco cioè delle decisioni individuali e collettive che assumono la responsabilità di una prassi ‘distruttiva’ dell’ordine esistente.

E l’ordine del tempo che la pratica collettiva delle singolarità sociali plurali dovrebbe sovvertire è quello del paradosso insostenibile del tempo comandato dell’economia capitalistica dell’immateriale elettronificato. Il tempo incorporato negli automatismi informatici e telematici come linguaggio bit di luce formalizzato a-significante. Un linguaggio-lavoro assoggettato alla valorizzazione capitalistica, mentre le soggettività individuali e sociali cognitive e cooperative – che ne sono la potenza creativa – si predicano autonome, indipendenti e libera relazione d’impresa. Una libertà imbrigliata in un tempo politico paradossale. Il tempo capitalistico degli automatismi software, quelli che diminuiscono “il tempo necessario” della riproduzione sociale e aumentano, strumentalmente, quello “superfluo” o disponibile, e non direttamente produttivo; il tempo che tendenzialmente, sotto il comando e il controllo della ristrutturazione tecno-immateriale capitalistica, ha unificato intelletto, linguaggio, comunicazione, economia e politica, poiesis e praxis, mentre la potenza viva della creatività dell’intelletto generale è stata lasciata autonoma e indipendente di organizzarsi liberamente nella rete cooperativa.

In ogni modo dove c’è una pratica, la “parol-azione” dell’avanguardia è quella di un impegno di critica intellettuale immanente, e avanguardia e impegno non possono essere dismessi come un’energia esaurita o uno scarto da interrare, seppellire.

L’impegno richiesto non è più dal di fuori ma inverato nel comune del lavoro immateriale generale di cui si alimenta la ristrutturazione capitalistica del dominio e del controllo. Non è controllata solo la produzione materiale, controllati sono anche i soggetti direttamente produttori in quanto libertà in movimento, e tuttavia forza catturata nella logica del capitale. L’attività tecno-scientifica, culturale e politica, abbattuto il confine tra produzione materiale e produzione intellettuale, e messo a sfruttamento e profitto il sapere sociale come capitale fisso all’ordine capitalistico, senza che fosse abbandonata la vecchia produzione fordista, e soprattutto la logica della valorizzazione (che rapportava valore d’uso e valore di scambio), non può mancare di un impegno critico e di un’ipotesi utopica di comunismo rigenerabile, come le energie rinnovabili.

Il comunismo come «organizzazione di singolarità sociali libere» (Antonio Negri) e individualità sociali antagoniste, alternative. La produzione di soggettività individualistiche assoggettate alle macchine comunicative del neoliberismo capitalistico informatizzato non è produzione né di emancipazione né di rivoluzione democratica e liberazione. «Mentre l’emancipazione è un termine che segnala lo sforzo per conquistare la libertà dell’identità, la libertà di essere davvero se stessi, la liberazione è volta a conquistare la libertà come autodeterminazione e autotrasformazione, autopoiesi. La liberazione è la libertà di determinare ciò che posso divenire. In contrasto con le politiche che hanno di mira l’identità e che per questo fossilizzano la produzione di soggettività, la liberazione implica un impegno e un controllo della produzione di soggettività che fa avanzare».[6] Infatti, nonostante il neo-liberismo propagandi l’eguaglianza degli individui, in quanto tutti e ciascuno prosumers (produttori-consumatori, autonomi e indipendenti, ma in competizione sfrenata: in guerra l’uno contro l’altro), in realtà questi produttori identificati individualisticamente sono de-individualizzati e trattati come massa amorfa e flessibile. Un trattamento manipolatorio ad uso e consumo della produzione e della produttività capitalistica secondo un’azione che agisce nella profondità degli affetti, dei desideri e della naturale esigenza di relazionalità sociale dei soggetti. Un vero regime di preordinata anestesia e di etero-direzione tecno-politica nonostante la ricchezza abbia la sua unica base nell’autonomia del sapere individuale, sociale e immateriale/generale di ognuno. Il fondo del sapere comune e noto come general intellect o intelligenza collettiva.

Ora, scrive Toni Negri, poiché la forza viva è la stessa potenza psico-fisica e sociale dei soggetti e costituisce «l’unità dell’economico e del politico» in quanto produzione fondata sulla comunicazione e i linguaggi, l’impegno e i processi rivoluzionari debbono essere attivati ad opera di un’avanguardia intellettuale critica interna e non esterna. Oggi,

 

nel periodo in cui il lavoro immateriale è qualitativamente generalizzato e tenden­zialmente egemone, l’intellettuale si trova in tutto e per tutto al­l’interno del processo produttivo. Ogni esteriorità è superata: altrimenti il suo lavoro sarebbe inessenziale. Se nella sua generalità produttiva il lavoro applicato all’industria è immateriale, que­sto stesso lavoro caratterizza oggi la funzione intellettuale e la at­trae irresistibilmente nella macchina sociale del lavoro produtti­vo. Che l’attività dell’intellettuale si eserciti nella formazione o nella comunicazione, o nei progetti industriali, o ancora nelle tec­niche delle pubbliche relazioni ecc., in tutti i casi l’intellettuale non può più essere separato dalla macchina produttiva. Il suo in­tervento non può dunque essere ridotto né a una funzione episte­mologica e critica, né a un impegno e a una testimonianza di libe­razione: è sul piano del dispositivo collettivo stesso che questi inter­viene. Si tratta dunque di un’azione critica e liberatoria che avviene direttamente all’interno del mondo del lavoro; per libe­rarlo dal potere parassitario di tutti i padroni e per sviluppare que­sta grande potenza di cooperazione del lavoro immateriale che costituisce la qualità (sfruttata) della nostra esistenza. L’intellet­tuale è qui del tutto adeguato agli obiettivi della liberazione nuovo soggetto, potere costituente, potenza del comunismo.[7]

 

Un antagonismo, quello delle nuove singolarità sociali che vogliono riappropriarsi del loro tempo liberato e dell’intellettualità di massa diffusa (il general intellect) che, paradossalmente, diventato “capitale fisso” della produzione capitalistica, deve esibirsi in un impegno critico e alternativo e impegnarsi per strapparsi alla valorizzazione capitalistica, la quale inficia e distorce l’auto-valorizzazione come divenire autonoma e cooperativa autotrasformazione. E ciò in quanto la forza produttiva odierna si identifica con la cattura della soggettività sociale diffusa e il controllo dei comportamenti e dei linguaggi per imbrigliarne le azioni e le reazioni delle verità del comune, ovvero dell’interazione politica degli eguali che non amano intermediari e i parassitismi della rappresentanza. Così l’uso del tempo di vita, del linguaggio, della comunicazione, delle informazioni, del sapere – il mondo dell’immateriale – e della tecnologia impiegati diventano il terreno di critica e di scontro radicale per un uso alternativo. Per cui è impensabile che tutto ciò non possa interessare l’attivazione di un’avanguardia.

Un movimento come laboratorio sperimentale che si fa tempesta dentro il tecno-tempo-elettronico per rinfocolare la dimensione della significazione polisemica e sovversiva della comunicazione artistico-poetica, lì dove il linguaggio digitale, che impacchetta il linguaggio come materia di trasformazione e merce, viene curato e programmato per svilirne la potenza polimorfa e gli effetti etico-politici di critica e dissenso, rivoluzionari.

L’avanguardia, pur nelle sue diverse forme storiche, ha sempre avuto le sue ragioni come macchina da guerra comunicativa, ovvero un’azione di sconvolgimento che si è dovuta misurare e scontrare con i linguaggi d’ordine che ogni potere di turno vuole stabilizzare per uniformare i comportamenti e le condotte individuali e sociali. E se il terreno di scontro è il dominio del linguaggio e dell’immaginario sociale “qualunque”, non c’è ragione che impedisca di parlare e riporre i termini dell’avanguardia e dell’impegno.

Allora il problema è quello di “filtrare” il nesso linguaggio-realtà, di infiltrarsi nel tessuto di questa contemporaneità e divenire soggetto – come scrive Francesco Muzzioli – infiltrato: l’avanguardia «non dovrebbe essere vista come un drappello trionfalmente avanzante nel vuoto di nemici ormai in rotta, bensì come un piccolo gruppo infiltrato nel territorio ostile, da cui manda frammentari e fortunosi messaggi a un “grosso” da cui non riceve notizie e può anche darsi che sia in grande ritardo, se pure esiste ancora».[8] Avanguardia artistico-letteraria-poetica come soggetto plurale del noi e collettivo infiltrato nella rete del linguaggio-economia-potere; e ciò per dis-cernere nel linguaggio-comunicazione, ormai fonte primaria della produzione economica e della riproduzione sociale, e affondare l’analisi e la critica nei rapporti sociali storico-materiali della governance capitalistica. Dunque inscenare l’azione sovversiva del poiein (fare e lavoro) che ha incorporato la praxis – l’azione – in un rapporto di reciproca ibridazione. Non c’è fare della parola e del lavoro che, nella fabbrica dell’immateriale, non sia azione o essere e divenire insieme sistemi di rappresentazione, nuovi schemi di interpretazione e comportamenti politici, facendo sì che il lavoro acquisti «i connotati tradizionali dell’azione politica»,[9] ma la necessità di una politica dal basso.

La poiesis, scrive Paolo Virno, rovesciando la posizione di Hannah Arendt (che aveva già denunciato la caduta del confine tra lavoro e politica come «esposizione agli occhi degli altri»), «ha incluso in sé numerosi aspetti della prassi. […] nel lavoro contemporaneo si ritrovano “esposizione agli occhi degli altri”, la relazione con la presenza altrui, l’inizio di processi inediti, la costitutiva familiarità con la contingenza, l’imprevisto e il possibile. […] il lavoro postfordista, il lavoro produttivo di plusvalore, il lavoro subordinato, mette in campo doti e requisiti che, secondo una tradizione secolare, attenevano piuttosto all’azione politica. Per inciso […] l’azione politica appare una duplicazione superflua dell’esperienza lavorativa […] offrendone una versione più povera, rozza, semplicistica».[10]

Così, come soggetto in-filtrato (per richiamare la figura dell’“infiltrato” di cui si serve Francesco Muzzioli), l’avanguardia del “noi” collettivo non può non filtrare i linguaggi d’epoca. I linguaggi dell’economia, della finanza e del mercato mercificante l’immateriale e le soggettivazioni; e tanto per non rimanere nel vago, vogliamo pensare ai linguaggi dell’informazione e della comunicazione che, nelle formule marxiane, hanno preso il posto della “M” (merce/materia), per cui da “D-M-D1” si è passati al biocognitivo di “D-I-D1”, e al biopotere della dittatura del capitalismo finanziario. Il diktat che vorrebbe neutralizzare il potenziale rivoluzionario dell’autonomia della nuova forza lavoro viva che la sola potenza psicofisica delle singolarità sociali cooperative in proprio.

Una dittatura che si media anche con il linguaggio e la messa in campo di neologismi criptico-acrostici funzionari (IW – Information Warfare –, RMA – Revolution in Military Affairs –, Shock and awe – colpisci e terrorizza –; Be – Behavioral economy –, “Consenso di Washington”, crowdsourcing – raccoglitore di dati –, think tank, “effetto framming”, prosumer, turismo culturale, maker, marketing, big data, homo digital, uomo indebitato, debiti sovrani, fondo pensioni, patto di stabilità, spending review, default, sfiducia dei mercati, crisi del debito, subprime, bolle finanziarie, tempesta dei mercati, macelleria messicana, danni collaterali, guerre pulite e killer zero, tolleranza zero, imagining, neuroimagining, ecc.) e tali che non possono essere lasciati al loro presunto funzionamento neutrale e a-ideologico.

La lingua dei padroni non è mai innocente, specie se individui e popoli sono chiamati a rinunciare a ogni forma di autodeterminazione e affidarsi alla fabbrica degli esperti dell’economia e della finanza mondiale. Gli esperti parlano per bocca dei gruppi di cui curano gli interessi particolari, la classe di appartenenza. Sì che, se si deve parlare di “impegno”, l’impegno come attività di critica e di conflitto è un porsi esso stesso all’interno di questo sapere e anche come rapporto a sé o cura di sé. Come scrisse Michel Foucault, oltre che come lotta e fuga dal sapere-potere del potere capitalistico, bisogna prendere in considerazione i processi della soggettivazione che attengono alla cura di sé con il seguito dei comportamenti modificati e condizionanti anche lo stesso agire politico. La lotta contro il sapere/potere e i suoi dispositivi disciplinari e di controllo non è più solo compito che può riguardare la guida di una rappresentanza delegata ed esterna.

Ora, in queste condizioni, non è certo credibile né auspicabile che, nell’universo dell’arte, della letteratura e della poesia, avanguardia e impegno alternativi siano congedati, esclusi; o che la critica, il dissenso e un’utopia possibile siano messi fuori uso; o che la comunicazione sia solo affare dell’informazione formattata e dipendente da una dimensione simbolica (verbale e non verbale) lavorata più sofisticatamente, e per questo più pericolosa della stessa pubblicità estetizzante.

C’è un’arte e una poesia della ribellione che, sebbene non ignori le ambiguità e le distorsioni della produzione dell’uomo attraverso l’uomo, e della funzionalità in ciò del linguaggio e del linguaggio stesso della poesia, sa che la ribellione non può essere dismessa e che il suo valore è nell’azione collettiva e non in quella dell’individuo isolato, anche se denuncia l’alienazione della spettacolarità estetizzante odierna.

Le illusioni dell’io individualistico, variamente coltivate dal mercato del consumo e della creazione capitalistica, non sono esenti dalle mercificazioni delle identità delle vite quotidiane. L’industria neoliberistica del consumismo capitalistico dell’immateriale, grazie alla fabbrica del simbolico e dei desideri, sa che non c’è momento della vita, anche la più intima e privata, che non possa essere sfruttato come linguaggio di colonizzazione e reso complice della riproduzione sociale subordinata. L’illusione di essere padroni di se stessi non rimane solo paventata, e la “resistenza”, scrive Andrea Inglese, può rimanere la solita voce retorica che rimane prigioniera della presunta autenticità dell’espressione delegata all’intimità o anche a certi valori della bellezza e delle ricercatezze formali poetiche. Nella società della rimodernizzazione neoliberista del capitale cognitivo-affettivo non c’è riparo che possa rimanere incontaminato. Viviamo in un mondo in cui

 

l’autenticità è una merce, e l’intimità un mercato estremamente dinamico e in espansione. L’industria dell’informazione ha compiuto meglio di qualsiasi altra il ciclo che va dalla produzione generalista a quella individualizzata. E soprattutto ha fornito a ogni individuo, come nel sogno delle avanguardie novecentesche, le protesi tecnologiche per una (sedicente) libera creazione di sé. Ogni consumatore degno di questo nome è oggi sorgente e terminazione di un flusso in entrata e in uscita di immagini ed enunciati che gli forniscono l’illusione di essere padrone, se non della propria vita, almeno della fetta più intima di essa quella comprimibile in uno smartphone o nella propria pagina Face-book. Nessuno vuole qui dire che il doppio flusso non comporti un qualche grado di creatività, di libera e marxiana produzione di se stessi, a patto però di riconoscere a monte una coesistenza inestricabile di stereotipi e invenzioni, di idiozia e intelligenza, di autonomia e alienazione, di regressione ed emancipazione.[11]

 

Ma se non c’è riparo, non per questo la lotta e la resistenza, anche quella della poesia, vengono meno, anzi ne costituiscono il carburante per un vasto legame di rete e di cooperazione collettiva e base per costruire ponti. Sul versante della poesia, è quella che Andrea Cortellesa, chiama la «poesia espansa, o diffusa, […] una poesia che forse, dopo tanto averli invocati, sta finalmente costruendo ponti: tra l’uno e i molti, tra l’io e il noi, tra poesia e prosa, tra parola e immagine, tra il Novecento e il tempo che gli è sopravvenuto».[12]

Nel neocapitalismo dell’immateriale (variamente raffigurato: linguaggi tradizionali, linguaggi macchina, schemi, imagining e curve statistiche visualizzate con grafi e diagrammi, etc.), i gusti, le scelte, le decisioni, il controllo e il dominio... – scrive Félix Guattari, ricordato da Maurizio Lazzarato (Il governo dell’uomo indebitato) –, la semiotica comunicativa, non più gerarchizzata e affidata solamente al verbale (orale e scritto), va analizzata per trovare il punto in cui incunearvi una leva archimedea e non rimanere passiva terra di conquista. Si distinguono e scendono in campo diverse codificazioni:

 

le codificazioni a-semiotiche «naturali» (i cristalli o il Dna ad esempio), le semiologie significanti che includono semiologie simboliche o presignificanti (gestuali, rituali, corporee, musicali) e semiologie della significazione e, infine, le semiotiche a-significanti (o post-significanti) che costituiscono il suo contributo più importante alla comprensione del capitalismo e della produzione di soggettività. […] In un capitalismo macchinico organizzato a partire da semiotiche a-significanti (le lingue delle infrastrutture pasoliniane, la moneta, gli algoritmi, le equazioni, ecc.), il linguaggio è solo un caso specifico, affatto privilegiato, del funzionamento di una semiotica generale che deve rendere conto tanto del funzionamento della parola significante quanto dei segni produttivi, estetici, tecno-scientifici, biologi e sociali.[13]

 

Sono gli automatismi macchinici che agiscono in profondità e che scavalcano la rappresentazione e la consapevolezza individuale e sociale, indebolendo le resistenze dei corpi e della consapevolezza linguistico-intellettuale e critico-politica significante. In questo terreno di cultura assoggettante e asservente, il linguaggio tradizionale, nella sua netta distinzione tra soggetti e oggetti, pubblico e privato, critica legittima e critica illegittima, fa da spalla complementare alle tecniche di dominio del capitalismo e del suo modello di modernità. E tutto questo è un riconoscimento che se da un lato ci dice che la modernità è stata rimodernizzata, dall’altra ci dice che siamo ancora dentro il moderno. Non fosse altro che non si esce dal tempo e dai linguaggi che lo rinominano e lo moltiplicano. Anzi è il suo sine qua non, la sua costante intoccabile.

Il variare delle forme non autorizza nessun post-moderno e/o post-modernità a dichiararne l’uscita; non si esce dal tempo. Si può solo giustificare l’aggiornamento della nominazione linguistica, che da monologica è diventata plurilogica. Dal moderno non si esce perché non si può uscire dal tempo e dai tagli che lo articolano in complessità lineari e non lineari, o in plurilogiche conflittuali e diversamente finalizzate. E se c’è conflittualità non può mancare il vedere, il dire del dissenso e l’agire alternativo: un’avanguardia impegnata e open source plurale, o delle differenze che sono le singolarità della moltitudine antagonista plurale e della dialettica della congiunzione disgiunta, la logica inclusiva.

La liquidità di cui parla G. Debord, riferendosi alla società della fluidità neocapitalistica e del suo nuovo modello cognitivista-digitale – il digitale che privilegia le metafore del simulacrale, del virtuale e dell’immateriale –, non ha certamente messo a tacere definitivamente la materialità del mondo nei suoi rapporti e la consistenza del tempo. Prima di Debord (e solo per rimanere a questo caso e nell’ambito della produzione e del tempo), fu Marx che, dal punto di vista di certa organizzazione economico-sociale, mise a nudo tale processo e qualificò come fluida o liquida la temporalità economica e storico-sociale dell’organizzazione capitalistica.





Prof. Bad Trip, Senza titolo


Il dissolversi delle cose come in un liquido o in un fluido fu analizzato e descritto da Karl Marx sia quando analizzò la giornata lavorativa degli sfruttati, sia quando, tra una fase e un’altra della produzione e riproduzione, verificò il periodico dissolversi delle organizzazioni e il tempo come un ritmo elastico, comprimibile o espandibile, piegato alla creazione di plusvalore capitalistico e di soggettività a ciò funzionali.

 

Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi da tutte le epoche precedenti. Si dissolvo­no tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.[14]

 

Nel rivoluzionamento continuo del modello capitalistico anche il tempo, come gli altri ritmi vitali d’insieme, non ha requie quantitativa e qualitativa. Per tutto il tempo di vita, il tempo dell’operaio è tempo di forza-lavoro disponibile per il capitale. È il tempo soggiogato e bloccato per l’“autovalorizzazione del capitale”. La valorizzazione, pur il tempo fluido e flessibile, non appena l’organizzazione dei rapporti di lavoro rende acuta e insopportabile la conflittualità erosiva dei produttori, lo commuta in blocchi di durata scissi e quantificabili.

 

Tempo per un’educazione da essere umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero gioco delle energie fisiche e mentali, e perfino per il tempo festivo domenicale […] Quel che gli interessa è che è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità.[15]

 

Il tempo è trattato come una durata scandita da segmenti fissi e usato come una scala a pioli in funzione delle diverse fasi dell’adeguamento della vita sociale al modello dell’uniformità capitalistica (oggi si direbbe pensiero unico). Nessuna considerazione, nonostante l’imprevedibilità temporale e l’eterogeneità esistenziale e storica dei cicli vitali e delle relazioni molteplici, per tutto ciò che – diversità d’ambienti, modi di vivere, soggettivazioni ed altro – non fosse misurabile secondo i parametri delle astrazioni tipiche della razionalizzazione capitalistica nelle sue varie fasi.

Ancora oggi, nonostante i molti rivoluzionamenti nelle forze produttive, nei rapporti sociali e culturali, nei linguaggi, nei nuovi modelli temporali e nelle sperimentazioni applicative, il tempo, in quanto movimento e sviluppo di potenzialità possibili, non solo non ha smesso di essere motore essenziale di ciò che appare nuovo o moderno – il ‘modo’ o l’ora-ora – ma continua ad essere trattato come prima. Il “modo” infatti non è solo la misura è anche l’adesso del tempo, il tempo ora; e tuttavia la politica dominante è quella che continua a rappresentarlo come velocità o riduzione del tempo al rapporto tra quantità metriche spazializzate. La velocità è infatti una grandezza fisica in quanto rapporto spazio-tempo, o unità temporali appiattite sulle unità spaziali.

Rimanendo su questo lato del “modo”, a suo tempo, l’avanguardia futurista, artistica e poetica, di questa sua freccia, per esempio, ne ha fatto anche una qualità determinante della sua poetica: la poetica della velocità e dell’assalto come una mimesi meccanica di secondo grado; e ciò non senza suscitare reazioni conflittuali di varia natura (sia in ordine alla topologia specifica della scrittura poetica quanto in ordine al rapporto con la dimensione estetica, sociale ed etico-politica).

Non pare che le cose per certi aspetti siano cambiate di molto. L’ora-ora del moderno contemporaneo, che ha lasciato la velocità meccanica per quella elettromagnetica – la velocità della luce – non ha cambiato direzione: il tempo è schiacciato e ridotto alla metrica spazializzata come una rete di nodi bidimensionali piatti e chiusi–, sebbene l’esistenza dei numeri immaginari, quando ci si avvicina a misure prossime e oltre la velocità della luce, suggerisce che c’è un’ontologia del tempo autonoma rispetto allo spazio geometrizzato e all’informazione ridotta ad aritmetizzazione di bit annodati. Anche qui, come nel primo caso (il tempo meccanico), nonostante i cambiamenti qualitativi nel mondo dei linguaggi, delle scritture e dei soggetti (ad un tempo portatori e agitatori), il tempo e i linguaggi dell’informazione e della comunicazione elettronica del cyberspazio e della rete www rimangono significati solo da misure metriche. Il tempo è: microsecondo (un milionesimo di secondo), nanosecondo (un miliardesimo di secondo), psicosecondo (un millesimo di miliardesimo di secondo), femtosecond[16] (un milionesimo di miliardesimo di secondo) attosecondo (un miliardesimo di miliardesimo di secondo) «come si può trovare nelle scale atomiche e fotoniche».[17] L’informazione è: kbit, megabyte, gigabyte, ecc. Eppure nel testo cyberspaziale c’è una mole d’informazione processuale e comportamentale che è impossibile, nella sua temporalità turbolenta, non trattare come un sistema reticolare aperto e pluribiforcante; è come il tempo esponenziale che abita i ritmi del linguaggio poetico (linguaggio di modellizzazione secondaria, Jurij Lotman). Una sfida all’ordine delle cose accreditato del/dal senso comune e del/dal sapere classico delle determinazioni meccaniche.

Tra pro e contro, sicuramente il linguaggio elettronico della rete www ha aperto possibilità di esperienze, tempi e scritture plurali inediti e tali che i vecchi riferimenti e significati, anche relativi al concetto di avanguardia, non sono però più sufficienti per dirne gli sbocchi e i conflitti.

Le pluralità delle esperienze sono le pluralità dei tempi del tempo. Il tempo è una molteplicità simultanea di tempi eterologici: verticali, orizzontali, circolari, biologici, psicologici, neurologici, culturali, politici, turbolenti, iperbolici, ecc. Un altro ‘modo’ di trattare il tempo. Un altro modo di sapere ed agire delle singolarità differenziali. Come dire che cadute certe forme, altre ne sono state messe in piedi. E però il rapporto con le scritture innovative non è venuto meno, sebbene sia difficile (almeno nel senso tradizionale), ma non impossibile, parlare di avanguardia, se dal gruppo omogeneo e dell’esclusione si è passati al gruppo come un insieme di singolarità eterogenee, differenziali com-posti nella logica dell’inclusione.

 

 

Il differenziale dell’avanguardia open source

 

Il differenziale della parola dell’avanguardia open source e dell’impegno, in questo contesto, non è più volto all’integrazione per chiudere la creazione artistico-po(i)etica nell’integrale di una identità monologica della lingua formattata del cognitivismo informatico, quanto piuttosto disponibile ad accogliere le biforcazioni eterogenee delle singolarità artistiche nel collettivo plurilogico e polisemico del testo collettivo poetico. Il differenziale dell’avanguardia open source è, infatti, come una pluri-sorgente del divenire “noi” delle singolarità molteplici, o una sorgente come insieme di affluenti che si incrociano e mescolano in un nuovo soggetto di ibridazioni. Un processo multiforme e un  continuo divenire conflitto contro la formattazione delle forme e delle scritture biodiverse. L’ordine della monologia informatizzata non gradisce delle gemmazioni significanti plurimi. Il corpo di queste scritture poetiche sarebbe così una moltiplicazione della forza conflittuale come offesa, oltre che fuga, nei confronti dell’impoverimento della lingua e del suo potenziale di ribellione politica.

Così, per riprendere il discorso sull’avanguardia, la nota che più ci interessa tastare in questa sede non è tanto l’esaurimento di certe forme storiche del conflitto e di certe forme dell’avanguardia, quanto invece il discorso di un’avanguardia possibile del soggetto come pratica radicale in quanto già movimento che avanza la sua potenza d’essere di virus attivo contro il capitalistico depoliticizzante. L’ordine capitalistico non vuole il conflitto, è piuttosto uno status “impolitico”.

Fratture, discontinuità e arresti segnano ormai, paradossalmente, la continuità dei tracciati della storia e del tempo. E lavorare nel paradosso non è una sconfitta o una resa, ma una re-sistenza. La resistenza di un esser-ci che ai modelli astratti – pur necessari per non annegare nell’immediatezza delle cose o nelle durate naturalizzate dei rapporti e delle relazioni, che affollano il piano dell’immanenza materiale della produzione e della riproduzione capitalistica – impedisce di smussare, le tensioni, chiudere le aperture e di escludere le decisioni del kairòs. Il tempo debito, il kairòs, fra l’altro, vuole una concezione del tempo che sia anche il tempus delle meteoro-logie (miscela/ mescolamento/tempera/taglio/) e il taglio anche della decisione di prendere posizione sapendo che il tempo lineare di kronos non ha più indiscussa egemonia. La sua dimensione geometrico-quantitativa di retta in sviluppo deve fare i conti con una discontinuità che ha linee di geometrie alternative e compossibili, che uniscono quanto separano le potenzialità del reale. Le orbite dei pianeti procedono a zigzag. Il retrocedere momentaneo del pianeta nella sua orbita è come un raccogliersi/contrarsi per esplodere in avanti altre linee di fuga.

È tempo di “arretramenti rivoluzionari” per ripescare e riprovare (provare ancora e meglio) il fare insieme della cooper-azione antagonista e alternativa. È tempo che il “risveglio” diradi il “sonno” e anche la “lucidità” di una ragione capitalistica strumentale stragista e criminale; la ragione omocida del profitto uccisore, “bio-cida”. C’è bi-sogno cioè di un pensiero, di un’azione, di una parola e di una volontà collettiva che costruisca il “comune” a partire di una avanguardia open source po(i)etica possibile, che può avere il suo presupposto – come in un minimo comune multiplo (m.c.m.) – in un comune ‘general intellect’ poetico, senza il quale non c’è stile/scrittura  individuale che possa sopravvivere. Un ‘general intellect’ poetico cioè che non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti e disponibile per tutti (un bene comune o produzione sociale); senza copyright e politica dell’imagining, perché generato nel tempo dall’intelligenza sociale dentro cui solamente si differenzia quella delle singolarità di ciascuno. E poi la lingua della poesia ha il “plusvalore” della polisemia e del tempo esponenziale, che nessuna monosemia capitalistica può ridurre al silenzio coatto dell’univocità degli automi digital-algebrico statistici e a-significanti autoreferenziali.

Se i sistemi di rappresen­tazione si trasformano, e altri punti di vista pratici e di ristrutturazione vengono alla ribalta, a questa logica non sfuggono né il soggetto né l’oggetto, che, fra l’altro, in ogni modello vivono una vita di relazione e di interdipendenza storico-sociale. E quando diciamo modello, vogliamo pensare a quell’insieme dinamico e complesso storico di assunzioni interne ed esterne che, in ogni tempo, riguardano teoria, pratica, procedure, metodi, letterature, estetica, etica, ricadute politico-sociali… che investono l’essere corporeo quanto la coscienza, la conoscenza, la prassi e i rapporti tra i soggetti (individuali e sociali), e il mondo che siamo e costruiamo in modo non lineare e differenziato.

Il mondo della modernizzazione global-capitalistica però, nel suo dominio di presunta amministrazione tecnico-a-ideologica, è intento ad azzerare la pluralità nonostante il clamore che agita il mercato delle individualità. Ogni conflitto e ogni antagonismo è depoliticizzato e ogni dissenso criminalizzato, e la lingua è quella del trionfo degli stereotipi. Nessun dialogo (e plurale), e nessun futuro alternativo; nessun conflitto materialistico scientifico di classe quanto utopico e antagonista aperto. L’unica classe egemonizzante è quella della finanza capitalistica che investe sulle idee creative del singolo o di gruppo deviando ogni direzione che non sia nell’ottica del mercato e del profitto-rendita. Un modello del sociale complessivamente piatto: il cliente, il consumatore, il prosumer in un tempo pieno di merci e uno spazio liscio, specie ora che la materialità dello stesso spazio è stata assorbita dalla velocità delle sole onde elettromagnetiche. La tecnica cioè che traduce l’economia dell’informazione e della comunicazione in binarismo digitale, diagrammi e flussi, mentre ai soggetti sottrae la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro. Il tempo della vita coinciderebbe con lo stesso tempo di lavoro capitalistico, sì che, nella stessa composizione organica del capitale, verrebbe a cadere la stessa differenza tra tempo assoluto e relativo e tra questa riduzione e la vita concreta e quotidiana degli uomini multilaterale che viene ancora fatta credere stimolante scissione tra meriti e classi. Un’ontologia sociale tutt’altro che praticabile e perciò esposta alla critica, alle revisioni e alle trasformazioni fino alla messa a punto delle categorie di biopolitica e di biopotere di parte che Michel Foucault ha costruito per rimettere a fuoco la funzione delle pratiche e dei discorsi d’ordine nella stessa vita di ogni giorno dei soggetti e dei processi di soggettivazione.

Sul finire del XX secolo, György Lukács, in considerazione dei profondi mutamenti che travagliavano gli assetti sociali interni ed esterni del mondo bipolare, ripartendo dalle indicazioni di Marx – che designano l’uomo come l’insieme dei suoi rapporti sociali –, ha provato a scrivere l’Ontologia dell’essere sociale (1976/1981) come cooperazione dei molti e un’azione continua che si realizza sia nel lavoro che nel linguaggio e nella comunicazione collettiva dei singoli.

Nel XXI secolo, l’esigenza di ri-fondare un’ontologia filosofica dell’essere sociale, pur mettendo l’accento sulla singolarità come finitudine e accesso all’essere, è stata ripresa dal francese Jean-Luc Nancy (Essere singolare plurale, 2001) che, poi, in Prendere la parola (2013), si richiama pure al concetto marxiano di produzione naturale e sociale dell’uomo.

 

Con “produzione sociale” non si deve assolutamente intendere una dimensione aggiunta o completare a qualcosa che sarebbe, innanzi tutto e in sé, “uomo” o “natura”. Al contrario, bisogna intendere, a monte delle rappresentazioni del meccanismo di produzione (il lavoro e lo scambio), la condizione singolare-plurale dell’esistenza: il fatto che essa venga alla luce, con lo spazio tempo del suo esistere, per, in e come singolarità-plurale. […] Il singolare implica il proprio limite […] il limite come proprio […] la “finitezza” […] ma […] la finitezza […] non come limitazione […] ma, al contrario, come modalità propria di accesso all’essere o al senso. Nella finitezza singolare ha luogo la condivisione dell’essere e del senso […] condivisione che non oltrepassa né cancella i limiti o i fini del singolare, ma al contrario li distribuisce, e distribuendo li afferma, ogni volta secondo la loro eccezione. Finitezza eminentemente affermativa di ciò che è senza fine in senso non privativo. […] Ciò significa, dunque, che pensare la singolarità vuol dire necessariamente pensare fuori dal mito – non ci sarebbe né mito né rito per la singolarità –, ma anche, necessariamente, all’estremità della metafisica nel senso di Nietzsche, a quell’estremità di cui Marx, ancora una volta, segnala il punto di inflessione dando per oggetto all’ontologia la “natura sociale dell’uomo”, ossia la sua non-naturalità, ma insieme ad essa la non-naturalità del mondo in generale e la sua costituzione singolare-plurale.[18]





Lughia, Senza titolo, Arte-Cevia, 2009


In Italia, e solo per indicare alcuni nomi, i mutamenti sono oggetto di analisi e ipotesi interpretative da parte dell’Italian theory (A. Negri, G. Agamben, M. Cacciari, R. Esposito), e anche qui il terreno di ricerca è quello che investe la teoria e la prassi intorno alle trasformazioni del capitalismo moderno informatico, telematizzato, digitalizzato. Metamorfosi che, tra ordinarie e straordinarie contraddizioni, legano intrinsecamente la formazione dei soggetti e dell’essere sociale e politico nella trama relazionale che meticcia i linguaggi, la comunicazione, l’economia, le categorie politiche e i rapporti vari nel riassetto e sconvolgimento del mondo e della vita di relazione globale e locale.

Tra queste contraddizioni, per quel che in questa sede ci preme, c’è la tendenza del capitalismo digitale condotta sul piano dell’impoverimento del linguaggio informatizzato unificante quanto univocizzante e del predominio del pensiero acritico ed emozionale, mentre dilaga l’eterogeneità delle lingue, dei dialetti conflittuali e delle ibridazioni culturali molteplici che alimentano il conflitto delle soggettività sociali plurali nei confronti degli assetti capitalistici della ristrutturazione dell’ordine.

È una contraddizione che si palesa come asimmetria. Asimmetria tra queste soggettività plurali e il monopolio del capitale finanziario che vuole sfruttarne la ricchezza cooperativa dei linguaggi e delle relazioni deterritorializzate, e tuttavia soggetti di resistenza e ribellione. Un antagonismo come portato di una concreta e plurale eterogeneità aumentata della realtà dell’essere storico-sociale, che è emersa dalla rivoluzione delle forze produttive e dei rapporti sociali capitalistici e che punta all’autovalorizzazione delle soggettività individuali e sociali confliggendo con la valorizzazione classica dell’appropriazione capitalistica.

La mondialità della rete e dell’accresciuta interdipendenza globale, spianata dal mercato, volendo abolire l’antagonismo politico-sociale dello stesso individuo liberale e delle sue arti liberali, pur nella sua stessa e vecchia forma delle sovranità rappresentative, ha messo in vista, infatti, più di ieri, l’irriducibile pluralità dell’esser-ci dei soggetti, favorendone una forma di cooperazione non gerarchizzata dal capitale. Il ‘plurale’ così è insieme di singolarità in quanto sempre essere-con o socialità strutturale, come sociale è il general intellect, o il knowledge che alimenta la nuova produzione capitalistica e destabilizza gli equilibri in quanto soggettività creativa che precede e non segue gli investimenti.

La parola individuale di ciascuno, specie se pertiene la creatività degli eventi linguistici, come nella produzione di poesia, è destabilizzante l’ordine della lingua dell’ideologia dominante, sempre intesa, quest’ultima, a sussumere tutti i comportamenti (individuali/sociali) per controllarne l’espressione e gli effetti come condotte cognitive, affettive, simboliche e linguistiche, o quell’insieme di aspetti entrati nella produzione comportamenti economico-politici di regime: «L’evento caratterizzato dalla destabilizzazione della parole, oltre i limiti della langue, si incide nella sfera della soggettività, con la sua accumulazione di modi e forme di vita, come una soggettivazione, una nuova produzione di soggettività».[19] Ma la lingua, matrice di significazioni imprevedibili, non è meno destabilizzante della parole, sì che asimmetria e contraddizione, luogo di scavo e di azione di una avanguardia di ribellione open source, che abbia un possibile “noi” soggetto collettivo e anonimo, non è fuori luogo. Anonimo non perché senza nomi, ma perché il suo nome è il comune delle singolarità che hanno come fondo con-diviso il sapere generale della tecnologia del fare poesia generata dalla/nella collettività. Il “noi” del collettivo non è quell’unità assorbente-fusionale che riduce l’identità singolare plurale di ciascuno al “medesimo”. L’identità personale di ciascuno è e rimane propria e vive solo nella sua relazione con il collettivo comune del noi molteplice; e qui l’identità collettiva è il decidere insieme il futuro politico democratico ma, come dice Spinoza, senza che tutti «hanno convenuto però di pensare e di ragionare in modo unanime» (Spinoza, Trattato teologico-politico, cap. XVI)

Qui, a mo’ di un’ipotesi praticabile, il richiamo a tutti questi assunti è il punto di vista di chi vorrebbe, in particolare, rimettere in gioco il concetto combattivo dell’avanguardia ‘engagée’ ma nella sua forma plurale, pensando alla possibile po(i)esis di un soggetto collettivo come autorialità di scritture di singolarità molteplici intrecciate, alla stregua di un textum poetico collettivo producibile con l’open source cooperativo.

Una progettualità di scrittura poetica come messa-in-comune, vera e propria ‘open source’ anti-individualistica, capace di sviluppare una alterità-estraneità rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario e deificante l’esclusione delle significazioni emergenti, che sono proprie all’essere della relazione lingua/parole. Un’azione di potere che galleggia nella rete della post-modernità ‘liquida’ e che vuole definitivamente dominare il divenire “fuori sesto”, ovvero la fuga del suo valore d’uso da quello dello scambio capitalistico, e stabilizzare una lingua che oggi si vorrebbe sterilizzata fra le sigle e i neologismi della produttività materiale dell’immateriale mercificato. Una gabbia pronta a bloccare qualsiasi deragliamento degli usi della lingua letterale-materiale, quanto, in specie, di quelli deautomatizzanti del linguaggio poetico.

L’idea di un’avanguardia engagée, e quale soggetto collettivo aperto sui generis, oggi può apparire più una congettura che una possibilità reale. I livelli di depoliticizzazione di massa vigenti però non sono privi di antidoto contro gli abbattimenti e gli sconforti, e tali da espungere la naturale politicità conflittuale che appartiene alla polisemia della lingua stessa.

La nientificazione dell’opposizione e delle vie eterodosse trova un antidoto nelle stesse forze vive dei produttori delle forme – i saperi e i linguaggi, i desideri e i bisogni, i comportamenti e le aspettative, le soggettività individuali e sociali oggetto di modellazione, ecc. – che il nuovo sistema-mondo ha capitalizzato per riprodurre il proprio modello di mondo come l’unico possibile. L’antidoto non può non scattare dal momento che la forza viva sfruttata è altra – l’universo simbolico verbale e non verbale in genere e la creazione degli immaginari – ed eccedente rispetto alle serrature dei capitali dell’algebra bancaria, e gode di un’autonomia in proprio. Un’azione capace di resistenza, fuga, ribellione, sovversione, specie se entra in gioco la lingua della poesia.

Qui i principi dell’intelligenza collettiva, sia logici sia analogici – le costanti cognitive e immaginative –, non si attivano solo per l’emozionale esclusivo dell’individualismo privato e del modello che lo giustifica, perché l’io lirico privato non è il proprietario del ‘comune’, come non ne dispone in esclusiva l’io del Capitale per la produzione economico-sociale e culturale sotto le insegne dell’immateriale. L’intelligenza collettiva vive in un modo di relazioni, e queste non sono depurate dal conflitto strutturale che le caratterizza per natura e storia.

La poesia non conosce chiusure d’ordine o razze o classi privilegiate, sebbene il dominio della classe capitalistica sembra imporre diversamente e, in certi momenti storici, nonostante il mecenatismo avesse assicurato a certi singoli poeti e intellettuali la libertà che altri non aveva. Oggi è possibile anche che un soggetto collettivo sia libero e produttore di poesia, partendo dal presupposto che c’è un patrimonio del sapere poetico prodotto da un’intelligenza sociale generale e disponibile per quanti ne vogliano usufruire sapendo come fare. La produzione di un testo di poesia non deve portare necessariamente la firma di una sola mano, quella di un individuo solitario che lavora nel chiuso della propria identità individualizzata e riconosciuta come tale. La produzione poetica può essere praticata egualmente da un soggetto plurale, collettivo e anonimo. La circolazione della lingua e dei linguaggi (verbali e non verbali), che si attiva per fare poesia, è modus bio-poli-tico oggettivo che non pertiene più all’uno (soggetto individuale) che all’altro (soggetto collettivo).

A questo punto ci sembra opportuno dire della poesia, ciò che Hilbert propose per la matematica al Congresso internazionale dei matematici svoltosi a Bologna nel 1928: «È un totale fraintendimento della nostra scienza creare differenze basate sui popoli e sulle razze, e i motivi per i quali lo si è fatto sono molto squallidi. La matematica non conosce razze […] Per la matematica, l’intero mondo della cultura è una sola nazione».[20] Una sola nazione ma una pluralità di numeri e di infiniti.

Un insieme di insiemi, o una varietà in continua trasformazione che genera forme che si rincorrono e si integrano all’interno di un unico patrimonio sociale che la comunità degli uomini ha dato al mondo secondo i bisogni della conoscenza e dell’azione. Bisogni di ricerca e sperimentazione di forme per ciascuno, e da ciascuno secondo le proprie possibilità, come un agire insieme degli-uni-con-gli-altri.

E se questo vale per la cultura della matematica – che Hibert ha definito, metaforicamente, come una sola nazione –, vale anche per la poesia. Questi due universi sono separati solo se vige scarsità di immaginazione, o alienazione coltivata ad hoc, o perché non si specifica il proprio di ciascun campo e tipi di relazione e correlazione che intrattengono. Basterebbe pensare, tenendo presente la differenza degli oggetti che da un lato interessano l’astrazione poetica e dall’altro quella matematica, come alcuni principi quali quelli di somiglianza, analogia, parallelismo, equivalenza e contraddizione siano comuni al tessuto delle rispettive semantiche. Di somiglianza e differenza, parallelismo ed equivalenza nella struttura e nell’analisi dei testi poetici se ne sono occupati in tanti (ma qui bastano i numi di R. Jakobson e J. Lotman).

Peraltro non bisogna neanche dimenticare, sempre tenendo presente la differenza del tessuto lavorativo, che la retorica po(i)etica ha i suoi presupposti (ciò che altri hanno chiamato “ductus”,[21] ovvero il rapporto di medesimezza, o d’inversione, o di analogia che dovrebbe intercorrere tra il tema scelto e l’idea che si vuole sostenere), così come ineliminabili sono (i presupposti) nel campo della costruzione dei discorsi della geometria (classica e non classica), o dell’aritmetica (ricordiamo le scelte di Giuseppe Peano, o quelli della logica insiemistica)

Altrove, presso gli Araweté, amerindi dell’Amazzonia, non c’è un’unica natura ma «una sola cultura (dato che tutte le culture sono tutte genericamente umane) e molte nature (che sono distribuite in diversi mondi)»,[22] sì che ogni cosa è una forma vivente sui generis e l’interazione tra umani e non umani una specie di inter-azione collettiva o relazione sociale.

E com’è evidente, il soggetto di questa “nazione” e “natura” non è stato mai un individuo solo, ma un soggetto plurale collettivo, ovvero un “noi” di interazioni dinamiche e relazioni tra soggetti e soggettività cooperative in divenire. L’animale umano è un animale sociale, una ricerca costante dell’individuo che tende verso il collettivo come il modo più proprio; o il noi della socialità culturale e politica senza cui (diversamente da quanto ideologizza l’individualismo contemporaneo del capitalismo neoliberista) non ci sarebbe condizione alcuna di emancipazione o rivoluzione trasformatrice e liberatrice. Una soggettività sociale che nel tempo è co-cresciuta nell’acquisizione del linguaggio come comune patrimonio (general intellect) scientifico e/o poietico, e via via facendosi divenire rete di singolarità molteplice. Un campo dinamico in cui la voce individuale, nell’accezione non atomistica ma di singolarità sociale plurale, ha trovato la condizione della sua stessa dicibilità e del suo farsi essere-insieme polis sociale; sì che il gruppo-soggetto-collettivo e individualità interagiscono come variazioni proprie e immanenti. Gruppo in movimento, identità non sostanzializzate e razionalità relazionali critiche.

Il tempo e le prassi teoriche e sperimentali in corso sono sufficienti testimonianze perché si possa dire diversamente. Così le teorie del caos, “disordine” tutt’altro che irrazionale, e la pluralità dei modelli cosmologici si sono poste come altri punti di vista e dato vita a una nuova razionalità cooperativa open source eccedente, e tale da far dire a Ilya Prigogine che la scienza è un ascolto poetico della natura, senza che per questo far venire meno il conflitto che è nell’immanenza delle cose.

Il linguaggio della poesia, come quello della natura (seppur così maltrattata e ingabbiata), ha infatti una logica che deborda qualsiasi argine artificiale ristretto, o inteso a bloccarne o a misconoscere la potenza d’uso esplosiva e conflittuale. Analogamente, per il lirismo individualistico in poesia, potremmo dire che ormai è fuori luogo quale unica fonte della produzione poetica. Se finora la possibilità del soggetto collettivo, del “noi”, è stata esclusa o trascurata, non per questo la sua produttiva è impossibile, o non praticabile. Adottare il punto di vista del soggetto collettivo – che non sia un agglomerato di fortuna, ma il nucleo comune di una soggettivazione comune e in permanente contatto dinamico con la realtà storico-sociale intera, ascoltandone il nuovo pulsare singolare plurale e tessendolo in corrispondenti testi collettivi – diventa così un atto di coesione e coerenza di antagonismo plurale in movimento.

Nel contesto globale attuale (fronte della monologia digito-simbolica capitalistica, il linguaggio algebrizzato monovalente, che si applica all’economia finanziarizzata, quanto alla biologia e alle neurologia e alla contabilizzazione della parole sul mercato online), il soggetto poetico collettivo e la sua molteplicità semica plusvalente emergono come una contro-tendenza d’avanguardia impegnata.

Nasce una nuova razionalità poetica, una relazionalità dei complessi eterogenei e contraddittori della realtà in corso e d’ordine sperimentale aggiornato; una razionalità non meno potente di quella classica. Anzi più disponibile a una correlazione cooperativa dei linguaggi e degli strumenti. Una razionalità che ingloba il tempo e instaura un dialogo conoscitivo e pratico piuttosto avanzato tra i saperi e le forze della materia, il mondo e la multifattorialità degli elementi che formano una biomassa politicamente interattiva tra gli uni e i molti, e ciò oltre i vecchi confini della separazione e dell’esclusione. Michel Foucault, dietro i dispositivi disciplinari inventati dalla modernità dell’illuminismo borghese, nelle sue opere parla persino della verità della logica della follia e del fatto che il pensiero nel suo rapporto con le cose è sempre una connessione aperta all’allegorico.

Un nesso dinamico che la poesia, la poesia del soggetto collettivo e anonimo, non può non praticare per rilanciare la sua forza d’urto conflittuale sociale e del suo dire-altrimenti singolare, e insieme, nel mondo degli eventi, il fare poetico di questa sua razionalità immanente e critica. Una “nuova alleanza”, questa nuova razionalità, più critica e sperimentale, quanto alimentata dall’irriducibile tensione allegorica che, nella scrittura poetica, indica che in rete c’è sempre (un operatore temporale) un altrimenti delle cose che necessitano di punti di vista e logiche non standardizzati sul senso comune e l’acquisito.





Alighiero e Boetti, Le cose nascono dalla necessità e dal caso


Se, come dice Prigogine, la vecchia al­leanza animista col mondo finalizzato è finita, non è men vero che c’è una “moderna alleanza” che rende legati caso e necessità, disordine e ordine nei linguaggi e rende possibile un soggetto collettivo che operi in poesia con lo stesso rigore e coerenza di quello scientifico-matematico che costruisce le sue configurazioni sulla base di un general intellect poietico circolante ed elaborato dal/nel mondo storico che siamo. Noi siamo tutto il mondo storico-materiale (spinoziano/marxiano/freudiano/ecc.) in atto e, di volta in volta, attuabile con la socialità della praxis e della poiesis che ci articola permanente molteplicità presente e vivente.

E se così può essere, e non sembra che ci siano ragioni contrarie, anche per i comportamenti delle singole voci di questo soggetto collettivo, – in quanto rete di singolarità sociali che si muove nel campo letterario, artistico e poetico, – come nel campo delle scienze naturali e fisiche, allora anche qui si possono praticare assunzioni di responsabilità collettive come una nuova avanguardia critica. E si può parlare e agire (come suggerisce il fisico di Sir James Lighthill) come voce e prassi di gruppo che si produce “testo” ibridato, e perciò coscienza culturale e sociale né isolata né pura né chiusa. Un altro punto di vista.

Sir James Lighthill è stato uno che, “a nome collettivo o di tutti i teorici della meccanica newtoniana”, si scusava perché fisici e teorici, a proposito del determinismo dei sistemi newtoniani, avevano diffuso delle idee che, dopo il 1960, si erano rivelate inesatte. Ora ciò che – nell’esempio citato di Sir James Lighthill – interessa non è tanto il fatto delle scuse fatte a nome del gruppo quanto la scelta di un fisico che parli come soggetto collettivo di studiosi, scienziati, sperimentatori e non a nome personale; questo significa che lui è la voce singolare di un soggetto collettivo e che si inscrive in un testo comunitario e collettivo e di più ampia “ragione pubblica”, in quanto modellizzazione che realizza un linguaggio teorico-sperimentale, ampiamente sociale, non ristretto a una sola classe e al suo privato regime di verità di parte. Del resto, per converso, la singolarità o unicità di ciascuno si può solo affermare a partire dall’esistenza del “noi” come imprescindibile relazione con gli altri e l’altro. Non diversamente funzionano le parti del mondo macro-micro quantistico, del DNA o dei circuiti cerebrali. L’essere collegialità delle cose è nell’azione delle cose stesse.

E l’operato di un poeta o di un soggetto poetico, non meno di un fisico, teorico o meno che sia, è pure il risultato dell’azione, della teoria e di un pensiero che sono stati elaborati da un collettivo di persone piuttosto che da individui isolati, sì che il suo essere soggetto, come il suo lavoro, è piuttosto un “noi” che si specifica in una singolarità altrettanto sociale/relazione; non è l’“Io” o atomo separato. Già l’atomo di per sé è un campo di forze piuttosto che una somma di elementi semplici e indivisibili. E l’oggetto, a sua volta, è anche esso stesso un testo, un intreccio semiotico oggettivo di più elementi, di cui alcuni più costanti e di lunga durata, che solo per astrazione metafisica possono perdere il nesso con l’eterogeneo dei complessi che la contingenza e la ricerca sperimentale mettono in campo.

Così il modello messo a punto – sperimentato e praticato sia nel suo momento di elaborazione teorico-formale sia nei suoi testi di verificabilità, coerenza, osservabilità e comunicabilità dei risultati – è sempre il risultato di una cooperazione storico-determinata di singolarità autonome e indipendenti. Una cooperazione unita da un’indubbia volontà “collettiva” depositata nell’identità segnico-allegorica del sistema socializzato e dell’opera-testo che lo attualizza sempre come un processo di identificazione, e mai in uno stato di cose presente e significati permanenti.

Scrivere un testo poetico collettivo, e certificarlo come prodotto di un soggetto collettivo e plurale nell’identità (un ornitorinco o un paesaggio mediterraneo), è allora praticabile. E questo soggetto può essere anche quell’ “io noi” plurale dei poeti di una avanguardia critica, e non “organica” al “principe”. Un impegno non gerarchizzato e producente poesia d’avanguardia antagonista oltre la carta d’identità del lirismo privato dell’interiorità depoliticizzata e dematerializzata. La lingua della poesia, come la stessa lingua letterale-materiale, del resto ha un legame imprescindibile con la dimensione storico-sociale delle relazioni eterogenee. Idem la soggettività che costruisce i testi poetici non è immune dalla contingenza storica che l’attraversa e ne limita il delirio di onnipotenza.

Considerato il non ritorno del soggetto ente “sovrano” (economico o cogito o lirico sia il suo segno), recinto entro cui era stato collocato l’Io come interiorità solo individuale, porre la dimensione di un’avanguardia poetica open source critica e soggetto collettivo singolare plurale in-filtrato, non è metafisica idea. La poesia – mondo generalmente ritenuto proprietà e dominio dell’Io lirico/soggettivo, così come l’economia e l’economia politica è stata considerato pascolo esclusivo del dominio dell’Io del Capitale – può aprirsi ad una cooperazione comunista senza perdere la propria aseità semantica. Il soggetto plurale, che lascia la tradizionale intimità sostanziale atomistica e si realizza come variazione molteplice e intreccio di eterogeneità, può solo potenziarne il valore polisemico di sistema ed extrasistema. E in certi momenti storici, più che in altri, un testo di poesia non si fa apprezzare solo per le sue qualità estetiche e formali, o per le confessioni biografiche del suo autore, o perché è un innocuo gioco linguistico, ma per le informazioni che ci dà sulla vita e le azioni possibili da intraprendere. Diversamente dal gioco, che lavora per un addestramento alle regole, la poesia – scrive J. Lotman – è l’arte di possedere il «mondo (simulazione del mondo) in una situazione convenzionale. […] Nella sua essenza il gioco è molto lontano dall’arte. […] I modelli scientifici sono un mezzo di conoscenza, poiché organizzano in un determinato modo l’intelletto dell’uomo. I modelli ludici, organizzano il comportamento, sono una scuola di attività […] I modelli artistici sono l’unione, unica nel suo genere, di un modello scientifico e di un modello ludico, poiché organizzano contemporaneamente l’intelletto e il comportamento. Il gioco in confronto con l’arte è senza contenuto; la scienza, senza azione».[23]

La molteplicità delle cose e dei piani in quanto misto/miscela di variabili eterogenee è, dice Deleuze, un intreccio che si distingue per i suoi tratti qualitativi e quantitativi; e, al tempo stesso, non si sottrae alla dinamica della modellizzazione infra-articolata. La molteplicità qualitativa (misto eterogeneo di variabili che ha una identità insieme permanente e virtuale) è propria del soggetto. La molteplicità quantitativa (misto eterogeneo di variabili spaziali e locali che ha identità-permanenza, discretezze e simultaneità di parti, omogeneità e contestuali differenze di grado) invece è propria dell’oggetto.

La molteplicità come variazione intrecciata di complessi eterogenei di qualitativo e di quantitativo si trova così a concretizzare ogni soggetto/soggettivazione (individuale/collettivo) e ogni oggetto/oggettivazione riflessi come un “communis” testo fondazionale collegato con la realtà processuale. Potremmo dire – in termini di funzione-ipotesi – il textum come il con/tra che rapporta il soggetto e l’oggetto nel “sensus communis” della cooperazione tra soggetti, da una parte, e, dall’altra, tra questi e l’esterno.

È come dire, tuttavia, che anche il soggetto in quanto molteplicità e pluralità, alla stregua del testo che produce, è a sua volta, metaforicamente, un altro testo. Un textum che, nell’immanente della con-tingenza, vi opera come intreccio e intersezioni di co-elementi. Elementi che vi si organizzano aseicamente relazionandosi gli-uni-con gli altri, e correlando livelli e altre istanze semiotiche che la molteplicità comporta, specie se c’è una dis-posizione-tempo che è kairòs storico delle condizioni-con. Condizioni d’insieme che fanno del soggetto collettivo e del testo poetico un textum come l’essere-con delle singolarizzazioni che in atto si mescolano.

Il singolare è un ego che non è un soggetto nel senso di un io che si rapporta tra sé e sé. È un ipseità come il «distinto della distinzione, il discreto della discrezione […] è l’essere che di volta in volta che attesta il fatto che l’essere ha luogo di volta in volta».[24] È l’esser-ci come essere-con, l’insieme textum collettivo delle relazioni, o l’uomo dell’insieme dei suoi rapporti naturali-sociali (Marx).

Il fatto che qui preme mettere in rilievo, in ogni modo, è che il ricorso alla metafora del textum («concetto concreto in quanto nesso di immagini ossia di un molteplice discreto», G. Della Volpe, Logica come scienza storica), quale misto di molteplicità singolari, applicato al soggetto collettivo come produttore di testi di poesia, apre, a parere nostro, un nuovo orizzonte critico e utopico, nonostante le abiure di mercato che, da destra quanto da sinistra, ha dichiarato la morte di qualunque progettualità e utopia alternativa democratica antagonista. Cosa che occorre, invece, rinforzare sul fronte delle soglie della ‘biforcazione’ dove la socialità diffusa si aggrega e fa gruppo intorno ai beni comuni e alla stessa intelligenza collettiva quale nuova tendenza della produzione e della riproduzione sociale e culturale e democrazia dal basso.

Una pratica che, tendenzialmente, non può escludere il campo della produzione di testi poetici.

E ciò per il fatto che, rispetto alla tradizionale e pregiudiziale visione di compattezza unitaria del soggetto individuale, è possibile una articolazione diversa del problema: una modalità collettiva del soggetto produttore di poesia. Una singolarità sociale plurale e molteplice che utilizza un comune sapere (knowledge) poetico e il linguaggio della diversità e della relazione con l’altro (Édouard Glissant, Poetica del diverso).

Il knowledge/general intellect – oggi tendenzialmente nuova forza produttiva dell’industria dell’immateriale – diventa così il nuovo universale topologico che alimenta la produzione dei poeti, rendendone possibile la co-produzione del “noi poetico” come singolarità socializzata.

Nell’attività poetica, infatti, verrebbe ad agire il “noi” sotteso del comune e generale “intelletto” po(i)etico, il quale, nell’esteriorizzazione, si realizza in espressioni singolari e insieme comuni miscelando diversamente elementi eterogenei e livelli disgiunti nella com-posizione dei soggetti interessati.

Il sog­getto e l’oggetto si fronteggiano e si rapportano, altresì, come due testualità molteplici e disgiuntamente con-nesse in quanto inserite nello stesso processo di mescolamento (che non è mai omogeneo di per sé), e che relaziona sia la differenza dei soggetti che dell’oggetto co-prodotto. Senza questa relazione di disgiunzione-unione, dopotutto, né l’uno né l’altro potrebbero dirsi e richiamarsi, o essere negati per creduta incommensurabilità.

 

Deleuzianamente, «lungi dal suggerire l’equiparazione impossibile di due unità fra loro incommensurabili»,[25] i due lati della relazione sono tuttavia pensabili e conoscibili sotto la novità di una medesima categoria: per­manenza delle differenze che si confrontano in un mondo multitudinario di soggettività, le quali producono cooperativamente come un collettivo del noi singolare. Nella soggettività del noi c’è infatti una intra-inter-soggettività plurale che, in funzione del comune linguaggio po(i)etico, può strutturare cooperativamente un testo poetico collettivo, dove la co-municazione poetica ha sia il momento della significazione singolare del senso, quanto il differenziarsi di ogni soggettivazione che lega la polisemia del textum all’oggettivazione che la media con l’estraneità dell’altro. L’espressività stilistica individuale non si perde.

L’autorialità collettiva non fa svanire l’espressione stilistica propria a ciascuno, ma mette in rilievo, invece, il come del non separarsi dalla comune realtà che simula e (condiviso un generale sapere poetico) la muove e la singolarizza verso l’attivazione di un’avanguardia open source dell’impegno cooperativo in re.

L’opzione, per inciso, non mette a rischio la pratica significante e la stessa enucleazione semantica dell’opera quale aseità poetica e contestualità organica alla testualizzazione. La testualità può solo mettere in campo, invece, valenze di conflitto e antagonismo maggiorate nelle forme proprie all’arte e alla poesia, e un’ulteriore allegorizzazione. L’operazione, infatti, pur legata al comune terreno della noosfera o della semi-sfera po(i)etica, ha una contestualità organica più complessiva e storico-evolutiva in divenire. Nel contesto, infatti, nessuno può fare a meno del riferimento all’elaborato della collettività, ai particolari sistemi emersi a vita, e alle modellazioni del mondo proprie dei soggetti e delle percezioni idiosincratiche.

Così se una collettività può essere considerata come un’individualità complessa, l’individualità di ciascun soggetto a sua volta può essere una collettività concettualizzata attraverso una sintesi dia-lettica non satura (il metodo delle “molte determinazioni”, Marx) e temporalmente connotata. È come se le varie forme del soggetto collettivo come emittente – autore reale e ideale, autore implicito e lirico-empirico – si intersecassero per incontrare tramite il testo il destinatario, l’altro collettivo – lettore reale e ideale, lettore implicito o lettore storico e contingente – che è in via come moltitudine eterogenea di identità migranti. Nell’elaborazione e nel montaggio (una o più mani) del testo letterario, la soggettualità collettiva, infatti, individuata la tendenza e i motivi della resistenza, sceglie sia il modo di lavorare sia il modo dell’incontro con l’altro. Di esempi e di orientamenti non si è orfani. La storia ne offre di diversi. Dal tempo dei templi greci, alle cattedrali gotiche, a Federico II, alle botteghe di pittura rinascimentali, a Luther Blisset, a “Morti Scomodi” (il romanzo del genere giallo-politico) del Sub/Sup-comandante Marcos, il regista del movimento zapatista, e dello scrittore Ignazio Taibo II, ecc., le indicazioni non mancano.

Il mondo della moltitudine singolare, in quanto soggettività creativa autonoma e indipendente dell’essere potenziale, comune e proprio a ciascuno e a tutti (che è diventato il capitale fisso della produzione e riproduzione capitalistica direbbe Antonio Negri –), non è solo una forza viva di resistenza e conflitto antagonista sul piano dell’opposizione economico-sociale e politica. La sussunzione capitalistica è totalizzante e va combattuta anche su altri versanti. Il rifiuto e la ribellione dell’intelligenza collettiva, che muove la rete informatica e telematica e qui l’economia e la mercificazione della comunicazione, deve coinvolge anche la dimensione dell’arte, in genere.

 

In un suo testo della fine degli anni Ottanta, A. Negri sviluppò un ra­gionamento sul carattere intimamente contestativo dell’arte, sulla base della presa d’atto della realizzazione piena della marxiana «sussunzione reale», intesa come «quel dominio nel quale tutte le categorie della vita sono ridotte sotto una sola forma, funzionale alla riproduzione capita­listica della società» [...]. L’arte non può accettare il comando capitalistico [...] quan­do il dominio del capitale non era ancora sviluppato sull’intera società, vi potevano essere spazi nei quali l’autovalorizzazione poetica si ritagliava una nicchia di libertà. Che in quel caso l’arte fosse soprattutto goduta dalle classi abbienti, non è un caso (come Marx sottolinea bene: «il non lavoro dei pochi come condizione dello sviluppo delle potenze generali della mente umana»). Né è un caso che per molli artisti il mecenatismo abbia avuto una funzione positiva: ha permesso la loro esistenza non in quanto schiavi del capitale ma, al contrario, liberati attraverso il mecena­tismo della necessità di servirlo. Ma quando la sussunzione reale e totale del capitale sulla società è cosa compiuta, allora l’autovalorizzazione arti­stica si ribella. La sua condizione metafisica è quella della ribellione e del rifiuto». [...]. L’energia psichica e fisica, spirituale e corporea, che si esprime anche nella sperimentazione artistica, è l’alimento principe di una produttività che investe la tota­lità della vita e muove contro il potere di ciò che è (lavoro) «morto». Insomma, si può pensare a un’eccedenza dell’essere che si determina come fatto creativo che scaturisce dal lavoro. L’arte, soprattutto nel mo­mento in cui il lavoro si fa sempre più «immateriale», è forse il valore costruito per eccellenza, il più universale e singolare insieme, proprio perché sgorga dalle trasformazioni del modo di produzione, si inserisce con relativa facilità in quest’ultimo. È possibile dunque qualificare con­cretamente il lavoro artistico come lavoro liberato [...] Lavoro liberato vuol dire qui lavoro non assoggettato/asservito/alie­nato/sfruttato, espressione dunque di desiderio, di libertà, che innerva il lavoro accumulato, astratto, nel senso di stimolarlo ad eccedere, «a sviluppare nuovi significati, sovrappiù dell’essere». [...]. L’arte è, per così dire, sempre democratica il suo meccanismo produttivo è democratico, nel senso che produce linguaggio, parole, colori, suoni che si stringono in comunità, in nuove comunità. Per sfuggire all’illusione estetica, bisogna sfuggire la solitudine; per costruire arte bisogna costruire liberazione nella sua figura collettiva. [...] Nell’artista il collettivo libera un’eccedenza d’essere e la singolarizza [...] è un richiamo [...] al tema deleuziano dell’«aver fiducia nel mondo», cioè all’impegno necessario implicito nel rispondere criticamente allo «smar­rimento» del mondo stesso, all’esserne stati «spossessati».[26]





Elnos World invade GIGA


Una pratica poetica dell’impegno e dell’avanguardia collettiva open source, in un tempo in cui l’intelligenza collettiva e il general intellect sono diventati il motore produttivo e riproduttivo dell’essere e fare società umana liberata e democratica, non è dunque fantasticheria ma possibilità reale e processo sperimentale. Soprattutto perché è la stessa dimensione contraddittoria del tempo capitalizzato che spinge alla ribellione lì dove il “tempo superfluo” è in funzione del “tempo minimo” necessario alla valorizzazione capitalistica anziché al potenziamento delle facoltà generali e creative di tutti; e ciò nonostante il lavoro postfordista, tendenzialmente, avesse liberato dal lavoro salariato. Non ha dismesso tuttavia, però, la logica del valore. Dal valore lavoro, la logica della valorizzazione capitalistica, infatti, è stata travasata in quella della valorizzazione del linguaggio-comunicazione dell’individuo sociale e della sua intelligenza collettiva, il sapere e il tempo sociali della cooperazione catturati come capitale fisso nella tecnologia informatica e telematica odierna. Sì che non è impossibile parlare di avanguardia open source impegnata, dove l’avanti del tempo, il futuro, viene avanti facendosi vedere e guardare impastato da una contraddizione dominata a danno della libertà e della verità della politica quanto della poesia, entrambe impegnate nell’esercizio del linguaggio pubblico e comune e atto a far con-e-co-essere polisemia e democrazia.

E nessuna delle due, infatti, è coltivata dal dominio capitalistico, se è vero che, bistrattando l’immaginazione dell’astrazione matematica, opta per un’astrazione del linguaggio logico-algebrico quale automatismo monocratico e comando che identifica il tempo di vita delle persone con il solo tempo della produzione flessibile, precaria e subordinata al mercato dei profitti/rendite di classe.

Infatti, se il tempo di lavoro necessario, quello dovuto in termini di valori scambio per i consumi e la riproduzione dell’uomo-lavoratore e della vita di chiunque, viene meno o diminuisce, e dall’altra – senza che tuttavia venga superata la contraddizione insita nell’amministrazione della sovrapposizione paradossale dei due tempi stessi (tempo di vita/tempo di lavoro) – aumenta il tempo libero degli individui socializzati, allora è il tempo-vita libero, dinamico e disponibile che diventa “capitale fisso” stesso (le macchine che incorporano il general intellect) e con ciò la contraddizione stessa. E qui non può non esserci antagonismo e conflitto delle singolarità sociali e collettive. Perché è lì la contraddizione, dove è la diminuzione del tempo di lavoro (grazie all’appropriazione del valore d’uso del cervello sociale creativo, dei linguaggi e della lingua dei corpi come comunicazione), che si esercita il controllo del dominio del capitale.

Se i tempi sono unificati e il linguaggio dell’informazione e della comunicazione rimane imprigionato negli automatismi delle macchine, anche il tempo disponibile (aumentato) rimane tale solo per lo sfruttamento capitalistico. Infatti, piuttosto che disponibile, come si vorrebbe, per il libero sviluppo scientifico e artistico dei soggetti, il tempo si vincola come:

 

tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de morte) di quello necessario. […] Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.[27]

 

Se questa è la tendenza attuale della sussunzione capitalistica totalizzante, una controtendenza quale soggetto e intelligenza collettivi d’avanguardia open source non può mancare pur nella forma sperimentale e anonima. Se l’intelligenza collettiva è appunto senza nomi in quanto generale e generica – un insieme di assiomi (nozioni comuni), regole e procedure che supportano il dire e il fare di ogni forma di sapere (e che non è fuori luogo poter chiamare general intellect po(i)etico) –, allora è anche praticabile il suo agire di scritture poetiche collettive e anonime, come quello che è nato nella rete www.retididedalus.it del cyberspazio, e che ha nome “Noi Rebeldía”.

 

 

Il fare poesia del soggetto collettivo anonimo “Noi Rebeldía”

 

“Noi Rebeldía” è il nome di un soggetto collettivo poetico che si sperimenta nella costruzione di un testo collettivo poetico comune e in rete. Un’operazione costruttiva dove il soggetto e la soggettività singolare del singolo poeta, chiamato a partecipare, si presenta come “io noi”, ovvero una voce che parla con la voce del gruppo. Un’intelligenza e una volontà collettiva che, allegoricamente attraversate e motivate da un “disinteresse-interessato” per il “bene comune” e la “poesia bene comune”, sono orientate a una produzione poetica in cui le scelte estetico-simboliche e/o linguistico-semiotiche siano “sema” etico-politico e antagonismo sociale, e la potenza d’uso della poesia, della lirica, non sia più deprivata dell’impegno. Naturalmente gli “intimisti” possono rimanere nel loro lager, ovvero considerare la propria coscienza intima come il solo luogo adeguato, privilegiato ed esclusivo della verità, della ricerca e dei metodi. Un luogo non è adeguato perché privo di parti o irrelato; un luogo è tale perché è un insieme di parti che si richiamano e fanno un collettivo reticolare con limiti e confini ben chiari sebbene mobili nel tempo, perché è con il tempo che le forme delle cose, nate per delimitazioni e correlazioni dei confini, nascono, muoiono e rinascono secondo un comune farsi insieme dell’essere.

Già Anassimandro aveva capito e detto perfettamente che il tempo è insieme generazione e corruzione delle cose, e che ogni forma o modo che non volesse rispettare questo limite comune è destinato comunque a per-ire secondo una durata che è data tra un arrivo e una partenza, ovvero un divenire che si ripete tra molteplicità ed eterogeneità.

A questo fondo comune “politico” non sfugge nessun tipo di linguaggio organizzato, e soprattutto quello della poesia, che è un’organizzazione politica di più parti autonome, ma non indipendenti l’una dall’altra. Diversamente né significati, né significanze sarebbero possibili (eliminare l’eccedenza della significanza simbolico-linguistica è semmai obiettivo del cognitivismo sterilizzato del capitalismo linguistico che azzera la polisemia per controllare i comportamenti individuali e collettivi). Ed è anche per questo che, secondo noi, poesia, filosofia, scienza e politica non possono avere un destino di separazione definitiva, ovvero essere significanti e significanze senza essere organizzazione e correlazione cooperativa collettiva, un noi articolato di diagonali singolarità eterogenee. Come voler dire che, dall’origine, non c’è soggetto poetico che possa non dirsi insieme un noi politico di parti impegnate a realizzare una forma di democrazia di soggetti autonomi liberi ed eguali. «In regime democratico infatti […] tutti hanno convenuto di agire […] in base a una decisione presa in comune: non hanno convenuto però di pensare e di ragionare in modo unanime»[28].

Del fare poesia e “lirica” dell’impegno comune, il soggetto po(i)etico “Noi Rebeldía”, praticando due diverse procedure – la prima proponendo innesti a partire da un testo già compiuto e definito da un certo numero di lasse egualmente dato; la seconda dalla proposta di un solo incipit “tematico” di 5 versi (un incipit che altri undici partecipanti, muovendosi all’interno del nucleo semico proposto come significanza pratica essenziale, devono proseguire con altri innesti di 5 versi ciascuno) –, ha dato prova di fattibilità prima con WE ARE WINNING WING (www.retididedalus.it, 2010) e poi con L’ORA ZERO (www.retididedalus.it, 2013). L’ora zero, accompagnato da alcune regole e indicazioni di fondo, come è stato già fatto per We are winning wing, è messo online su www.retididedalus.it e proposto, egualmente, ad altri siti e blog di poesia (italiani e non italiani) per proseguirne la sperimentazione e gli sviluppi.

In nessuno di questi testi collettivi e anonimi i versi delle singolarità poetiche significano “in modo unanime”. Il ventaglio delle pratiche significanti e delle significazioni è plurale, e tuttavia tutti i poeti coinvolti, individualmente singolarità uniche, spinozianamente «hanno convenuto di agire […] in base a una decisione presa in comune».[29]

Oggi, 2014, l’esperienza e la sperimentazione del “Noi Rebeldía”, il soggetto po(i)etico collettivo e anonimo, continua a proporre l’impegno e la sfida sia raccogliendo altre adesioni personali in rete, sia chiamando altri siti e pagine web a mettere in video-ascolto il maturato sperimentale della propria azione poetica “comune” e conflittuale (una sperimentazione che non può essere deprivata certamente della qualità di essere un’azione d’avanguardia impegnata).

L’esaurimento di certe forme storiche del conflitto e dell’avanguardia non sanziona né la fine del conflitto né di un’avanguardia possibile. Il piano della produzione e della riproduzione del neocapitalismo cognitivista, che mira a chiudere le soggettività appiattendone linguaggi e comportamenti dentro il circuito dei mercati della creatività mercificata, non impedisce le tensioni, le aperture e le decisioni del kairòs. Il tempus rompe la permanenza degli equilibri strumentali; i “manovratori” non hanno requie (Marco Palladini, Chi disturba i manovratori?).

Non più tempo di “rivoluzioni senza rivoluzione” (A. Gramsci), o di emancipazione senza liberazione o azione autonoma e diretta. Ripescare e riprovare (provare ancora e meglio) il fare insieme della cooper-azione antagonista e alternativa. In questa direzione la produzione di testi collettivi poetici anonimi e in comune è un’anticipazione di questa rivoluzione che rivoluziona praticando la perdita dell’identità individuale come proprietà e sovranità assoluta dell’io individualistico prodotto dalla modernità della rivoluzione senza rivoluzione.

È tempo che il “risveglio” diradi il “sonno” e anche la “lucidità” di una ragione strumentale stragista, bio-cida e polis-cida. C’è bi-sogno cioè di una parola e di una volontà collettiva po(i)etica che costruisce il testo poetico collettivo sine nomine come un’anticipazione (avanguardia) di un pensiero/linguaggio/comunic-azione in cui la scrittura di ciascuno abbia ragione di essere solo in quanto farsi-identità dinamica e ibrida.

E per questo capace di confliggere e trasformarsi nella potenza del comune ‘general intellect’ poetico critico-radicale e rete sociale. Il ‘general intellect’ infatti è generato nel tempo dall’intelligenza sociale, e solo a partire da questo campo comune si differenziano le singolarità di ciascuno coagulando una produzione collettiva di rete.

Un’azione po(i)etica realizzabile – questa della costruzione in rete di un testo poetico collettivo e sine nomine, proposta dal soggetto collettivo “Noi Rebeldía” – che, nel degrado suicida e penale dell’individualismo neoliberista (a partire dalla possibilità ricompositiva delle pratiche dei linguaggi artistici) possa e debba agire come libera e autonoma ‘open source’ cooperativa e simultanea ‘avanguardia del noi’, e libera da ogni logica della riduzione al “medesimo”. Il singolare e il collettivo (che non è la massa amorfa) si scambiano continuamente contenuti e forme non evitando le tensioni e i conflitti lì dove la stabilità della forma entra in contrasto con il divenire identità diversa, trasformazione in viaggio. La praxis della po(i)esis, l’arte-facere, è contestuale alla prassi dell’arte-facere della politica, e il permanente e annoso conflitto estetico, sempre risorgente, tra arte, poesia e politica è più che eloquente a tal proposito.

Qui, in particolare, il discorso filosofico-concettuale esamina le derive oppositive dell’avanguardia ‘engagée’ e la progettualità di una scrittura poetica come messa-in-comune, vera e propria ‘open source’ anti-individuale, e con ciò capace di sviluppare una alterità-estraneità rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario in tempi di modernità ‘liquida’ e individualismi cristallizzati.





Artisti insieme


La ricognizione critico-semiotica sulle forme attuali del dominio ideologico e sull’immanenza e la molteplicità di un ‘general intellect’ sposta, infatti, il discorso su un’ideale ‘avanguardia del noi’. Ovvero su un collettivo politico-poetico inteso come ‘open source’ capace di una produzione testuale che si implementa per frammenti e per elementi tecnici propri sottoposti a ibridazione; che riusa i materiali storici in un’intertestualità che non rinuncia all’infratestualità; che si concretizza come sintesi di ‘molte determinazioni’ e come espressione di un ‘comune’ creativo che innesta una dialettica allegorizzante rispetto agli oggidiani rapporti di produzione e di riproduzione sociale.

I poeti, individuata la comune tematica di fondo (l’anticapitalismo) e l’inderogabile libertà espressiva di ciascuno all’interno del solo limite di cinque versi (per ciascuno dei partecipanti che in atto – anno 2013 e 2014 – non superano il numero complessivo di undici poeti), hanno scelto, e propongono, l’anonimato come possibilità reale di far parlare il “Noi” al posto dell’“Io”. In questa fase, – come ebbe a dire in una certa occasione Francesco Muzzioli –, l’io cede parte della sua “sovranità” al Noi, mentre l’attenzione corre sulla potenza del linguaggio poetico comune (vi è una rivendicazione della centralità della scrittura poetica). La parola plurale di questo “Noi Rebeldía”, il soggetto collettivo, nell’azione dell’intreccio e del montaggio poetico, non è certamente segno di consenso omologante e anestetizzante, consolazione o assenza di conflitto. Anzi è IMPEGNO! L’impegno della poesia che, nella neo-ristrutturazione capital-liberistica odierna, osteggia l’uso dell’ordine simbolico e immaginario come forza della produzione immateriale piegata al profitto, come occasione privilegiata di sfruttamento e di impoverimento globale e sottrazione della comune potenza d’essere e divenire che è propria a tutti e ciascuno. Una ostilità e un’opposizione antagonista che trova le sue ragioni anche nel fatto che la nuova produzione capitalistica, per governamentare le sue riaccumulazioni, la sua crescita glocal e le sue ricorrenti e cicliche crisi di sviluppo e dominio, fa man bassa della tecnologia artistica, poetica e letteraria (basti pensare a tutto il lessico e le espressioni metaforiche, analogiche… che ne mediano l’avanzare in campo aperto e dietro le quinte).

In fondo il linguaggio della poesia, che nelle singolarità differenti – “multi-ego in movimento” (Marco Palladini) – trova il giusto passaggio per la sua attualizzazione, non può non presupporre e contare sull’esistenza di un poetic general intellect (presente come una costante collettiva nell’immaginario culturale, sociale e politico di ogni voce poetante), e tale da rendere praticabile una forma espressivo-comunicativa poetica comune come produzione di un’immaginazione produttiva collettiva. Una forma di scrittura più attenta al comune del linguaggio poetico che non alle singole firme e all’emozionalità assolutamente privata e dilagante, perché comune è il sentiero che muove e spinge il conflitto antagonista della poesia di “Noi Rebeldía”. Il “noi” di questo soggetto è una produzione del divenire-noi collettivo, e non un’identità sostanziale intemporale, o individualizzata come schema fisso e quindi facile obiettivo del biopotere capitalistico. Come Antonio Negri, potremmo dire che è un’invenzione in movimento (“multi-ego in movimento” per Marco Palladini, o “sovranità” come “parte” con-divisa, comune, per Francesco Muzzioli). Il “Noi Rebeldía”, produzione e invenzione continua di soggetti singolari sociali plurali, che si incrociano creando il testo collettivo e anonimo, «è il nome di un orizzonte, il nome di un divenire […] Noi siamo questo comune: fare, produrre, partecipare, muoversi, dividire, circolare, arricchire, inventare, rilanciare»[30].

Anche per il 2014, ai poeti (italiani e non italiani), il soggetto collettivo “Noi Rebeldía” propone la costruzione di testi collettivi comuni, conservando sempre l’anonimato. L’anonimato deve essere conservato anche quando, dato un limite temporale, si vorrà tentare una qualche pubblica riflessione consuntiva e critica sull’esperimento. Sia in rete o in qualsiasi altro modo, la discussione deve mantenere l’anonimato sui singoli contributi dati ad un testo qualsiasi che porta il nome di “Noi Rebeldía”. I singoli nomi non valgono in quanto autori del frammento proprio posto in essere quanto come co-autori di un unico e solo testo collettivo come risultato di un montaggio di cui ciascuno è attore e insieme regista.

 

 

 



[1] Mario Lunetta, La materialità del testo, in Filippo Bettini, Francesco Muzzioli (a cura di), Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni, Lecce, 1990, p. 67.

[2] Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico (trad. it. di Silvana Eccher dall’Eco, Angela Musso, Giuliana Sangalli), Marsilio, Bologna, 1979, pp. 170-71, 174, 187.

[3] Cfr. Gaspare Polizzi, Alle radici dell’epistemologia francese del 900, in Id., Tra Bachelard e Serres. Aspetti dell’epistemologia francese del Novecento. Appendice di Giuseppe Gembillo, Natura e storia nella epistemologia francese del Novecento, A. Siciliano Editore, Messina 2003, p. 96.

[4] Cfr. Maria Luisa Dalla Chiara Scabia, Logiche temporali e logiche epistemiche, in Id., Logica, Mondadori, Milano, 1979, pp. 87, 88.

[5] Gastone Bachelard, Istante poetico e istante metafisico, in Id., L’intuizione dell’istante /La psicanalisi del fuoco, Dedalo, Roma, 1991, pp.115 e sgg.

[6] Michael Hardt, Antonio Negri, Parallelismi rivoluzionari, in Id., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2010, pp. 329-330.

[7] Toni Negri, Intellettuali, potere e comunicazione, in Id., Inventare il comune, DeriveAprodi, Roma, 2012, pp. 64-65

[8] Francesco Muzzioli, Il gruppo ’63 – Istruzioni per la lettura, Odradek, Roma, 2013, p. 10.

[9] Paolo Virno, Giustapposizione di poiesi e prassi, in Id., Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme della vita conteporanea, DeriveApprodi, Roma, 2002, p.42.

[10] Ivi, p. 43.

[11] Andrea Inglese, Per una possibile poesia irriconoscibile, in «Alfabeta2», IV, settebre-ottobre 2013, p. 23.

[12] Andrea Cortellessa, Poesia. Per riconoscerla: tre connotati, in «Alfabeta2», IV, settebre-ottobre 2013, n. 32, p. 24.

[13]Maurizio Lazzato, Semiotiche del debito, in Id., Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013, p. 180.

[14] Marx e Engels, Manifesto del Partito comunista, Newton & Compton, Roma, 2005, p. 47.

[15] Karl Marx, Lotta per la giornata lavorativa normale. Leggi coercitive per il prolungamento della giornata lavorativa dalla metà del sec. XIV alla fine del sec. XVIII, in Id., Il capitale, (trad. it. di Delio Cantimori), libro I, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 300, 301.

[16] Femtosecondo (Cfr. wikipedia.org): «Nel sistema internazionale di unità di misura il prefisso "femto-" indica 10−15. Il suo simbolo è fs».

[17] Derrick de Kerckhove, La conquista del tempo, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 22.

[18] Jean-Luc Nancy, Prendere la parola (trad. it. di Roberto Borghesi e Costanza Tabacco; postfazione di Flavio Ermini), Moretti&Vitali, Bergamo, 2013, pp. 18, 19, 20.

[19] Michael Hardt, Antonio Negri, De Corpore 1: biopolitica come evento, in Id., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2010, p. 69.

[20] Marcus Du Sautoy, L’enigma dei numeri primi, BUR, Milano, 2008, p. 337.

[21] Cfr. Armando Plebe, Pietro Emanuele, I postulati retorici (Le regole dell’argomentazione), in Id., Manuale di retorica, Laterza, Bari, 1988.

[22] Michael Hardt, Antonio Negri, De Homine 1: la ragione biopolitica, in Id., Comune Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2009, p. 129.

[23] Jurij M. Lotman, I molti piani del testo artistico (Testo e Sistema), in Id., La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1976, p. 89.

[24] Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino, 2001, p. 48.

[25]Ibidem.

[26] Ubaldo Fadini, Arte, cyberspazio. Alcune osservazioni, in «Iride», XVIII, n. 46, Dicembre 2006, pp. 598, 599, 660, 661.

[27]Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 2 (trad. it. di Enzo Grillo), Nuova Italia, Firenze, 1968 e 1978, pp. 402, 403.

[28] Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico, Utet, 1988, capp. XVI, XX, pp. 650, 728. 

[29] Ibidem.

[30] Toni Negri, Inventare il comune degli uomini, in Id., Inventare il comune, DeriveApprodi, Roma, 2012, p. 204.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006