LUOGO COMUNE
ESPERIENZE
INTERCULTURALI
La scuola di italiano
per stranieri
“Penny Wirton”


      
La coordinatrice di questa straordinaria iniziativa, totalmente autogestita su base volontaria, per quanto riguarda sia gli insegnanti che gli studenti, racconta le modalità di insegnamento della nostra lingua anche a chi arriva analfabeta, indicando le varie problematiche educative e la diversità di approccio rispetto alla istituzione scolastica ufficiale. Il progetto di formazione nasce dal lavoro svolto a Roma, presso la comunità della Città dei Ragazzi, dall’insegnante e scrittore Eraldo Affinati.
      



      

di Anna Luce Lenzi *

 

 

Lingua come veicolo di avvicinamento, di conoscenza e di progettualità

 

La Scuola Penny Wirton nasce dall’esperienza della Città dei Ragazzi, la comunità educativa fondata a Roma nei primi anni Cinquanta a favore di orfani o giovani in gravi difficoltà familiari a causa della guerra; oggi vi sono ospitati minori stranieri altrettanto bisognosi di ogni supporto. Lì Eraldo Affinati, insegnando italiano e storia nella sezione staccata di un Istituto Professionale Statale, prese atto della necessità di aiutare in modo diretto e mirato i suoi studenti arabi, afghani, africani, moldavi, albanesi, i quali arrancavano faticosamente nello studio eppure progredivano in modo stupefacente nella nostra lingua, che giocoforza dovevano usare anche per comunicare tra loro. Perciò, a partire dal 2008, grazie all’ospitalità dei gesuiti dell’Abbazia di San Saba sull’Aventino, abbiamo avviato una sperimentazione che si è fatta di anno in anno più larga e più intensa, tanto da doversi dotare di strumenti di riferimento e appoggio costante, come il manuale Italiani anche noi appositamente elaborato.

 

Accesso volontario e gratuito

 

La Penny Wirton ha la prerogativa di muoversi con una libertà che alla scuola istituzionale per lo più non è consentita, a partire dalla gratuità e dalla volontarietà, che valgono sia per chi apprende sia per chi insegna: nessun docente è pagato, anzi, contribuisce alle spese indispensabili fornendo fogli, quaderni, penne ecc. ; ragazzi sono invitati, non obbligati alla frequenza. Non esiste il registro, se non in forma di appunti che permettano di volta in volta di riprendere il percorso al punto in cui era rimasto. Non esiste la valutazione, se non nella forma positiva di autovalutazione e constatazione dei progressi raggiunti. Ma soprattutto non esistono le classi e si attiva una frequenza promiscua per età, provenienza e situazione di apprendimento.

Sappiamo bene come sia arduo programmare azioni “individualizzate”. Qual è l’unico modo per riuscirci? L’uovo di Colombo, la scoperta dell’acqua calda… Sì. La Scuola Penny Wirton risponde con il tentativo di raggiungere l’uno a uno, un insegnante e un apprendente; in ogni caso forma gruppi minimi, di due, tre persone con un insegnante tutto per loro. Lezioni private? No, perché – a parte la gratuità – ogni gruppo vede all’opera gli altri e può, all’occorrenza, operare travasi.

 

La relazione personale

 

Se l’insegnante siede di fianco a chi deve imparare, tutto cambia: il tono della voce è normale come quando si parla tra amici; l’attenzione è reciproca e coglie ogni sfumatura; l’equivoco e l’errore si risolvono subito; anche le curiosità possono trovare appagamento. Se insegni il saluto italiano e chiedi come si saluta nell’altra lingua e poi lo ripeti, provochi sorpresa, piacere e consolazione nello studente, che si sente accolto con simpatia e, sentendo la tua pronuncia imperfetta, si consola della sua, che gli correggi continuamente. Anche lui – o lei – può insegnarti e correggerti! Questo è un acceleratore notevole nell’apprendimento.

Senza ricorrere (come si farebbe in classe) ad un test di ingresso generale, che avrebbe l’effetto di lusingare qualcuno e mortificare altri, il rapporto diretto permette di esplorare in tutta naturalezza la condizione dell’allievo che si presenta per la prima volta: è stato a scuola nel suo Paese? Conosce l’alfabeto latino? Capisce già parole e frasi italiane? Ha una lingua europea di riferimento?

 

Con scuola o senza scuola

 

Ci si accorge presto che proprio la scuola fa la differenza, perché chi è scolarizzato sa come comportarsi nella situazione di apprendimento, ha confidenza con gli strumenti comunicativi materiali o verbali, sa rapportarsi correttamente nella situazione di ascolto e attenzione e quindi riesce ad assorbire ciò che gli trasmettiamo. Chi non è minimamente scolarizzato, al contrario, non sa e non può utilizzare immediatamente gli strumenti materiali (foglio e matita) o verbali (domanda e risposta), non può contare sul riconoscimento scritto di ciò che ascolta, perciò resta pesantemente frenato nell’apprendimento per un tempo considerevole. L’analfabeta, per di più, tende nella prima fase a cadere nel panico, a soffrire confrontandosi con i più fortunati o più abili. A seconda del carattere, può fingere di sapere e tira a indovinare (è quello che chiamo “tipo Abdel”) oppure si blocca e ripete all’infinito la prima cosa che gli è stata proposta (quello che chiamo “tipo Ganzon”), tanto da farci dubitare delle sue facoltà, forse danneggiate nella traumatica esperienza della fuga. Eppure, se non si pongono scadenze e non si mette fretta, se non si mostra meraviglia o impazienza, prima o poi anche questi svantaggiatissimi Abdel e Ganzon riusciranno a emergere dalla palude in cui sembrano sprofondati.



Fig. 1: Ecco un esempio del “tipo Abdel”: il ragazzo, egiziano, imita la disinvoltura di chi sa già scrivere, ma non è consapevole dei segni che traccia.

 

 



Fig. 2: Babacar (Guinea Conakry) capisce al volo quello che deve fare, ma deve pazientare, scavare nella pagina per imprimervi i segni con cui ha poca dimestichezza.

 

 

Motivazioni, competenze e coinvolgimento. Autoselezione

 

La scuola istituzionale si preoccupa della motivazione: intercettare l’attenzione, accendere l’interesse e poi mantenerli nella durata. Questo problema alla Penny Wirton non esiste, stante l’autoselezione di studenti e docenti. Intendo per autoselezione il fenomeno per cui uno studente che non ha voglia di sottoporsi all’impegno non verrà a scuola; un insegnante che non si sente a suo agio nel contatto personale diretto, che non rinuncia a programmare definitivamente le attività o trova scarso l’impegno intellettuale richiesto, dopo una prova o due si autoescluderà e non tornerà più, nonostante la sua intenzione generosa e magari anche la sua specializzazione certificata nell’insegnamento dell’italiano come lingua straniera. Infatti le competenze didattiche sono importanti, ma non sono sufficienti. Sì, perché la capacità di coinvolgimento nell’atto comunicativo permette di trovare risorse che non si pensava di avere; ma, se è scarsa, mette in crisi un patrimonio teorico che non sa trasferirsi nella situazione. Abbiamo, tra i nostri collaboratori, giovani con diplomi specialistici che si entusiasmano nel mettersi in gioco; ma abbiamo anche uomini e donne maturi di esperienza non didattica che sono straordinari nell’interpretare l’espressione di chi hanno davanti, sanno prevenire prontamente bisogni e imbarazzi, perché lo hanno fatto con intelligenza nella loro carriera lavorativa di assistenti di volo o di addetti alle vendite internazionali.

I giovani che si presentano da noi hanno fretta di imparare: sanno bene che, senza la lingua, non troverebbero lavoro. Anche gli adulti sentono la stessa esigenza: chi ha già trovato un lavoretto ma parla poco l’italiano, teme di essere scartato a vantaggio di chi ha una comunicazione più sicura. Tutti poi sono interessati a stringere relazioni con il mondo circostante. Il destino ti ha messo in fuga e ti ha fatto sbarcare in Italia? Qui devi trovare chi ti guardi in faccia e parli con te; l’amicizia, la vita da costruire. Sei un adulto che ha scelto di lasciare il suo Paese in cerca di guadagno? Già: ma quanto costa non dire mai quello che provi e che pensi!

La motivazione, dunque, nella Scuola Penny Wirton, è un motore potente: il desiderio di progredire è così evidente che “contagerebbe” anche il più disilluso degli insegnanti.

 

Insegnare senza spiegare? Semplificazioni e aggiustamenti

 

Prima l’esperienza presso la Città dei ragazzi, poi quella dei primi studenti Penny Wirton hanno evidenziato la necessità di una semplificazione inedita rispetto ai manuali di italiano più vulgati inducendoci a modificare via via gli esercizi, ad aggiornarli in base ai bisogni specifici di cui prendevamo atto. Certamente ci siamo avvalsi delle proposte didattiche già disponibili, in cartaceo o on line. Molto abbiamo imparato dalle simpatiche forme ludodidattiche prescolari, che abbiamo adattato per evitare i contenuti inevitabilmente infantili; molto anche dai percorsi “facilitati” di apprendimento; ma ogni volta il riscontro pratico ci ha costretto a semplificare. Infatti noi non possiamo usare frasi per spiegare cosa e come fare; e non possiamo dare per scontato che lo scolaro indovini quante “a” mancano alla parola scritta sotto alla figura di una farfalla: chi non è italiano non sa di che parola stiamo trattando!

Ecco perché gli esercizi-Penny si moltiplicano aggiungendosi a quelli di Italiani anche noi: per applicare l’esperienza nostra e altrui ai casi che più spesso si evidenziano.

 

Se sai leggere il minuscolo… Il “salto” nell’apprendimento

 

Il nostro modo di procedere prevede, dunque, di adattare il “ritmo” di avanzamento alle condizioni specifiche di ogni studente. Abbiamo chiamato anticamera tutte le attività che conducono alla lettura sicura (la scrittura si perfezionerà con il tempo) dei caratteri minuscoli: solo a questo punto si possono affrontare sistematicamente gli esercizi del manuale. Non so quanti di noi ricordino il disagio, imparando a leggere, del passaggio dal maiuscolo al minuscolo; in ogni caso dobbiamo ricordarci che, ad eccezione del cirillico, gli alfabeti arabo e orientali fanno uso di un carattere unico e non di quattro diversi (maiuscolo e minuscolo, stampatello e corsivo). Per i  casi di analfabetismo o di provenienza da alfabeti extraeuropei, proprio nell’Anticamera si raggiunge una meta indispensabile per proseguire: la lettura dei caratteri minuscoli. Tutto, infatti, a parte i grandi titoli nelle insegne o nei giornali, è scritto da noi in caratteri minuscoli: anche i manuali!

 

Il corsivo può attendere?

 

Dando la precedenza alla lettura, con cui si riconosceranno i segni che si incontrano nella quotidianità (nomi delle vie, delle fermate, divieti ecc.), lasciamo per ultima la scrittura corsiva, o meglio, la proponiamo ai nostri studenti come facoltativa; ma chi intende proseguire gli studi o ha figli alle elementari, ce ne fa richiesta, perché vuole poter leggere gli appunti del compagno di classe o il quaderno della figlia. È vero che la digitalizzazione si universalizza e prima o poi smetteremo di usare penne e matite; ma per ora esistono ancora molti casi in cui la scrittura corsiva fa sentire più adulti, più maturi, fosse anche per un semplice biglietto di ringraziamento.

 

 



Fig. 3: Rehan ha chiesto di imparare il corsivo e in due lezioni è riuscito ad adattare le sinuosità del suo bengali alla nostra lingua.

 

 

Immediatezza e misura

 

La nostra scuola fornisce agli utenti il materiale didattico: il manuale, i fogli e i quaderni, penne, matite e gomme… A volte anche qualche caramella, che è materiale didatticamente assai valido, visto che promuove sorrisi, lessico, spiegazioni, ringraziamenti e forme varie di dialogo, assicurando una interazione del tutto funzionale.

La fluidità di presenze e l’esigenza di contatto diretto fra chi insegna e chi impara ci hanno abituato a cercare l’adattabilità, proponendo esercizi che siano allo stesso tempo autosufficienti e ben collegabili tra loro così da ricondurre, volendo, al percorso manualistico completo; se la situazione ci costringe ad affiancare un principiante ad uno studente già più capace, faremo uso dello stesso esercizio, cambiando solo finalità e aspettative: il primo si applicherà con attenzione e prudenza, il secondo con speditezza e con tendenza a chiedere ampliamenti lessicali per analogia o per contrasto. Se poi quello “avanzato” è connazionale del principiante, allora la cooperative learning o peer education o peer tutoring, il “tutoraggio” si attiva spontaneamente, con soddisfazione di tutti, insegnante compreso.

 

Materiali mobili e forme fisse. Il metodo Penny Wirton

 

L’apparato didattico, dunque, è adattabile; tuttavia l’impianto complessivo è quello integrale, classico, della grammatica descrittivo-normativa. Ma Italiani anche noi abbonda di situazioni comunicative, perché l’allievo Penny Wirton vive immerso nel contesto linguistico-culturale che non gli risparmia difficoltà né gli consente gradualità; perciò l’apprendimento di tipo comunicativo-situazionale e quello grammaticale si sviluppano intrecciati tra loro: letture ed esercizi su pronomi e forme verbali vertono su ragazzi e adulti che vanno a scuola, alla posta, a colloqui di lavoro, rinnovano il permesso di soggiorno, viaggiano ecc.

C’è un metodo che si rivela più efficace di un altro? No, perché tutto dipende dal tipo di insegnante e dal tipo di allievo che si incontrano. Il metodo “buono” è quello che permette, all’uno e all’altro,  di dare il meglio di sé.

In fondo, potremmo anche dire che il “metodo Penny Wirton” è soprattutto un comportamento e un’intenzione: arrivare a capirsi, farsi capire, dando per inteso che la lingua è lo strumento principale per riuscirci, ma non è il solo e soprattutto non va mai da solo. “Accoglienza” e “integrazione” sono, nel frullato confuso del gergo politico attuale, parole a rischio di svuotamento; ma la pratica Penny Wirton, senza mai pronunciarle, le vive nella sostanza.

 

 

 

 

*  Questo articolo è già apparso in “Educazione interculturale” Vol. 12, n.1, gennaio 2014 (pp. 104 - 114) - Edizioni Centro Studi Erikson

 




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