LETTURE
FRANCA ALAIMO
      

Sempre di te amorosa

 

Como, Lieto Colle, 2013, pp. 74, € 13,00

    

      


di Stefano Lanuzza

 

Poesia di un’‘assenza’

 

Di cosa si parla quando parliamo di poesia, visto che questa oggi in Italia, similmente – si potrebbe notare – alla situazione dell’arte figurativa, è soprattutto ridotta a opinione generica, affermata e diffusa al di là d’ogni oggettivo giudizio di valore?

Nel nostro paese, dove in realtà un ‘pubblico della poesia’ non esiste né pare identificabile con quegli ‘operatori di versi’ la cui sostanziale irrilevanza letteraria è spesso sdoganata da compiacenze acritiche, la buona poesia dei poeti refrattari a effimere benemerenze rimane al margine, in periferie isolate o interstizi sotterranei, e come protetta dal silenzio che la circonda.

Intanto ‘dominano’ un lessico povero e mediocre, la dilettantesca rima baciata e il minimalismo impoetico, i mesti abbandoni onirici e gli impotenti sperimentalismi, un patetico solipsismo e un narcisismo depressivo talora timidamente o impudentemente esibito in ‘raduni’ con stucchevoli ‘recite’ pubbliche (… ma la poesia è un’altra cosa). Per non dire di quei premi letterari le cui giurie riservano i loro pedissequi pronunciamenti soltanto a libri pubblicati dalla maggiore editoria.

 

Ora, quasi alternativa all’odierna pletora di verseggiatori votati a un destino di stagnazione o irrilevanza, c’è, più degna d’interesse, una variegata ‘linea femminile’ della poesia contemporanea che ora accoglie il libro di ‘poesie per la madre’, intitolato Sempre di te amorosa, di Franca Alaimo, fedele a una poetica della memoria che fa ripensare alla Preghiera alla madre di Saba (la madre abbandonata dal marito alla nascita del poeta), compresa nel secondo volume del Canzoniere (edizione del 1961), alle tre strofe della lirica A mia madre (in La bufera e altro, 1943) di Montale o, ancor più, al romanzo di Camon Un altare per la madre (1978), elegiaca evocazione di un mondo contadino che è quello dell’Italia nel dopoguerra, dalle Alpi alla Sicilia.

Ed è appunto dalla Sicilia che Franca Alaimo, talora identificandosi con la madre (“È qui e io sono già lei”), intona il suo epicedio: cospicuo canto pieno di energia evocatrice e propiziato, nelle prime venticinque pagine del libro, dall’empatico racconto introduttivo Tortorici di Stefanie Golisch, narratrice dell’umile vicenda della madre della poetessa, Johanna, partita dalla Germania post-hitleriana per ricongiungersi al suo amore siciliano, l’innocente analfabeta di cui, durante la guerra, si è presa cura come infermiera in un ospedale tedesco.

Ma quanto Johanna trova a Tortorici, paesino non lontano da Messina, è un’annichilente povertà che lei, debole, fragile, sperduta, lei “come una gazza / impaurita da uno sparo dal folto di un carrubo”, prima di morire di stenti sopporta durante i primi quattro anni della bambina data alla luce e cresciuta in un nido precario, presto disfatto dalla sorte.  

Così la madre morta giovane (“la tua irrimediabile giovinezza di morta”) e ora fatta “di sogno, di nebbia”, la desolata madre divenuta puro ‘amore dell’assenza’, metamorfosa in fantasma luminoso dall’“aureola bionda”, in silente “visitatrice” dal volto di “rosa pallida” che ora incede “sotto la luce lunare”, ora, fra ombra e sole, naviga su “gorghi di purissimo blu”… Spetta alla figlia precocemente orfana e ‘di lei amorosa’, evocarne le valenze simboliche per sottrarla allo sterile oblio e all’afasia sepolcrale, liberandola in una stagione senza tempo che è quella d’un mito in cui “si toccano gota su gota / il presente e il passato”.

Ciò che, senza strazio né tormento ma dolcemente, l’ars poetica della Alaimo, capace di trascrivere una microepopea di simboli rifusi nel pathos della testimonianza filiale, dapprima richiama è un mondo dell’infanzia come ‘luogo appartato’ e ‘interno’, un ‘mondo separato’ e alfine fantasmatico. Qui, lo svanente ricordo della madre, grata nostalgia d’un volto di “rosa pallida”, si specchia in un umbratile lutto e la malinconia mutua la custodia d’uno struggimento da “afferrare” e torcere “fino in fondo per rinverdire il giardino / dove lei mi parlava di un fiume che ogni notte / respirava ai piedi della casa come un bellissimo / animale blu, umido e lucente”.

Ma ecco, poi, come lo struggimento, dapprima rinchiuso in un bozzolo che pulsa fino a evadere dalla propria clausura, possa deflagrare liberando la madre ormai “ovunque sparsa” (“Ovunque ti spargi come un respiro che cresce”).  

Richiamata in vita (“perché ti invento”), sospesa alla sua imperitura “giovinezza di morta”, protagonista del più tenero dei colloqui, la madre s’affranca dall’isolamento e rivive poeticamente nella figlia: prima che, poco a poco, fatalmente prevalgano l’Assenza e l’inconoscibile Altrove. Perché, alfine, solo nel vuoto lasciato da chi è reso ‘assente’, solo nell’inattingibile segreto stabilito da un Nulla che non è lo sterile ‘niente’ può dimorare la poesia.

 

 




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006