LUOGO COMUNE
ADDII
La doppia natura
di Luca Canali


      
Un ricordo dello scrittore romano morto lo scorso giugno a 88 anni. Grande studioso della letteratura latina si è occupato con memorabili risultati del prediletto Lucrezio, di Petronio, e ancora di Virgilio, Properzio, Cesare, Orazio e Lucano. Partecipe della Resistenza romana, intellettuale marxista e comunista (uscito dal Pci nel 1956), ha sofferto di gravi crisi neurodepressive, ma ha anche pubblicato una impressionante quantità di romanzi, racconti, testimonianze, cronache e volumi in versi. Tra cui “La Resistenza impura” (1965), “Spezzare l’assedio” (1983), “La sporca guerra” (2005), fino alla recentissima raccolta poetica “Anticlimax”.
      



      

di Mario Lunetta                

 

 

Con Luca Canali m’ero conosciuto nella redazione del “Contemporaneo” diretto da Carlo Salinari quando cominciai a collaborarvi, proprio un’altra era geologica e un’altra vita. Luca ne era il condirettore. Avevo di lui il fresco ricordo del brillante assistente di Ettore Paratore a Lingua e Letteratura Latina alla Sapienza, ma diventammo cautamente amici solo quando lui, latinista di rango di educazione marxista, pubblicò da Mondadori nel 1965, con l’autorevolissimo avallo di Montale, La Resistenza impura, che a parere di chi scrive resta, in ambito creativo, il suo libro migliore: un coacervo destrutturato eppure a suo modo fortemente sintetico di versi, racconti e prose saggistiche attraversato da quell’ombra di delusione che aveva avuto il suo trauma nel 1956 coi fatti d’Ungheria, quando anche Canali, con Calvino, Antonio Giolitti e tanti altri intellettuali organici al PCI o “compagni di strada”, avevano lasciato il Partito per non più trovare in realtà, come Ersatz plausibile, altri approdi ideologici e culturali.





Luca Canali (1925-2014)


Canali non aveva mai rinnegato il suo marxismo di fondo coniugato, si direbbe quasi amorosamente, coi classici delle grandi fasi della latinità letteraria, da Virgilio a Properzio, da Cesare a Orazio a Lucano, dal venerato Lucrezio a Petronio e via e via, restituiti nelle sue traduzioni e al tempo stesso (malgrado le riuscite filologicamente severe) impoveriti nella loro stupenda libertà stilistica. La sua sapienza di studioso si è espressa con un solidissimo background di informazioni e di analisi in un’ottica in cui vibrano le corde della contemporaneità, pur se non di rado appesantite dall’inguaribile classicismo stilistico discretamente inamidato, che è probabilmente il limite maggiore di quell’instancabile indagatore della latinità prestato alla poesia, alla narrativa e alla memorialistica in proprio: quasi la doppia facies di chi aveva posto – da romano di nascita e da comunista dilacerato – il perno della propria esistenza intellettuale nel punto d’incontro tragico fra la remota latinità e il presente del capitale e del “socialismo reale”, lungo tutto il percorso della sua ricerca. Opere specialistiche di straordinario rigore come Lucrezio poeta della ragione (1962), L’erotico e il grottesco nel ‘Satyricon’ (1986), la monumentale Antologia della poesia latina (1993) stanno a testimoniare vividamente il carrefour di passione, ragione e delirio che inchioda il suo entroterra di studioso acuminatissimo con la volontà di essere il cantore amaramente a contrario del nostro livido oggi.

    

L’impegno universitario prima a Roma, poi a Pisa fino al 1981, anno del suo drammatico ritiro accademico a causa di crisi sempre più profonde e frequenti di carattere nevrotico, ha tolto a Canali la feluca e ne ha fatto lo scrittore a tempo pieno, titolare della produzione semplicemente impressionante che conosciamo, coi romanzi e i memoir di partecipe della Resistenza romana e della successiva attività politica (La vecchia sinistra, 1970; Spezzare l’assedio, 1983; La sporca guerra, 2005); sempre con un’inclinazione autobiografica se non propriamente autocelebrativa all’interno di mille asprezze psico-esistenziali certo talora indulgente nei confronti del proprio dannato simulacro. In un libro come Nei pleniluni sereni - Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro, Longanesi 1995), egli mette in bocca al prediletto autore del De rerum natura queste parole: “Sono disorientato e solo. Ipotizzo allora che sia giusto puntare sulla mansuetudine, screditando l’intelligenza che spesso degenera in strumento di dominio e di oppressione. Ma la mansuetudine corre il rischio di trasformarsi in dabbenaggine, o in oggettiva complicità con i prepotenti e i malvagi. Forse bisogna vivere giorno per giorno, scegliere caso per caso, secondo i principi di una elementare solidarietà umana, evitando le ingiunzioni dei grandi sistemi filosofici. È infatti tormentosamente assurdo che io abbia scritto un lungo poema a glorificazione del più razionale di tali sistemi, giungendo infine paradossalmente alle soglie del mistero di fronte al quale la ragione umana si arresta e che soltanto gli sciocchi credono di risolvere sostituendo ad esso l’equivalente mistero della divinità”.





Romanzi, racconti, testimonianze, cronache: la bibliografia di Canali è veramente sterminata; e, se non attinge mai vertici espressivi indiscutibili, non presenta comunque cadute di registro: al punto che verrebbe da dire che le carenze del creatore vengono sistematicamente soccorse dalle risorse di secondo grado dello studioso.

Analogo discorso si può fare per le sue opere in  versi, da La deriva a Il naufragio, da Toccata e fuga a Zapping, da Lampi a Su di me fuoco amico, fino al recentissimo Anticlimax, uscito nella Biblioteca dei Leoni curata da Paolo Ruffilli, cui si deve anche la prefazione.    

Dopo anni che non ci eravamo più cercati, Luca Canali m’ha telefonato lo scorso 8 maggio chiedendomi con la sua voce bassa e roca se poteva inviarmi il suo libro di poesia più recente. “Spero ti piaccia almeno il titolo, Anticlimax”. Gli ho risposto che sì, ovviamente, e che lo avrei letto con piacere e curiosità. Il vecchio amico m’ha inviato il suo libro, e ora mi piace sillabare a lui che non può sentire le mie parole, ma forse i suoi versi, la poesia intitolata Alla notte:

“Nobile notte dal materno / grembo, folta matrice di anacoretiche / purezze e di pagane / lussurie, d’inenarrabili angosce / e quieti iperuranie. Tu patria / dei sogni e degli insonni / rovelli dello spirito e dei sensi. / Anche morire in te è più facile / che nel tuo estroso, berciante, / carnevalesco fratello, / il giorno”.

 




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