PRIMO PIANO
RIFLESSIONI
Il potere ‘dato’,
non competente
e la critica
delle nuove
generazioni


      
Partendo da un incontro politico-culturale svoltosi al Teatro Eliseo di Roma e dai temi legati alla questione dell’Europa, si sviluppa qui una accanita disamina in chiave teorica, strutturale, psico-comportamentale dei problematici e conflittuali rapporti tra l’assetto chiuso, di sostanziale autoconferma dei rappresentanti della casta politica e la posizione dei giovani esclusi, emarginati, messi di fronte all’alternativa tra l’assimilazione passiva e l’annichilimento di ogni speranza. Ciò che riguarda in Italia anche la relazione tra gli artisti e la dimensione di un’autorità pubblica indifferente e immobilista.
      



      

 

 

di Desirée Massaroni

 

 

A teatro: davanti-dietro, alto-basso, dentro-fuori.

Il giovane e il vecchio, il politico, l’artista, l’estraneo.

 

Dall’incontro al Teatro Eliseo di Roma, incentrato sulla questione Europa e cultura e sugli interventi a riguardo di Goffredo Bettini, David Sassoli, Silvia Costa, possiamo partire dall’osservazione di un ‘davanti’ e di un ‘dietro’, a un primo sguardo emblematizzati da un numero esiguo di giovani  collocati perlopiù in fondo alla platea e da una cospicua presenza di individui più adulti posti maggiormente  davanti.

Il davanti e il dietro della platea teatrale ci  rimanda anche a quello del palcoscenico e del ‘dietro le quinte’, dunque a ciò che si vede all’esterno e  a ciò che è nascosto dietro. Il davanti, che a prima vista è il luogo del futuro e dell’azione, tradurrebbe quindi un porsi dinnanzi come fiducia nel futuro, disposizione nella capacità di influenzarlo, assieme a un monito all’agire e al muoversi. L’istinto a collocarsi davanti, perché in tal modo ad esempio possiamo osservare meglio, rinvierebbe anche a un bisogno di ricerca dell’altro, di reciprocità, di interattività con colui che ci parla, che ci guarda e che guardiamo.

Ma il davanti rimanda altresì alla superficialità, a ciò che si vede e che allo stesso tempo si mostra per voler ingannare chi osserva e chi ascolta celando quello che c’è dietro, impedendo dunque una visione più approfondita. Nella dimensione teatrale in cui si è svolto l’incontro, potremmo dire che il davanti è dunque ciò che viene offerto alla vista del pubblico e che il pubblico ‘vuole vedere’ senza intromissioni ‘dal dietro’. D’altronde, similmente a quando si assiste ad uno spettacolo teatrale, siamo stati spettatori di un evento politico-culturale in cui ci siamo sentiti in qualche maniera immersi, come ciò cui si assiste fosse ‘verità’.

Se il dinnanzi rinvierebbe quindi a una visione semplificatrice di ciò che si guarda senza fatica, il dietro si configurerebbe come opposizione  nei termini appunto di comprensione non immediata; luogo in cui c’è la ‘verità’ di chi prepara lo ‘spettacolo’ e che non può apparire esteriormente in un rapporto per cui la valorizzazione del davanti si esplicherebbe come modo per avere poi una dominanza attraverso il dietro.

Il dietro a sua volta riferibile al non conosciuto, all’outsider, all’istinto che destabilizza, a ciò che agisce al di fuori della visibilità sociale, della conoscenza comune, attraverso movimenti sotterranei che chi sta davanti sente continuamente come minaccia.

 

Un’ulteriore binomio suggerito dal dislivello tra la platea e il palcoscenico, fra il pubblico seduto e fra colui che è sul palco, è l’alto e il basso. Nella dimensione teatrale chi è davanti è spazialmente  più vicino a chi è in alto, mentre chi è dietro ne sarebbe più distante. Si desume quindi che fra gli individui vicini al palco e fra quelli più lontani non vi sia una relazione reciproca; chi è dietro vede le spalle di chi è davanti, chi è davanti non può talvolta che ‘guardarsi alle spalle’.

L’unica relazione comunicativa possibile sarebbe quindi quella fra l’alto e il basso. Coloro situatisi in fondo, seppur lontani da chi è in pozione sopraelevata avrebbero in virtù della struttura prospettica della platea la stessa altezza. I più vicini a chi è in alto si troverebbero viceversa in basso. Ma essere spazialmente molto vicini all’alto, seppur in basso, rassicura proprio chi è in posizione sottostante, conferendogli un senso di protezione, di appartenenza. E da ciò ne deriva che viene collocato in alto, viene fornito il  potere, proprio a colui che ci garantisce sicurezza. Dunque se ne deduce di una protezione fondata sul potere, osservabile  in uno scambio asimmetrico.

Tuttavia l’individuazione ormai nota e per questo storicamente più o meno contestata fra alto/basso e per certi versi la caduta dei ruoli fa sì che talvolta, pur mantenendoci  ‘alti’, si finga di restare fra ‘i bassi’. Pensiamo ad alcune figure importanti che hanno svolto il loro intervento non salendo sul palco, ma restando seduti al proprio posto. In questo gesto/non gesto potremo vedere, apparentemente, davanti appunto, l’espressione di un rapporto paritario con il resto del pubblico. Nel  ‘rifiuto’ del piedistallo, il parlare dando le spalle all’uditorio, proprio perché si è seduti in prima fila, negherebbe di fatto ogni scambio visivo, qualsiasi tipo di interazione e dunque l’attuazione di un potere.





Daniel Peta, Pixels of Identities (Venezia, 2014)


Nel suo intervento Pippo Delbono ha parlato di un  potere che uccide in termini shakespeariani e dell’auspicio di un diverso rapporto relazionale  fra l’artista e la classe politica. Al potente posto al vertice e all’artista collocato(si) in basso, si dovrebbe profilare un nuovo ruolo dell’artista che possa costituire una sorta di ‘guida’ del politico. In termini di alto/basso, l’artista dovrebbe stimolare il potente a una visione di sé e del suo operato ‘dall’alto’ in un’osservazione quindi estraniata.

Nella condivisibile introduzione di rinnovate dinamiche relazionali, mi pare tuttavia che Delbono sorvoli la questione della mutazione psicologica del nuovo potente, incarnazione di un’autorevolezza scevra del ruolo di autorità e dai concetti ad esso annessi (Legge, Limite, ecc). Il politico che, come evidenzia Delbono, rischierebbe non solo di uccidere, ma di restare ucciso dal potere, in realtà ricercherebbe tale morte traendone godimento. Proprio in virtù dell’estinzione dell’autorità e dell’emersione di una nuova psicopatologia della politica italiana, come teorizzata da  Recalcati, per cui il superamento del limite, il perseguimento solo del principio di piacere, il desiderio di godimento smisurato, non riguarderebbero solo una gioventù svuotata e giudicata ‘colpevole’ o ‘inetta’, ma una classe dirigente smarrita e incompetente. Nell’ottica di Delbono, dell’artista che dovrebbe redimere il potente in un rapporto non più fondato sul ‘dislivello’, ma su una relazione paritaria, c’è da chiedersi quanto il politico, posseduto dal delirio di onnipotenza, voglia essere ‘aiutato’. La cultura, definita da Bettini come istinto di vita, sarebbe d’altronde subissata da una pulsione di morte incarnata dalla politica nel diffuso e grottesco perseguimento di una giovinezza estinta, configurandosi come rimozione della vecchiaia e dunque della morte, dell’ignoto, dell’estraneo.

 

Dalle categorie alto/basso si ricava quindi una prima definizione di potere non competente, cioè tale poiché in primo luogo fondato su tale scissione e dunque sulla mancanza di competenza. L’alto e il basso designano classificazioni senza alcun fondamento, elaborate non in base alla competenza, ma in virtù ad esempio dello status sociale, del censo, di quelle convenzioni irreversibili e quindi rassicuranti, ma avulse da qualsiasi realtà condivisibile e dimostrabile. Secondo tale logica, il proprietario di un’automobile costosa sarebbe ‘in alto’ rispetto a chi possiede un’utilitaria per il principio del possesso e dell’apparenza. Le considerazioni di Goffredo Bettini, riguardo una generazione obnubilata dal mito del business e delle mercificazioni, incarnerebbero in realtà un’eredità tramandataci da un sistema promuovente il mito dell’irreversibilità dell’alto rispetto al basso.

Se il potere alto/basso è non competenza, il giovane competente, colui che, come ha giustamente osservato Bettini, è mutilato (talvolta senza saperlo), cercherebbe di essere appunto competente divincolandosi dal sistema impostogli. Il desiderio del giovane, la sua iniziativa, sempre che tale iniziativa non venga castrata da dazi sessuali, socio-politici, è fondata generalmente sul rischio, sul coraggio, sull’iniziativa personale, sulla costruzione di obiettivi di conoscenza. Competenza o meglio potere competente, e da qui ad esempio la consueta espressione politica di essere competitivi in Europa, sarebbe tale laddove si avesse la capacità di riconoscere l’estraneità, di riconfigurare di volta in volta la propria azione in base al nostro rapporto con l’estraneo, quindi con il differente da noi come con il nostro mondo interno. Si evince allora come la rassicurazione  derivante dalla stabilità sancita dal potere sia contrastiva rispetto al discorso portato avanti dall’incontro politico. La differenza fra il potere non competente come alto/basso e il potere competente sarebbe rintracciabile nell’apertura all’estraneo, nell’uscita da unorganizzazione  familistica, dall’obsoleto sistema d’appartenenza e dal bisogno di sicurezza e di controllo che esso assicura.

 

All’interno di un evento politico incentrato sulla questione della cultura e quindi anche sulla situazione giovanile, si rileva dunque una lontananza non solo a livello spaziale, ma anche emozionale. I posti dinnanzi al proscenio, in gran parte occupati, rinviano a un’occupazione non solo  di corpi seduti, ma di corpi in attesa di altri corpi ‘simili’, ad essi ‘familiari’ (parlando di estraneità pensiamo alla definizione di ‘corpo estraneo’), dunque riservati. Un’occupazione simbolica per cui, per convenzione sociale, sappiamo ad esempio che i posti davanti, quelli più costosi, sono destinati alle autorità, alle personalità, a quelle figure aventi un certo ‘peso’.

La mutilazione associata da  Bettini ai giovani non può non ricondurci dunque al corpo, allo spazio, all’occupazione di uno spazio proprio, che ci spetterebbe come individui, ognuno avente un proprio peso specifico a prescindere dalla sua collocazione in alto o in basso, davanti o dietro, dentro o fuori. Questo problema di spazi, inerente soprattutto l’aspetto lavorativo, si rifletterebbe in una generazione privata del proprio peso, della propria dimensione, in una dinamica Padri-Figli in cui il giovane, ‘senza peso’, cioè senza importanza, verrebbe di norma considerato al pari dell’estraneo, come mero prolungamento psichico-fisico e quindi come corpo o da espellere o da inglobare, per negarne la differenza (pensiamo a riguardo alle teorie sull’ancoraggio di Serge Mascovici). Una generazione che perde letteralmente peso, ma che rispetto all’atto di occupazione violenta delle generazioni passate desidererebbe muoversi in una prospettiva dialettica con ‘il vecchio’,  per quanto questo scambio inter-generazionale possa interessare entrambi gli attori sociali.

Dunque il ‘lontano’ suggerirebbe un qualcosa percepito come irraggiungibile, inaccessibile,  preludendo a un dentro/fuori e quindi all’appartenenza ed all’estraneità.  Ci si collocherebbe dietro e lontano in proporzione al mancato senso di appartenenza e a un sentimento di diffidenza o di disagio. E da qui appunto le espressioni disagio giovanile, disagio sociale, disagio psichico, ovvero un malessere connesso con la scarsa accettazione e riconoscimento come individui autonomi nel contesto sociale.

 

Di fronte ai bipolarismi dividenti citati finora, alcuni pronunciati nell’incontro, altri dedotti da una ‘lettura’ dell’evento medesimo, emergerebbe a scioglimento dell’impasse produttiva ed emotivo-sociale, l’Europa definita creativa. Un’Europa personificata, rinviante alla divinità mitologica e a un nuovo spazio in cui le dicotomie giovani e vecchi, lavoro e disoccupazione, passato e futuro, potere e impotenza, troverebbero un loro sereno superamento nell’Unione europea. La parola Europa risuona nell’acustica teatrale come concetto coagulante una partecipazione che accomuna e che unisce, come nelle affermazioni di Ermanno Olmi, un ‘nuovo corpo’, una ‘casa comune’, che assumerebbe emozionalmente il significante di speranza e di soluzione dei problemi.





La cultura, il potere competente e non competente, il progetto e il prodotto.

 

La cultura, come tema predominante durante l’incontro, è stata declinata in diverse formule ovvero ‘Europa cult’, ‘cultura come anima di un Paese’, ‘l’Europa della cultura’, ‘la cultura è un tema di battaglia politica’, ‘fare battaglia per la cultura’.

Definendo la cultura e il lavoro dell’artista, nei termini di Meltzer e non solo, ovvero come ricerca della ‘verità’, ne deriva come la parola ‘verità’ rinvii alla realtà nella concezione di ricerca della verità proprio come atto rispondente al reale. I termini progetto e prodotto sarebbero a loro volta connessi alla realtà e realizzabili solo in base a una relazione con l’esterno. Il progettare atterrebbe dunque il potere competente ovvero quel potere che, proprio in quanto apertura con l’estraneo, si pone obiettivi, obiettivi d’eccellenza.

La parola progetto (dal latino proicio, proiettare) riconfigura in maniera simbolica una platea teatrale o una sala cinematografica dove colui che è più vicino al proiettore non può che guardare in avanti, guardare lontano. Progettare non significherebbe quindi spingere il proprio corpo davanti (come di norma fa la massa che si accalca), ma spingere davanti a sé un’idea, un obiettivo, una proiezione appunto, un atto e quindi un progettare come far avanzare, volgere verso qualche meta che riguarda un’azione esterna, volta al di fuori da noi. Elaborare un progetto come gestazione di ipotesi per un’azione esterna al fine di costruire un prodotto. E il prodotto culturale/economico, nerbo del dibattito in questione, contempla a sua volta l’autore come colui che fa avanzare, che produce qualcosa ponendosi in costante contatto con la realtà, con l’esterno, con l’estraneo. Il prodotto, come il lavoro del ‘vero’ artista, sarebbe quindi sempre fondato sulla ricerca della verità  per cui l’opera d'arte autentica differirebbe da quella non autentica, ‘falsa’, in base al grado di ricerca di verità scalpitante in essa. Nell’omaggio a Gianni Borgna, nella definizione di poesia come pratica amorosa, come adesione alle cose e dunque spinta ad essere leali, mi sembra si esplichi pienamente quella tensione ad esercitare un potere competente che dovrebbe ‘rischiare’ una relazione di profonda e faticosa  prossimità con l’esterno. Il rischio precipuo di colui che agisce al di fuori del vecchio sistema d’appartenenza rimanderebbe quindi al disconoscimento patito dall’eroe, alla ricerca della cultura  intesa come sofferenza, lutto, perdita, laddove l’esigenza di conoscere prevalga sul sentimento di sicurezza.

 

Le considerazioni di Delbono inerenti il sistema d’appartenenza si sono focalizzate perlopiù sulla condizione giovanile rispetto all’omogeneizzazione relativa ad esempio alla scomparsa del dialetto, sulla scia del pensiero pasoliniano. L’omologazione che mi pare Delbono colleghi al sistema mass-mediatico afferisce in primo luogo a una relazione ‘intima’, che si consuma nella vischiosità relazionale padre-figlio, docente-dottorando, vecchio-giovane, vecchio sistema d’appartenenza-estraneo, dentro-fuori, Italia-Europa e via dicendo. L’omogeneizzazione, sorta a livello sociale in seguito a  un movimento mirante all’abbattimento dei ruoli, delle autorità e del conflitto (dove non c’è conflitto c’è fusionalità), concerne quindi tutti quei rapporti simbiotici tra  individui in cui, uno dei due, per vedersi ‘degno di attenzione’, deve incorporare la causa ideologica, psichico-fisica dell’altro plasmandosi sul suo modello sia che questo richieda l’italiano standard sia che reclami il dialetto.

Il secondo riferimento di Delbono ha interpellato la figura del folle e dello straniero identificabili nell’archetipo dell’estraneo e del  suo ‘valore simbolico’ a livello europeo e quindi anche produttivo. Nell’emersione di un connubio stereotipale pazzo-artista, è tuttavia mancata in primo luogo una definizione di pazzo. Chi intendiamo per folle? Chi è nevrotico, psicotico? Seguendo il pensiero di Delbono, se ci muoviamo nell’ambito della nevrosi, è chiaro che a tutt'oggi non è possibile considerare tutti i giovani anoressici Virginia Woolf o Franz Kafka. Se per folle vogliamo intendere invece lo psicotico è anche qui impossibile ritenere tutti gli schizofrenici Amelia Rosselli o Sylvia Plath. Si evincerebbe all’opposto che per essere considerati ‘unici’ e dunque diversi, con pari diritti, doveri e opportunità, non dovrebbe essere requisito indispensabile soffrire di qualche malattia psichica che ci renda ‘speciali’ e per questo meritevoli di attenzione. Di converso non tutti gli artisti sarebbero folli per cui considerando il processo artistico, almeno come teorizzato da Grinberg, sebbene l’immaginazione creativa ricorra talora a meccanismi ‘psicotici’ (la prima fase è la ‘scissione’), tuttavia se lo psicotico si ferma a un livello di delirio, di perdita dei confini fra la realtà e la fantasia, l’individuo creativo riuscirebbe ad elaborare le sue fantasie in un processo di evoluzione, riparando ‘l’oggetto un tempo perduto e frantumato’.

Gli accostamenti pazzo-artista, straniero-speciale, rientrerebbero sempre nella pericolosa e fuorviante costruzione mitica del potere alto/basso laddove, riguardo il folle, l’artista, lo straniero, l’individuo in generale, sarebbe più corretto parlare di estraneo in una visione più ampia, di attenzione all’Altro, fuori e dentro di noi. Peraltro seguendo sempre il pensiero di Grinberg ogni individuo teoricamente avrebbe capacità creative per cui ciò che distinguerebbe una mente creativa da una mente ‘normale’, sarebbe ravvisabile nella tolleranza o meno alle tendenze disintegrative necessarie per una re-integrazione a livello artistico, in termini di opera d’arte.

 

 

Le strutture giovanili ‘date’  e le strutture giovanili  ‘da costruire’ come progetto culturale.

 

Riguardo alle proposte di pianificazioni concrete, l’intervento di Bettini si è concentrato in parte  sulla realizzazione di strutture destinate alle attività, alle progettualità  giovanili, come di norma è nel resto d’Europa. Si possono delineare dunque due differenti modalità di ‘costruzione’: da un lato la reificazione di ‘strutture date’ innervate su dinamiche familistiche e dall’altro la progettazione di ‘strutture da costruire’, preludenti realtà diverse, foriere di autentici processi di crescita culturale ad afflato europeo.

 

Con il termine ‘struttura data’ possiamo pensare a quella struttura  rappresentata per antonomasia dalla famiglia e poi dall’università o da un partito politico; si tratta di strutture appunto fondate su  modalità di relazione autoriferite, su delle ritualità, sulla previsione di adempimenti e non di obiettivi, ovvero su un’organizzazione non volta all’esterno, a dei progetti, ma a un ripiegamento all’interno della struttura medesima, eterna e immodificabile. I membri di una ‘struttura data’  proteggono di norma loro stessi, le loro necessità, evitando perlopiù tutti i pericoli dati dall’incontro con l’estraneo. Dunque riprendendo il concetto di sentimento d’appartenenza possiamo concludere come la ‘struttura data’ sia quel contesto in cui chi è al suo interno si sente rassicurato dall’appartenenza acritica alla struttura stessa, a un potere definito non competente perché non contemplante il prodotto e dunque l’estraneo. Nel proposito di essere competitivi in Europa, la ‘struttura data’ fallirebbe proprio per coerenza alla sua essenza in quanto basata su dinamiche di affiliazione, su coesioni difensive e disinteressate a qualsiasi relazione imprevedibile con l’ignoto, con ciò che metterebbe appunto in ‘crisi’ l’organizzazione nella vanificazione di tentativi di addomesticamento dell’altro. È chiaro come la crisi economica e culturale dell’Italia possa essere quindi conseguenza di una ‘struttura data’ ignorante, cioè che ignora l’Altro e che non vuole conoscere essendo la conoscenza una ricerca possibile solo in termini di confronto, di scambio culturale condiviso, di sistemi trasversali di dibattito, di incontro.

Gli inviti  ad aprirsi ‘culturalmente’, a “leggere e a tradurre l’altro'” come dichiarato da Carola Susani, ad “essere internazionali e a non autocensurarsi” come asserito da Costanza Quatriglio, ad “essere curiosi verso l’altro nella ricerca di senso” come affermato da Bettini, rischierebbero, nella ‘struttura data’ o in mano a un potere non competente, non competitivo, di essere perfettamente incanalati e quindi annullati. È noto, e l’intervento di Delbono rispetto ai giovani e alla loro sussunzione nel vecchio sistema ne è un esempio lampante, come l’estraneo  possa essere difatti avversato, ignorato o anche convertito, ovvero ridotto all’uguale facendolo diventare ‘una parte di noi’.

Gli inviti o gli auto-inviti al cambiamento, altra parola cardine di tutti i programmi elettorali, costituirebbe peraltro esattamente l’opposto di ciò che è ‘previsto’ dal potere non competente e dalla struttura ‘data’; coloro apparentemente (‘davanti’ appunto) aperti alla diversità ne sarebbero in realtà ostili.





Igor Mitoraj, Città perduta II, 2005, (ph. Giovanni Ricci)


La struttura da costruire’, quella che ci auspichiamo dunque venga eretta, è  una struttura che fa degli obiettivi il suo fondamento e soprattutto la cui cooperazione è funzionale allo scopo  per il quale la essa viene creata. In tale struttura  tutti  i componenti avrebbero una propria funzione, uno spazio personale con il quale e in cui poter contribuire alla crescita dell’organizzazione stessa e in cui dunque il lavoro darebbe senso alla struttura medesima. L’obiettivo di crescita, altra parola ricorrente nel linguaggio economico-politico, sarebbe ascrivibile al saper progettare per cui una nazione  riacquisterebbe un peso (politico, culturale) in virtù di  spinte progettuali risananti la crisi sociale e individuale. La ‘struttura da costruire’ prevede quindi un potere competente che come  precedentemente rilevato sarebbe volto a un’intenzione produttiva. È possibile pensare dunque a strutture ‘costruite’ dai giovani per i giovani come a enti finalizzati ad esempio al finanziamento e alla creazione di 'prodotti culturali' competitivi in termini europei, che quindi prevedano un interlocutore esterno e una verifica delle sue funzioni.

 

Un esempio pratico della diversità fra struttura ‘data’ e struttura ‘da costruire’ e, dunque, fra il procedere per adempimenti e il procedere per obiettivi è individuabile nell’affermazione di Dario Franceschini riguardo l’iniziale disattenzione del proprio partito alla questione culturale. La solidale reazione del pubblico sollecita diverse ipotesi ‘di lettura’ inerenti una collettività non afflitta eccessivamente dalla crisi economica o poco conscia della realtà ovvero non ancora in grado di distinguere, di giudicare (un’ulteriore significato del vocabolo ‘crisi’ è condannare), sebbene ogni crisi delle relazioni e quindi dell’individuo sia congiunta al potere.

Tuttavia il mea culpa di Franceschini ci interessa perlopiù in quanto risuonerebbe come mancato adempimento ad ‘un compito’ all’interno di una dimensione partitica. Sebbene la questione culturale sia un qualcosa che si rifletta nella realtà, l’adempimento o meno di un compito sostituirebbe il riscontro con la realtà medesima. Infatti si adempie o meno a una norma pre-scritta fra i doveri che ci si aspetta siano assolti da un governo, si adempie o meno a un mandato appunto sociale, politico. Si adempie non a un qualcosa che è passibile di una verifica immediata, ma a un qualcosa che si esaurisce nel sistema di appartenenza, in qualche maniera fine a se stesso, volto a perpetuare se stesso senza quell’utilità sociale di cui l’adempimento o l’inadempimento ne è emblema.

Siamo dunque di fronte a un’excusatio per  la mancata considerazione della cultura e  dei lavoratori della cultura, una ‘svista’ della ‘politica tutta’ causante la progressiva crisi dell’economia italiana e dunque della disoccupazione, di suicidi, di malessere diffuso.

È intuibile come questa ‘disattenzione’, nel settore che ci riguarda, quello culturale, potesse essere prevenuta. Ma la parola prevenzione, come la parola progetto, non rientrerebbero nella struttura ‘data’,  ma in quella ‘da costruire’  il che farebbe della prima struttura una dimensione passibile di reiterazione dell’errore. Non a caso nel linguaggio comune le ‘strutture da costruire’ afferiscono sempre a ciò che serve a sopperire un inadempimento, una mancanza o a riparare un ‘danno’. La prevenzione intesa come guardare al futuro, sarebbe un aspetto non contemplato dalla struttura ‘data’ poiché carente dell’utilità sociale, di un senso della collettività; la comune espressione di ‘uno stato che manca’, di ‘uno stato che ci ha abbandonati’ o ancora di ‘uno stato in cui non ci si sente rappresentati’, rinvierebbe quindi a un potere non competente perché semplicemente privo del ‘senso degli altri’.

Il progetto insito nella ‘struttura da costruire’ e nella questione europea parrebbe inscriversi in una ricostruzione di un sistema d’appartenenza non più, quindi, da intendere in termini di chiusura ed omogeneizzazione, ma di unione nella differenza, di salvaguardia di un’autonomia. Abbiamo visto come la dissociazione in termini alto o basso, dentro o fuori, riguardi il potere non competente e dunque una serie di dinamiche relazionali che traggono la loro sussistenza dalla perpetuazione della scissione. Quest’ultima configura a sua volta ciò che provoca una crisi, uno ‘strappo’, una  lacerazione contro natura, contro lo stesso lavoro creativo che è tale solo se riesce a creare dalla riunificazione un terzo elemento o l’opera d'arte.

 

 

 La scissione e l’immobilismo come esercizio del potere non competente.

 

Nell’attuazione del pensiero scisso, pertinente il potere non competente ed esperibile nella ‘struttura data’, è un dato che la sessualità sia associata al potere e al denaro. È un dato di fatto dunque che il corpo femminile sia smembrato in un ‘bel davanti’ e in un ‘bel di dietro’. È un ulteriore dato che in termini di forma-contenuto, alla bellezza del ‘fuori’ corrisponda un contenuto di poco peso, mentre un certo ‘peso’ intellettuale, del ‘dentro’, coinciderebbe con un corpo-contenitore o ‘mortal velo’, senza valore. Letture di certo neganti la complessità del corpo come forma, ovvero come linguaggio e procedenti da una visione del corpo essenzialmente statica, convenzionale, secondo principi ideologici, di dissociazione e di automatismo. Nell’accettazione del pensiero scisso, o davanti o dietro, o dentro o fuori, la donna si troverebbe sempre in ‘basso’, in quella posizione ancillare che Lorella Zanardo individua (solo) nelle ragazze-veline, tuttavia collocate in alto, ‘dall’alto’, sia rispetto ai conduttori televisivi sia rispetto alla maggior parte delle coetanee del ‘mondo opposto’, quest’ultime in posizione doppiamente subalterna anche in relazione a disposizioni ideologiche impartite da un certo femminismo storico.





Senza titolo, Macef, 2013


L’apparente conflitto fra le nuove e le vecchie generazioni potrebbe essere individuato nel rifiuto del pensiero disgiunto, di quel raffinato e subdolo esercizio di potere per cui i giovani sarebbero indotti all’immobilismo nell’invito schizofrenico a procedere avanti come a indietreggiare. Da un lato l’incentivo all’azione massimalista, al pretendere, all’iniziativa personale, correlato al ‘rimprovero’ per inettitudine e alla provocazione facente leva su traguardi idealizzanti del passato. Dall’altro l’induzione di sensi di colpa parricidi o matricidi, di sentimenti di inadeguatezza a standard professionali ideali, perennemente incolmabili. E ancora l’invito a  rendersi ‘artefice della propria fortuna’ (dunque più che occupare, creare un tempo e uno spazio) attraverso un processo di emancipazione e di soggettivazione, si rovescerebbe nell’accusa di auto-imprenditorialità e di volersi rendere ‘capitale umano’. Ne consegue d’altronde che, movimenti di lotta ai dispositivi capitalistici e la sperimentazione di diverse forme d’azione, sarebbero disinnescati da accuse di velleitarismo fomentanti un cortocircuito inesauribile di lamentazioni volto a smantellare qualsiasi desiderio trasformativo del singolo. 

Il conflitto fondato sulla dialettica verrebbe disinnescato quindi dalla commutazione dei messaggi e dal loro stesso contenuto per cui ad, esempio, la sollecitazione alla pretesa configurerebbe il potere disperato di chi non sa dialogare, negoziare, di chi teme la propria impotenza agendo con un atto di aggressione volto a piegare l’altro. Riguardo poi la colpevolizzazione associata al rimprovero e alla provocazione, e dunque a un virtuale modello disatteso, il conflitto si annullerebbe in modelli di volta in volta cangianti e contraddittori tesi non a ricondurre a un principio d’autorità (svuotato di senso), ma all’induzione di un immobilismo come controllo perverso sull’altro.

In maniera rovesciata l’auto-colpevolizzazione tutta d’un fiato di Franceschini non atterrebbe a un potere subìto ma agìto per cui, confessando la colpa, si esorcizza di fondo l’atto rimproverante della collettività confermando allo stesso tempo la propria adesione nei confronti del concetto di autorità.

Il pensiero per scissioni evidenzia quindi come il potere non competente verta ad annullare la soggettività instillando l’alienazione e quindi la perdita di rispetto sia per se stessi che per l’altro. E  in un clima di perdita di certezze, di dignità e di identità, non ci si può che affidare in modo assolutista e quindi recante conforto o a un dentro o a un fuori, dunque a soggettività prefabbricate, spesso quasi mai soddisfacenti i  propri bisogni di individuazione. Più che un conflitto procedente per identificazioni e disidentificazioni, necessitante il confronto e la considerazione dell’altro non come ‘pedina’ e quindi ‘proprietà’, ma come individuo, si tratterebbe di azioni ascrivibili alla pura violenza, cioè a pratiche volte a disumanizzare l’altro invitandolo, se vuole avere ‘spazio vitale’, a fare altrettanto.

La carica critica delle nuove generazioni può esercitarsi dunque perlopiù a livello di cultura   personale, cioè di lettura critica, dall’‘alto’, del potere non competente come struttura fragile perché iper-controllante, timorosa di rischiare d’essere contraddetta e proiettante sulle nuove generazioni fallimenti, rancori, cinismi, frustrazioni. L’ipotesi utopica, ma comunque stimolante di una ‘struttura da costruire’ in cui alla staticità rassicurante subentri un dinamismo costruttivo fondato su una  lotta non contro l’altro, ma nei termini con cui ad esempio Tynjanov analizza il processo creativo cioé d’interazione, di correlazione, di movimenti extratemporali e spaziali, potrebbe generare situazioni inaspettate. Una neo forma-corpo femminile a dimensione europea come passaggio, cambiamento, accostamento di fattori rianimanti e ridefinenti nuovi confini spaziali per cui per restando ‘alti’, sopravvivendo, si possano aprire brecce dal basso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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