TEATRICA
IN SCENA

La tragedia rivisitata
di “Me Dea”


      
Una nota critica sul testo drammaturgico scritto e diretto da Marco Palladini, presentato all’Aleph di Roma in forma di lettura-spettacolo attraverso l’ottima orchestrazione delle due talentose voci recitanti di Nina Maroccolo e Giulia Perroni. Pur implicato con la matrice classica euripidea ed ellenistica di Apollonio Rodio, il lavoro assume connotazioni diverse, anche in chiave sinestetica, di ismi novecenteschi, dal cinema alla psicanalisi, al richiamo di quel dramma didattico e catartico di ascendenza tedesca, che va da Brecht a Christa Wolf.
      




      

di Paolo Carlucci  





Me Dea (2014) di Marco Palladini all'Aleph di Roma


Ardita e complessa scrittura scenica plurivocale del profondo, concerto dell’io che si india nella pace attraverso s-brani di sé, la Me dea scritta e diretta da Marco Palladini, recentemente riproposta all’Aleph di Roma, è vibrante grammatica mito-psichica e mitopoietica. La forza etica e scenica delle voci recitanti è affidata all’estro e al talento di Nina Maroccolo e Giulia Perroni, nonché all’assistenza fonica preziosa di Michele Marsili. Le due interpreti risultano particolarmente  capaci di entrare nel corpo del testo e  trasmettere i colori di un’emozione  raggiunta  con un duro lavoro di ricerca. Esse mirano, anche con lunghe prove di scena, ad una forte tensione verso un’opera intesa come prova di arte totale. Si rende così, attraverso voce e canto, anche con il ricorso al vernacolo siciliano da parte della Perroni, il cammino doloroso di una scissura lacerante, che si ricompone nella coralità rituale di una perturbante volontà di essere femminile eterna vox / pons  tra mondi diversi.

E tale impegno si specchia bene nella genesi filologica del lavoro di Palladini, il quale, pur molto attento alla matrice classica euripidea ed ellenistica di Apollonio Rodio, dà al suo testo smalti diversi, grazie  anche a  felici  intese  in chiave sinestetica, di ismi novecenteschi, dal cinema alla psicanalisi, al richiamo di quel dramma educativo e catartico di ascendenza tedesca, che va da Brecht alla Wolf.

La scrittura scenica di Marco Palladini è sostanza tragica e spirituale dei Greci, che pure avvampa di olocausti e barbarie recenti, attraverso la dismisura di un viaggio di salvazione e di identità perdute, che pare ritrovarsi nella voce selvaggia del cuore, che si fa tamburo di memoria e infine sole di agnizione. Questa Me dea diviene, dunque,  principalmente tragedia che attraversa la storia, liberando attraverso Voci – sostanza  un tragico antico e postumo. Si restituisce così alla donna la ritualità, il mantra sacrale di un  dolore  fisico e mentale, spina d’azione e di dannazione per un agire fortissimo e  spesso nel canto risolto e gnomico nel finale. Calmo. Maturato nella fiamma del male. Me dea ora sono.  

La prima sensibile e decisiva variazione  sul modello euripideo è la voce dei figli, che apre la testura scenica di Palladini. Esclusi dalla tradizione, qui essi hanno voce di rabbia, terrore e pianto, ma anche di progressiva agnizione della loro sorte attraverso la disillusione.  La loro voce  apre il dramma.

 

Figli: Ritorniamo. I giuochi son finiti  qui a Corinto./ Sì! La coppia , il Padre, la Madre, la pioggia nera, le raffiche, i suoni squillanti, / le apparizioni terrificanti e tutti i fenomeni non sono che illusioni … Ella ci maledice. Maledice il frutto delle viscere sue ….. Quanto dolore, quanto patire! Respinti dalla Madre perché figli di nostro Padre. / Respinti dal Padre perché figli di nostra Madre. ... orrore fratello. Ci è addosso. Orrore. L’odore di fiera impazzita. … Colpo su colpo ci ha presi / il vortice fecondo della sventura.

 

Mito antico e terribile di agnizione di sé e .. del Sé, quello di Me Dea che, pantera profumata di dolore e rabbia, dà la morte ai propri figli, non tanto perché la vendetta verso Giasone e Glauce sia rito perfetto, quanto perché esploda numinosa la Dea.





Giulia Perroni


MEDEA: Me dea. Lo sarò. Oltre questo giorno

di eterno ritorno. Un giorno è breve,

ma sarà anche troppo. Questo giorno vedrà

quello che nessuno mai più tacerà. Aggredirò.

Sì, aggredirò gli dei. Farò crollare il mondo.

Gli muoverò guerra. Spremerò le sacerdotette

enfiatemi da Écate. Consumerò a caldo la vendetta.

Se no, meglio morire. Giasone l’infame.

Il mio sposo, divenuto il più vile degli uomini,

chiede di porre un limite all’odio? È lo stesso

che posi all’amore. Infinito. Lui mi ha rovinata.

La mia sola pace adesso è che tutto rovini con me.

È bello divenire valanga mortale,

travolgere gli altri nella propria inarrestabile caduta.

Li annienterò. Li annienterò. Non posso farne a meno.

 

Attraverso la desertificazione dei sentimenti, il ghiaccio del ‘nous’ apre la via di un altrove dionisiaco e pre-logico, con varie allusioni al pensiero nicciano.

 

Per amore ucciderei ancora tutti i Colchi, e mettici pure

il loro capo Eeta, e aggiungi gli Sciti e i Pelasgi,

e i magici poteri tremendi li scaglierei a distruggere

quant’altri si mettessero contro di noi,

ma lui non l’ha capito, non l’ha voluto capire,

lui indegno di un amore senza limiti, indegno

di essere da Me dea amato.

Da un grande odio può nascere un grande amore.

A me è accaduto l’inverso. Abominevole Giasone,

sarai punito! I figli, i figli tuoi, io li sterminerò!

Avresti pure dovuto sapere di che cosa non sono capace.

No, mio odiato, tu non sei Teseo come io non sono

Arianna a Nasso abbandonata. Compiuto che sarà

questo fatale giorno, mediterò sulla Chiara Luce,

finalmente richiuderò la porta della matrice del penoso

ritorno eterno. Ecco: tutte le sostanze sono

del mio stesso spirito e questo spirito

è vuoto, non nato, senza fine.

 

E così la notte della voce sale e imprecando come Erinni, scende nel vernacolo, sentito e reso come viscera ancestrale di un substrato non solo culturale, ma antropologico… cultuale.

Coltello di agnizione la vox-nox  si sdoppia, con toni ed intensità diverse; la voce/le voci delle due interpreti è, o meglio deve diventare convergenza di sguardi e osmosi di  un drama scenico sincrono per avere l’epifania cosciente del proprio universale percorso di cura.

 

E il bellimbusto e traditore greco Giasone è un eroe di carta che maledicendo la sposa antica, ora spada di sangue dei suoi figli, invoca i nomi dei suoi compagni Argonauti.

 

GIASONE: Esecro! Esecro! Esecro! Che la morte ti colga

sozza omicida dei miei figli. Autrice d’infamie.

Vituperio delle genti. Malnata e funesta

che da un paese barbaro, da una barbara casa

qui condussi in una casa di Grecia, nonostante

gli avvisi contrari e la sua fama di empia strige.

Malefico demone che fu mia sposa, insaziabile amante

del mio atletico corpo. Eppure un tempo

questi due teneri marmocchi, ora dissanguati

e senza più anima, lei volle a tutti i costi sgravare.

Io dico: quanto sarebbe meglio che in altro modo

gli uomini generassero figli, e non ci fossero donne.

Solo così non avrebbero guai.





Nina Maroccolo


(MEDEA: Cosa vuoi, grassatore, da me?

Io ti volevo. Tu m’hai tradita. Tu marito e ingrato.

Eroe inventato per cieco ardore.

Tu nel braciere spento del mio cuore

hai deposto dissentimento e una coltre di ghiaccio.)

 

GIASONE: Oh, dove sono i miei amici, i compagni Argonauti?!

Dove sono i dioscuri Castore e Polluce, e Orfeo,

Asterione, Ificlo, Polifemo. Dove sono Menezio, Oileo,

Amfidamante, Nauplio, Augia, Anceo. Dove sono

il fortissimo Bute, il valoroso Falero,

il velocissimo Eufemo e i figli di Borea, Zete e Calais,

e il posidonico Neleo. Dov’è Tifi, il migliore dei piloti.

Dov’è l’indovino Ìdmone che indovinò

la misfortuna sua mortale nella terra di re Lico.

Dove sono Mopso e Canto la cui polvere d’uomo

si confonde con le crudeli sabbie di Libia.

Dove sono tutti gli altri eroi e ardimentosi

che con me si strinsero ad affrontare mille bufere marine

sulle scricchiolanti assi di Argo, la nave dei sogni.

 

(MEDEA: Cosa vuoi, ingannatore principe, da me?

Io ti volevo. Tu m’hai tradita. Tu marito mio nemico.

Eroe inventato per cieco ardore.

Tu nel braciere spento del mio cuore…

 

Palladini, dunque, nel suo lavoro elabora e fa sentire un canto remoto che si fa eterno, lacerazione che risana, in virtù del suo essere altrove che guarda ed è senziente dell’aliud che giace nella miniera del Me / sé di ogni essere umano. La voce si fa quindi coltello di agnizione per tendere all’aurora della deità, per offrire scenicamente  la catarsi del Me / sé,  epifanizzato nel suo bianco trafitto e spossato atto finale.

 

 




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