LETTERATURE MONDO
CARTOLINE DA BRUXELLES (8)
Se un Belgio nuovo si affida
al pallone

      
Note scritte prima della discesa in campo dalla nazionale belga al campionato del mondo di calcio che si svolge in Brasile. Riflessioni dunque ‘al buio’ e ‘apriori’ rispetto ai risultati sportivi per parlare del clima di (forse) eccessive aspettative che si vive nel paese e di una squadra che appare il simbolo di una multiculturalità espansa: piena di giocatori fiamminghi, di francofoni, e poi di atleti di origine turca (come Hazard), congolese, polacca e marocchina. In ogni caso, comunque finirà il Mondiale non cambierà i tanti problemi sociali e politici del piccolo stato a nord della Francia.
      




   

 

di Daniele Comberiati

 

 

Go Belgium Go! Allez les diables rouges! Vooruit de Rode Duivels!

 

Da queste parti l’attesa per il Mondiale è fremente come non si vedeva da tempo. Finanche nell’italianissima Marcinelle, il sobborgo di Charleroi dove nel 1956 più di duecento minatori (di cui più di cento italiani) persero la vita nella miniera, accanto alle consuete bandiere italiane (ce n’è anche una, molto misteriosa, dello Stato del Vaticano) spuntano i tricolori verticali rosso-giallo-neri del piccolo stato dell’Europa centrale.

La squadra del Belgio attuale è costituita da giocatori piuttosto noti, che giocano nelle migliori squadre europee. Hazard è il fantasista del Chelsea, e al di là dei suoi rapporti burrascosi con Mourinho (“abbiamo fatto catenaccio, non abbiamo gioco”, disse dopo la sconfitta con l’Atletico Madrid in semifinale di Champions; “lui non sa difendere, è inaffidabile ed è colpa sua se abbiamo preso il primo goal”, rispose per le rime il portoghese, che se stuzzicato sa essere feroce), pare che il Paris Saint-Germain voglia spendere settantacinque milioni di euro per farne il proprio numero dieci (francofono ma non francese, certo, ma gli sceicchi sono abbastanza cosmopoliti in queste cose). Courtois ha trascinato l’Atletico Madrid alla vittoria della Liga e alla finale di Champions con parate inimmaginabili, degno erede di Pfaff e Preud’homme, i portieri che hanno fatto grande il Belgio negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, quando anche le squadre di club (ricordo l’Anversa in finale di Coppa delle Coppe contro il Parma, l’Anderlecht contro la Sampdoria e il Malines ai quarti di Coppa Campioni contro il Milan) erano temute e rispettate. Lukaku, ancora giovanissimo, gioca da almeno tre anni ad alti livelli in Inghilterra, Witsel è il centrocampista strapagato dello Zenit, in Russia, Kompany addirittura il capitano del Manchester City, fresco campione d’Inghilterra. E, per non farsi mancare niente, Januzaj è stata l’unica nota lieta del primo Manchester United post-Ferguson, mentre Van Buyten gioca nel Bayern di Guardiola, con cui l’anno scorso ha vinto qualsiasi cosa fosse stata messa in palio con un pallone rotondo e undici uomini smutandati.

I tifosi belgi sono sicuri di passare il primo turno facilmente (in effetti il girone non è dei più difficili, a parte la Russia di Capello) e di poter giungere “almeno” ai quarti. Manca l’esperienza internazionale, in realtà, e poi solo con la guida di Luc Nilis, ex centravanti dell’ultimo Belgio decente che si ricordi (perse immeritatamente agli ottavi con il Brasile nel 2002, in una delle tante partite falsate di quel Mondiale), la squadra è riuscita a trovare una sua identità. Prima sembrava lo specchio del paese: valloni contro fiamminghi, giocatori divisi per etnie di provenienza, calciatori che giocavano all’estero e si sentivano star contro quelli che si dilettavano (mestamente) in patria (ora ce ne sono solo due, e nessuno fra i titolari, il problema è stato risolto alla radice, si potrebbe dire). Ricordava, il Belgio prima di Nilis, le tante nazionali olandesi date favorite a Mondiali ed Europei e poi affossatesi a causa dei dissidi interni, spesso sfociati in dinamiche razziali: atleti surinamesi (Seedorf e Davids su tutti) contro bianchi boeri ingenuotti, che pensavano troppo facilmente di aver risolto la questione coloniale e postcoloniale con una maglietta arancione, la difesa a zona e un bel pallone bianco e nero da dividere un po’ ciascuno.





Eden Hazard, attaccante fantasista del Belgio e del Chelsea


Ora invece il Belgio sembra richiamare un ottimismo quasi miope. La nazionale qualificatasi al Mondiale aveva persino gettato venti ottimistici sulle elezioni (come spesso accade da queste parti, sarà un governo tecnico, stavolta a maggioranza liberale, a provare a governare un paese di fatto ingovernabile a partire dalla stessa legge elettorale), che secondo i locali sono andate “molto meglio” che in Francia, perché i partiti storici hanno resistito (se poi sia un bene o un male non è molto chiaro...). Dunque i dribbling di Hazard e le parate di Courtois hanno potuto più dei tagli allo stato sociale di Elio Di Rupo, l’ex primo ministro socialista figlio di minatori italiani abruzzesi.

Nelle edicole e nei supermercati va molto di moda, in questi giorni, l’album di figurine Diables rouges, che raccoglie le immagini adesive (rigorosamente Panini) delle nazionali del Belgio che hanno partecipato ai mondiali, oltre ovviamente a quelle dei protagonisti della squadra attuale. Nell’album grande spazio viene dedicato all’edizione del 1986, quando il Belgio venne sconfitto in semifinale dall’Argentina grazie ad una doppietta di Maradona. È ancora oggi, il Belgio, il paese più piccolo ad essere arrivato ad una semifinale mondiale. In quella squadra il numero dieci cadeva sulle spalle dell’allora giovanissimo Vincenzo (detto Vincenzino proprio per l’età e l’aria da bambino smarrito) Scifo. Figlio di minatori siciliani, Scifo rappresentava la multiculturalità del Belgio anni Ottanta, dove i figli di immigrati “visibili” erano di origine italiana o polacca. C’erano già turchi e marocchini di seconda generazione, certo – un documentario semi-propagandistico della società carbonifera nazionale, Les turc à 20.000, parlava proprio dell’arrivo dei turchi nel 1960 e di quanto costasse un turco, fra vitto, alloggio e formazione, al generoso stato belga che si occupava di sfamarlo e impiegarlo nelle mine – ma nella maggior parte dei casi erano ancora troppo giovani per entrare a far parte della nazionale di calcio, o troppo ghettizzati per essere scoperti. Qualche nome di quella squadra poteva far pensare a lontane origine spagnole, anzi catalane, vista la migrazione anti-franchista che da quelle zone era giunta in Francia e in Belgio dalla seconda guerra mondiale in poi. Il resto era equamente diviso fra fiamminghi e valloni, all’epoca ancora non completamente opposti, anche se la crisi carbonifera era già molto forse nelle regioni francesi, nelle quali l’ultima miniera venne chiusa nel 1984 (nel Belgio fiammingo alcune miniere continuarono a funzionare fino agli anni Novanta).

Oggi la nazionale di calcio è il simbolo, si potrebbe dire, di una multiculturalità espansa: fiamminghi come Alterweild e Vertonghen (entrambi in difesa), francofoni come Courtois e Mignolet (il portiere titolare e il suo sostituto), turchi come Hazard, congolesi come Lukaku, polacchi come Januzaj, marocchini come Fellaini e Chadli a centrocampo. Quasi la Francia del 1998 dei blanc-black-beur, che dopo la vittoria del Mondiale giocato in casa sembrava essere il simbolo dell’integrazione à la française. Peccato che al mondiale successivo, in Corea e Giappone, la multiculturalità sembrava un fallimento e solo pochi mesi prima Jean-Marie Le Pen aveva ricevuto più voti di Jospin ed era andato al ballottaggio contro Chirac per diventare presidente della repubblica.





Mentre scrivo, il Mondiale del Belgio non è ancora iniziato, ma ho l’impressione (anzi, è piuttosto una sensazione forte) che a questa squadra si chieda troppo: deve arrivare “almeno” ai quarti di finale (come se per il Belgio fosse scontato, ma è dal 2002 che non partecipa ad una fase finale di Coppa del mondo) e deve mostrare un Belgio nuovo, diverso, compatto nella sua disomogeneità e soprattutto capace di superare i dissidi interni che tanto hanno fatto parlare del paese in Europa negli ultimi anni.

Ricordo un articolo letto un paio di anni fa su Internazionale, prima che la mano di Luc Nilis sulla squadra fosse evidente: un giornalista inglese si chiedeva come mai una squadra tanto talentuosa giocasse così male e adduceva la ragione alla mancanza di amalgama e di sentimento nazionale comune. Una scritta fra i tifosi, in inglese, gli sembrava il simbolo perfetto di tale estraneità alle sorti del paese. Go Belgium Go! Né in francese né in nederlandese né in tedesco, le lingue nazionali, ma in un idioma esterno, quasi a sottolineare la virtualità della squadra nazionale e dunque della nazione stessa.

Oggi questo pensiero potrebbe essere rovesciato e la scritta in inglese diventare l’emblema di una nazione cosmopolita, giovane, che ha resistito alla crisi molto meglio, ad esempio, della vicina e sempre influente Francia. A patto che ci si ricordi che, anche se il Belgio vincesse il Mondiale, resterebbero la divisione economica fra fiamminghi e valloni, il disastro post-industriale della regione di Charleroi, i centres fermés per immigrati, il classismo strisciante. E che nessun goal di Hazard potrebbe cancellare questi problemi. Javier Marìas prima della finale dell’Europeo 2012 fra Italia e Spagna scrisse che si sarebbe goduto la partita, consapevole che si trattava solo di una parentesi. Perché alla fine delle ostilità, come si suol dire, chi non aveva un lavoro non l’avrebbe trovato, chi non aveva una casa avrebbe continuato a non averla, e chi non aveva da mangiare avrebbe digiunato ancora.

Oggi il Belgio può sperare di vincere il Mondiale, anche se probabilmente non lo vincerà. Ma non può certo dimenticare tutto il resto.    

 

 

 

14 giugno 2014   




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