SPAZIO LIBERO
FILM –
“GIGOLÒ PER CASO”
Sesso a pagamento,
amore ed umorismo


      
Il film diretto e interpretato da John Turturro, con Woody Allen, Sharon Stone, Vanessa Paradis e Sofia Vergara, è ambientato a Brooklyn, nel quartiere ebraico, dove è presente la componente radicale degli ultraortodossi. La pellicola gioca quindi con ironia sul contrasto tra questo ambiente severo e puritano e il ridente immoralismo di un ruffiano ebreo che sfrutta la disponibilità di un povero in canna per organizzare incontri erotici con signore smaniose e pronte a pagare generosamente.
      



      

di Ignazio Apolloni

 

 

Difficile pensare che un film siffatto – malgrado l’artificio di un titolo accattivante esplicativo della facile conquista delle donne da parte di chi ne vada sistematicamente a caccia – possa trovare molti spettatori. Diverso per gli americani, gli israeliani e i tanti ebrei sparsi nei cinque continenti: escluso quello abitato da islamici, terroristi, seguaci di un Corano malamente inteso. In questi territori l’ironia, né è praticata né sarebbe supportata da un senso autocritico ignoto alla relativa cultura. Ancor meno è presente nei dialoghi, o nell’esternazione del pensiero, l’autoironia di cui sono invece maestri gli ebrei di qualsiasi ceppo: siano essi ashkenaziti o sefarditi. Eppure questi ultimi sono stati in Marocco e in tutto il Maghreb sicché una qualche influenza – tra linguistica e comportamentale – era prevedibile fosse rimasta. E invece niente, meno che niente.

Il film non avrà dunque successo, se mai sarà proiettato in tale spazio dell’universo terracqueo. Messo perciò al bando ed anzi osteggiato.

Di che tratta il film ambientato a Brooklyn, quartiere ebraico, in cui si è radicata la componente più sinagogale: quella degli ultraortodossi dalle tipiche tuniche (o cappotti); cappelli neri a larghe tese; riccioli e boccoli; linguaggio ispirato ai canoni dei testi sacri; simbologia che passa dalla Stella di Davide al cibo cucinato alla moda Kashèr (o Kosher negli Stati Uniti)? Un procacciatore (oggi si direbbe magnaccia, anzi più elegantemente gigolò) interpretato da Woody Allen nella sua massima espressione di giocoliere con le mani) si avvale di un quasi povero in canna (John Turturro) per spartirsi con lui i guadagni. In tappe successive avvengono gli incontri del poveraccio con donne dalle più diverse smanie e bisogno di sentirsi ancora appetibili, finché giunge sotto le grinfie (tanto per dire perché invece saranno mani e dita delicate quelle di colui che in uno dei tanti travestimenti sarà terapeuta) una ragazza, ebrea appunto, con qualche complesso: leggi infelicità. Tra i due scoppia un sentimento sincero, fatto di gratitudine – per il conforto che il Turturro offre alla fanciulla e la scintilla che pare esplodere in lei del possibile miracolo, ormai spenta da tempo.





La ragazza però nutre ancora il palpito dell’amore per un bel giovane della polizia di quartiere: posta a prevenire attentati o soccorrere i feriti, o raccogliere le spoglie dei morti ove non si fosse fatto in tempo a intervenire prima. Finalmente si decide, rinuncia alla storia d’amore con il gentile (il Turturro) e convola con l’altro, quello della stessa religione: anche perché è sicuramente più bello, più aitante, più congeniale.

Il Woody sarà sottoposto a un processo davanti a un collegio di barbuti, munito di regolare difensore secondo le previsioni della legge ebraica la cui fonte è la Torah. Qui l’autoironia di cui sono dotati gli ebrei (più quelli di ceppo ashkenazita che non i sefarditi) esplode nella sua massima espressione, più esilarante che mai.

Sarà pure per la eccellente (ma sempre uguale) caratterizzazione del fenomeno Allen, con quella gesticolazione che lo rendono unico nel panorama, se alla fine si esce dal cinematografo rinfrancati. Sopratutto per la felice conclusione della vicenda della orfanella la quale, all’interno della Comunità Ebraica, troverà infine la sua anima gemella.

Film di non grande levatura stilistica. A tratti richiama alcune delle scene erotiche di Fellini, quello del Satyricon. Troppo scure le immagini all’inizio e per un lungo tratto della pellicola. Scelta del cast però indovinata. Ottima a questo punto, è il caso di dire, la sceneggiatura con un pressoché insignificante Turturro, che tratteggia l’eterno innamorato senza apparente speranza, e però veste i panni di chi per vocazione o necessità storica è preposto alla difesa degli ebrei, eternamente minacciati di attentati da parte di chi non ha smesso di odiarli: e ciò non per un qualsiasi genocidio, ma per la crocifissione del Nazareno; oltre che per avere occupato le loro terre in conseguenza dell’esodo cui sono stati costretti dai romani di Tito. Con la conseguente Shoah quale risultato dell’ideologia criminale nazista.





Sharon Stone in Gigolò per caso (2013)





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