LUOGO COMUNE
SILVANA BARONI
Se l’io è un Trikster, un antieroe che ci garantisce il divenire


      
“ParalleleBipedi” è l’ultimo brillante libro di aforismi della scrittrice-psichiatra. Che definisce questa forma di scrittura ‘un’arte funambolica’, insieme distaccata e ironica, talora dissacrante e che ‘necessita di ponderazione, di attenzione quasi ossessiva ai termini, al ritmo, alla concisione, al misurato uso di metafore, ossimori, antitesi, metonimie, paradossi, perché sia di stile proprio la tessitura, omogenea, e possibilmente spiazzante’.
      



      

di Luciana Gravina

 

 

Spesso un libro io lo sfoglio dal fondo, dall’ultima pagina risalendo all’introduzione, quando c’è e non lo so perché lo faccio e non so nemmeno se è un bene o un male. Così è.

Per ParalleleBipedi (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2013, pp. 130, € 8,00) di Silvana Baroni mi sono intrattenuta già sulla quarta di copertina: “Scrivere aforismi è un’arte funambolica. È pensare senza rete di protezione” così dichiara la Baroni come in un testamento in funzione di dichiarazione di poetica.

L’autrice in questa pagina è al punto in cui saluta divertita il suo lettore e, come si avvisa il navigante sul viaggio che però ha già fatto, gli raccoglie le idee sulla sfida che ha attraversato (l’audacia del funambolismo), sperando che se ne sia accorto, perché lei ha azzardato e rischiato senza rete di protezione.

E, leggendo a ritroso, agevolata nel modo dall’inesistenza di una trama, fino alla premessa dove agisce l’occorrenza di altre note di dichiarazione poetica.

Innanzitutto la riflessione sul diverso uso delle tecniche espressive (la grafica e la parola) che per proprietà statutarie non omologhe suggeriscono l’approccio: più immediato e spontaneo, il segno grafico; più studiato e pensato il codice verbale.

 

“L’aforisma ‒ cito dalla Premessa ‒ necessita di ponderazione, di attenzione quasi ossessiva ai termini, al ritmo, alla concisione, al misurato uso di metafore, ossimori, antitesi, metonimie, paradossi, perché sia di stile proprio la tessitura, omogenea, e possibilmente spiazzante.”

E poi l’ex ergo, da Montaigne: “Che buon guanciale è il dubbio / per una testa ben costrutta”. Ovviamente non si tratta del dubbio scettico, bensì di quello sistemico che certifica l’essere pensante. Vogliamo per caso sostenere che il buon Cartesio non avesse ragione? “Dubito ergo sum”, perché, se dubito, vuol dire che penso e, se penso, sono. “Cogito ergo sum.”

È evidente che Descartes aveva una testa ben costrutta.

 

E ho il sospetto che anche quella di Silvana Baroni lo sia, ben costrutta, appunto. Date già le premesse.

E poi dentro al testo, anzi  al contesto. Un occhio alle parole che fluiscono nella loro misurata eleganza, attraversano ossimori e metafore, costruiscono antitesi e paradossi,  stringono e incastrano il lettore sullo stretto binario dello spiazzamento sistematico.

L’altro occhio alle silhouettes, sguscianti, irridenti, a colloquio tra loro.

Incuranti della curiosità dell’osservatore esse vivono nella narrazione stabilita dalla pagina in un tempo permanente e irreversibile.

Il fioretto non lo vedi ma ti resta dentro, lo avverti alla fine dell’aforisma. Con invisibili colpi, ma veri, anche se assestati con garbo, l’autrice analizza (non a caso è una psichiatra) l’io e il suo rapporto col sé e con l’altro da sé. 

Ne consegue un caleidoscopio di asserzioni, consigli, convinzioni rivolti a un lettore considerato molto presente e comunque interagente, filati e tessuti da una permanente ironia. 





Viene subito in mente Goethe: “L’ironia è la passione che si libera nel distacco” e quindi “passione”, nel senso che non passa semplicemente attraverso il mentale, ma investe ben altro della persona.

L’ironia di Silvana Baroni è dissacrante nella misura in cui non offende e non ferisce, perché lei non si colloca al di fuori del sociale anzi vi è dentro con tutto il rispetto che si deve alle regole.

Mi sembra che qui lei indichi e si muova contro il maggior pericolo per l’io, che è prima del sociale. Questo pericolo non è il conformismo ipocrita che è, sì, pericoloso per l’io in quanto entità aprioristica del sé, ma non lo è quanto lo possono essere il banale, e la noia, che dal banale deriva. 

E l’io non avverte la presenza di questa insidia se non è in condizione di ricerca permanente del cosiddetto ubi consistam.

L’artista in genere lo è, ma parlo dell’artista consapevole, di colui che sa quello che fa. 

Mi viene in mente il Don Giovanni di Mozart-Da Ponte che è percepito da noi posteri come il mito della modernità.

Non a caso  questa figura viene elaborata alla vigilia della Rivoluzione Francese, quando la produzione di senso del momento elabora “la premessa fondamentale della cittadinanza, che è proprio l’individualità, finalmente conquistata sul piano storico, oltre che sul piano concettuale. È per questa via che si arriva alla costruzione del moderno: uno dei primi elementi della modernità è, infatti, l’idea assolutamente nuova dell’individuo.” (Cito da Rino Malinconico, Brindisi a Dongiovanni, Ed. Melagrana, 2010)

 

Noi qui presenti, rispetto a Don Giovanni, siamo avanti di due secoli: abbiamo alle spalle l’Ottocento che ha massacrato l’individuo con la definizione e la codificazione dei ruoli, e il Novecento che per metà ha continuato quella mission e per l’altra metà ha ribaltato, distrutto, riveduto, spiazzato, identificando ed elaborando nuovi contesti modern e post-modern.

Sembrerebbe tuttavia che finora non siano state date risposte agli interrogativi sull’io, sul rapporto individuo, ragione, società.

Il conflitto che ci consegna Mozart col suo Don Giovanni, ritenuto il primo personaggio della Modernità, sembra essere permanente, pur passando attraverso soluzioni e definizioni.

Tuttavia bisogna provarci, a pensarlo questo problema a tentare un esito, pur consapevoli che siamo ben lontani dal dare soluzioni. E non è detto che per questo dobbiamo considerarci perdenti, non è detto cioè che siamo destinati a sprofondare nelle fiamme dell’abisso come il di cui sopra. Non è detto che, una volta afferrato l’attimo dobbiamo accanirci a tenerlo fermo. E che attimo sarebbe?

Forse il senso della vita alloggia nella consapevolezza del gioco e nella capacità di stare al gioco.

Questa autrice, che è consapevolmente collocata nella sua storia e nella Storia, agisce appunto il gioco col distacco dell’ironia che non è mentale, non è a freddo. Si badi bene che Goethe la definisce passione.

Io direi: è fuori dal dramma.

O anche: è il dramma visto da lontano.





Iben Nagel Rasmussen (Odin Teatret) nel ruolo del Trikster


Il distacco, dunque, è la prima megametafora di questa opera che è poi un modo, visto che Silvana Baroni ha scritto anche altri libri di aforismi, ma non mi sentirei di indicarla come il sovrasenso che sta al di sopra degli altri e tutti li comprende. 

Ci sono, dentro questi testi, piccoli e terribili, le implicazioni del vivere quotidiano puntualmente “spiazzato” secondo l’ottica di un io (lo scrivo minuscolo perché non venga travolto dalla psicanalisi) che non è reazionario, né rivoluzionario, che non porta i cartelloni nei cortei, non fa i comizi, non predica né sui pulpiti, né in televisione.

Semplicemente è divergente, è il Trikster, come lei stessa ci suggerisce, “l’archetipo distruttore di regole e di convenzioni, l’acerrimo nemico del logos patriarcale”, cito ancora  dalla Premessa.

È l’antieroe irridente che si pone in antitesi e, hegelianamente, ci garantisce il divenire.

E come presupposto filosofico di una concezione antropologica, vi sembra poco?

Questo mi sembra essere il leit motiv di un libro che già nel titolo pone interrogativi e mette in moto il mentale, ParalleleBipedi, giocando su un ossimoro azzardato, desunto da due campi semantici del tutto inconciliabili (così come deve essere un ossimoro, d’altronde) e che ci legittima a chiederci se gli uomini (e le donne, ovviamente), cioè i bipedi, si comportino (per destino, per scelta, per consuetudine, per stupidità) come parallele, che non si incontrano mai. 

Chiudo, girando la domanda alla Baroni e temendo (o sperando?) che mi risponda che potrebbero incontrarsi all’infinito.

 




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