CHECKPOINT POETRY
GABRIELE MARCHETTI
 

 

 

Immagine

 

Labbra, le tue, increspano di vento

la distesa delle acque, tra il fogliame

che respira la verde luce, infranta

mentre l’immagine annega o rimane.

Il dio del fiume oggi è un tronco sfatto

dal gelo di lunghi inverni tremendi:

qui viene a bere una volpe, ogni sera,

stelle riflesse dai gorghi più fondi.

Tra rocce chiare e la cenere grigia

penzola lunga dai rami una treccia,

quando per caso l’estate ravviva,

bruno bracciale fatto di corteccia.

Se l’occhio risale, offeso al ricordo,

ad ubriacarsi di estrema bianchezza

nel sole che inombra il cielo lontano,

la foglia si ferma, rotta in magrezza.

E ci assale alle spalle, d’improvviso,

nel sapore di terra che è nell’aria

(di là dalle balze viene la notte),

la voce argentina della riparia.

 

 

Nel labirinto

 

Nel labirinto brunito dei bronchi

il rumore del mondo non arriva –

ali sparse tra i tronchi

i tuoi capelli, la tua veste estiva

 

non scampano alla carezza che torce

questa fuga in un lento incespicare,

tra le spoglie già marce

di betulle lasciate ad imbiancare.

 

E ti trovo che piangi sui ginocchi

scarabocchiati dal rovo puntuto,

quella luce negli occhi

estinta, come chi troppo ha veduto.

 

Ma quando dico il tuo nome, la voce

mi muore piano nella bocca amara,

in quel silenzio atroce

che fa la sera sulla strada chiara.

 

Come figlia di un vento dispettoso

riprendi in fretta la corsa interrotta –

il cielo limaccioso

sulle colline lentamente annotta.

 

Ridi, luna, e voi stelle luccicate

ma fin troppo lontano dal virente

squallore dell’estate

solitaria, luccicate per niente.

 

 

Elena, il vento

 

Elena, il vento riporta indietro il ricordo dei giorni,

il profumo della pioggia e un pomeriggio in riva al mare.

Non per te,

tu lo sai che non possiamo durare.

 

Elena, il vento è sempre quel cane dispettoso

che fa buche sulla spiaggia, il gatto sonnacchioso

nel giardino di un palazzo.

È anche la tua stanza vuota e questa vita del cazzo.

 

Elena, il vento ammucchia regali di polvere e foglie

nel cimitero grigio, non dimentica un compleanno:

viene per spaventarti e non fa rumore sulla ghiaia,

ma non capisce che sei già lontana.

 

 

Ottava

 

L’ora smunta che il crepuscolo inostra

non dura mai oltre la scabra, lucida

sagoma delle montagne, ma mostra

il vuoto della vita che conduci.

Somigliante alla morte, questa giostra

che illumina la notte con le luci

di un allegro carnevale diffonde

in cerchio un ridere di voci bionde.

 

 

Nel giardino

 

L’orizzonte triste della primavera

di là dal cancello chiuso, tra le statue

su cui si disegna una lebbra dorata

che inganna gli uccelli –

 

il nero dei pini dove si nasconde

assieme al suo cane una triste bambina,

e resta in disparte se nel sole passa

un lento funerale –

 

docile restare del vento di maggio

nel paesaggio stinto, che sfuma distante,

pallida e malata si muove la mano

come a salutare.

 

 

 

* Gabriele Marchetti, nato a Lecco il 2 luglio 1979, laureato in lettere moderne (filologia romanza) alla Statale di Milano, autore delle raccolte di poesie Urla nell'acqua' (Milano, 2013) e Il paese (Imola, 2014) e del romanzo Il vento e il mare (Corebook, 2014).

 




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