PRIMO PIANO
POESIA E PENSIERO CRITICO
“Il richiamo del comunismo”:
una stravaganza o, forse, no


      
L’ultimo libro in versi di Francesco Muzzioli prova, con risultati assolutamente preclari e convincenti, sia a rilanciare le modalità di una fulgida e calibratissima scrittura d’avanguardia che quanto più è dichiarata impossibile, tanto più allora è l’unica cosa che bisogna cercare di fare; sia tenta di rimettere in circolo, in forme satiriche e lucidamente riflessive, una nozione politico-teorica ed utopica che tuttora fa da specchio alle metastasi senza fine del sistema capitalistico mondiale.
      



      

 

 

di Stefano Docimo

 

 

TANTO PER TAGLIAR CORTO

 

 

 

 

Però nel mio parlar voglio esser aspro

com'aspra è codesta età di pietra

la quale ognora impetra

maggior durezza e più natura cruda.

Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi

né loco che al suo sguardo mi nasconda

e il peso che m'affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.

( ... ) Ché non sarei pietoso né cortese,

potendo far vendetta

farei certo di me scudiscio e ferza:

 

ma scherzo in versi il corso non lo sterza.

 

( Francesco Muzzioli, Alla corte del corto )

 

Ø  Francesco Muzzioli, Il richiamo del comunismo. e altre stravaganze. Poesie. Con una postfazione di Aldo Tortorella. I LIBRI DI POESIA, collana diretta da Mario Quattrucci, 2014 Robin Edizioni, Roma.

 

 

Corto n. 1

(Chiedere l'impossibile)

 

 

Mi si chiede l’impossibile, vedo. Mi si chiede ancora,

con fredda grazia, di dare notizie di un luogo che non conosco,

di cui ho già parlato una volta, confusamente, e che amo

nel sogno, nelle suggestioni frantumate dell’infanzia

e nei fantasmi del cinema. Mi si chiede ancora, con violenza

entusiastica, di fornire immagini esatte di un luogo a me ignoto:

non possiedo che vaghi indizi

 

(Mario Lunetta, Catastrofette)

 

 

Amiamo il mondo ricco e movimentato

che ci si apre, nel fondo vediamo giganteschi

pensieri solari, intuiamo una sofferenza

demoniaca e figure che si muovono delicatamente

guidano davanti a noi la danza, ci fanno

dei cenni, e, appena riconosciute, si ritraggono

timide come la grazia.

(Karl Marx, Scorpione e Felice)

 

 

E io non voglio più essere io.

Non più il potente gelido il sofista

che frottole e cazzate spara a iosa

meglio andare sferzato dal bisogno

ma vivere di vita, io mi vergogno,

mi vergogno e voglio essere statista.

 

(Francesco Muzzioli, Alla corte del corto)

 

 

In un recente pamphlet costruito su una serie di interviste, il filosofo sloveno Slavoj Žižek analizza, tra l'altro, una delle contraddizioni più evidenti della nostra cosiddetta civiltà occidentale, quella tra gli opposti poli del “nulla è impossibile”, cui ci hanno abituato le moderne tecnologie, ed il “non si può“, il triste comandamento del mercato che continua a venirci ammannito, con la monotona ripetitività di un mantra, quando si tratti, ad esempio, di apportare alcuni cambiamenti all'economia per dare un po' di più al sistema sanitario: «Possiamo diventare immortali, ma non possiamo avere un po' più di soldi per il sistema sanitario».[1]Si suggerisce pertanto di elaborare i due termini in una nuova forma, dal momento che le cose che pensiamo possibili probabilmente non lo sono, come il sogno tecno–gnostico dell'immortalità, mentre quelle ritenute impossibili dagli economisti sono in realtà possibili: «L'impossibile accade, non nel senso dei miracoli religiosi, ma di qualcosa che non consideriamo possibile all'interno delle nostre coordinate». Per concludere dunque con l'esortazione “Soyons réalistes, demandons l'impossible!” attribuita a Che Guevara e ripresa durante il Maggio francese.[2] L'enclave, o se si preferisce la cornice tutta “pitaliana” non fa allora che riconfermare quanto esortativamente promulgato in sede teorica da Žižek & compagni: «La lunga notte della sinistra sta volgendo al termine. La sconfitta, la condanna e l'abbandono degli anni Ottanta e Novanta, il trionfalismo della ‘fine della storia’, l'egemonia unipolare degli Stati Uniti, tutto questo sta per diventare una vecchia notizia. Nel 2000, in Europa, Jürgen Habermas e Ulrich Beck si entusiasmavano per l'Unione Europea e la sua moneta unica, profetizzando che sarebbe diventata un modello per il futuro dell'umanità. Quanto diversa è la realtà oggi! Ben lungi dall'essere un modello, l'Unione Europea è piuttosto un'organizzazione disordinata di governi di destra e social–democratici allineati che impongono inedite misure di austerità, disoccupazione e povertà alla classe lavoratrice, in nome del ritorno alla ‘disciplina fiscale’.[3] Per cui non parrà strano che in queste drammatiche contingenze, un libro come Il richiamo del comunismo di Francesco Muzzioli, venga di fatto ad inserirsi in un tale dibattito, a segnarne come il risvolto, nient'affatto secondario, soprattutto per via d'una lingua aliena rigirata a tagliar corto, volta a provocare perciò stesso uno stato d'allarme permanente al dettato cui l'autore sembra volersi riferire, e questo sin dal titolo, dove Il richiamo del comunismo viene ad essere associato, di volta in volta (o a tutte le volte insieme) ad un “richiamo della foresta”,  che l'autore stesso definisce come «un appello sordo e oscuro, profondo, cui non si può evitare di rispondere perché coincide con il senso di una intera esistenza storica e collettiva», ma anche come «una necessità, abbiamo cacciato il comunismo ma la situazione è gravissima non resta che richiamarlo in servizio e rifarlo in tutt'altro modo». [4]  E non parrà tuttavia strano che in un poemetto come PITALIA la testualità venga inondata dalle grame perline del rosario economico di cui sopra:

 

pure Pitalia in entrambi gli ambiti / non risulta esultare – e come poi / indorare addobbi e scene necessarie / se i quattrini latitano? collimare i /  conti è problema madornale ché non / sai per che verso tirare la breve / coperta economico enimma / allegerire i dirigenti perché / possano occupare parecchi equivale / a sperequare introiti statali ma / intervenire d'ausilio con prestiti alle / imprese dove altrimenti / bancarottando vuole dire più stato / meno tasse più tasse? spendere ma /non pagare? o aurei rebus e estrosi / paradossi![5]

 

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Come evidenziano i succitati curatori del volume L'idea di comunismo: «Nel 2008, il salvataggio delle banche per la bellezza di un trilione di dollari ha socializzato le perdite del casinò del capitalismo neoliberista, chiedendo alle moltitudini di pagare per le speculazioni degli hedge fund, per la vendita dei derivati e per un sistema economico basato sul consumo e sul debito. Il socialismo per le banche e il capitalismo per i poveri è diventato il modus vivendi degli anni Duemila. Parafrasando Brecht, nel mondo la gente ha capito che vai in prigione se traffichi coi sussidi, ma ricevi un bel bonus se fai fallire una banca»[6]. Per cui, la satira può continuare:

 

consumatori consumino / come se fosser cresi ma dove / prendono rendita se al normale / ritmo mensile manco regge la paga? / se s'aumenta un'anticchia stipendio / ormai pendulo allora i fitti profitti? / gli è che gli esigui s'estinguono / lentamente e non lieti barbogi / giobbano con balde badanti e pesano / su sani prestatori (non stabili però) / senonché quei giovani sopravvivono / proprio grazie agli anziani che / poterono metter da parte cassette e / casette sicché che? prendi dindi / dove abbondano a gabbo? tassare / redditi alti alt, non se ne parla pirla / (son loro quasi sempre al governo) / son loro che arraffano e / distribuiscono (...) intanto / intontiti dalla bolla della borsa / nell'oscillante scialo della ribaltante / altalena delle sperequate quote degli / indici di dindi in vasti investimenti e / ben bilanciati calibri che si / chiamano azioni (...)[7]

 

Ma è negli UNDICI RAZIONAMENTI che la poesia di Muzzioli si estroflette in un manuale di contropoesia ai limiti d'una satira storicoeconomico–politica, disposta in 11 mosse o lasse che perlustrano con estrema precisione i retroscena distopici del razionamento post “9/11”, data che segna lo spartiacque profondo, quello evidente, da cui trae origine la “decrescita” e che si apre significativamente con :

 

la bolla, la bolla (in poche parole: la produzione del  / denaro dal / denaro) la bella bolla fatta col soffio – la bolla di / sapone (la bella / bolla iridescente) dal soffio dell'aria spinta in alto (a / meno che non sia / la bolla della bollitura) la bolla impalpabile mobile / (si eleva sopra / i cosiddetti mercati/ la bolla eterea, la bolla (che brilla) / (che s'innalza) / che balla ( sopra la borsa) che bolle; (pensaci) la bolla / (finanziaria) / oh bella che prendendoci gusto a soffiare (soffiaci e / soffiaci) si gonfia / si gonfia il più possibile a rischio (eh, per forza) di / rompersi fragile / com'è (ma dovevate saperlo) basta un niente, un / piccolo spillo / (ma neanche) basta l'aria stessa che la prema e scoppia / tutto

 

Alain Badiou fra tutti, ci ricorda come sia stato proprio a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso che è cominciata la triste ondata di riflusso e da qui la necessità di meditare sulla nozione di fallimento, che non implica l'abbandono dell' Ipotesi comunista, ma soltanto la constatazione che non si trattava della via giusta per risolvere il problema originario. Resta pertanto fondamentale non abbandonare l'ipotesi iniziale, ma considerare i fallimenti anche cruenti come tappe per un progressivo affermarsi dell'idea.[8] Su questa medesima linea di tendenza, ci pare venga a collocarsi Il richiamo del comunismo, che manifesta, sin dal poemetto Saluto l'utopia, la necessità di ricominciare ad interrogarsi su quella che è stata “una buona idea realizzata male”: il comunismo.

 

(...) non resterebbe allora / che estrarre dalle immagini / della vita quotidiana l'impulso / utopico che vi è insito – eppure / eppure di fronte alla strada / obbligata che viene posta come / inevitabile indiscutibile certa / (la crescita è necessaria la crescita / gridava un nano) bisogna interrogarsi / se per caso un altro mondo non / sia possibile e perciò rimettere / in funzione l'immaginazione / utopica – ma non per vani sogni / o promesse da ingannar babbei / ci vuole ad accompagnarla il calcolo / preciso utopie matematiche come / mai ve ne furono a queste / chiederemo aiuto se ce ne saranno[9]





Corto n. 2

(Prove su prove)

 

 

proviamo ancora col rosso: rosso, un cerchio intorno, poi rosso su rosso: Nandi ci fosse

col rosso un cerchio di rosso un punto sette punti di rosso se fossero

la macchia a cavallo dei cerchi, di rosso che cola in un angolo, mobile rosso su cerchi

più stretti intasati dal rosso, che segue i bordi dell'angolo, deborda oltre l'angolo rosso

si sparge sul tempo di rosso, rosso fin dentro il midollo dell'osso del tempo, rosso di vento

rosso quel vento nel tempo del rosso, rosso il fiato del vento nel rosso del tempo

rosso il bosco se dirama nel bosco quel vento rosso fiori rossi

su gambo rosso con petali rossi nel bosco rosso del tempo dove il vento

è rosso: troppo rosso Nandi o troppe parole di rosso o un rosso sgomento dal rosso?

le piume di struzzo pittate di rosso agevole rosso di struzzo

 

(Elio Pagliarani, La ballata di Rudi)

 

 

Forse per riconfermare l'antica ossessione che la sinistra, a detta delle beghine della destra, ha nutrito nei confronti d'un certo cavaliere, oramai ex, non poteva allora mancare in questo Richiamo, una variante, che rifacendosi all'esilarante Alla corte del corto[10], non poteva dunque che chiamarsi La variante del corto, in collaborazione con Guido Gozzano:

 

quel coso con due gambe più simile ad un nano / ha fatto la rovina del popol pitaliano / non solo nelle tasche gli ha messo la sua mano / ma, come preferisce, gliel'ha messa nell'ano

 

quel coso con due gambe che fa la rima in “oni”/ il più presto possibile si tolga dai coglioni[11]

 

In realtà la collaborazione di Gozzano al testo viene ad essere limitata ad un verso tratto da Nemesi e che suona “un coso con due gambe” ed alle ultime tre lettere di “guidigozzano”, mentre, sia quel, sia che fa la rima, almeno nello stesso poemetto, non trovano alcuna occorrenza. Anche in Alla corte del corto, Gozzano subisce il medesimo trattamento, questa volta tratto da La signorina Felicita ovvero la Felicità, dove

 

Ed io non voglio più essere io! | Non più l'esteta gelido, il sofista, | ...

 

con l'aggiunta di tre versi presi da una strofa precedente

 

... meglio andare sferzati dal bisogno, | ma vivere di vita! Io mi vergogno, | sí, mi vergogno d'essere un poeta!

 

messi in bocca al Corto diventano, suscitando un effetto di paradossale comicità:

 

E io non voglio più essere io. / Non più il potente gelido il sofista / che frottole e cazzate spara a iosa / meglio andare sferzato dal bisogno / ma vivere di vita, io mi vergogno, / mi vergogno e voglio essere statista.

 

Prove su prove, dunque, come recita il poemetto che apre la presente raccolta e dove vengono elencati una serie di procedimenti tipici delle neoavanguardie degli anni sessanta, che risultano poi essere quelli dell'autore stesso, a cominciare proprio dal catalogo iniziale delle prove, che sembra poter parafrasare il catalogo delle navi, Libro secondo dell'Iliade, utilizzato da certe avanguardie come modello per esperimenti successivi, via via fino ad oggi; quindi segue la lista dei principali procedimenti:

 

s'è provato a confondere il tempo e farlo / andare a ritroso e metterlo in discussione / o con parole una dopo l'altra in elenchi / lunghissimi oppure distorcerle fletterle / sommuoverle s'è provato a eliminare / completamente la punteggiatura (...) s'è provato a utilizzare lingue diverse / (...) oppure contrapporre i registri /( ...) e s'è provato a ottenere parole che non /  c'erano (...) e anche a inventarselo un linguaggio / nuovo di zecca (...) e s'è provato a non dire / mai nemmeno una volta io (...) s'è provato a fare / con la musica  però un tipo di musica / stridente e disarmonica escludendo proprio / la forma che si ha nell'orecchio preponderante / in undici sillabe (...) s'è provato con la parodia / (...) e ci si è messa la satira è sembrato / una buona soluzione mettersi al servizio / della politica che aveva scarsa capacità / d'opposizione in quel momento / (...) s'è provato ogni gioco con le parole / (...) e s'è provato con l'incoerenza / la sintassi dell'incongruo con frasi / corrette in apparenza ma composte / di termini tra loro incompatibili (...) s'è provato non solo con lo scarto ma / anche con lo straniamento (...) e s'è provato con tutte le modalità / del riso dal comico al grottesco al sarcasmo / (...) e s'è provato anche con la vecchia allegoria / però rimodernata / (...) e s'è provato addirittura a fare / uno svuotamento una specie / di sbaraccamento generale del senso / (...) e s'è provato un linguaggio molteplice / denso mescidato ibrido che non esclude / nessuno stile (...) s'è provato un linguaggio / debordante e sgangherato (...) s'è provato a fare della poesia una prosa (...) s'è provata una scrittura che si oppone / (...) s'è provata e una scrittura /  insomma che non dà niente per scontato / (...) s'è provata una scrittura obliqua in tutti / i sensi (...) s'è provata una scrittura che cambia / continuamente (...) s'è provato di tutto e non s'è ottenuto niente / (...) non resta che una cosa le parole semplici /(...) e però tanto non saranno / proprio semplici del tutto tanto / le parole non sono mai semplici / neanche le parole semplici (...)[12]                                                                                           

 

Sembrerebbe qui di aver raggiunto quel punto di non–stile che consente di tirare le somme di ciò che si è fatto per tutta una vita; ma anche, soprattutto, di ciò che resta ancora da fare. A ben guardare, qui non si tratta né dell'ossessione della lista né della sua vertigine, quanto piuttosto, fattore comunque presente in ogni lista, dell' impossibilità di una sua conclusione, anche se in questo caso, trattandosi di una lista d'interminabili fallimenti, si potrebbe correre il rischio di uno scivolone nel patetico, rischio ben controllato dall'autore, che sa molto bene quanto le parole, soprattutto quelle semplici, sono quelle

 

da usare con tutta la distanza di sicurezza / in modo da estrarne un arido aspro succo / che schizza quanto meno te lo aspetti / e si sbrodola da tutte le parti.

 

Il richiamo alle Rime petrose, già presente nell'oramai testato Alla corte del corto, non fa che mettere in luce uno dei procedimenti adottati da Muzzioli. Qui il contributo dantesco viene offerto a balzelli alla vista dell'incauto compilatore, per cui l' allegoria dell'inaccessibilità di petra viene a trovarsi spianata sulla scrittura stessa, che a balzi la tratteggia. Si va infatti dai primi quattro versi della rima

 

così nel mio palar voglio esser aspro | com'è ne li atti questa bella petra, | la quale ognor impetra | maggior durezza e più natura cruda 

 

ai primi due della seconda stanza 

 

non trovo scudo ch'ella non mi spezzi | né loco che dal suo viso m'asconda

 

per poi balzare di nuovo ai vv. 20–24 

 

e ’l peso che m'affonda | è tal che non potrebbe adequar rima. | ahi angosciosa e dispiegata lima | che sordamente la mia vita scemi

 

poi ancora al v.35 della terza stanza

 

E’ m'ha percorso il terra, e stammi sopra

 

quindi ai vv. 43–47 della quarta

 

che disteso e riverso | mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco: | allor mi surgon ne la mente strida; | e ’l sangue, ch’è per le vene disperso, | fuggendo corre verso | lo cor, che ’l chiama; ond'io rimango bianco

 

fino ad un ulteriore gran balzo che lo conduce lontano, ai vv. 67

 

che fatte son per me scudiscio e ferza

 

70  e 73

 

e non sarei pietoso né cortese; | ... io mi vendicherei di più di mille

 

Questo manipolo di versi della canzone dantesca va a cucire l'abito di chiusura della farsa teatrale di Muzzioli.[13]

 

 

Corto n. 3

(E cosí via all'infinito)

 

 

Aspidi, / Amfisbeni, /

  Anerduti, / Abedessimoni, /

Alhartafazzi, / Ammorbati, /

Apimaossi, / Alhatrabani,/

Aracti, / Asterioni, /

Alcharati, / Argi, /

Arainii, / Ascalabî,/

Attelabî, / Ascalapodi, /

Aemorroidi, / Basilischi, /

Bruchi, / Boa, /

Buprosti, / Cantaridi, /

Coluri, / Croccodilli, /

Cencrini, / Catoblepi, /

Cerasti, / Crochimaurii, /

Cani arrabbiati, / Coloti,/

Cychriodi, / Cafezati, /

Cauharii, / Coluroidi, /

Cuharscidi, / Chelidri,/

 Croniocolapti, / Chersidri, /

Cercidii, / Coquatridi, /

Dipsadii, / Domesii, /

Drynadii, / Dragoni, /

Elopii, / Enidridi, /

Fanuisii, / Galeotti, /

Harmenesii, / Handonii, /

Iclii, / Iarrarii, /

Ilicini, / Jchneumoni, /

Kesoduri, / Lepri marine, /

Lucertole calcidiche, / Myopii, /

Manticori, / Molurii, /

Myagrii, / Museragnoli /

...

(François Rabelais, Gargantua e Pantagruele)[14]

 

 

Rabelais aveva provvisto Gargantua e Pantagruele di una lunga serie di elenchi, che servivano a puntellare la narrazione, deviandola dal suo corso. A queste liste che placano forse l'ansia[15], fa riscontro il fenomeno dell' accumulazione, che Muzzioli ha voluto contemplare, dal punto di vista di un progetto esponenziale, da lui intitolato Forma come contenuto: l'accumulazione. Partendo da una pentapodia, ossia un verso composto da cinque parole principali (primo livello)

 

riga le cose l'incauta acredine della possessione

 

questo viene espanso in ulteriori pentapodie, in modo tale che le parole della prima si trovino contenute una in ciascun verso, pervenendo quindi al secondo livello:

 

riga dell'orizzonte si trattiene il vento dell'altrove / enumera le cose e le sorteggia non abbastanza averi / aspetta la mossa incauta studia l'attacco giusto /non ha acredine ma calcolo permane il semplice baricentro / non si ricorda com'era meglio prima della possessione). [16]

 

Seguendo il percorso, il numero di versi cresce in misura esponenziale (1, 5, 25, 125, 625, 3125, 15625, 78125, 390625, 1953125) e così via all'infinito. Naturalmente, per motivi di spazio, il procedimento si è arrestato al suo quarto livello, per un totale di 125 versi. Oltre a voler mostrare l'insensatezza dell' accumulazione, attraversata da una logica spietatamente ricorsiva che cancella il mondo delle pulsioni e delle necessità (bios), si rimanda in modo implicito ad una  catastrofe della rappresentazione immaginativa. [17] Il regresso (o il progresso, è lo stesso) all'infinito è infatti lo schema tagliato su misura della ricorsività sintattica, una forma di coazione a ripetere, paralizzante per la stessa immaginazione del soggetto che soggiace all' eterno ritorno dell'uguale, in una sorta di vertigine nichilista, che lo costringe a replicare all'infinito. Per cui, via con il terzo livello, fino alla fine, fino a ingozzarsene:

 

riga come traccia da seguire come percorso obbligato / ma è difficile credere che si perverrà oltre l'orizzonte / c'è una forza di gravità che trattiene lo stato dei fatti / nemmeno il vento promette di cambiare stagione / i messaggi dell'altrove sono diventati incomprensibili / il mago li enumera ma i dannati non danno ascolto / le cose comandano esigono di venire protette / abbiamo fiducia alla buona fortuna che li sorteggia / l'uomo è razionale ma non abbastanza trova delle scappatoie / le onde successive distribuiscono a caso gli averi / qualcuno pur sempre aspetta che la tempesta passi / la mossa che si esegue ha talvolta un che di teatrale / persino la furbizia potrebbe rivelarsi incauta / si sa che spesso si studia e non si ottiene nulla (...)

 

 

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Gustave–Paul Doré (1832–1883), illustrazione per «Gargantua e Pantagruele» (Parigi, 1873)

 

 

Corto n. 4

(Fallire meglio)

 

 

Prima il corpo. No. Prima il luogo. No. Prima entrambi. Ora l’uno. Ora l’altro. Disgustato dell’uno tentare con l’altro. Disgustato dell’altro disgustarsi daccapo dell’uno. E così via. In qualche modo ancora. Fino a disgustarsi di entrambi. Vomitare e andarsene. Dove né l’uno né l’altro. Fino a disgustarsi di lì. Vomitare e tornarsene. Di nuovo al corpo. In cui niente. Di nuovo al luogo. In cui niente. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio di nuovo. O meglio peggio. Fallire peggio di nuovo. Ancora un po’ peggio di prima. Fino a disgustarsi una buona volta. Vomitare una buona volta. Andarsene una buona volta. Dove una buona volta né l’uno né l’altro. Una buona volta per tutte.

( Samuel Beckett, Peggio tutta)

 

 

È chiaro. Per fallire meglio, occorre sforzarsi per il peggio. Cosí Beckett: «Tutto come prima. Nient'altro mai. Provato sempre. Fallito sempre. Fa niente. Provare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio».[18] Cosí Edgar, in Re Lear: «L'essere il peggio, | la cosa più infima e infamata dalla sorte | fa pur sempre sperare, e non temere. | I cambiamenti | davvero lamentevoli sono dal meglio; | dal peggio si ritorna alla risata».[19]Sarà per questo che una sorta di neo–evaporazione del linguaggio come pratica testuale, spinge Muzzioli ad avvalersi, nel suo Richiamo, dei procedimenti e delle istruzioni per l'uso ripresi dalle avanguardie novecentesche degli anni sessanta, ma spingendoli ancora più oltre; dove ciò che conta, non è tanto la novità quanto l'estraneità al dominio culturale vigente «e il progetto di riscrivere su basi alternative l'intero campo» (Muzzioli 2013), e dove gli stessi margini dell'utopia vengono ricondotti alla questione del linguaggio, da giocare su precise scelte tecniche[20], quali ad esempio quella del patchwork estravagante, che Muzzioli porta ai limiti dell'impraticabilità, con effetti stranianti di controllatissimo delirio linguistico; ma anche e soprattutto di tutte quelle astuzie e calembours tipici della scrittura beckettiana, ancora più visibili in un poemetto come La corrente, dove la fuga delle parole una dall'altra ed una contro l'altra, oltre ad un effetto di programmata incompiutezza, libera il linguaggio dalla pastoie e dalle escrescenze cui lo aveva portato il peggior Romanticismo ed il peggior lirismo contemporaneo,[21] con le stagnanti mitologie del soggetto, per il tramite d' una lingua piegata  e plagiata sui significati più effusivi e triti, quasi floreali del codice privato, ragion per cui la verbigerazione[22] del nostro appare come una ulteriore corrosiva critica a quel tipo di poesia, oltre alla piena riconferma che «se l'avanguardia è impossibile, allora è l'unica cosa che valga la pena di tentare di fare». [23]

 

a bari vanno i trini e triti cori / (...) il riso è piatto – nella sera vaga / la luna lama tra le case rade / le parabole i simboli le iperboli / la vita è cara e non la si risparmia / il vecchio capitano chiama a bordo / del campo e dileguata è la riserva / in fila indiana – compie l'addizione / un numero da circo – l'animale / parlante e subito subìto il resto / da lasciare – col cambio messo in folle / oceaniche accorse per il caso / che si declina verbo a verbo storto (...)

 

Di una lingua a senso perduto dunque, pluridirezionata e che non ambisce ad andare da nessuna parte o particula, ma che ritorna sempre sulla sua ossessione, dal momento che quell'unica direzione è andata smarrita, cancellata dalla storia insieme al Novecento e dal momento che non resta che seguire tutte le direzioni nel medesimo istante, una lingua che per fuggire alla sua stessa corruzione, al suo trito valore di scambio, preferisce sobbarcarsi il peso di un improbabile viaggio tra le coste della comunicazione, nella corrente di un fiume che alla fine giace a terra:

 

fiume di cose va a caso – scema / nella sera resistenza di miti / che poggiano oramai su terra rosa (...) entro comuni luoghi / annegati corrotti in molle limo / in superficie agitando lunga mano / mano di possa – manigoldi umani / amano emergere (...) in cerca di qualcosa che si presti / guardano i fondi – traggono bandiere / incolori – e giunti alla somma / cima d'oggi a domani sono ottusi (...) mentre alla rosa stacca la sua spina / dalla sua presa la corrente passa (...) e ti saluto – pronto al gran bagaglio / imballato per un non-viaggio – blocco / pesante soprastante impelagato / volano foglie fogli faglie e figli (...) e sprofonda nell'identico capo / duro di cerebello fino a che / per caso a terra si ritiri il fiume

 

E già, Il richiamo del comunismo, benché autoironicamente ritenuta dall'autore una “stravaganza” fra le altre ( “e altre stravaganze”, detta in corpo minore il sottotitolo ), cosí come L'idea di comunismo, nascono da quando la cultura politica, che da Platone sino agli ultimi decenni del Novecento aveva saldamente tenuto banco, è stata oggi ridotta in macerie dall'incultura liberista, la cui economia si fonda molto più sugli automatismi della numerazione binaria e sui suoi allegri algoritmi, che non sui bisogni materiali degli abitanti di questo pianeta, una cultura che comunque, vogliamo ricordarlo, è segnata oggi da quella crisi profonda che ha investito quello stesso sogno liberista che regna incontrastato da oltre vent'anni dalla caduta dell'Impero sovietico, fondato appunto sull'autoregolazione del mercato. Da quando è iniziato tutto questo, le categorie teoriche europee sono diventate una nicchia per specialisti, ed anche l'intellettuale una figura professionale spesso di secondo piano.[24] Peggio tutta, allora, come dice Beckett; ma col cambio messo in folle, come sottolinea Muzzioli.

 

 

 

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Samuel Beckett by Rosemarie Clausen

 

 

 



[1] Slavoj Žižek, Chiedere l'impossibile, a cura di Yong–june Park, ombre corte / cartografie. Traduzione  dall'inglese di Gigi Ruggero, novembre 2013, Verona, p. 16.

[2] Philippe Godard, Mai 68. Soyons realistes, demandons l'impossible, ed. Syros, aprile 2008.

[3] Costas Douzinas e Slavoj Žižek, L'idea di comunismo (Introduzione), volume collettivo, con interventi di Alain Badiou, Judith Balso, Bruno Bosteels, Susan Buck–Morss, Costas Douzinas, Terry Eagleton, Peter Hallward, Michael Hardt, Jean–Luc Nancy, Toni Negri, Jacques Rancière, Alessandro Russo, Alberto Toscano, Gianni Vattimo, Slavoj Žižek, 2011 Derive–Approdi, Roma, p. 5.

[4] Francesco Muzzioli, Del titolo, in Il richiamo del comunismo, con una postfazione di Aldo Tortorella, 2014 Robin Edizioni, p. 40.

[5] Op. cit., p. 85.

[6] Cit., L'idea di comunismo, a cura di Costas Douzinas e Slavoj Žižek, p. 5.

[7] Id., pp. 85–86.

[8] Cfr. Alain Badiou, L'ipotesi comunista. Traduzione di Livia Boni, Andrea Cavazzini e Antonella Moscati, 2011 Edizioni Cronopio, Napoli.

[9] Francesco Muzzioli, Il richiamo del comunismo, p.31.

[10] Francesco Muzzioli, Alla corte del corto. Ovvero: quello che i classici pensano del cattivo governo di Pitalia, le impronte degli uccelli, Roma 2008.

[11] Id., p. 57.

[12] Francesco Muzzioli cit. pp. 7–13.

[13] Oltre ai versi contenuti nell' esergo d' apertura, a completare l'opera andrebbero riportati i seguenti versi, anche questi variamente adattati: Ahi angosciosa e dispietata lima / che sordamente la mia vita scemi / e m'ha percosso in terra e stammi sopra / e disteso e riverso / mi tiene in basso d'ogni guizzo stanco. / Allor mi surgon ne la mente strida / e il sangue che è per le vene disperso / fuggendo corre verso / il cuor che chiama e io rimango bianco. Op. cit. p. 44.

[14]Cfr. edizione einaudiana (1953), a cura di Mario Bonfantini, Volume secondo, pp. 692–695: “Questa lista di rettili, raggruppati secondo l'ordine delle lettere dell'alfabeto, fu presa da R. da una versione latina del Canone di Avicenna, apparsa nel 1527 e assai diffusa nelle facoltà di medicina. Come si vede, R. vi ha aggiunto di suo qualche nome che non ha niente a che fare coi rettili”.

[15] Cfr. U. Eco su la Repubblica del 7 Novembre 2009.

[16] Francesco Muzzioli, Il richiamo cit. pp. 19–20. Le cinque parole presenti nella seconda pentapodia, sono state evidenziate, per chiarire al lettore il procedimento seguito.

[17] Cfr. Paolo Virno, E così via, all'infinito. Logica ed antropologia, 2010 Bollati Boringhieri, Torino, p. 28.

[18] Beckett Archive, ms 2901 (Reading), in James Knowlson, Samuel Beckett. Una vita, a cura di Gabriele Frasca, 2001 Giulio Einaudi editore, Torino, p.794.

[19] Cfr. Shakespeare, Le tragedie, vol. IV, a cura di Giorgio Melchiori, 1976 Arnoldo Mondadori Editore, p.741.

[20] Vedi a tal proposito quanto scrive l'autore: «È l'avvertimento della alienazione linguistica e il tentativo di opporsi ad essa a comportare il distanziamento dalla tradizione, con l'introduzione di tagli, mescolanze, atomizzazioni, in una operatività esasperata da tours de force e non disdegnosa della estetica del disturbo», in Francesco Muzzioli, Il gruppo '63. Istruzioni per la lettura,2013 odradek edizioni, Roma, p.33.

[21] Si rinvia, per chi voglia approfondire l'argomento, al manuale–pamphlet, sempre di Francesco Muzzioli, Come smettere di scrivere poesia. Manuale di pronto intervento per il recupero in otto giorni di 12.000 infettati in forma grave, 2011 Lithos Editrice: «Proprio come nei mali contagiosi, la poesia non guarda in faccia a nessuno, non rispetta differenze né geografiche né di sesso. Tutti la scrivono, però nessuno la legge, poi: di qui la gravità del fenomeno, la sua intrigante dannosità culturale e la diffusa mancanza di coscienza e di consapevolezza in coloro che ne sono colpiti.», pp. 9–10.

[22] Riferimento al volume di Francesco Muzzioli, Verbigerazioni catamoderne. Con un sussidiaretto di lettura di Marcello Carlino, per la collana – Segni del suono – a cura di Anna Maria Giancarli, Copyright 2012 Edizioni Tracce, Pescara.

[23] Op cit. 1. La contestazione del testo, p. 27.

[24] Vedi a questo proposito Rita di Leo, L'esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Copyright by Ediesse, Roma, p.123: «Il capitalismo così com'è oggi è la triangolazione tra il produttore cinese, il consumatore americano e il piccolo medio azionista Apple transnazionale che traffica on line. La sua forma si è costituita senza alcun apporto europeo, e anzi testimonia la nostra emarginazione».




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