SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “LOCKE”
La filosofia
del cinema passa
per un telefono


      
Il film di Steven Knight è stato la sorpresa della Mostra di Venezia 2013. Una delle migliori pellicole dell’anno. Un uomo solo al volante di un’auto (l’ottimo Tom Hardy) e una sceneggiatura di cemento (armato) e calcestruzzo, per un capolavoro di minimalismo e di narrazione cinemica. Dove il verismo digitale di una regia piana, quasi aristotelica, si mette al servizio di un dramma tutto parlato, ironico, impeccabile. Il regista fa vibrare lo script che si svolge in un flusso stradale e dentro i colpi di scena psico-esistenziali di una stra-ordinaria utopia.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Un uomo sale in auto e non può fermarsi. Sull’autostrada tra Birmingham e Londra (tra)passa il destino di Ivan Locke. Scivola dal fango sotto le ruote del suo SUV-navicella, per rinascere dalla bocca di un sistema Bluetooth, ed assumere i contorni sonori di un botta e risposta che ha i toni tanto della sentenza imprevista quanto della sfida necessaria. Homo artifex della propria utopia, Locke gioca bergmaniano la sua partita con il Fato, ma pianificando e ottenendo la (dolorosa) vittoria. Tra Eschilo, Seneca e Cartesio, senza perdere per un istante il link sinaptico con i sublimi e più cine-empatici interpreti WASP della “strada”, da Don De Lillo a C. McCarthy, lo sceneggiatore Steven Knight, alla sua seconda regia, striglia i motori all’opera che ha stordito la Mostra del Cinema di Venezia 2013, nel mistero facile della sua linearità esemplare.

Locke (1) , miracolo prodotto dalle “minori” IM Global e Shoebox film, poco apprezzato dai botteghini, certo non avvantaggiato quanto l’artefatto GRA vincitore di quella Venezia rimasta invece incredula difronte all’astuzia e alla sfrontata semplicità di un film che fa già scuola.

Thriller on the road catartico e avvolgente, articolato nell’atto unico (90’ circa) di una commedia che ruba qualche carattere shakespeariano ed educa all’epico viaggio nel non-sense dell’animo umano uno degli attori “duri” più solidi della nuova Hollywood, Tom Hardy (Inception, Warrior, Il cavaliere oscuro. Il ritorno), classe 1977. Lasciandolo pascolare nel ruolo della carriera. Hardy, profilo vichingo e gestualità massiccia eppure composta, elettrico plastico dolmen adagiato nell’abitacolo della sua BMW inglese, amato dai close up frontali, gentilmente indiscreti del regista e consegnato ad un personaggio maturo, profetico, ferito, ma inarrestabile. Come il Russell Crowe “scoperto” e invecchiato da Michael Mann nell’insuperato Insider, Hardy è finalmente destratificato e struccato – unica umanissima maschera il suo sguardo, scanner nostalgico tuttavia imperturbabile – dalla scrittura di Steven Knight. Che si arroga a ragione il diritto di battezzare nell’olimpo degli istrioni una star action da troppi sottovalutata.





Tom Hardy in Locke (2013)


Knight sovvertitore dei canoni. Le premesse erano sotto i nostri occhi disattenti, da anni. Sceneggiatore di alcuni dei film più spiazzanti e lucidi degli anni 2000, tra i quali La Promessa dell’assassino (di David Cronenberg, 2007) e Shutter Island (di Martin Scorsese, 2009), Knight firma la regia dell’esordio con Redemption (revenge movie de-genere, con Jason Statham, 2013), rodaggio adrenalinico e scottante per l’ordigno silente Locke. Subito dopo disegna infatti meticoloso il suo personale Don Chisciotte, che non ha paura di una fine ridicola, né di scornarsi contro i giganteschi mulini/grattacieli/contratti che sta per costruire/demolire. Ma Ivan Locke non è un sognatore, né un ingenuo carismatico, né un idealista solitario. Locke è un capocantiere senza eguali, pacato, professionale, disciplinato e pignolo, affidabile. Un marito che sa consolidare le tradizioni e ha saputo erigere un matrimonio di fiducia e rispetto. Egli desidera tornare al ventre familiare, alla tenera e volitiva moglie Katrina e agli affezionatissimi figli. Anche se questa notte, la sua notte, ha invertito rotta, ha abbandonato il cantiere del più imponente edificio mai costruito nella zona, la più pesante colata di calcestruzzo mai coordinata, mettendo a rischio lavoro e famiglia per andare in ospedale da una donna fragile e attempata, un’esecrabile follia extraconiugale, che non può essere abbandonata.

Da Una voce umana (di Roberto Rossellini, tratto da Jean Cocteau) a In linea con l’assassino (di Joel Schumacker) fino al nostro Locke, una geometria scenografica angusta e un telefono a metà tra oggetto di tortura e dispositivo di salvezza, sono stati l’habitat fittizio e insieme le uniche manifestazioni/estensioni/strument-azioni dell’universo emotivo, intellettuale, etico e sociale dei rispettivi protagonisti.

Ma Knight vuole che la scenografia sia flusso, lento millimetrico flusso. Nei suoi otto giorni di ripresa, intrappola Locke in un segmento di parole e di solitario cammino, al volante della sua vita misera e ordinatamente pacifica, che muta secondo dopo secondo, mentre Locke persevera nel se stesso che tutti adorano e ora ciechi non riconoscono. Locke, la prova impossibile e impassibile della coerenza. Locke rompe la monolitica ritualità della sua notte di telefonate e discussioni (sua formula definitiva per la soluzione a due problemi concatenati) stimolando l’evoluzione degli eventi, verso il proprio obiettivo. Locke a differenza dei personaggi di Cocteau-Rossellini e Schumacker, non teme. Proiettile ma anche bersaglio mobile di conseguenze inappellabili, Ivan Locke fornisce una lezione scarsamente digeribile per gli uomini del secolo 3.0: la responsabilità. Uscendo dal gioco virtuale dell’assetto e dello status sociale accettabile acquisiti pur con serenità e soddisfazione in una vita di lavoro onesto e di sacrifici affrontati senza remore, Locke è pronto a soffrire con pari soddisfazione, per essere coerente con la propria moralità matematica, con la propria concezione solo apparentemente romantica della giustizia.

Come Cocteau seguì letteralmente il precetto “classico” di Victor Hugo, coniugare tragedia e commedia nella tensione drammatica della scrittura pura, Knight da un lato recupera il digitale materico della ripresa manniana, dall’altro trova senza manierismi la purezza inseguita da Cocteau. Anche se possiamo ascoltare insieme ad Ivan le voci di moglie, amante, boss, aiutante semi-brillo e figli, all’altro capo del telefono, è solo il monologo di Ivan a sciogliere la serratura dell’opera. Un empirico granitico Ivan, che conserva forse nel cognome un vago retaggio/appannaggio della pragmatica pre-illuminista del predecessore seicentesco, nonché conterraneo inglese padre di quel liberalismo da cui avrebbero figliato molte democrazie travestite da costituzioni liberali e contraddette/vivisezionate/innervate da un liberismo sfrenato e razzista. Lo stesso da cui proviene Ivan, borghese con un ottimo life standard, testimoniato dall’iper-accessoriata eleganza della sua BMW e il suo piccolo e breve nutrito cosmo, fatto di operai stranieri pronti a lavorare in nero a qualsiasi ora e di azionisti americani avulsi dalle contingenze brutalmente familiari di un capocantiere tanto integro e generoso quanto testardo. Ivan è filosofo dei minuti, capobranco che non si lascia mettere ai margini e che programma con ironica accuratezza l’affrancamento dagli errori paterni e la tragedia complessa di una lunga-notte-lampo. Una notte che ha i bagliori di un solstizio estivo asettico, come i nomi che scorrono senza corpo nella rubrica di Ivan; ma insieme spugnoso e vincolante, un tessuto di superfici (l’asfalto, le auto, il volto di Ivan, il display del suo telefono, il fantasma impalpabile del pare) che assorbono e insieme emanano la luce granulosa di uno spazio-tempo fatto di ombre.





Ancora Tom Hardy, solitario ed eccellente protagonista del film di Steven Knight


Quelle proiettate dal decisionismo coraggioso di un solo uomo. Come l’ultimo abitante di un pianeta circondato da un’unica strada, non lontano dai savi lupi grigi di Michael Mann (Collateral 2004) smarriti forse per un istante ma mai persi nel caos urbano, sociale ed emotivo delle proprie vite. Come Vincent, il sicario etico di Mann, il supervisore paterno Ivan va in missione. Cowboy e scienziato, operaio e stratega. Locke conserva nel suo cuore di morbido inossidabile acciaio il segreto lacerante dell’eroismo.

Senza sicurezze, senza poteri, senza effetti speciali. Solo un SUV, un display, una notte. Senzaredenzione”.

 

 

 

 

 

 


1) Un film di Steven Knight. Con Tom Hardy, Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels, Tom Holland, Bill Milner, Danny Webb, Alice Lowe, Silas Carson, Lee Ross, Kirsty Dillon. Montaggio Justine Wright. Fotografia Haris Zambarloukos. Musiche Dickon Hinchliffe, Produzione IM Global, Shoebox Films. Distribuzione Good Films. Durata 85’. USA, Gran Bretagna 2013 - Good Films. In sala dal 30 aprile 2014.

 




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