LUOGO COMUNE
NOTE D’AUTORE
Le battaglie barocche e le molte predilezioni di un ‘maledetto toscano’


      
Disperanti vicissitudini familiari-ospedaliere tra mala sanità e mala umanità in quel di Reggio Emilia. E poi sprezzature culturali varie che includono le memorie su una edizione critica del poema “Endimione” di Giovanni Argoli, seguita da immancabile intrigo accademico con inchieste e reprimende. Lunghi elenchi quindi di autori, libri, musiche, opere e film di un’intera vita da salvare. E, infine, considerazioni e pensieri traversi su alcune poetesse (Gemma Forti, Ambra Simeone, Biancamaria Frabotta, Maria De Lorenzo) e su un saggio ungarettiano firmato da Noemi Giachery.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

CADUTE E CAVALLI

 

 

 

Il 30 marzo scorso mia moglie cade in casa – non da cavallo; a pochi passi dalla stanza dove anche ora sto legato al remo del mio computer. è come una stanza di ottava: ‒ si chiama l’ambulanza, recovero di urgenza, si appura senza remore che si è spaccata un femore (rima baciata). La sentivo nell’aria, come un colpo di grazia, la imminente disgrazia; è troppa la vecchiezza: sono sempre più rari | gli eroi di cui salgàri | scriveva: Nella brezza | apparve, un po’ in ritardo, | un vegliardo di circa 40 anni. Si muore per tre emme: Melancolìa, Medicina, & Matusalemme. Siam nati per soffrir tre mali estremi: la vita, poi burò e democratia.

 

Ma c’era Il Ponte. Non quello, almeno i primi tempi glorioso, di Calamandrei, dopo la morte di Calamandrei fattosi troppo alla svelta una buona rivista come tutte, col taglio delle forbici smussato. Il ponte, dico, c’era, quello sacro: venerdì, sabato, domenica, per i più fortunati e viaggiatori già dal giovedì pomeriggio, al mezzogiorno del lunedì. In fondo da noi di sacro ci son solo i pontefici (‘il santo padre’) e i ‘ponti’. Chi si rompe un femore o si fa travolgere da un camion impazzito sull’autostrada, ponte durando, ma cosa tenta? una provocazione?

 

 

 

Non basterebbe il Tasso:

 

Canto colui, che fu buon Capitano

Nel giunger primo ai luoghi della Feſta,

Crollalanza invittisſimo con mano

Leſta, & maneſca nel schiuar la meſta

Rota dei giorni bieci per l’humano

Giogo del star compresſi in una ceſta

Laborïoſa in groppa d’vn somaro,

Cui il solo nome di douere è amaro...

 

 

 

 

 

L’entrata fu semplice: vi mando a ortopedia, c’è un medico di guardia, prende in carico la paziente, sostituiamo con un cuneo metallico la parte lesa dell’osso. Bene. Il medico di guardia non palesandosi, tuttavia, per il resto della giornata prepontizia, non v’è infermiere a sufficienza informato, che ne sappia la reperibilità, l’orario, il cellularetto, le intenzioni; senti l’odore inconfondibile delle piccole verità non dette, che uno dovrebbe intendere da sé. Tre giorni di accampamento, aria di limbo in disarmo, viene l’alba del lunedì. Si opera domani... no, non è detto... forse mercoledì... sì, certo, è detto, ma. L’operazione è improvvisa, colpodimanodasporcadozina: a mezzogiorno del martedì. Un paio d’ore. Mia moglie esce col barellaro: è sveglia e furiosa. Io li denuncio (grida o balbetta con tutte le forze e la rabbia che si ritrova); mi hanno tenuta ore bisticciandosi fra due medici in disaccordo sul da farsi. Il barelliere scherza: la signora è scontenta... avrebbe dovuto provare con un ospedale napoletano (sic)... Sento nell’aria il soffio della  Gloria: vuoi veder che la fanno senatrice a vita? Cerco di fissarmi su una idea: sarà un effetto della anestesia.

 

Se i tre giorni di sospensiva erano, comunque, trascorsi in una specie di carrozzone zingaresco, animati da uno stuolo di infermieri (perlopiù donne) molto umani e puntuali (dilà dalla riconosciuta, imposta loro, omertà), la barella post-operatoria finisce in Dachau. desinit in fischer. Si affaccia un cerbero e con occhi spiritati mi dice: Ha letto le regole? Rispondo a modo: basta che Lei mi dica, che cosa posso, e cosa non posso fare. Tranciando: ‒ andarmene, venire un’ora la sera e un’ora a mezzogiorno. Lasci il pensiero a chi tocca. Lo sanno che mia moglie (il caso della pioggia sul bagnato) è seriamente ammalata da prima della frattura e ha bisogno di cure costanti, di essere aiutata nel cibarsi, nel pulirsi, tanto più, va da sé, che non può certo muoversi da letto?  Lo sanno; è tutto nella cartella. Bene. Aria!...

 

Un medico consapevole dei risultati della operazione è contattabile solo la mattina dopo a orario breve e fisso. ‘Qui si lavora’. Ci va mio figlio e il medico non c’è. Inquietante è però che risulti dichiaratamente irreperibile. Quando si affaccia con divino ritardo,  rassicura: tutto bene. Mia moglie, quando riusciamo a vederla, si lamenta di un continuo mal di pancia. Nulla, nulla. Lei insiste e ripete che dalla penombra della parziale anestesia (spinale?) sentiva i due chirurgi bisticciare fra loro sul daffarsi. Dice di avere implorato o imposto che la smettessero e la riportassero in corsia. Avrà sognato? Il chirurgo con le ali dà nuova sigurtà. Tutto bene.

 

 

 

 

Tre, quattro giorni in quell’ingegnoso antinferno. La chiamano la Room, va tradotto: la Gabbia. Lo scompenso, che regole infrangibili ci sono per i pazienti e per chi sa rendersi conto delle loro esigenze pratiche, e mentali e forse anche affettive, e tutto il resto lascia per poterli in qualche modo assistere, soccorrere, incoraggiare; nessuna regola per i malbracchetti che senza un sorriso, un cenno di risposta ad un saluto, una scorreggia ideologica quale potrebbe essere l’ammettere che la gente lì dentro è sofferente, non ci sta per sua scelta, è ritornata ‘cosa’, avrebbe bisogno di sapere un minimo di cose pratiche, di essere informata civilmente, avere una scaletta temporale almeno approssimativa circa la durata prevedibile del ricovero, l’espulsione dall’alvo...  Bastò che mio figlio, persona avveduta e paziente, non uno zolfanello come me, che son nato e cresciuto alle porte di San Friano, (e che a fianco a mio figlio mi sento ormai come mi sentii un tempo allato a mio padre), reagisse finalmente con la dovuta severità a una osservazione fattagli a testa di Khane, perché il clima passasse dalla ostilità alla perfino untuosa disponibilità. E, al solito, d’improvviso, l’estromissione. Il ritorno alla corsia giocoliera dell’antequem. L’aria è luminosa (sempre Tasso) ‘più dell’usato’ e si ha finalmente una data: il giorno tal dei tali, alle due, ammissione alla sezione riabilitativa (dell’arto leso). Mia moglie séguita a lamentarsi di un mal di pancia che resiste ai calmanti.

 

Mi presento per assistere al passaggio di sezione e mettermi a disposizione delle supponibili nuove occorrenze, e il medico mi fa sapere che vuole parlarmi. Ecco: l’operazione non è riuscita. Lui proverà nel pomeriggio, sotto narcosi, una trazione d’emergenza ma, se le cose non riescono, non c’è che da operare di nuovo. Bene!!! per una ammalata di parkinson e di depressione grave da molti anni, (non sono un piemontese, non ho bisogno di tacere i fatti), questa è la migliore delle terapie. Ma ora il passo si mette di corsa: cinque minuti dopo, uscito nel corridoio per una telefonata informativa a mio figlio, rientro nella camera e non c’è più il lettino (né mia moglie). Gli altri degenti ridono di gusto: l’hanno portata già a operare. Mi fiondo di sotto: entro nel tempio della dea Khalì. Finalmente, di dèdalo in dèdalo (sic), mi ritrovo in una anticameruccia, tappezzata di cartelli di divieto; manca soltanto quello di non mettersi le dita nel naso. Ossequiente alle norme, mi metto ad operare non chirurgicamente al cellulare per spegnerlo e da una porta accanto sento i lamenti di mia moglie e liete urla: stefania, stefania, svegliati, non morderti la lingua.

 

Io non sono che un critico; piombo nell’ufficio accanto e serafico uno mi dice: tranquillo, già fatto. Lunga sosta di fronte a uno studio di radiologia. Rientro in corsia. Il medico di prima, da lontano, si sbraccia, per dirmi che ora tutto è andato a posto. Confermato per l’indomani il passaggio alle ginnastiche. Ah sì, quel maldipancia... non era di origine budelliera, ma a provocarlo l’infisso metallico non adeguatosi all’osso e dunque risalito all’insù. Qui ci vuole De Chirico.

 

La mattina che viene, nuovo prodigio. Il medico mi appella; senta, ora come ora non si possono intraprendere pratiche riabilitative. Vi rimandiamo a casa per una quindicina di giorni, prima di fine mese è già fissato un rientro per riesame e, finalmente, avvio delle procedure che, magari zompettando, dovrebbero rimetter mia moglie in grado, piano piano, di muoversi ancora da sola. Avvertono mio figlio, così di passata: state soltanto attenti che una gamba non diventi visibilmente più corta dell’altra.

 

 

 

 

Il che è puntualmente accaduto (ma l’avrete di certo indovinato) nella prima notte del finalmente a casa, pochissime ore dopo il trasporto in ambulanza (scorbutico e a pagamento, questo per dire che a volte l’idea di quel metallo ammansisce i peggio disposti) sul letto di camera, con feste della Gatta Schizzo che a non aver più visto la Mamma si stava lasciando morire di fame. Accorre finalmente il medico di famiglia e non può che certificare quello che tutti vedono: l’arto è sconnesso alla maladetta, la testa di esso precipitata in diagonale anca. Si lasci (è buon consiglio) passare la metà restante del sabato e metà della domenica, tanto nulla di positivo sarebbe fatto con un ricovero in dì di festa. Il pons minor è meno vistoso ma non meno infungibile del maior. Il buon medico mi dice sconfortato: son dei cani e tutti lo sanno, a Reggio è più che una semplice leggenda metropolitana, ma non v’è alternativa se non tentare in altra città. Oltre che cani, sono dei manigoldi: sapevano che era necessario reintervenire, hanno cercato di salvarsi la faccia o il culo, incuranti dei danni che l’inutile trasferimento e lo choc conseguente del ritorno in vinculis avrebbe avuto sulla paziente.

 

 

Sono le sette, domani a quest’ora*** ...  

 

 

*** Così scrivevo ieri. Nel frattempo, una nuova narcosi con trazione d’urgenza, in extremis, una nuova notte, una nuova mattina nel caos, e d’or’innanzi mi affido alla vostra intendente fantasia. Non c’è bisogno di aver bevuta l’intera botte (la famiglia di mia moglie era del resto imparentata, non so per quali vie, con Oscar Wilde) per aver nota la qualità del vino. Pessimo eppure dovremo beverlo a lungo, fino alla feccia et ultra. Come nei dreams di Burroughs:

 

“Night. a little room. the labyrinth-snake changes into a long long long tape........”




 

‒ risaremo ‘in man dei cani’, come quei viaggiatori del mediterraneo che si ritrovavano schiavi in attesa di riscatto sui lidi di Algeri o di Tripoli.

 

 

 

 

à la guerra comme à la guerre. Ma non parlatemi di MALA SANITà: non è che un’altra delle nove facce della ormai devastata UMANITà. ‒ del resto, come prendersela coi medici? Ho stiracchiato vita in una facoltà universitaria a indirizzo umanistico. Valla? Erasmo? Ficino? Leibniz? Colli? No, disamore e spocchia, provincialismo e stitica titolografia. Le ho viste sfiorire, accantonare, dico le piccole fortezze intitolate all’Humanitas. Ero in una città di provincia bravissima a  farsi pubblicità.

 

 

 

 

 

La facoltà umanistica dei tempi ducali, impedita di seguitare dal Carducci, dapprima l’avevano rimessa sù con apporti di banche e di privati, come ‘magistero’, mira l’educazione superiore dei provenienti dalle magistrali, o dei maestri laureati, senza tener di conto che semel magistellus semper magistellus, appetendo le cattedre possibili per i figli della borghesia agiata, che avevano ‘fatto lettere’ a Firenze con De Robertis (il padre, l’ungarettiano), a Bologna con Spongano, uno solo, fra quanti ne conobbi, a Roma col prezioso Giacomino, non di costui traendo il lascito favoliero e perfino ingenuamente popolareggiante (più bel romanzo italiano del Gattopardo, della Storia, sarà riuscito quello debenedettiano ‘del Novecento’), eredità gagliarda e sontuosamente raccolta dal genio di Walter Pedullà, ma quello salottardo e petulante dei giochini rabbinici fra la parte di Freud e quella di Alfred Hitchcock. Critica giocoliera, come di quello zio che, venuto in visita, la sera dopo cena, nella casa dalle lunghe ombre di un tempo, nel tinelluccio pieno di nastri e tintinnabuli, agli occhi dei nipotini pareva un Houdini (con l’accento sull’ultima ì). La Scienza (detta Si-ènza) era lo scudo di chi poco sapeva e meno voleva sapere. Capitava che uno, fattosi editore computista di un insigne poeta vociano, avesse trascurato di leggere Croce, e incitasse gli allievi a non farlo. Del resto discendeva da Fra Diavolo e da Tiburzi. Capitava che una, cultrice di monografie, conoscesse del moncograffito solo i libri di cui si occupava, per intervalla mascalcica. Come un assiduo del Boito che non volesse sentirne del Mefistofele (è solo un’opera) e non si orientasse su Mendelssohn, su Wagner e su La Società del Quartetto. Un’altra, ‘specialista’ (?) dei Primi Secoli, per citare a lezione il Carafa editore di Lanciano, disse: Lancetti, Carafa. Un’altra!, ora con le mele in pinnacolo, per spiegare un verso di Montale ricorreva a una inattingibile ‘concordanza’, peraltro disponibile solo presso l’università dond’ella proveniva, e non accettava nemmeno per remotissima e malidettissima pòtesi che una tessera degli Ossi non fosse poi così assolutamente scambiabile (se non per evocazione esplicita) con una di mezzo secolo dopo, nel montaliano doposatura. Cèlo cèlo cèlo... manka, manka... La più sfortunata fu una cara, biondissima, educata signora che aveva studiato dalle monache e non sapeva il latino ma un Superdirigente, per distrarla da quella storia dell’arte per la quale avrebbe avuto qualche numero non riconosciutole dal factotum storicoartistico delle Scuderie, si piccò di farne una filologa delle Origini. Morì presto, in un incidente di macchina, e ancora la rammento con compianto, comecché la battaglia per il poco formaggio ci avesse resi pro tempore rivali. In cattedra, in cattedra! Moveva i giochi il direttore amministrativo dispotico, d’estrazione democristiana. Unica cosa a non interessargli: l’università come luogo degli studî, longa manus dell’essere, non delle cariche, dell’orto-in testa delle penne da sachem. attributo dell’avere. Buon sangue non mente, per questi democristi ebbi a farmi granturco; sarebbe oggi ministro, forse primo gran consigliero, nella farsetta di Renzi. Sequentia Sancti Pancaldi secundum Matthaeum, quel che non ebbe innanzi, presto lo avrà didrèo. Il superdirigente parmigiano perdette potere di colpo e subì l’onta di processi e di carcerazioni preventive. Secundum Copionem,

 

 

Marco Tullio Copione, Oratore Romano

 





 

 

 

fu condannato in prima istanza e riabilitato alla fine, quando capita la lezione divenne mite e bravo servitore. Non ci mancò molto e ne morì. Allora la città che lo aveva leccato in trono e sputacchiato in polvere, ribattezzò in suo nome un viale che porta a un campus delle scienze, da lui fortemente voluto.

 

 

 

 

Poveraccio. Lo conobbi poco, era dittatoriale e irrispettoso, avvezzo al giudica e manda senza obbligo di controprova, ebbi una volta da lui il diritto all’uso del computer centralizzato, prima che in tutte le case fiorissero i pratici personal, e un finanziamento ‘interno’ per stampare il poema (una scoperta barocca, una specie di Adone al quadrato ma in una lingua ancora incerta, avventuriera e preclassica, come ancor oggi quella di un popolo di rimatori pugliesi o cagliaritani) che con giorni e giorni e giorni di ostinato lavoro su quelle tastiere concepite per farci bombe atomiche – per ottenere una virgola, si dovevano battere tre tasti – riucii finalmente a trascrivere intero. Per finanziamento ‘interno’, si intenda che il libro sarebbe stato fisicamente realizzato nella sottoimpiegata e costosissima tipografia d’ateneo, di solito adibita a fare buste di settore e biglietti di invito... Io non ebbi da manipolare una lira, per fortuna, ché tutto si tradusse in uno scambio di autorizzazioni burocratiche all’interno della struttura; il che non toglie che piombò sulle sponde del Parma, gonfie una volta all’anno e aride undici mesi, una commissione romana d’inchiesta, che non capiva chi e a che titolo fosse nell’ateneo locale un certo signor Argoli, Giovanni, che aveva pubblicato un poema Endimione --- di un poco meglio qualificato professorpieri.

 

Ci volle fatica a far intendere a quei polizianti che il Poco Meglio Qualificato Professore aveva curato l’edizione di un poema secentesco scritto ‒ a imitazione del poema mariniano, con gli amori di Venere e del figliuolo di Mirra ‒ dal ragazzo-prodigio Giovanni Argoli, figliuolo diletto del maggior astronomo italiano dell’epoca, nemico giurato delle spropositate proposizioni galileiane sulla terra che gira attorno al Sole. Per non trovarsi a difficili scelte, il ragazzaccio (che poi non scrisse altro, senza peraltro andarsene a cercar schiavi e vender armi in Affrica, come il suo postumo coetaneo Arthur) mise in versi gli amori della Luna (Diana) e del pastor d’Elide Endimione.



 

 

 

 

Ebbi però una severa reprimenda dal rettore nemmen tanto magnifico di allora, da me invocato a dirimer l’equivoco ‘come persona informata dei fatti’, che mi conosceva e mi aveva contattato più di una volta al telefono temporibus illis ovvero quando cercava voti. Oltre ad aver espressamente autorizzata la stampa del libro per i tipi universitarî. Come si defilò, glissando in campo nemico? A Parma si dovevano seguire le leggi di Parma. Da tempo vagheggio una nuova edizione del poema, rimasto incommentato per il seccarsi allora di ulteriori fonti. Se non si fosse chiusa a una ventata, magari lo si faceva con la finestra di lavis; e questa volta (appresa la lezione) il titolo sarebbe stato: ‒ Marzio Pieri / Endimione / a cura di Giovanni Argoli. Una storia già raccontata. Finiremo nel guinness dei primati, nel carnevale degli animali. E qualche professore tedesco farà una recensione su qualche rivista ticinese, spiegando che non si tratta di quel marzio pieri nato a Firenze nel 1940, chiamato marzio per buono augurio all’incombente intervento in una guerra già creduta vinta dell’Italia fasista, e che a ogni buon fine chiameremo d’ora in avanti marziopieri jr, ma di un MP senior, di cui peraltro aliquot plura desiderantur, che scrisse il poema d’imitazione marinesca nella prima metà del secolo decimosettimo, sbagliando ogni tempestività; ché il modello stava per finire all’Indice, morto il Marino ‒ ideologicamente ammazzato ‒ per  stranguria anziché per crepacuore.




 

 

 

 

L’ispezione, si fa presto a sapere le cose in quella città-tabacchiera, era stata promossa da un impiegatuccio dell’economato, unto finocchio di mamma, una contraffazione del pozzètto pöerèto, che passava il suo tempo a filare magliette e centrini, come un femminuccia. Io non gli avevo mai fatto né bene né male ma ci sono vendette trasversali. Una nipote bocciata, un parente ‘poeta’ cancellato, un fantino di curia dispettoso. Ora se la prendono con gli extracomunitarî e, in generale, coi poveri e gli indifesi. Ma quante telefonate anonime! “maledetto toscano, tornatene a cà toa...”

 

 

 

 

 

 

 

 



Una poetessa dal nome anche troppo parmigiano (ma, talora, anche milanese) scoprì che stavamo vicini di casa. Mi si piazzò in salotto e non voleva andare più via. Vi sarà capitato; alla fine dovetti spingerla per le scale, spazientito ed esausto. Ma son 25 anni che mi tempesta periodicamente delle notizie dei suoi successi genericamente assessoriali, o nei premietti letterarî in val di frasca o coldinièvole, esibendomi meriti che io non seppi vedere. Nemmeno se l’avessi concupita, e non era il caso per me, mi sarei vòlto a chiedere o a cedere favori di quel tipo che ci vuol poca vita, e saggezza di vita, per intendere. Non voglio rivendicare santocchieria, cui mai presunsi, né l’eroismo del Casto Giuseppe, che mette voglia solo di un gran ridere. ‘Dàmelo, dàmelo! Ma che di’? e Pottifarre? Pottisì, ma far no, fammi sentire. Piuttosto morire! Piuttosto morire!’ Rimando ad Apollo & Dafne del grande Haendel. Tentato stupro di una monacella. Raggiunta si trasforma in insalata. Vinse sempre in me la ragione per cui, ufficiale di complemento, nelle sette o otto notti di picchetto, stavo alla lettera al regolamento e dormivo vestito, le scarpe appena appena slacciate, su una sedia della casamatta. E se ci avessero attaccati di sorpresa ‘i comunisti’? (erano lo spauracchio degli ufficiali di carriera d’allora, Ustica ancora inimmaginabile). Farsi trovare in mutande, ma via. Come in quei film della Sporca Dozzina, ufficiali e soldati della Wehrmacht a braghe pendule, solo il Bieco Sovrintendente delle SS dòrmita con la svàstica pèndula dal capèzzulo. Che bella cosa ’na shcrotata ’o sole.

 

 

 

 

 

La mente vaga, per cercare sollievo. Mi rifugio nei libri di poesie (o sulla poesia) di mano femminile che fanno un piccolo cumulo qui accanto. Non sarà facile persuaderne un lettore estraneo a quello che dicono i versi, alla alienità veggente di essi. A volte può bastare uno scarto minimo, o mimico, o un tic, o un clic, come nella parlata di Eta Beta. Dei personaggi usciti dalla scatola di Walt Disney, significativamente il meno affermatosi, il meno stabilmente popolare. Io, che non amavo molto Topolino e i suoi Bros. (con unico salvato Paperon de Paperoni, lo Shylock dell’Ebreo Meraviglioso padre-padrone del ‘cartone animato’), facevo una eccezione per quest’essere venuto dal futuro, dotato di poteri eccezionali e di impotenze imprevedibili...

 

non preoccuparti, amico mio

andrà meglio la prossima volta...

 

che non fa ombra, come Dante fra ergastolani e purganti; e si nutre di naftalina. Rischiai di provarmici, non fosse l’odorino sgradavelossimo (sic!) di questo policarburo biciclico (cito a memoria, e a cazzodecane, dalla Treccani) derivato dal catrame o dal benzolo, una volta portati al calor rosso.

 



 

 

Calor rosso uguale poesia? Sarebbe molto, troppo idealistico. Nel mezzo del cammin della mia vita, stavamo un poco tutti (tranne gli arcadi desanctisiancrocisticogramsciani) per la scelta oppositiva, erano gli anni del resto della diffusione di massa del surgelato. Ci asciugammo le lagrime versate, da adolescenti vergini o segaiuoli, sull’“avvocato che non fa ritorno”, su un Gozzano preso alla lettera e senza sospettarne il doppiofondo. “Porto il mantello a rota e fo il notaio...” (solo i fanatici di Marcel continueranno indomiti, inesperti, a identificarsi con la Signorina Felicita, tutto sta che Gozzano si legga con le ‘romanze’ di Puccini a basso volume in sottofondo, o Marcel con un misto di Fauré Charpentier Franck Debussy Vinteuil Reynaldo Hahn la vie en rose ...)

 

 

 

 

L’angosciante questione

se sia a freddo o a caldo l’ispirazione

non appartiene alla scienza termica...

non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.

 

 

 

 

Come dopo il passaggio di Cage, soprannominato The Wagner-Flies Whisk, o Swish, insomma Quei Che Ci Pulì le Orecchie, si era completamente trasformata la nostra capacità percettiva. Ma, intendiamoci, ‘nostra’ (‘... di nostra vita’), è sempre alzare una carta dimolto impegnativa (e abusiva). Ognuno, in realtà, fosse magari sui quattro muri di camera, vi appende l’ultimo conto già pagato, un ritaglio di giornale sulle anfetamine, una banconota mai tanto rimpianta a ricordo dell’èra pre-euro, la foto della Marilyn nuda sul calendario, il poster della mostra di Mantegna a testa di cavallo (tornandone, mio suocero che già soffriva del mal d’occhi che lo avrebbe presto disarcionato, rischiò di spedirci tutti nel Po), ‘quel giorno che un’ape cadde nel fuoco Era te lo ricordi la fine dell’estate...’

 

 

MY EDUCATION: a page of dreams

 

 

 

 

 

 

 

 

(leggendo i miei poeti, Vittorio, Attilio, Edoardo... dopo  guidogozzano e Saint-John Perse, dopo Gabriel e dopo Apollinaire, dopo Zio Ezra e William Carlos Williams e Benn e Bachmann e René Char ... --- ho imparato, un poco alla volta, a riconoscere le trappole e gli anfratti della poesia e la nascita balbettante di una mia lingua, dentro la quale ancora mi provo, ed ormai lo farò fino alla fine)

 

 



 

 ossia :

 

  

 

 

 

(& uia-uia-------------)

 



(mi chiedete dei prosatori? anche meno; boccaccio, tutto: il fondatore della letteratura italiana; leonbattista alberti (intercoenales), ficino traduttore (non in volgare, sàppisi; o risàppisi!) guicciardini aretino giordanobruno casalbigi, ovviamente la bibbia del diodati le osservazioni sulla morale cattolica i diarii del tommaseo le interdizioni israelitiche del cattaneo le note in azzurro del dossi nievo collodi sàlgari imbriani de roberto pirandello dannunzio ma non i romanzi silviobenco boine borgese longhi, ma non oltre ‘la voce’, de chirico scrittore tutto malipiero diarista gavazzeni diarista beniamino dal fabbro anche poeta augusto hermet sinisgalli giaime pintor còccioli morante qualche vittorini non troppo resistenziale (le donne di messina ‘primo’, la garibaldina, le città del mondo anterileccatura), qualche gadda meno cruscante qualche fenoglio alla aldrich... i due massimi levi (prediligendo dell’uno l’orologio dell’altro la tregua...) arbasino anche le briciole... sancte arbasine ora pro nobis... la furia espressionista di testori (la cattedrale...)... petrolio ma solo quello, e parte del teatro o delle sceneggiature, per ppp ... lo stile a ventate di giovanni morelli musicologo sulle lagune... i ‘comuni smarrimenti’, romanzo di nanni cagnone, principe dei nostri lirici, dei lirici miei coetanei, coinvolti in uno stesso destino, da reggere, e da correggere...)

 

(va detto che leggo idealmente come prosa anche Saba poeta, del resto il suo capolavoro è verosimilmente nella prosa,

 

 

 



Estelle Gilson’s distinguished translation of the Italian prose stylist won the PEN Renato Poggioli Translation Award for 1992 and the Italo Calvino Award of the Translation Center at Columbia University in 1991



anche Dino Campana, anche, perfino, Góngora, Ungaretti, la Comedia, Shakespeare e Calderón...

 

 



 

anche?... anche!)

 

 

(e dei passati, gli àtavi? Esiodo... L’Odissea... Platone solo se tutto; e non in traduzioni per la scuola. Dei lirici greci, Faone (“Tengo la fidanzata”). L’Ultimo Canto di Saffo (“oi-oi-ò... feu-feu... mortimei mordechai non vi avesse visti mai... ài ài ài---”), nella esecuzione di Cathy (Beri-Beri) Berberian. Euripide e il teatro neo-greco di Hofmannsthal. Quintiliano sul rovescio della Aesthetica in nuce. Ovidio, col Boccaccio e col Marino. Le menzogne della letteratura...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di cima al poggio, allor, lungo il sentiero,

giù dei cipressi per la negra via,

alta, solenne, vestita di vero,

parvemi riveder la Poesia....

 

Petronio, nella versione di Sanguineti, con projezione del film di Fellini. Il Namaziano del Fo. Nonno Panopolitano, ch’era egizìaco come Radamès.... vero maestro del Marino, e del Sergio Leone dei primi suoi peplum e di altri titani... (e poi come farei mai a guardare nemmeno di lontano i personaggi, che solo per Ytalia ci squaderna, rifresco di stampa, Arbasino nel novissimo suo collage Ritratti Italiani, da Gianni Agnelli a Federico Zeri, in fila longobarda, nel numero se ben calcolo di 93 francobolli o interviste, come un album dei calciatori delle Figurine Panini?

 

“Ecco insomma allora un panorama culturale

dove da parecchi anni

....

 

si finiva per confondere la buona letteratura

con la Cassa del Mezzogiorno... Così fatalmente

si finiva per assumere connotati

... piuttosto balcanici ...

non sempre lieti da constatare---“

 

Conobbi un fraticello ereticale

che brandiva lo scudo del Verga

ma in sua magione, in nobile palagio

della meglio Fiorenza stava ritto

a un treppiede da cena delle beffe

e sul leggìo, col naso alla bell’aria,

tenea Poetica, critica

e storia letteraria

non senza aver poi l’estro

di cambiare maestro

 

 

 

 



 

 

 

(...) Malebolge. Guido Cavalcanti (editio Pound). L’Affrica come esempio insigne di fallimento artistico più attendibile di una riuscita (poi il Trissino della linea gotica... il Tasso del secondo Gierusalemme; le Grazie... l’Autunno dei Cheyennes ) --- E Villon, Pulci, Rabelais, magari con per fondo una suite de Le Grand Macabre (Ligeti), Merlin Coccaio uso Till Eulenspiegel o Armata Brancaleone (di tutti i prodotti ispirati alla nostra tardiva neovanguardia, tuttora il più godibile). La Mandragola, regìa di Bellocchio (La Cina è vicina). Aminta e Pastor fido, letti una pagina sì e una pagina no alternatim col masque di una notte di mezz’estate. Il Candelaio (rivisto dai Coen). Agrippa d’Aubigné, preceduto dalla visione de La Reine Margot (Chéreau-Le Grand). Il Goffredo, l’Adone, i libretti-fumetti per l’Opera Veneziana (Busenello/Manara). Kit Marlowe (Rupert Everett: ‘morto in taverna...’). Il codice shakespeariano del 1623, ‘alla lettera’. Lo Cunto de li cunti, ma non quello di Rosi!!!!, a-bo-mi-neee-vo-le, Las Novelas Ejemplares, Quevedo, El Criticón. Di Corneille Othon e parte di Racine. Molière, a mano larga, e poi, in Italia, la Retorica in Cielo del Tesauro, il Goldoni memorialista, da beversi a piccole dosi e senza credere alla sua scala retroattiva di poetiche e di valori. Le Memorie del Da Ponte. E intanto, per il Gran Chisciotte, meglio le riduzioni ad uso dell’infanzia, come pei successivi Robinson Crusoe e Gulliver’s Travels (cosa non era l’Odissea raccontata in prosa scolastica, letta da mio padre che l’aveva scoperta nei suoi volatili giorni di scuola..). La Drammaturgia di Amburgo (Lessing), scommentata da Cacciari, e il teatro di Schiller in versione surrealista alla Magritte alla Max Ernst--- Così fan tutte e le Affinità elettive... il Lenz di Büchner... la Principessa Brambilla, versione Berlioz... Il Bonaventura, con le sue Notti ... versione Malipiero--- Re Orso, il Prode Anselmo... coi Songs di Margot Galante Garrone... il ‘mio’ Western tutto a geroglifici... ma il gioco dura troppo, è quasi alba, la morale l’avete capita)

 

 

TIERKREIS

 

 

 

 

 

 





 

 

 


 

1950

 

 

 

 

 

Rio Grande (Rio Bravo) Wagon Master (La carovana dei mormoni)





  «Siamo di fronte ad un arcipelago poetico dove l’isola principale è l’amore. Amore per la ricerca, per la scoperta, per la natura, per il poetico e soprattutto per l’essere umano. Da lì viene l’ostinata speranza nell’uomo nonostante la storia cieca e la fatica quotidiana del vivere e del glissare la morte» (Dario Bellezza, dalla prefazione a Zeffiro cortese)

 

S

enza mia precisa intenzione, mi ritrovo con un mucchietto di libri di poesia, i primi, al femminile; poi si vedrà. Un tempo pensavo, e lo scrissi e difesi l’idea con una certa baldanzosa verve, che fosse deviante leggere poesia come dentro dei tunnel estranei al solo e semplice fatto che fosse poesia: femminile, dialettale, religiosa, pedagogica, forestale... Forestale? Sì: mi ritrovai in una selva oscura. I woke up Into a black Forest. Era il tempo in cui ci dicevamo non che Io dissi (o scrissi) ma che fui detto o che fui pensato. Il Pensiero poetante... E certo, se una suona, o scrive, o canta, come dentro un sesso solo... la Callas ci aveva un par di coglioni così... è vero, nel tragitto, si è acquistato un senso per le differenze, per le molteplicità... non assunte come garanzie, come vindicazioni o conti in banca... Guardate oggi un’orchestra, o una vera città. Plurisesso, multinazionali, polirazziali, temperando il caos con la disciplina o the struggle for life, per la brioscina nel cappuccetto da dividere in tre...  

 

Ma non sai che una volta queste parti

cantavano i castrati? È dunque logico

che una donna le canti oggi.

-           Una donna

che almeno sembri uomo, e calzi austeri

coturni! Ma castrati oggi son tutti!

E un Orfeo che davvero uomo paresse

non sarebbe capito...

 

 

 

 

La tenerezza, l’ironia, la calma di Sandro Parronchi (Quale Orfeo? dialogo interiore, ed. Pananti 1991)

Qui siamo un poco in famiglia, fra poet/esse/, editori, sindacalisti, e chi trascrive questi appunti. Non conosco la Forti (Gemma era il nome di una mia nonna) ma ebbi un video dal poeta-editore di ‘fermenti’, una bionda signora uso professoressa di liceo, o dolce uva da salotto medioborghese, che in fondo è lo stesso. marco palladini declamava versi del libro (questo Pollice smaltato, introduzione di Gualtiero De Santi, immagini di Bruno Conte). la signora dolcissimamente annuiva arrossendo con dignità. “È una scrittura, la sua, che vuol investire e anzi aggredire il presente”;  De Santi, asseverativo, ora che la scrittrice è al suo, se conto bene, fra poesia e narrativa, libro ottavo, dal 1998. Poetessa emergente, fu allora salutata da Dario Bellezza, con parole insieme ragionevoli e buone per molti usi. È una forma di critica, l’elogium, che piace agli elogiati ma anche di più ai lettori, vogliosi di se tanto mi dà tanto; e anche di certezze. Time is money. Il tono appena sbarazzino non si giudichi irreverenza. In realtà la signora Forti dice che ha molto viaggiato, per lavoro, “in diverse parti del mondo, venendo a contatto con realtà molteplici”. Sedentario, potrei solo invidiarla, magari nascondendomi dietro ad Eusebio Montale: dicevano gli antichi che l’uomo che viaggia è un gran disgraziato. Mi piace che fin dal libro di esordio, con titolo deliziosissimamente alieno per non dire assolutamente arcadico, Zeffiro cortese, la poetessa si mostrasse interessata al gioco fra parola e pittura. Lei stessa fu l’illustratrice di quel primo libretto. E i successivi, se non altro in belle copertine, mai hanno smesso questa gioconda veste binaria. La Forti apre gli occhi sul mondo. Sceglie bei titoli (Finestra in alto, Zeeero, Ruvido lago), vince bei premî. Degno del Cavalier Marino (“Honor dell’insalata inclito, herbette...”) è un altro Candidi Asfodeli Vezzose Ortiche e da qualche parte una lettrice ha detto per un libro di questa poetessa “capriccio barocco”. Una chiave più diretta a me pare quella di un movimento libero fra un classicismo novecentesco di qualche pregio e una catadupa di postmarinettismo meridionaleggiante (da Roma in giù). Si potrebbe dare di peggio, quando a volte la Forti ha erezioni perfino veggenti:

CEDOLA SENZA APPELLO

Quel farabutto (...)

Vorrei poter chiamarla: La Non Distratta; e il libro si legge, se non con vera meraviglia, con qualche letizia e con frutto ricognitivo. Una poesia in carne, come un Rubens in cartolina scovato fra le cianfrusaglie del mondo, fra un pullman e l’altro che non arriva, in una polverosa cartoleria di Donnafugata, con scatole di candies del dopoguerra e due copie dell’“Espresso” dell’estate passata.

 

 

Non la tirerò lunga su come sono arrivato a leggere la poesia di Ambra Simeone, sta di fatto che nessuno me l’aveva segnalata e io son contento di averla riconosciuta d’acchito, su rivista. Ho visto dopo, nell’ultimo libretto licenziato da lei (Ho qualcosa da dirti (quasi poesie), deComporre Edizioni, Gaeta 2014), che per lei garantisce Linguaglossa, tantonomini, e ch’è in essere un rapporto d’amicizia col gran lombardo Giampiero Neri. Se fossi il buon lettore che non sono, avrei riconosciuto – nel suo filtro d’ombra bruente – la voce dell’amico, forse non avvertita nemmeno dalla autrice di questi versi, in una poesia (per me, indubitabile) che fluisce come autosopprimendosi, con l’ironia che impreziosisce ogni intelligenza e ogni dono di sé. Ambra, so, è di Gaeta ma ora vive e opera a Monza, in bella coppia con altro scrittore (più sul versante della filosofia, ma si sa che i recinti hanno smesso di tenere da un pezzo; dicerto è più poeta Wittgenstein di Quasimodo). Si è laureata con un degno linguista su un poeta padovano che oggi ha poco più di 50 anni, ed è uno zanzottiano dei più illustri. (Per quanto un istinto mi spinga a prender sul serio piuttosto uno zanzottiano che non sia padovano, un bertoluccista che non sia di San Prospero o di Cavalli di Collecchio, ‒ sulla via di Cavalli investito mi ruppi una spalla, che ancora duole quando cambia il tempo ‒, un luziano che non sia di Lastra a Signa o Ponte a Nìccheri, un poundiano che non sia fascista). Quando leggo, come ho fatto, i loro curricula, lodo l’essere andato ormai in pensione; come scriveva Sereni, nel Posto di vacanza? (e pensava, certo, a Fortini, l’amico carnefice): “sebbene fossero (non tutti) più forti rematori nuotatori di me”.

 

 

 

Santa Quiescenza, ora pro nobis....

 

Ma di quanto odio capaci; e ora dilagano. Tirano tutta la coperta a sé. Ma i piedi gli restano diàcci.

La poesia della Simeone (come quella di Neri) non è al tutto priva di referenti, di immagini; fa dei discorsi, dipana situazioni. Nell’esteriore non si somigliano per nulla. Neri di rado eccede la misura di qualche versetto, della foto dove c’è tutto e solo quello di cui tu puoi avere bisogna. Ambra dipana nastri, di norma ben oltre la pagina, messa per sbieco, perpendicolare, bislunga. Ma nell’una come nell’altro nulla si verifica, se non sia necessità. Mai si ascoltano voci tanto tenui (ma a-sentimentali), mai si fruga con gli occhi una serie così artificiosamente naturale di veli che dissolvono en abîme. (“prima di addormentarmi”, recita un altro titolo della suadentissima, perversa dicitrice)

 

 

 

 

Penso anche a una danza dei sette veli che non è losca, non fa pensare ad alcun kamasutra, resti con lo sguardo fisso perché un velo via l’altro sono altro che sette, o settantasette, seguitano a sparire ma non c’è niente di là da essi che sia tangibile con mano visibile con occhi percepibile solo come suono “che è prima di esistere” (ancora  Sereni). Rigorosissimamente neutro e in bianco-e-nero. Un Giacometti che abbia anche imparato a giocare?

 

 

 

 

Conobbi Noemi Paolini a un convegno romano; brevemente, col marito di lei, l’insigne Emerico Giachery. Lui era per me nome ben noto fin dall’inizio dei miei studî (“era il tempo che Berta filava...”) e lo sentivo in qualche maniera fraterno (o, io, un suo nepote, undici anni più giovane di lui, non tanto da non sentirmi vicino più alla generazione sua che alla mia) e il fatto mi si è poi chiarito con la mai venuta meno ammirazione di Giachery per Spitzer. Il saggio spitzeriano su Le récit de Théramène incluso nella fondamentale silloge di scritti del grande critico viennese curata per Laterza da Alfredo Schiaffini, il maestro di Giachery, fu dei non molti saggi di critica che mi chiariron la mente su quello che resta da fare ai critici ‘non poeti’. Ci sono aneddoti rivelatorî su colui che nominatur Leo: ‘non lavoro, godo’; o il suo rifiuto di lasciarsi incasellare, la prontezza a cogliere in un lumino del testo una diversa direzione di lettura. Quando, dopo il deserto di tanto crocianesimo e storicismo, cadde dal cielo la pioggia, da non molti invocata, della analisi formale, fu uno dei deplorevoli casi del troppa grazia sant’Antonio. Scesero da cieli più tempestosi e bïeci (così Verdi-Boito nella tempesta dell’Otello) angeli dalle spade minaccevoli; la loro perfetta crudeltà non faceva prigionieri. Uno dei Taumaturghi Semiologici venne al seminario di Caretti (che per gentile concessione ero ammesso a frequentare) e lesse una lezione sul Boccaccio, incontrovertibile nei suoi termini. Uscì, dopo, su “Strumenti critici”. Trasferito a Parma, lo Czar ritornò, invitato, e dopo le prime battute, rigorosamente lette con cadenza indistinta, riconobbi con sgomento che quel testo io già lo conoscevo; e gli altri, immagino, tutti più forti nuotatori eccetera di me. A tavola apparecchiata (il miglior ristorante del centro della città, due passi dalla Pilotta), l’Ospite... Ingrato chinò il capo sulla scodella. C’era la grande grammatica e filologa Franca Ageno (Ageno Brambilla da quando rimase vedova) e c’era un valoroso francesista noto anche per quegli studî sofficiani che in area para-marxista non si sarebbero potuti nemmeno proporre. Uomo di buona coscienza, chiese all’Invitato che cosa pensasse dell’Estetica (di lì a qualche mese, per vicende sublunaristiche, mi ritrovai a insegnarla per incarico). L’Imperatore alzò la testa, con impeto, dal piatto, una freccia gli uscì da sotto le ciglia, si rimise a mangiare, magro che fosse, di generoso appetito.

 

Un piccolo editore romano mi avvisa della uscita di un nuovo libro ungarettiano di Noemi Giachery, lo ordino a giro di posta e quelli si perdono. Contrassegno? e cosa è mai. Per posta semplice? e se poi lo ricevo e non pago. Allora, un corriere... eh viene a costare un occhio della testa. Ormai intestardito, confermo l’ordine e alla fine mi trovo ad aver pagato il librino come a dire una volta e mezzo. Poi parlano di crisi della editoria... (Ma, prima della crisi, quindici anni fa, mi accadde una cosa del genere con una casa editrice siciliana; gli ordini dei libri e quelli fra poco ti maledicono per l’impiccio che gli dài. Va da sé che son libri che non trovi in libreria e che, se ne fai l’ordine al bibliopola, costui dice di sì ma poi fa lo scordato...)

 

Ma il saggio è molto bello. La Vita d’un uomo di Ungaretti vi è descritta come “una ‘bella biografia’ interiore”. Il sottotitolo, in realtà, è ambiguo se non ossimorico: perché la Noemi, cosa nota, dipinse il suo modo di leggere come quello di un “recensore autobiografico”. Dunque la ‘bella biografia interiore’ allaccia il più grande poeta italiano del secolo, il ponte necessario fra D’Annunzio e il ‘moderno’ nella poesia italiana (si ricordi la straordinaria confessione di Vittorio Sereni in morte di Ungà, il padre), e la presente, puntuale e commossa auscultatrice.

E, nelle pagine di Ungaretti, la Paolini scopre una perla che mi era sfuggita (mi scordo, debbo ammetterlo, di praticare devotamente l’uso degli indices nominun, quando ci sono), proprio in materia barocca: diceva Ungaretti che il Marino era il poeta “di maggior giovialità” (scrittoria, scripturale) nel quale mai egli si fosse imbattuto. E aveva conosciuto Apollinaire.

 

 

 

 

S

ette giorni da oggi, si è tenuta a Roma una commemorazione solenne di Maria De Lorenzo, compagna d’una vita del nostro Nino Borsellino, il volto umano di una università sempre più innamorata dei coltelli e delle pistole corte. Vi erano Walter Pedullà, Pasquale Stoppelli, il nome horreuoliſſimo d’una giovane promessa della critica, e una studiosa e poetessa del rango di Biancamaria Frabotta. Cara Biancamaria. Varrà come lecita giustificazione di non aver mai tentato di aprire un dialogo con lei il senso di non esserne all’altezza? Una volta, forse la mia ultima, a Roma, mi avvitai in una discorsessa sul barocco che verso la metà si disunì; la colpa era mia, non avere scelto all’esordio se leggere il lungo testo preparato o andare avanti riassumendolo alla brava. Grondavo e anfanavo di costernazione. E lei, in attesa paziente, venuta senza che io me l’aspettassi (invitato da Borsellino, ero però in partibus infidelium, per me), sentivo che cercava di seguirmi in quelle convulsioni. In uno dei suoi libri recenti, ha scritto che l’hanno fatta sempre sentire ‘troppo’.

 

« Ero considerata troppo donna, troppo femminista, troppo intelligente, troppo viscerale, troppo accademica, troppo poco accademica, troppo bella, perfino troppo alta. Insomma ero ‘troppo’ tutto, per essere ‘solo’ poeta. »

 

 

 

 

Scovo la tessera su Wikipedia, perché non conoscevo il Quartetto per masse e voce sola, uscito dal Donzelli ben cinque anni fa. Ormai vivo in quel limbo che ha però un proprio calendario idiosincratico, respingente. Non seguo le riviste, fuggo dalle ‘pagine culturali’ dei quotidiani, non so più nulla. Non sono mai stato kantiano, per me le cose esistono in sé, fuori del nostro pensiero. Fra le costellazioni, quella della Frabotta poeta starebbe, nella mia mente, comunque vicino ad altre molto impegnative, molto (non ‘troppo’!) obbliganti ed esigenti per un lettore che non voglia raggiungere solo quello che sta fin da prima alla portata della sua presa: farò due nomi opposti, paradossali: Lorenzo Calogero, il perpetuamente dimenticato, Piero Bigongiari, l’eterno secondo (come Fiorenzo Magni dietro Bartali, lui veniva sempre secondo a Luzi, eppure sarebbe facile constatare che è più quello che Luzi, da ultimo, ha preso da lui, così goethiano, così naturalmente europeo). Nel secondo caso ci starebbe un possibile aggancio: della Frabotta ha scritto Maria Carla Papini, che ricordo 30 anni fa bionda e aggraziata allieva di Bigongiari. Un terzo nome, poi, sparecchierebbe la tavola, perché io penso (al netto dell’eccesso irrazionalistico, wagneriano e teorizzante di lui) anche a un precedente, rispetto alla poesia della Frabotta, un altro sempre tenuto sulla soglia, un piè dentro uno fuori, come Onofri. Dubito di non averci preso, ma valga almeno a solidificare il mio consenso a una poesia che può ben essere deliberatamente al femminile, al femministico (certe battaglie pure bisognava bisogna farle), ma che non soffre d’essere incanalata. Ondosa, grave di sensi e di stupefazione. E che sa trovar per se stessa stupendi sigilli: Sopravvivenza del bianco, con sei incisioni a maniera nera di Giulia Napoleone. Vedo che la cartella fu esposta alla Panizzi di Reggio Emilia, cui ora potrei arrivare, senza correre, in sette minuti. Ma l’anno dell’esposizione io non stavo ancora a Reggio e nulla allora ne seppi.

 

Né ora mi sento in grado di tornare sulla poesia di una presenza, quella di Maria De Lorenzo, dalla quale fui molto arricchito. Non solo, come suol dirsi, umanamente, ritrovando nei versi il calore e la fragranza di una persona individua piena di fascino e di stile. La ricchezza si aggiunse al mio intendere poesia. Maria era uno gliòmmero adamantino di volontà e di libertà. Non frugava a caso, in antichi bauli e cassapanche del sottotetto, fra qualche guizzo di pipistrello o scricchiolìo di topo. Sapeva, ricordava quello che voleva trovare. Da quando, quel sapere? Da una scordata infanzia? Da una vita dell’essere che precede la nascita? Così è per i gatti, tanto quieti, e sornioni, e sofferenti. Noi venimmo dopo millennii, loro videro e seppero tutto ab origine, o in tempi mai scritti perché la penna non c’era né dita per ararne il foglio, la foglia, la selce. Questa di Maria è una poesia di elementi, una rifondazione delle andate memorie della terra.

 

 

 

 

 

 

Sabato 21 giugno, Solstizio d’Estate, h. 20.00: Mia moglie è in delirio, si è rotta la catena fra questo e gli altri mondi. In tutto lo spedale non si trova un cazzo di medico fino a lunedì mattina.

 

 

 

 

 

 

 




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