LETTURE
NINA MAROCCOLO
      

Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove

 

Introduzione di Marco Palladini

 

Edizioni Tracce, Pescara 2013, pp. 105, 14,00

    

      


di Desirée Massaroni

 

 

Malestremo di Nina Maroccolo è un testo che si snoda in sedici ‘viaggi’ nell’Altrove, in un male estremo e/o in un ‘ma’ avversativo suggerente un’apertura a un estremo appunto come possibilità, alternativa seduttiva e conoscitiva. Un ‘Ma’ proponente un’opposizione a Le Cose di Sempre dunque, al quale si giungerebbe mediante una concatenazione ossessivo/autoriflessiva raffigurata dalla sequenzialità apparentemente logico-deduttiva di frecce in cui la direzione indicherebbe, proprio nella sua icastica linearità visiva, un irrefrenabile svisceramento del sé e della scrittura medesima con cui questo si dispiega, ri-scrivendo per inversione di marcia, per rewind, mediante sottesi cambi d’incipit. Scrivo→ ma canto. Canto→ ma scrivo. Scrivo→ ma disegno. Teatralizzo la parte migliore di me stessa→ ma sono quel che sono.

È la compresenza schizofrenicamente esperita fra molteplici identità, Io e l’Altra, sublimata in Jeanne dal Kiss di Man Ray, dalle labbra lambenti, dalle due bocche appunto, configuranti la persona nel suo unicum e nella sua alterità più prossima. Un’invocazione all’estremo come  coincidenza con il suo opposto che interseca  flussi di coscienza, brandelli verbali, rinvii onirici, sdoppiamenti e concretizzazioni di presenze altre, elucubrazioni, visioni plurifocali ed anelanti oltre il male più estremo della Senzanome una coscienza cosmogonica precipua della dimensione siderale dell’Altrove in cui fluttua Annette, denudatasi dal mondo non-luogo di mortificazione e appassimento del sé.

Un mal d’estremo come esperienza ineludibile dell’esistente, un male estremo come sofferenza e fonte del male e sempre un ‘ma’ affabulante il rovello dubitativo dell’identità, leitmotiv del tumultuoso peregrinare dell’io scrivente in cui la piena consapevolezza di sé, esulante da ogni riappacificazione, non può che essere appesa ad un interrogativo. “Mio caro spettatore, non comprendo perché sono diventata un quesito. Cosa devo chiarire? E comunque, dovessi chiarire laddove è solo ombra, perché trascendere la domanda con un segno distintivo? E dire che anch'io sto facendo la stessa cosa... Ma no... è solo un Qui? Quoi?Quand?Où..? (…). Non sarò né domanda né risposta. Per nessuno. Non voglio sapere”.

Dunque un’incapacità quasi a reggere il peso estremo dell’identità per cui, l’immagine della propria testa, si deforma in una ‘decapitazione’ fulminante connotandosi ‘negativamente’ come palla ‘clonata’; nel distanziarsi straniato dalla testa, osservandola e disconoscendola dunque in maniera autoironica come ‘una palla che fa splatter, in Tarantino Style’ l’autrice tuttavia balza epifanicamente a una nuova immagine di sé in cui non può che rivendicarsi un’altra testa, ben ancorata al corpo, “su spalle talmente tornite da reggere campane bronzee su e giù per la schiena. Suonano din-don!din-don!din-don! In questo mio andare.

Le campane come risveglio e scivolamento catatonico allo stato ipnotico in cui, i rintocchi automatici, la voce-input bronzea del padre Pavlov-Faust, si alternano in un dialogo ‘muto’ con i latrati, i mugolii, i dolorosi guaiti, gli spasmi dei cani, raffigurazioni metonimiche di tutti gli individui e dell’autrice medesima. Il ‘ma’ parrebbe farsi quindi, ulteriormente, palpito alfabetico, scrittura sconfinante in un viaggio nell’Altrove sospirante l’heideggeriana insufficienza radicale a se stessi: nell’auto-consapevolezza di essere una cagna di Pavlov, nel ‘ma’ della propria limitatezza coesistente con un ‘ma’ echeggiante la vocazione trascendentale, l’autrice non può quindi che (voler) vivere “protesa nel trovare soluzioni ‘ideali’ senza sanare i turbamenti più intimi, le pieghe sordide. Completamente vulnerabile e spleenetica. È questa mancanza di controllo ad annientarmi, eppure lascio che agisca servile quale propellente creativo.

Il viaggio, per capriole sdrucciolevoli, a tratti iniziatico, destrutturato da intrecci metanarrativi, sbalzi ellittici, perimetra una dimensione dell’Altrove numerata e scandita cronologicamente, cronostoricamente, ma anche desultoria e mirante, nei puntini di sospensione che concludono il testo, all’infinito, all’apertura insatura: il significato più ineffabile dell’Altrove medesimo e dell’attesa in cui si trova ogni esistente. Al di là di una scrittura in perenne continuazione, l’attesa dunque, parola  cadenzante minuziosamente il tempo dell’ultimo viaggio, non rinvierebbe solo a Mr. Godot, ma prettamente alla  speranza che vi sia avvenire possibile, che vi sia un orizzonte diverso del mondo, dunque frammentario, composito, probabilmente esperibile solo nella rottura dall’esistente più conosciuto e nella propensione a una transfinita mutazione.




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