PRIMO PIANO
PRIMA E DOPO IL VOTO
Nella comunicazione oggi domina la parola ‘performativa’, mentre scompare la parola come
‘atto di conoscenza’


      
Un’acuta e brillante articolessa che, a cavallo dell’ultimo evento elettorale italiano, ragiona in modo articolato e complesso sui rapporti tra politica e intellettuali, ricordando la proposta in un’altra epoca di Enrico Berlinguer imperniata sul concetto di ‘austerità’ che ebbe anche allora (1977) un scarso consenso. Ma l’invocazione di Pippo Delbono “i politici ascoltino gli artisti”, non sembra corroborata, per esempio, dalla feroce analisi critica di Cordelli sul Corriere della Sera a proposito degli scrittori nostrani. Dove e come, dunque, rilanciare un programma di politica culturale degno di tal nome?
      



      

 

 

di Alberto Scarponi

 

 

Eventi

 

Roma 13 maggio 2014 Teatro Eliseo... entra gente a frotte... immagino siano intellettuali... è infatti la Politica che chiama la Cultura (dunque non la politicanza, ma la Politica con la maiuscola, dunque la politica della sinistra) che per portare avanti un discorso interpella – come si usava dire nel gergo ormai post – interpella gli intellettuali, questi mediatori necessari per vivere dentro una società...

Sì, immagino che... come allora...

 

 

Miraggi

 

Ecco, da sé, per forza di cose, mi si modella in mente un allora... spontanea nell’immaginativa si plasma la figura del Segretario del Pci gennaio 1977.

Enrico Berlinguer, nel pieno degli anni che oggi sappiamo sono stati di piombo, serio in volto, legge una proposta agli intellettuali: lavorare insieme a un progetto di rinnovamento della società italiana, progetto che dovrà risultare da una ricerca, anzi da un lavoro, in comune.

Né belle bandiere né belle parole, o da tavolino o da piazza, ma lavoro intellettuale. Perché c'è bisogno di produrre giudizi, concetti, idee, insomma pensiero critico: analisi, il circolo concreto-astratto-concreto, l’esperimento mentale, la scelta tra i possibili, l’azione strategica, l’azione tattica, la psiche, la contingenza, i valori, la passione, l’etica, il condizionamento storico, che è crisi perché chiude e apre in simultanea il presente... infine l’infinita dialettica del reale dove ogni cosa è sempre e solo un possibile, l’oggetto di una scelta per il soggetto...

Che nome può avere questa cosa?

Berlinguer la dice politica di austerità, la quale sarebbe scelta obbligata, condizione di salvezza per i popoli dell'occidente.

 

Occidente? Occidente di che? Non siamo al centro del mondo? Il mondo non è lo spazio illimite del nostro desiderio? Il luogo aperto e libero dove l’immaginazione (ora sa che) deve andare al potere a performare tale sua libertà?

 

No. È la realtà che ci definisce occidente, non siamo più il centro metafisico di un mondo astratto, e dunque abbiamo bisogno di una risposta culturale nuova, capace di futuro, di un futuro possibile in questo mondo reale nuovo. La via è l'austerità.

 

Austerità? Ma è una ricetta triste. Le masse non l’accetteranno mai. Loro, anzi gli uomini tutti, non solo le masse... (ma le masse non sono già gli uomini tutti?...) tutti hanno bisogno di prospettive gioiose... non per nulla l’intero spirito rivoluzionario del Moderno è incardinato sull’idea di felicità... Eppoi, austera è la visione protestante della vita, dove ogni atto è predestinato e retribuito dal successo e chi non lavora non mangia, perché non compie il dovere incluso nel suo destino... Noi nasciamo da un’altra tradizione... abbondanza per tutti...

Austerità!  Una ricetta che qui non funziona.  

 

Ricetta? Non è una ricetta, è un pensare, una politica dunque.

Berlinguer non ascolta le obiezioni del pensiero corto. Lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione dei particolarismi e dell'individualismo, del consumismo, sono la visione del mondo di una cultura, non una semplice ricetta.

(Beh, si sa, i filistei vivono in un immaginario sistema a ricette, sempre disattese e sempre disperatamente riformulate.)

Qui – egli pensa – occorre lavorare faticosamente a un’altra, aggiornata, visione delle cose, da cui trarre un modo storicamente appropriato del vivere sociale, cui pazientemente abituarsi.

Secondo Berlinguer, è insensata infatti, rispetto al problema, l'angustia di prospettive che caratterizza la politica di austerità chiesta e prodotta, fino a quel momento, da chi ha avuto il potere di decidere. La parola austerità deve piuttosto elevarsi a significare rigore, efficienza, serietà, come comportamenti politici guidati da una chiara idea di giustizia. Occorre insomma elaborare una nuova moralità.

 

La crisi quotidiana – che ha origini strutturali nelle contraddizioni costitutive del nuovo assetto economico internazionale avviatosi nel mondo dal dopoguerra – deve evidentemente essere affrontata nel concreto della dimensione nazionale. Ciò tuttavia può avvenire soltanto quando un paese si riconosca in una rinnovata etica pubblica, capace di dare saldezza morale al collettivo della società.

In Italia gli sprechi – il lassismo nelle aziende, nelle scuole e nella pubblica amministrazione, elenca Berlinguer, le imprevidenze e gli errori enormi compiuti nella politica del suolo, del territorio, dell'ambiente, la trascuratezza nel campo della ricerca...

Potrebbe continuare, ma significherebbe aprire un contenzioso politico-strategico, che è inattuale in quel contesto, sia con la Democrazia cristiana, di cui invece egli vuole appellarsi all’anima appunto cristiana per sottrarre il paese ai ciechi spiriti animali della logica capitalistica, e sia con il Partito socialista, già però, per quanto lo riguarda, sulla strada della gassosa bolla craxiana e dell’autodissolvimento affluente nell'improbabile edonismo reaganiano...

Berlinguer nel gennaio 1977, ormai alla fine del dopoguerra, potrebbe continuare ricordando più in radice la cultura quotidiana del paese: con il nostrano familismo amorale, il borghese spirito lobbistico, la psicologia corporativa, le visceralità strapaesane aperte all'antimodernismo e il manipolatorio sottogoverno che ci fiorisce sopra, cioè quei fattori corrosivi che tutti insieme hanno nei decenni sottratto ogni potenzialità alla dinamica keynesiana della ricostruzione e costruzione e formazione politico-economica e sociale del paese dei miracoli postbellici...

No, forse ritiene che non sia quella la sede di un'analisi esauriente. Quindi sintetizza ideologico: gli sprechi italiani disegnano un processo storico che è segnato dal declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia.





Nel teatro

 

Tornando qui e a oggi, il parterre dell'Eliseo non mi pare proprio de rois: non vedo altro che antichi e forse odierni fautori della causa, più o meno come me, qualche conoscente, funzionari dell’umanità di varia sociologia... nomi, non so... scrittori?... c'è qualche scrittore?... gente di teatro... giovani creativi, il che mi rincuora...

Penso che il problema sono i giovani con il loro (loro?) quaranta per cento di disoccupati e il restante sessanta niente... nemmeno disoccupati: una folla immensa di spiritati detentori di xfactor, di iperboliche future stars sniffanti successo in irreali nonluoghi.

Il peggio è questo. Come può continuare, come può pensarsi in sviluppo una società priva di idee circa il proprio futuro possibile? Non dico un mondo migliore... ma un qualcosa di comunque possibile come mondo, come realtà sensata? Sembra che i giovani, eterni adolescenti, debbano tirare a sorte la propria casualità. Il termine fortuna qui sarebbe già troppo definito. Cos'è buono, cos'è cattivo per un giovane d'oggi?

Siamo talmente a terra che persino la protesta è fatta di niente, penso. Rimugino sulla loro stragrande maggioranza grillina...

Diciamoli così, con questo epiteto vuoto, solo denominale, ma che cerca, migliorativo, di non significare nulla, per sottrarre le persone alla propria fiction auto-denigratoria: un movimento politico che, paranoico, tanto più pensa di esistere quanto più si nega a se stesso, e produce perciò comportamenti onirici di nonpersone che nel nonluogo web divengono avatar di sé nel reality in cui si narra del loro mucchio selvaggio come di una cosa che, heideggeriana doc, vuole essere ma non esserci, vulgo una cosa astrale e misterica, la quale per intanto proclama al popolo la propria certezza che farà e farà bene quando la politica, il fare, non esisterà più...

Il fenomeno sembra non essere nulla di nuovo. La vita per l'uomo talora si compone di attimi impastati con il nulla. Qualsiasi adolescente per esempio ha fasi e momenti psichici di auto-annullamento come minaccia assoluta verso l'Altro (l'Altro garantito, naturalmente, il Genitore, che ne soffrirà) e come delirio di onnipotenza (futura) nell'impotenza (presente) narrata in termini di propria scelta. Giochi dell'anima.   

 

 

Spettacolo

 

Un po' informalmente, secondo lo stile dinoccolato degli intellettuali, – che da decenni ormai sono gli unici a non darsi un tono in pubblico, per cui, affidandosi al criterio del nontono, chi guarda li individua con certezza – l'evento politico, a colorazione intellettuale, comincia.

 

Intervallo

(Questa moda postmoderna degli eventi, che bastano a dire tutto, che anzi pragmatici fanno e spostano, senza bisogno di esplicitare l'implicito del discorso, a me pare uno dei tanti indizi del vacuum in cui siamo, in questo caso del vacuum culturale che si atteggia a pensiero. Mi ricorda un film in cui il protagonista di una scena parla, ma esclamando di continuo: «E ho detto tutto!», dopodiché interrompe lì i discorsi, che non sa articolare sensatamente. Sketch umoristico, nel quale è garantita la risata degli spettatori quando poi un interlocutore, svelando narrativamente il trucco, rimprovera al protagonista di non comunicargli in effetti nulla. Ridono, gli spettatori, e si sa, perché l'arte è arte, quando configura il [meta]discorso necessario affinché il recettore possa, in maniera scissa, accettare la propria capacità di consapevolezza di sé. No?)

 

Per fortuna, dopo qualche doverosa circonlocuzione culturale, si parla di politica. Ne parla dapprima Gino Paoli, nella veste di Presidente della Siae, nonostante sia un autore. Ecco il suo concetto sintetico: la politica culturale, a dirla alla genovese, perché Paoli è genovese, si fa con le palanche. Cioè: gli autori sono lavoratori che rivendicano i loro diritti, appunto il diritto d'autore, appunto le palanche. In Europa si va per fare questo.

L'introduzione di Gino Paoli restringe alquanto il campo visivo, ma notoriamente la politica ha di queste durezze ed è un fatto di cui tengono conto anche i tre candidati al parlamento europeo per ascoltare gli argomenti dei quali l'evento propriamente è stato organizzato.

Concluderà infine il ministro Dario Franceschini (sostenendo incoraggiante che il ministero della Cultura in Italia è oggi forse il più importante ministero economico), ma nell'ordine Silvia Costa (l'Europa ripartirà dalla cultura, l'orizzonte europeo richiede insomma un salto culturale), David Sassoli (in Europa, quanto a comunicazioni, finora ci si è occupati di trasporti, ma ora toccherà al turismo il cui cuore è per l'appunto la cultura) e Goffredo Bettini (per l'Italia la cultura è una risorsa economica decisiva e per questo a Bruxelles verrà organizzato un team che, in collaborazione con i produttori di film, teatro, danza, opera, e musica e con le Regioni e i Comuni, sia stimolo e tutor) non si discosteranno da quella impostazione.

 

Nel momento elettorale ci si richiama agli interessi di campo degli elettori. Comprensibile. Tuttavia qui all'Eliseo la campagna elettorale sembra andare fuori tema, non si parla di Europa in quanto terreno politico né della cultura in quanto orizzonte operativo nella realtà di oggi.  

 

In verità Goffredo Bettini accenna, per così dire, a una propria sensibilità di politico, avvertito circa la crisi culturale in cui versa la società contemporanea in Italia, circa «la solitudine delle persone», circa «l’abisso che si è aperto fra la Repubblica e la maggioranza dei cittadini», ma diciamo che non è questo il veleno della sua argomentazione, il punto. Le urgenze indifferibili dell'economia, del riassetto logistico dell'apparato amministrativo e del fare politica in proposito, anche nel suo discorso elettorale tengono in ombra i problemi che nascono, tanto per citare, dalla nuova complessità, dalla mondialità, dalla multiculturalità profonda e dalla mutevolezza continua connesse alla cosiddetta società della conoscenza e dal configurarsi di nuovi modi del conflitto sociale con forti riflessi nei fatti della cultura del paese cioè della sua vita quotidiana.





Pippo Delbono (ph. Alberto Bella)


Inquietudini

 

Ancora nel teatro mi si fissa in mente, come formula magica, una frase di Pippo Delbono pronunciata, nel corso dell'evento, alla fine di un discorso in video, forse in stream, da chissà dove: «Il politico deve ascoltare l'artista». Uscito poi dal teatro, andando, lungo la strada, e in seguito, nei giorni, tutto mi sembra stringersi invece, come càpita nella vita, a un dilemma secco: populismo o democrazia?

Perché questo dilagare populistico?

Perché la politica, succube ideologica dell'economia, s'è indebolita al punto da non riuscire a creare razionalità, da non saper più inventare per i problemi della vita soluzioni che vengano accolte come razionali?

Il cittadino della società di massa – mi rispondo – ha bisogno di prospettiva, anzi, dentro una prospettiva, saprebbe anche pazientare. Sempre di questo si tratta.

A destra gli si prospetta il rinsaldarsi dei valori e poteri che intendono restare lì, pur tra falsi movimenti di aggiornamento. (Ogni conservazione infatti ha bisogno di modulare i vecchi contenuti di potere secondo forme aggiornate.)

A sinistra, al contrario, in teoria gli si prospetta il cambiamento dei rapporti di forza, ma senza saper dire con certezza in quali forme nuove. (Giacché il cambiamento per essere davvero tale deve elaborare forme proprie, che per ora possono essere soltanto progetti.) Tali novità dovrebbero quindi venire elaborate come prospettive... (da intellettuali?)

Senza queste ultime, l'unica prospettiva esistente sarà l'aggiornamento formale vuoto proposto dalla destra. E viceversa ogni prospettiva solo formale cioè ogni formula, vuota di contenuto reale, nasconde la conservazione dei rapporti di potere esistenti. Quando poi la politica si inaridisce in proprie formule tecniche (formule come la corruzione quotidiana sono solo tecniche occulte di sopravvivenza dei gruppi politici in quanto meri gruppi di potere), agli occhi del cittadino tutto diventa misterioso e ingiusto, ingannevole, corrotto, alla fine inaccettabile.

E in effetti lo è, perché ogni atto 'politico' ha ora in sé il fine unico di validare se stesso in quanto gesto di comando o di impostura, non si presenta come soluzione del problema effettivo che in apparenza lo giustifica, soluzione che, seppure accadrà, entrerà in scena nelle vesti insolenti dell'effetto collaterale.

Il pensare del cittadino si restringe allora a pensare corto, immediatistico, e, subito, diviene facilismo populistico, dove i politici risultano sacerdoti misterici di una casta, come sempre nel populismo, ma a questo punto di una casta arbitraria, cui si può rispondere soltanto con la razionalità asseverativa dell'Uomo Forte, semplificatore efficace, perché distruttore del complesso discorso politico, ormai percepito come nonsenso e chiacchiera cioè come rito artificioso, vacuo.

L'uomo d'azione idealtipico, da entità teorica che era, si fa mito, entità fantastica, e, come tutti i miti, opera sul futuro già possedendolo: la sua parola lo illumina, il futuro, la sua presenza ce lo assicura, e questo fantasma è un essere umano che vale di più. Dunque il futuro buono è già presente: nel suo verbo salvifico, nel suo charme da superstar, nel suo carisma indubitabile (qualunque cosa tale lemma significhi per ciascuna psiche di cittadino).

 

In una crisi culturale così chiusa in sé, così accecata, come sempre le crisi culturali, in questo vacuum impotente l'alternativa è penosamente chiara a tutti, perché semplice e secca: azione costruttiva (futura) del Bene contro azione distruttiva (presente) del Male. La mediazione, di cui è portatrice la riflessione critica, quando talora riesce a entrare in gioco, viene accolta al contrario come una possibile manovra di differimento voluta dall'irrazionale, se non come gratuita e negativa astuzia di intellettuali, chissà come ancora accolti sul palcoscenico, quando si sa, in ogni crocicchio e salotto si sa, che trattasi di perdigiorno insipienti, colmi di chiacchiera, al più vacui intrattenitori nelle pause che il cittadino pensieroso (versione trendy del nuovo soggetto politico: il cittadino informato) pure si concede, nei momenti di riposo dall'ansia.

 

 

Pensieri

 

Come siamo arrivati a questo vacuum? È un fenomeno che possiamo considerare tipico? cioè già visto nella società democratica di massa? (La società democratica di massa è nel mondo una novità in fieri, tuttora in fieri, a partire dal Rinascimento, poi diffusasi con la Riforma e poi con la Rivoluzione francese.) Sembra proprio di sì. Infatti i passaggi d'epoca ogni volta implicano crisi negli assetti, perdita di coordinamento fra i sempre interdipendenti processi vitali della società, di qui dunque gli squilibri, le invasioni di campo, le nuove ricomposizioni culturali e amministrative delle dirigenze, istituzionali e di fatto, e allora scompensi ecc.

Dunque la vita culturale e al suo interno anzitutto quella intellettuale sono un nodo primario da affrontare nel governo sia politico che economico di un territorio (dal paesino al globo). Cosicché soltanto quando si sarà preso atto di tale assetto poliedrico dei contenuti della società, soltanto dunque quando si assumerà come necessario e obbligatorio l'approccio 'intellettuale' (comprendente, direbbe Max Weber) a tale complicazione, si potrà ritenere congruo il proposito di governare il nuovo, il multistrato, il continuamente possibile di un complesso sociale che di per sé produce e richiede di continuo grandi trasformazioni, di ogni sorta...

 

Ma allora: come accade che oggi il fattore strutturale cultura, per riduzione fenomenologica, venga tranquillamente confuso con il fattore tecnico comunicazione? (Anzi con la bella comunicazione, quella che va sotto il nome di infotainment.)

Probabilmente è che politica ed economia, accecate dal proprio tornaconto immediato, scolpito con i mezzi astratti e approssimativi del pensiero corto, hanno congiurato alla propria rovina. Infatti – valutando la cultura non, per dir così, come il produttore dell'energia immateriale necessaria al fare sia politico che economico e perciò come l'altro interlocutore essenziale, con cui cooperare, ma invece giudicandolo un intralcio (lo straniero da escludere), una circostanza in sé disutile, superflua, un lusso, – hanno tentato di razionalizzare il tutto e perciò di utilmente funzionalizzarla a strumento della comunicazione o come propaganda politica (bandiera, apostolato, proselitismo, nel complesso strumento di persuasione al voto) o come pubblicità economica (tecnica retorica, pratica dell'audience, contenuto del copyright, nel complesso strumento di persuasione al fatturato).

 

Per soprammercato in Italia veniamo da un trentennio di sorda egemonia dell’economico sull’intero campo di vita della società, una egemonia  un po' acciarpata che ha provocato la proiezione, anche sul campo politico, dell’azienda padronale come formula organizzativa efficiente (tale dominio culturale dell’economico in realtà avrebbe potuto proporre per esempio la forma della società anonima o del trust  o magari della cooperativa e così via, potendo arrivare peraltro anche a concepire ex novo forme inedite, ma si è attestato sordo su quella formula). Tale dinamica meriterebbe una analisi approfondita sia sociologica che politica, ma interessanti a me paiono ora un suo aspetto preciso e una sua particolare conseguenza.

L’aspetto su cui è sempre bene tornare a insistere, anche se ampiamente noto, è che la politica si è in questo modo trasformata in spettacolo televisivo (anche le manifestazioni di piazza sono assunte di fatto come eventi televisivi) con attori, ruoli e capocomici. Anche a prescindere dalla tradizionale forma spettacolo del potere in sé (con le sue cerimonie, comparsate, segretezze, sregolatezze, gioco dei posizionamenti, manipolazione ecc.), la conseguenza soprattutto rilevante qui è che nel discorso pubblico si è verificato così il dominio totale della parola performativa, persuasiva, con la correlata scomparsa, quasi piena, della parola invece atto di conoscenza (dove cioè la nominazione delle cose e dei comportamenti e delle loro relazioni è socialmente accolta come valida solo se interviene anche un riscontro ‘reale’, laddove il recettore funziona sempre da interlocutore paritario, libero di giudicare della veridicità dell'atto verbale).

L’intera cosiddetta comunicazione oggi – poiché resta chiusa dentro il proprio orto tecnico, dipinto come deontologia della informazione (prima di tutto la notizia) – non risulta altro quindi che regno della manipolazione, come aveva descritto Lukács nell’ultimo periodo del suo lavoro filosofico, manipolazione della quotidianità, della vita delle persone, la cui giornata è prefabbricata da un’agenda e da scenografie, con personaggi, eventi, notizie, storie, compiti che vanno a formare tutto un copione di fantasia, dove aleggiano parole in sé prive di significato conoscitivo (sono performances, non atti veritativi), ma che producono un senso laddove riconoscono il potere pratico di chi parla (ha preso la parola e le persone che ascoltano gliene riconoscono il diritto). Ex post l'ideologia ci conforterà rasserenante: nel mistero del mondo sempre affannosamente nuovo, chi parla sa e, dunque, ha ragione. Difatti noi ogni giorno serenamente consideriamo e facciamo quel che ci viene comunicato di considerare e di fare.

 

Che fare? Quale programma politico se, in queste condizioni del discorso pubblico, sarà comunque un programma costruito con parole non significanti ma performative?

Il culmine, il punto massimo, al momento, mi pare la straordinaria abilità cabarettistica di un artista comico, capace di produrre l'incanto vertiginoso di una platea tramite il suo godibilissimo infotainment ammaliante, stordente... una vertigine di parole prodotte tramite parole... per il nudo ascolto, ripetuto, rapito, del cittadino informato in versione di utente che, indignato, breve twitta e retwitta (tutto l'opposto, per esempio, di un costruire giullaresco che spinga l'oppresso al lavoro del pensiero).

Tra questi pensieri torna a circolarmi nella mente la frase di Pippo Delbono, come fosse una domanda: «Il politico deve ascoltare l’artista»?





Parole

 

Gli ultimi giorni della campagna elettorale sono un’orgia di performances d’ogni sorta, che culminano il 25 maggio in una giornata di silenzio espressivo, quando rimaniamo tutti chini davanti alla sacertà del voto. Sullo sfondo di tale silenzio solenne, seppure solo supposto, ma comunque chiamato in causa, per me però stacca un acuto, anzi va al massimo un urlo – sul Corriere della sera (su carta, quindi si fa per dire, urlo) – di Franco Cordelli intitolato La palude degli scrittori.

È che Cordelli (il quale rifiuta le etichette al punto da evitare le definizioni, così dice di non sentirsi un “critico”, ma semplicemente di essere uno che di mestiere fa il critico teatrale e cui è capitato di scrivere alcuni romanzi), in quanto lettore, trova intollerabili sintagmi narrativi che incontra in racconti e romanzi odierni, quali sagome sudate o aria accucciata o ancora energia d’una moneta, giacché, dice, saranno pure, in àmbito retorico, metafore o allegorie o tropi o qualcos’altro, resta però che scrivere così «non è un bello scrivere», è semplicemente «mettersi in posa». Gli sembra incredibile perciò l’esaltazione che corre di questa modalità scrittoria e per giunta il fatto che, addirittura, la esalti qualche suo amico di cui ha stima.

La spiegazione che egli dà di tale faccenda? Eccola: il «lungo sonno» in cui «è caduta la letteratura italiana contemporanea: non più un campo di forze, una scacchiera su cui sia possibile – come era fino alla soglia degli anni novanta – scorgere e valutare linee di tendenza, gesti peculiari, prese di posizione esplicitamente e implicitamente teoriche e soprattutto opere di qualità», opere semmai «impugnate con argomenti critici riconoscibili e validi, se non per tutti almeno per i più» (insomma dentro la dimensione del pensiero critico come categoria socialmente riconosciuta).  «Invero – esplicita la sua analisi Cordelli – la letteratura italiana degli ultimi vent’anni (a cominciare dal declino della critica, impoverita ancor più di romanzo e poesia) non è che una palude, in cui il bello e il brutto sono detti e sostenuti secondo un percorso prestabilito», quello che ha come meta la pubblicazione, con i suoi nessi e connessi. Nient’altro.

È quello che, a me sembra, si può indicare come egemonia dell’economico, non solo sul politico ma anche sul culturale, qui in forma di artistico.

In verità, c’è anche altro, specifica Cordelli, solo che nel buio economico della palude non si discerne bene: c’è lo spirito di tribù. «La palude nasconde gruppi che non si riconoscono come tali, che neppure sanno di esserlo, e in cui ciascuno per conto proprio persegue lo stesso fine», cioè «la sopravvivenza editoriale». Un nonluogo della cultura «dove la plausibilità del valore è minima o nulla» e, come canone unico, vige, felicemente liquido, il riconoscimento.

 

Qui il linguaggio, come sempre, rivela e infatti il critico Cordelli – infelice (perché, sappiamo, un critico non può accettare di restare chiuso dentro i connotati di una etichetta, per quanto nobile essa sia e per giunta oggi evocativa di un lavoro davvero prezioso, perché raro), infelice e scandalizzato, ma in ogni caso analiticamente freddo – ci indica: la tribù è sempre «prodiga di stilemi iperbolici». È vero, da anni ormai l’iperbolite va dilagando, in tutti i campi, e questo precisamente come effetto linguistico del dominio culturale dell’economico, dove, ripeto, le parole hanno soltanto funzione performativa, il loro significato è comportamentale e per niente conoscitivo.

Così il fatto che gli scrittori siano settanta, suddivisi in sètte sétte, è un casuale assunto soggettivo per principio oppugnabile allo stesso modo in cui la circostanza che esse sétte o tribù vengano indicate secondo uno schema esemplato, più o meno, sulla vita parlamentare in quanto appunto percepita, «a vanvera, eloquente». Abbiamo allora i novisti (di sinistra), i dissidenti (irriducibili guardiani dell’hic et nunc), i conservatori (di destra), i vitalisti (destra estrema di matrice dannunziano-pasoliniana), i moderati (ad alta vocazione istituzionale), il gruppo misto (minoranze, transfughi e orfani) e infine i senatori a vita (celebrità).

 

 

Risultati

 

Delbono forse ha torto, dubito. Che cosa potrà mai ascoltare il politico dall’artista iperbolico (il quale poi è esemplato sul politico medesimo, a sua volta plagiato dalla manipolazione dell’imprenditore)? Ascolterà la chiacchiera vestita a festa?

Comunque pare che, a conti fatti, la banalità dei numeri quotidiani dica la non-onnipotenza pratico-politica del gioco iperbolico. Bene o male insomma il votante, che in sostanza deve dare un giudizio su di te politico, vuol sapere come la pensi in realtà e – se tu vai avanti a iperbolizzare sostenendo il giorno dopo che l’iperbole del giorno prima era solo un’iperbole e dunque non vale, ma che adesso ne molli lì un’altra, la quale convincerà tutti, i quali tutti però sono sùbito invitati a non crederci, perché questo è il gioco, per così dire, dell’oltre (oltre l’imbonitore aziendale?) – allora quello, il votante che deve dare il suo giudizio, si preoccupa (è almeno un cittadino preoccupato) e magari per la metà si rifiuta di votare, perché gli sembra che il troppo abbia stroppiato proprio tanto e lui non riesce in nessun modo a intravedere se ci sia un santo cui votarsi, insomma non crede più nei santi, non (si) vota e... dopo di me il diluvio. Per l’altra metà, speranzoso vota il meno iperbolico, ma insomma...

Insomma risulta che si vive, e si vota, di linguaggio. Il quale però appunto rivela. In questo caso, per chi vuol capire, rivela che anche le analisi politologiche soffrono di astenia critica. (Quello dello spirito critico è proprio l’altro mondo rispetto al favoloso regno dell’iperbole, come abbiamo saputo da Cordelli, ma c’è poi che lo divide almeno uno spazio siderale dal pianeta della superficialità, luogo dove, come si dice, si danno i numeri, cioè si citano talune cifre concernenti i fatti positivi, fingendo di aver detto tutto.)

Allora, secondo le analisi del voto che si leggono, questo è stato positivisticamente la risposta alla propaganda, vale a dire alle parole performative dette nella campagna elettorale. Sembra di dover arguire che abbia vinto o perso chi più o meno abilmente o più o meno tecnicamente ha propagandato – per esempio e a casaccio – le parole: italiani piuttosto che cittadini, oppure disgusto piuttosto che dissenso, oppure insurrezione (a qualcuno è capitato di formulare anche il quasi ossimoro «insurrezione democratica» contro il populismo) piuttosto che opposizione, oppure inciucio piuttosto che confronto, oppure domani piuttosto che oggi, eccetera eccetera.

Il sapore di cronaca sportiva poveraccia che se ne riceve non è dovuto in sé alla invasiva potenza fantasmatica dalle nostre parti del tifo calcistico, ma appunto più in generale al costume indiscusso e dunque ovvio, banale, della cultura odierna di guardare alla realtà come a un fenomeno quantitativo, cioè di fatto incomprensibile e dunque in fondo poco interessante. Non interessa il senso (per esempio culturale) delle cose che accadono,  ma sì invece il galateo, meglio la ricetta comportamentale adatta ad aver ragione davanti alla realtà (respinta in quanto si presenterebbe come una vessatoria, inammissibile, catena infinita di cause, mentre poi tutti noi supponiamo di sapere bene che si tratta – secondo il nostro onesto desiderio – di vedervi invece una corta combinazione casuale di eventi, da cui trascegliere a gusto).

Contro la realtà, nel buio, abbiamo bisogno di ricette, formule, decaloghi prêt-à-porter, per cavarcela come che sia. Ed è  la consueta banalità del male  che sembra il bene, nella moderna società di massa.





Elmerindo Fiore, Tableau vivant, 2007


Domande

 

Se le cose stanno così, cosa dire? In realtà (accettando che la realtà esista) bisognerebbe che qualcuno dicesse che fare.

Già. Allora, quanto ai politici, – giacché di votazioni politiche si tratta, – Pippo Delbono da laggiù potrebbe avere ragione? Ascoltare gli artisti?

 

Ma cosa dicono gli artisti? Non sono pari a tutti gli altri sfaccendati di quella insulsa genìa che chiamiamo intellettuali?!... Professoroni e dottorini, raccontatori di storie e poeti, tuttologhi e addetti al benaltrismo, gazzettieri e scribacchini, deputati e senatori, politicastri (santiddio!), esperti e consiglieri... tutti comunque intellettuali dei miei stivali!... Beh, di queste inutilità finalmente noi, ora che siamo in democrazia e possiamo dirlo, non tolleriamo più le chiacchiere...

Hm, le loro chiacchiere no, ma in tutta la nostra vita, per una ragione o per l’altra, non facciamo di continuo ricorso a loro?... al loro lavoro?...

E se invece pretendessimo che ognuno facesse il proprio mestiere?... Lavorare bene, semplicemente...  Se, per deontologia professionale, gli artisti creassero opere d’arte invece che darsi alla produzione di merci a mezzo di merci e rifilarci, seduttivamente esibiti nelle pubblicità del mondo, tanti begli orpelli (pratici nel nostro salotto nelle serate nei weekend)?... tanta bella edilizia (assai pratica nella società di massa se col mutuo a misura), tanti, oh tanti, romanzi ben confezionati (secondo le ricette dello storytelling più accreditato sul mercato)?...

Beh, in fondo non dovrebbe essere difficile indurre gli artisti ad essere se stessi.

Certo. Però, finché gli artisti e gli intellettuali, in questa sorta di totalitarismo economico minimalista, continueranno a cavarsela mettendosi in posa secondo loro ricette ed etichette, secondo loro tribù e corporazioni, il politico non avrà molto da ascoltare per emanciparsi a sua volta e riuscire così a fare, anche lui, il proprio mestiere.

 

Ma, infine, interpelliamo la Politica (oggi tanto sospettata di riuscire ad essere soltanto politicanza): e se, per ricostruire se stessa, intendesse fare il proprio mestiere cominciando con il pensare un ampio programma di ricostruzione dove ciascuno trovi le condizioni materiali e morali adatte a svolgere il proprio lavoro? 

Qualcuno obietta sorpreso: ma si tratterebbe di politica culturale!

Beh sì. Anzi, sarebbe la gramsciana riforma intellettuale e morale capace di produrre finalmente il (tanto necessario alla democrazia della vita quotidiana) cittadino informato in versione autentica, culturale appunto.

Ma ecco che, in tema di individuo singolo, la mente mi corre a un altro uomo di pensiero. Lukács, il quale, subito dopo il sessantotto, nel 1971 morì. Poco prima aveva steso qualche appunto guardando indietro alla propria vita ormai al termine. Nell'occasione la chiamò pensiero vissuto. Intendendo anche dire che ogni vita corrisponde a quanto il suo protagonista di fatto vivendo pensa. Ne concludeva, nelle ultimissime righe, che il talento non è semplicemente un dato, dipende dalle possibilità che tu e le circostanze, quelle grandi e quelle minime, gli offrite di dispiegarsi. Il tuo talento è dunque anche una tua scelta. Così oggi il vizio primo, il pericolo maggiore, è la vanità, che inchioda la persona al suo particulare, materiale e psichico. La responsabilità di ciascuno è qui, ora quando il tempo stringe: o all’altezza dell’uomo planetario o il vuoto. Et in medio stat nihil.




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