FILOSOFIE DEL PRESENTE
UOMO E NATURA
Lettera sulla fine
del mondo


      
Una epistola privata di Italo Calvino a Sebastiano Timpanaro del 1970, apparsa sul quotidiano La Repubblica l’1 gennaio 2000, ragiona sul senso della vita umana in rapporto all’organizzazione cosmico-naturale e rimanda alle considerazioni filosofiche sviluppate da Friedrich Engels lungo una linea di pensiero materialista che si voleva opporre alla dialettica idealista di Hegel e che per più versi rimandava alla sapienza poetica di Lucrezio, alla sua lucida visione della morte come passaggio necessario per il futuro e la persistenza della materia vivente.
      



      

 

 

di Stefano Docimo

 

 

I.

 

 

 

L’antiengelsismo significa rifiuto di questa

prospettiva, ed è quindi un sintomo di

idealismo perdurante, anche se si fa forte

di una polemica in sé giusta contro una

forma di idealismo, quella hegeliana.

Engels non offre soluzioni bell’e pronte

per nessuno dei problemi ai quali abbiamo

ora accennato; ma da Engels bisogna

ripartire per affrontarli di nuovo.

(S. Timpanaro, Engels,materialismo, «libero arbitrio.)

 

 

 

“Caro Timpanaro, da tempo voglio scriverti una lettera sulla fine del mondo, e solo ora trovo il tempo di farlo, ma è da quando ho letto il tuo scritto engelsiano su ‘QP’ 39 – sulle cui linee generali concordo, così come nelle grandi linee con tutta la tua polemica materialista. Per evitare che l’esperienza umana vada irrimediabilmente perduta al momento in cui il sistema solare diventerà inabitabile, non è indispensabole la migrazione sui pianeti di altri sistemi solari, ma soltanto la trasmissione di informazioni ad abitanti di questa o di altre galassie. Che il viaggio su astronavi interstellari sia oltre che probabilmente irrealizzabile (problema del combustibile, problema delle varie generazioni che dovrebbero nascere e morire sull’astronave data la lunghezza del viaggio) anche fondamentalmente inutile, perché quello che importa è comunicare reciprocamente il massimo possibile delle proprie esperienze tra i vari generi umani o paraumani esistenti nell’universo, è un’idea su cui Fred Hoyle insiste da tempo. E io aggiungerei che anche se non si entrasse in comunicazione con altri esseri capaci di ricevere i nostri messaggi – eventualità improbabile dato che il tempo che ci separa dalla estinzione della vita sulla Terra è ancora abbastanza lungo ma potrebbe anche darsi che il nostro pianeta fosse il più ‘avanzato’ nella storia delle galassie viciniori e non si trovassero interlocuteurs valables, – basterebbe depositare con qualche sistema di proiezione a distanza una summa dello scibile umano, – uno stock di immagini di quella che è stata la vita sulla Terra, insomma tutta la nostra memoria – su di un corpo celeste neutro, spento, inabitabile, in modo da conservarla lì in luogo sicuro, come in una biblioteca o meglio come nella cripta d’una piramide, e poi ci penseranno gli altri a scoprire questo nostro messaggio globale e a decodificarlo, gli altri generi umani che riusciranno ad andare più avanti di noi nell’esplorazione del cosmo, noi l’importante è che facciamo la nostra parte di elaborare un’informazione chiara di cosa è stata l’esperienza umana, e poi gli altri si arrangino, vorrà dire che la storia umana avrà una discontinuità anche magari lunghissima, ma non si può dire che sarà perduta. A ben vedere questo corpo celeste che servirebbe da deposito della memoria umana potrebbe essere la Terra stessa, il giorno che – pianeta ormai fossile o comunque inabitabile – fosse visitata da archeologi extra–terrestri, oppure anche senza bisogno di visitarla, esplorata a distanza con sistemi di lettura intergalattica che prima o poi si elaboreranno, e può darsi che saremo già noi a poterlo fare con altri, e ci arricchiremo dell’esperienza di altri generi umani scomparsi in altri pianeti. Ora io non vorrei che questo mio discorso suonasse come una rivendicazione di eternità della storia umana, di umanizzazione universale o altre balle. L’uomo è solo la migliore occasione a noi nota che la materia ha avuto di dare a se stessa. (So che questa frase, sintatticamente, proprio per avere ‘la materia’ come soggetto si presta ad essere intesa come una metafisicizzazione della medesima, finalismo ecc. ma lascia che cerchi di esprimere quello che ho in testa con i mezzi di cui dispongo). Io tendo a vedere nella ‘storia della materia’ (passami tutti questi termini) dall’atomo più semplice al più complesso, nella storia dell’universo, nella storia della vita, dell’evoluzione, e dell’uomo, un rapporto di quel che c’è con quel che c’è che è fin dai più elementari livelli un processo di conoscenza–autotrasformazione–memorizzazione (cioè: lavoro). Un successivo gradino di questo processo sarà per l’uomo, alla fine del genere umano, trasmettere questa capacità di conoscenza–autotrasformazione–memorizzazione che la materia attraverso di lui ha acquisito, trasmetterle vuoi a delle macchine autoriproducentisi, vuoi a delle altre specie animali di questo o di altri pianeti. Solo a quel punto l’episodio umano si chiuderà in attivo, e la storia uscirà dal suo provincialismo antropocentrico.

Cioè se il fine dell’uomo è l’umanizzazione della natura, la conquista totale delle forze della materia ecc. questo fine si raggiungerà soltanto quando si sarà compreso che queste sono formule retoriche e che in realtà è la memoria della materia che organizza se stessa attraverso l’uomo, che l’uomo è un ‘luogo’ della materia dove provvisoriamente avvengono certi processi di specializzazione che si ridistribuiranno poi in tutto ciò che esiste cioè quando si sarà compreso che è al lavoro dell’universo che l’uomo necessariamente collabora.

Queste idee posso permetterli di comunicartele in questo modo uniforme – e non copio la lettera in bella per non far credere che il mio pensiero abbia meno incertezze di quelle che ha – solo perché essendomi ormai imposta la condizione dell’osservatore marginale che non ha più nessun discorso pubblico da fare, l’unica cosa che posso fare è distribuire privatamente i prodotti semilavorati delle mie riflessioni. Però sto facendo un lavoro ‘pubblico’ che certo ti interesserà (per Einaudi) un’ampia scelta di Fourier che spero porterà nuovo alimento alla tua battaglia materialistica edonistica antirigoristica.”

 

Un cordiale saluto

 

                                                                   

                                                                                                        7 luglio 1970

 

 

La lunga lettera che Italo Calvino ha scritto ed indirizzato, senza volerla ricopiare “in bella”, al filologo e linguista, studioso di storia politico–culturale dell’Ottocento, oltre che di marxismo e psicoanalisi, corrispondente al nome di Sebastiano Timpanaro, a seguito di un suo corposo saggio apparso su «Quaderni Piacentini» 39 (novembre 1969), pp. 86–122, intitolato ENGELS, MATERIALISMO, “LIBERO ARBITRIO”, poi ripubblicato nel volume SUL MATERIALISMO,  è dunque apparsa su la Repubblica di sabato 1 gennaio 2000, in prima pagina, in un articolo di spalla, come rubrica le idee, in un giorno emblematico nella vicenda individuale e collettiva,

che ha segnato il passaggio dal “secolo breve” alle speranze, le attese e le incognite del Duemila, come per l’occasione scrisse in un suo editoriale, intitolato UN GIORNO SIMBOLICO, il direttore Ezio Mauro. L’articolo di spalla, invece, come abbiamo già scritto, era dedicato alla lunga missiva di Italo Calvino a Sebastiano Timpanaro, come se, con un gesto, si volesse prendere le distanze dal Novecento e da tutto ciò che ha rappresentato, come significato simbolico, nelle vicende storiche e nella vita di ognuno di noi. La lettera ci servirà allora da ‘viatico’ nel lungo e nebuloso, quanto faticoso viaggio verso LA FINE DEL MONDO.





Italo Calvino


II.

 

 

MEFISTOFELE   Io sono lo Spirito che sempre

 nega. Ed a ragione; perché tutto ciò che

nasce merita di perire; perciò meglio

sarebbe che niente nascesse

   (W. Goethe, Faust, parte prima, studio)

 

 

Ma «tutto ciò che nasce è degno di perire». Potranno trascorrere milioni di anni, potranno nascere e morire centinaia di migliaia di generazioni; ma si avvicina inesorabile l’epoca in cui il calore esausto del sole non riuscirà più a sciogliere i ghiacci che avanzano dai poli: nella quale gli uomini, addensatisi sempre più attorno all’equatore, non troveranno alla fine neppure lì calore sufficiente per vivere; scompare via via fin l’ultima traccia di vita organica: la terra — un corpo morto e freddo come la luna — ruota in orbite sempre più strette attorno al sole ugualmente estinto ed infine precipita su di esso. Così Friedrich Engels, nell’Introduzione, scritta tra il  1875 e il 1876, alla Dialettica della natura, cui si riferiva Timpanaro nel suo saggio. Dal tono generale della lettera, si può desumere che, a causa degli argomenti trattati, in realà, forse senza averne piena coscienza, il mittente Italo Calvino, via Timpanaro, volesse rivolgersi al destinatario nascosto, su cui lo studioso intese scrivere il saggio citato, corrispondente al nome, per l’appunto, di Friedrich Engels, che in tal modo continua la sua Introduzione: « [ ... ] al posto del sistema solare — armonicamente articolato, luminoso, caldo — ormai solo una sfera morta e fredda prosegue il suo solitario cammino attraverso gli spazi celesti. Ed anche agli altri sistemi solari della nostra galassia accade, prima o poi, quello che accade al nostro sistema solare; accade a tutte le innumerevoli galassie, anche a quelle la cui luce non raggiunge mai la terra fin quando vive l’occhio di un uomo per riceverla».[1] Si può capire, che uno scrittore come Calvino, potesse, via Timpanaro, restare impressionato da quello sfondo cosmico sul quale Engels proiettava la sua visione della storia umana, e per il quale poneva anche altri limiti al concetto di progresso. Dal momento che «In tutti i materialismi c’è un intimo contrasto fra una spinta illuministica, fiduciosa che ogni liberazione dal mito e dal dogma, ogni acquisto di verità, sia per ciò stesso un acquisto di felicità, e l’affiorare di motivi pessimistici, che inevitabilmente risultano da una visione smitizzata della condizione umana. Finché un gruppo di intellettuali, legato organicamente a una classe in ascesa, è impegnato nella lotta contro vecchi pregiudizi umilianti e oppressivi, il primo aspetto prevale, e il materialismo è visto essenzialmente come una filosofia liberatrice. Se invece la lotta ristagna, o per effetto di una ‘delusione storica’ o, semplicemente, per una fase di relativa stabilità sociale, il secondo aspetto si fa valere, ora annullando addirittura il primo, ora (come nel caso di Leopardi) convivendo col primo in un difficile equilibrio [ ... ] Questo problema fu presente con insistenza all’ultimo Engels. In un primo tempo dovette sembrargli possibile di far rientrare la fine della specie umana e del sistema solare nel quadro della dialettica intesa in senso ‘hegeliano di sinistra’, cioè con accentuazione del momento critico–negativo, per cui ‘tutto ciò che esiste è degno di perire’ [ ... ] Ma si poteva davvero qualificare come ‘dialettica’ una distruzione in cui tutto il patrimonio di conoscenza e di civiltà accumulato dalla specie umana, fino al suo stadio più alto, il comunismo, non sarebbe stato ereditato e potenziato, ma sarebbe andato disperso? La trattazione più ampia che, press’a poco nello stesso tempo, Engels dedicò al problema nell’Introduzione della Dialettica della natura, incomincia, sì col motto a lui caro ‘tutto ciò che nasce è degno di perire’, ma continua con una rappresentazione della futura fine del nostro mondo, in cui prevale un senso tragico (sia pure pacatamente tragico) del destino dell’umanità».[2] Una prima traccia di quest’opera è già anticipata da Engels nella sua lettera a Marx datata Manchester, 14 luglio 1858[3]:

 

Engels a Marx

a Londra

[ ... ]

            A proposito! Mandami, ti prego, la «Filosofia della Natura» di Hegel, che mi hai promesso. Ora mi occupo un po’ di fisiologia e vi farò seguire l’astronomia comparata. Vi sono cose di alto interesse speculativo, ma che sono state tutte scoperte recentemente; sono molto curioso di vedere se il vecchio ne ha avuto sentore. Certo è, che se avesse da scrivere oggi una filosofia della natura, i materiali gli si accomulerebbero da tutte le parti. Del resto non si ha neanche l’idea dei progressi che sono stati fatti negli ultimi trent’anni nelle scienze naturali. Per la fisiologia sono stati decisivi anzitutto lo sviluppo gigantesco della chimica organica, in secondo luogo del microscopio, che viene usato come si deve soltanto da venti anni. Quest’ultimo ha portato a risultati anche più importanti della chimica; la causa principale che ha rivoluzionato tutta la fisiologia e reso possibile solo ora una fisiologia comparata è la scoperta delle cellule nelle piante ad opera di Schleiden, negli animali ad opera di Shwann (circa 1836). Tutto è cellula. La cellula è l’essere in sé di Hegel, e nel nuovo sviluppo si svolge esattamente attraverso il processo indicato da Hegel, finché non se ne sviluppa l’«idea», l’organismo di volta in volta perfetto.

            Un altro risultato che avrebbe rallegrato il vecchio Hegel e, nella fisica, la correlazione delle forze o la legge secondo cui in determinate condizioni il movimento meccanico, ossia la forza meccanica (p. es. per mezzo dello sfregamento) si trasforma in calore, il calore in luce, la luce in affinità chimica, l’affinità chimica (p.es. nella pila di Volta) in elettricità, e questa in magnetismo. Questi passaggi possono aversi anche altrimenti, in questo ordine o in ordine inverso. È stato dimostrato da un inglese, di cui non mi viene in mente il nome, che queste forze trapassano l’una nell’altra in rapporti quantitativi assolutamente determinati, di modo che, p.es., una data quantità di una forza, p.es. di elettricità, corrisponde a una data quantità di ogni altra, p.es. di magnetismo, di luce, di calore, di affinità chimica (positiva o negativa, associativa o dissociativa) e di movimento. Cosí la stupida teoria del calore latente è accantonata. Ma non è questa una stupenda dimostrazione materiale della maniera in cui le determinazioni della riflessione si risolvono l’una nell’altra?

            Certo è che studiando fisiologia comparata si arriva a uno sdegnoso disprezzo per la concezione idealistica che pone l’uomo al di sopra degli altri animali. Ad ogni passo si batte il naso nella più completa concordanza di struttura con gli altri mammiferi; nei tratti fondamentali la concordanza si estende a tutti gli altri vertebrati e perfino — più confusamente — agli insetti, ai crostacei, alle tenie, ecc. L’idea di Hegel del salto qualitativo nella serie quantitativa anche qui va benissimo. Da ultimo, per gli infusori d’infima specie, si arriva alla forma primitiva, alla cellula semplice, che vive di vita autonoma, che però a sua volta non si distingue in nulla di percettibile dalla pianta di infimo ordine (in funghi consistenti di una sola cellula, i funghi della patata e della malattia della vite, ecc.) e dei germi dei gradi più elevati di sviluppo fino all’uovo umano e agli spermatozoi compresi, ed ha la stessa configurazione delle cellule indipendenti nel corpo vivente (globuli sanguigni, cellule  epiteliali e mucose, cellule delle secrezioni glandolari, renali, ecc.)

 [ ... ]

 

                                                                                                 Tuo F.E.

 

 

 

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Commentando il brano di Engels sul destino tragico dell’umanità, Timpanaro lo paragona per intensità al motivo lucreziano della fine del mondo, e sulla necessità della morte, per far posto ad altri esseri viventi, come risulta già dal liber primus ( I. LA MATERIA ), del De rerum Natura:

 

haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur, | quando alid ex alio reficit natura nec ullam | rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena.

(Non finiscono dunque nel niente i corpi presenti | se di forma in forma i germi trapassano; | né mai cose nuove fioriscono se prima | distruggendo le vecchie non le aiuta la morte).

 

Ma anche, il medesimo motivo si ritrova nel liber secundus ( II. GLI ATOMI ),  del testo lucreziano:

 

et quasi longinquo fluere omnia cernimus aevo | exoculisque vetustatem subducere nostris, | cum tamen incolumis videatur summa manere | propterea quia, quae decedunt corpora cuique, | unde abeunt minuunt, quo venere augmine donant, | illa senescere at haec contra florescere cogunt |  nec remorantur ibi.  sic rerum summa novatur | semper, et inter se mortales mutua vivunt. | augescunt aliae gentes, aliae minuuntur, | inique brevi spatio mutantur saecla animantum | et quasi cursores vitai lampada tradunt.

(Ogni cosa nel corso degli anni fluisce, e come | corrotta da vecchiezza ci scompare dagli occhi: | solo la mole del mondo sembra immune da scadimento: | i corpi aumentano, diminuiscono, muoiono | secondo che gli atomi si compongono e si dividono. | Senza requie si consuma, langue, rinasce | questa calamità delle cose create: | popoli, stirpi di animali crescono, declinano | ricrescono: vanno i mortali nel tempo affaticati | e passano l’uno all’altro velocemente la vita | come i corridori la fiaccola.

 

E nel liber quintus ( V. Il Mondo )

 

mutat enim mundi naturam totius aetas | ex alioque alius status excipere omnia debet, | nec manet ulla sui similis res: omnia migrant, | omnia commutat naturam et vertere cogit. | namque aliud putrescit et aevo debile languet, | porro aliud succrescit et  <e>  contempibus exit. | sic igitur mundi naturam totius aetas | mutat et ex alio terram status excipit alter, | quod tulit ut nequeat, possit quod non tulit ante.

(Il tempo muta la natura del mondo; tutto | che viene avanti e quel che vediamo | è nato da forme scomparse. | Niente somiglia a se stesso dove niente | è stabile: | c’è solo di stabile una violenza segreta | che sovverte ogni cosa, | perché dalla rovina di ieri altra vita si levi.

 

Infine, il liber tertius ( III. LA MORTE ), dove Lucrezio, dopo un inno al maestro, attraversa tutti i momenti critici della vita dell’uomo (la miseria dell’uomo), andando fino a toccare, nel tentativo di risolvere materialisticamente, con l’uso della ragione e delle conoscenze del tempo, l’intreccio di spirito e corpo, parlando allora degli atomi dello spirito, dell’inscindibilità che tiene avvinti in un’unica radice l’anima e il corpo, e quindi a voler sottoporre entrambi alla medesima determinazione, indicando nella mortalità dell’anima, il traguardo primo d’una visione epicurea e materialista insieme, con una intera e scomoda sezione dedicata, per l’appunto, a la morte, per concludere con quelli che ci sembrano i passaggi finali più consoni all’argomento trattato, riassunti cosí: se la natura potesse parlare, l’acheronte, il destino comune, la noia e il nulla, da cui estrapoliamo i seguenti versi:

 

(se la natura potesse parlare)

 

[ ... ] aequo animoque agedum magnis concede: necessest.’ | iure, ut opinor, agat, iure increpet inciletque. | cedit enim rerum novitate extrusa vetustas | semper, et ex aliis aliud reparare necessest: | nec quisquam in barathrum nec Tartara deditur atra. | materies opus est ut crescant postera saecla; | quae tamen omnia te vita perfuncta sequentur;  | [ ... ]  hoc igitur speculum nobis natura futuri | temporis exponit post mortem denique nostram.

( ‘ [ ... ] Avanti, deciditi: lascia |  quello che più non ti spetta e andiamo. | Devi far posto agli altri. È necessario ’. | Mi pare che gridi a ragione, la Natura, | e una giusta causa sostenga. Cede la vecchiaia | alla novità delle cose, sempre: | così della morte ha bisogno la vita. | Nessuno andrà giù nel buio del Tartaro: | occorre materia al nascimento dei posteri | che vivranno dalla tua morte. [ ... ] È questo lo specchio che Natura ci offre | dopo la morte: il futuro.

 

Il concetto lucreziano delle generazioni che si susseguono e muoiono, ogni volta formate dai materiali dissolti della generazione precedente, sarà più volte ripreso, come abbiamo cercato di dimostrare, sia da Lucrezio stesso, che circa due secoli dopo da Engels, che lo utilizzerà nella sua Dialettica della Natura.[4]

 

 

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Aeneadum genetrix, hominum divumque

voluptas, | alma Venus

(Lucrezio, De rerum natura Liber primus)

 

Nascita di Venere, Museo d'Orsay, Parigi,

Bouguereau 1879

cm.1232 x 1730 (particolare)

 

 

Dunque una prospettiva di «eterno ciclo», di successive distruzioni e ri–formazioni cosmiche, senza trasmissione di eredità culturale dall’una all’altra, una prospettiva molto più simile a quella di alcune filosofie antiche (basti pensare all’ekpyrosis degli stoici) che al moderno concetto di progesso in qualsiasi delle sue varie forme, compresa la forma rousseauiana del ritorno alla natura.[5] Nota Timpanaro, come negli ultimi decenni abbia acquistato una più immediata minacciosità la prospettiva del «suicidio atomico» del genere umano; ma non per questo – aggiunge – si può considerae superato l’altro problema della «estinzione naturale» dell’umanità. La prospettiva del comunismo come passaggio dal regno della necessità al regno della libertà sembrerebbe implicare l’eternità della specie umana, o una sua scomparsa che, tuttavia, sia superamento, non annullamento, e in cui i valori del comunismo venissero in qualche modo ereditati da un’altra specie, non vanificati per essere poi riconquistati ex novo, ricominciando da un nuovo stato ferino, passando attraverso una nuova società schiavista ecc. ecc. È interessante notare, in conclusione, che l’idea di una possibile «fine del mondo», come limite alla prospettiva del progresso indefinito dell’umanità e di una sempre più piena attuabilità del comunismo, ritorna in Trockij, per evidente influsso engelsiano, sebbene inserita in un contesto d’intonazione generale più ottimistica.[6]

 

 

 

LA FINE CONTINUA

 

 

 



[1] F. Engels, Dialettica della natura, in Opere di Marx ed Engels, volume XXV, a cura di Fausto Codino. Traduzione di Giovanni De Caria, Lucio Lombardo Radice e Fausto Codino, 1974 by Editori Riuniti, Roma, pp. 332-333.

[2] Sebastiano Timpanaro, Sul materialismo. Terza edizione riveduta e ampliata, Edizione Unicopli, Milano, pp.70–72.

[3] Cfr. Engels a Marx - 14 luglio 1858, in Opere cit., volume XL, pp. 351– 353.

[4] Per le citazioni da Lucrezio, cfr. Tito Lucrezio Caro, Della Natura, versione, introduzione e note di enzio cetrangolo, con un saggio di benjamin farrington, Sansoni editore, 1969 Firenze. In particolare, per quanto concerne il libro III del poema, cfr. lucrèse, De rerum natura, commentaire exégétique et critique, précédé d'une introduction sur l'arte de Lucrèse et d'une traduction des lettres et penséès d'Épicure, par Alfred Ernout et Léon Robin, tome deuxième, livre III et IV, deuxième édiction, Paris, Sociéte d'édition « Les Belles Lettres, 1962, Première Edition 1926.

[5] Cfr. Timpanaro cit., p. 73. Secondo la dottrina degli stoici, ogni cosa deriva dal fuoco e nel fuoco ritorna alla fine del proprio ciclo evolutivo. In questo, la fisica degli stoici si richiama alla concezione eraclitea del fuoco come forza produttiva e ragione ordinatrice del mondo. Da questo fuoco artigiano (πùρ τεχνικóν) si genera il mondo il quale, in certi periodi determinati di tempo, si distrugge e torna a rinascere dal fuoco. Per questa ragione si è soliti parlare di eterno ritorno del medesimo (Nietzsche), che si produce ciclicamente sotto forma di conflagrazione universale (ekpyrosis).

[6] Cfr. op. cit. p. 74. Per quanto riguarda Trockij, la citazione è tratta da l. trockij, La rivoluzione tradita, trad. it., Milano, Schwarz, 1956, p. 65.

 

 

 

 

 

 

 




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