SPAZIO LIBERO
ADDII
Ricordo
di Angelo Canevari


      
Una memoria personale dell’importante scultore nato a Roma e morto lo scorso febbraio a 85 anni ad Amelia. Un artista rigoroso e schivo, di grande talento e di raffinata cultura anche letteraria (Beckett ed Emilio Villa, tra i suoi punti di riferimento). Ha creato opere monumentali tra cui le porte bronzee per la Cattedrale di Belluno, i monumenti per il traforo del Frejus e la scultura “Il Motociclista” per la Federazione Internazionale del Motociclismo di Ginevra.
      



      

di Luca Succhiarelli

 

 

 

Elle est à toi, cette chanson,

Toi, l’Auvergnat qui, sans façon,

M’as donné quatre bouts de bois

Quand, dans ma vie, il faisait froid,

Toi qui m’as donné du feu quand

Les croquantes et les croquants,

Tous les gens bien intentionnés,

M’avaient fermé la porte au nez...

Ce n’était rien qu’un feu de bois,

Mais il m’avait chauffé le corps,

Et dans mon âme il brûle encor’

A la manièr’ d’un feu de joi’.

 

G. BRASSENS

 

 

Tra i miei ricordi d’infanzia ce n’è uno capace oggi di farmi al tempo stesso sorridere ed incupire. Una mattina – non avevo neppure dieci anni – mi nascosi sotto una scrivania, lontano da sguardi indiscreti, per giocare con un cavaliere armato e con il suo cavallo, entrambi di bronzo e su una base in marmo. Non so dire ora se riuscii in quell’occasione a sollevare l’insolito giocattolo, a sferrare il colpo.

Un altro risale al 2003, quando un distinto signore con un cappello alla Ezra Pound fece una significativa – ma rapida – apparizione nella mia vita, materializzandosi tra una bancarella e l’altra di un mercatino di paese e mettendosi fra me e due disegni di Amerigo Bartoli che avevano catturato la mia attenzione.

Nel 2004 ero ancora iscritto all’università e avevo spese in abbondanza, forse per questo un giorno reagii con un velo di insofferenza all’insistenza di un competente libraio che aveva visto in me l’acquirente giusto per un volume sul Futurismo, già inscatolato insieme ad altri invenduti pronti per la resa. Dalle sue pagine, così come dai due precedenti episodi, sarebbe uscito un nome.

Tutto acquisì un senso nel 2005, quando io ed Angelo Canevari, scultore disegnatore e scenografo scomparso lo scorso febbraio, decidemmo di conoscerci. Mi sono espresso bene. Il Maestro mi invitò, tramite un amico, a ritirare personalmente una copia di un suo libro da me spavaldamente chiesta. Da tempo avevo smesso di nascondermi dentro e sotto i mobili per posare i gomiti sul mio scrittoio. Ci unirono dunque i libretti, uno suo di ricordi ed uno mio di versi appena stampato.

 

Avevamo un deserto in comune, sebbene nella nostra vita non mancassero gli affetti, ed era questo che alimentava il nostro rapporto dedàleo-icàrio fatto di contatti e incontri settimanali, se non quotidiani, che rappresentavano uno stimolo fortissimo. Con la sua presenza mi confermava che per me era possibile, che malgrado tutto e tutti (anzi proprio per questo) dovevo procedere sulla strada assegnatami: per convincermi – cito dal suo Legna per ardere – mi prendeva «per mano (come si fa con i ragazzini)» e mi conduceva «a vedere la cima dalla quale mi sarei dovuto lanciare». Tuttora, mentre scrivo, con la sua assenza mi ribadisce che «Icaro in un momento fatale dovrà scordare gli insegnamenti di Dedalo se vorrà significare qualcosa, polverizzandosi nel sole». Però la morte, tante volte temuta, nella fase del distacco, avvenuto nel novembre del 2012, non doveva essere messa in conto.





Angelo Canevari


Incontrarlo significava trascorrere ore ed ore ascoltandolo, il più delle volte lui seduto sotto il suo ritratto realizzato dal padre (suo omonimo) ed io sulla solita poltrona poco distante. Intorno a noi la campagna amerina e il silenzio, interrotto soltanto da uno dei suoi gatti che di tanto in tanto graffiava il vetro e da fuori si fermava a guardarci. Ai ricordi e alla nostalgia di un periodo inimitabile da lui vissuto quando era giovanissimo, con la frequentazione dei maggiori artisti italiani del Novecento, spesso subentrava un confronto creativo: lui mi mostrava i suoi disegni o mi parlava dei suoi progetti e io gli sottoponevo i miei scritti. Talvolta si usciva e poca importanza aveva che si trattasse di fare colazione insieme o di visitare una mostra: l’atmosfera non cambiava. Lo ricordo benissimo rievocare per strada un episodio al quale aveva assistito e dire, imitando la voce di Turcato: «Insomma, caro Argan, lo scrivi o no questo articolo contro Guttuso?».

Amava senza riserve Francis Bacon e non c’era nulla che gli impedisse di metterlo in relazione con Pontormo, così come vedeva Piero della Francesca nelle opere di Alberto Burri. Parlava spesso di analogie e di istinto, dell’intuizione giusta capace di far capolino dal patrimonio culturale, esperienziale ed emozionale degli spiriti liberi, dell’«impulsione originaria data ad un corpo prima immobile nello spazio». Lamentava l’incapacità dei diretti interessati di capire la differenza abissale tra la figura dello storico e quella del critico. Certamente detestava il criticume imperante, il gregarismo intellettualoide italiota, tant’è vero che i suoi punti di riferimento si chiamavano Baudelaire, Apollinaire, Pound e soprattutto Emilio Villa, che stimava profondamente. Provava affetto e ammirazione sinceri per gli uomini inafferrabili: Marcello Gallian ed Ettore Colla, Sebastiano Carta e Vittorio Gelmetti, tutte persone da lui conosciute e stimate, si intrufolavano frequentemente nei nostri dialoghi.

Aveva una cultura letteraria straordinaria, oltre ovviamente a quella artistica approfonditissima, e una rara capacità di immergersi nell’opera, di “collaborare” con l’autore, tanto che passava in secondo piano il fatto che questo si chiamasse Ariosto (o Cervantes o Rilke) e che fosse morto, quindi impossibilitato a lavorare con chicchessia: lui riusciva comunque a stabilire un rapporto estremamente vivo e intimo che gli permetteva di proseguire l’opera del defunto, non di illustrarla. Si sentiva particolarmente legato al Don Chisciotte, sul quale (e dentro il quale) aveva lavorato. Un giorno mi chiese di indicargli un’edizione de La secchia rapita del Tassoni con illustrazioni di Alberto Martini. Conosceva i componimenti dei grandi poeti russi a memoria, come mi dimostrò quella volta che visionammo insieme Quattro diversi modi di morire in versi di Carmelo Bene. Poteva parlare degli scrittori classici nonché dei maestri sconosciuti del Novecento (lontani anni luce dallo status quo editoriale), ma il suo vero amore letterario era Céline: «Leggilo, se stai per suicidarti, leggilo e vedrai che cambierai idea!».

Autore di opere monumentali (tra le quali nomino qui le porte bronzee per la Cattedrale di Belluno, i monumenti per il traforo del Frejus e la scultura Il Motociclista per la Federazione Internazionale del Motociclismo di Ginevra), ricordava volentieri i suoi lavori per il teatro e la televisione, Tutti quelli che cadono e Finale di partita di Samuel Beckett in primis. «È beckettiano», mi disse una volta in ospedale, sorridendo dolcemente e indicandomi un simpatico vecchietto che delirando gli impediva di riposare. 





Un'opera di Canevari


Mi ha parlato per l’ultima volta, indirettamente, pochi mesi prima che morisse. Mi ero da poco svegliato quando dal televisore appena acceso e istintivamente sintonizzato su un canale Rai, prima ancora che apparissero le immagini, ho sentito la sua voce. «Questi signori erano degli spiriti inquieti, cioè era gente che sentiva sulla pelle le proprie esigenze, le proprie interiorità morali, etiche», diceva riferendosi ai manieristi. «Non è che scherzassero. Si ponevano il problema della propria eticità, del proprio essere morale. Dovevano mettere d’accordo diverse cose», continuava esprimendosi come tante volte aveva fatto con me. L’ho anche visto commuoversi. Pure noi dovevamo mettere d’accordo troppe cose e mi piace pensare che sia soltanto venuto meno il tempo.

Nella campagna amerina restano un deserto forse troppo grande e legna per ardere.

 

 

 

 

 




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