PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (35)
Cartoline
da Berlino,
virtuale capitale
dell’Europa


      
Note di viaggio stese andando liberamente a zonzo per la magnifica megalopoli tedesca. Appunti ‘random’ girando da Kreuzberg a Pankow, dal Mitte a Prenzlauer Berg, da Zitadelle-Spandau a Charlottenburg. Città simbolo della Germania di ieri e di oggi; quella ingombra di luoghi della memoria del regime nazista e, poi, di quello del socialismo reale (quest’anno si celebra il quarto di secolo della caduta del Muro); e quella che esibisce tutti gli odierni segni distintivi di una potenza economica-organizzativa e di una solidità, a dispetto della crisi globale, che hanno fatto della nazione tedesca il paese leader del Vecchio Continente.
      



      

 

 

di Marco Palladini

 

 

  Viaggio a Berlino. Effettuale, credo, capitale dell’Europa. Di un’altra Europa viene da pensare, venendo da Roma, scalcagnata capitale del Sud Europa. Qui appare (ed è) tutto pulito, ordinato, razionalmente organizzato e funzionale. Senso pragmatico del reale e rispetto delle regole da parte di tutti. Provenendo dal groviglio pantanoso italiota dove tutti se ne strafottono delle regole, sembra davvero di essere atterrati su un altro pianeta. E diventa quasi plasticamente comprensibile perché la cancelliera Merkel goda di ampio consenso e popolarità: la democristiana Angela mi pare incarnare quei valori di solidità, sicurezza, tranquillità, benessere, senso del dovere che vedo riflessi nelle facce dei berlinesi che incontro, giovani ed anziani. E diventa, almeno psicologicamente, comprensibile perché i tedeschi difendano, anche egoisticamente, il loro status economico e il loro stile di vita e non abbiano alcuna voglia di farsi carico delle sbrindellate e quasi disperate situazioni dei paesi pigs dell’Europa meridionale (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). Non è simpatico dirlo, ma se fossi un germanico probabilmente la penserei allo stesso modo. L’Europa cosiddetta ‘a due velocità’ è un dato di fatto e nessun esorcismo verbale, demagogico o vittimistico, può cancellarlo.

 

  Non ero mai stato a Berlino. La città mi sembra bellissima, grandissima. Una megalopoli che contiene entro i propri confini tante città e vasti parchi, moltissimi giardini e ‘polmoni verdi’. Ma la si percorre benissimo. C’è una rete di trasporto pubblico combinato, tra metro, autobus, tram e treni urbani, di una efficienza mirabile. Non si aspetta un mezzo mai più di tre o quattro minuti. Il risultato è un traffico di auto private scorrevolissimo, in otto giorni avrò visto non più di un paio di code: una vicino al Reichstag e una attorno all’anello del Großer Stern, al centro dell’immenso Tiergarten. Le ricordo appunto perché sono state eccezioni, non i normali, asfissianti ingorghi delle città italiche. I berlinesi, poi, vanno in grandissimo numero in bicicletta. Ci sono decine e decine di chilometri di piste ciclabili in tutta la metropoli ed, anzi, occorre stare attenti a non camminarci sopra anche inavvertitamente: solitamente calmi e rilassati i berlinesi in quel caso si infuriano e ti urlano contro ogni sorta di insulti e di improperi. Da queste parti il rispetto delle regole è sacro, come detto, e qui i ciclisti contano pure più dei pedoni. Alcuni col caschetto di ordinanza e abbigliamento sportivo sfrecciano ad alta velocità, come impegnati in una corsa contro il cronometro. L’impressione è che nessuno qui voglia perdere tempo, molti vanno a passo quasi di corsa. Salvo che poi tantissimi sostano o bivaccano ai tavoli delle centinaia e centinaia di kaffeehaus e locali all’aperto, bevendo birra, mangiando un würstel, bevendo un cappuccino o leccando un gelato.      

 

  Berlino mi appare la concrezione di più epoche architettonico-urbanistiche e politiche. Le abitazioni residenziali della città settecentesca e ottocentesca si giustappongono con i palazzi in stile razionalistico del Novecento a cui si aggiungono le costruzioni post-modern degli ultimi decenni. Il risultato forse più eccitante della nuova Berlino è il riassetto di Potsdamer Platz dove accanto a tre ultramoderni grattacieli disposti a schiera che creano col sole fantastici giochi di riflessi, è sorta una enorme e affascinante cupola geodetica fatta di tiranti di acciaio, vetro e vele, sotto cui si apre una rotonda con vari edifici dove sono ubicati uffici, centri commerciali e tecnologici (in primis il Sony Center), una multisala cinematografica, il museo del cinema tedesco e poi videoschermi, diversi ristoranti e caffè (uno si chiama “Billy Wilder’s”). Ma c’è anche al centro una grande panchina circolare di metallo con alle spalle una fontana. E vi si può sostare per un incontro, per una pausa di riposo o anche soltanto per curiosare, guardando gli ascensori che vanno su e giù dietro le vetrate fumé oppure la turbinosa folla che in permanenza attraversa questa macro-hall. Folla composta di gente di tutti i generi e di tutte le razze. E col chiasso di coppie di bambini che giocano ad inseguirsi, ruzzolando volentieri al suolo.    

Merita, comunque, una visita qui il Film und Fernsehen Museum che ha uno strabiliante ingresso con una passerella che entra in una magica sala nera degli specchi dove ci si ritrova riflessi vertiginosamente da tutte le parti (pure a testa in giù), per un effetto avvolgente e straniante in stile Matrix o moltiplicando per dieci o per venti quel celeberrimo finale di La signora di Shangai di Orson Welles. Il museo si concentra soprattutto sul cinema espressionista degli anni ’20, annoverando i vari Robert Wiene, Pabst, Fritz Lang, Murnau, Lubitsch, con cimeli, reperti, ricordi e soprattutto molte clip dei loro film (anche su spettacolari videowall). Almeno due sale sono dedicate alla superdiva Marlene Dietrich, anche se, dopo L’angelo azzurro (1930), la sua è stata, con l’arrivo del nazismo, una carriera soprattutto americana, con l’apice delle cinque pellicole girate con la regia del geniale Josef von Sternberg. Della Dietrich sono in esposizione tante foto (con i numerosi attori-amanti via via incontrati), lettere, biglietti, oggetti di scena, la scatola del trucco, i bauli, le valigie e le cappelliere che in abbondanza si portava appresso quando viaggiava; e diversi manichini con alcuni degli abiti più famosi indossati sul set.

Molto spazio dunque alla Dietrich, seducente antinazista – i fotogrammi con lei in smoking nero e, poi, in smoking tutto bianco sono trionfali immagini ‘trans’ tuttora sottilmente perturbanti; spazio invece ridotto per la filonazista regista Leni Riefenstahl, prodigiosa esteta però al servizio di Hitler; la cinematografia nazista appare compressa in un tetro stanzone-archivio organizzato a cassettoni, aprendo i quali si vedono foto, documenti o clip di film e documentari. E, per esempio, aprendo a caso mi imbatto sia in Süss l’ebreo, il noto film antisemita di Veit Harlan del 1940, sia in un frammento del famigerato discorso di Goebbels del 1943 dove incitava la nazione alla ‘guerra totale’.

La sezione museale dedicata al secondo Novecento fino al presente mi è sembrata un po’ sommaria: molti medaglioni e vetrinette con schede, biografie, modellini e oggetti di scena e visioni di film, ma senza approfondire granché rispetto a figure eccellenti quali Alexander Kluge, Fassbinder, Wenders, Herzog, von Schlöndorff, Edgar Reitz. Incomprensibile poi mi è sembrata la dimenticanza di un nome come quello del 78enne Hans-Jürgen Syberberg, regista di impronta wagneriana, di cui rammento l’epico e immaginifico Hitler – Ein Film aus Deutschland (1977), un’opera concettuale e visionaria che durava oltre sette ore.





Giochi acquatici di bambini ad Alexanderplatz


  L’altra spettacolare piazza di Berlino è ovviamente l’Alexanderplatz che fu mitopoieticamente raccontata dal romanzo-capolavoro di Alfred Döblin (1929), poi ripreso in un magnifico film televisivo da Rainer Werner Fassbinder nel 1980. Per certi versi Alexanderplatz è ancora quella degli anni ’20 del secolo scorso, un luogo/non-luogo dominato dall’altissima Torre a palla della televisione, che è una sorta di boa aerea del Mitte, la si vede da tutte le zone centrali e sembra talora vicina anche se si è a molti chilometri di distanza. Capolinea di vari tram, è divisa a metà dalla stazione ferroviaria che incrocia varie linee della S-Bahn e della U-Bahn, ed è punteggiata da grattacieli e altri imponenti edifici e alberghi, nonché dai grandi magazzini della Galeria Kaufhof. Un grattacielo affiancato da una torre circolare con una scritta girevole in cima attira la mia attenzione: è la Haus des Berliner Verlages, ovvero la casa delle case editrici berlinesi, ciò che trasmette un senso di potenza culturale come correlativo della potenza economica e industriale germanica.

Da un lato di Alexander c’è un’aerodinamica costruzione multivalente che ospita, tra l’altro, un lounge bar e un centro di fitness per soggetti, suppongo, metro-sexual; dall’altro lato si cambia scenario: c’è una sorta di villaggetto trash con le casette in legno bruno e un finto mulino a vento che accoglie una sorta di sagra di paese permanente e quotidiana. Si affollano i turisti e i passanti attorno ai venditori di souvenir di ogni tipo, di pietre e pupazzetti, di giocherelli, di abitucci da donna e foulard, di cappelli di ogni genere dai colbacchi ai berretti taroccati dell’ex Armata Rossa. Naturalmente vi si beve birra a fiumi e c’è un giovanotto che regge col suo corpo una complicata armatura di ferro in cui ha un fornetto per vendere würstel ‘cotti e mangiati’, sta lì per ore ed ore in piedi senza potersi sedere, dimostrando una resistenza oltreumana. Per i piccini c’è una piscinetta gonfiabile di plastica, in cui i bambini entrano dentro dei grandi palloni trasparenti che si richiudono con una zip e rotolano sull’acqua beati e felici. Qui mi sembra di rinvenire l’anima nazional-popolare tedesca, di più si capisce qui quello spirito di ‘heimat’ che poi è la passione per le proprie radici paesane e tradizionali, che rispunta fuori proprio nel cuore della metropoli.

 

  Questo forte Heimat-Geist mi sembra di rinvenirlo pure quando mi reco a Zitadelle – Spandau, una vasta e suggestiva fortezza-castello dalle mura rosso-brunite circondata da un fossato pieno d’acqua e con regolamentare ponticello levatoio, dove è in corso l’ottava edizione della “Oster – Ritterfest”. Una pasquale Festa del Cavaliere dove officianti, attanti e spettatori si ritrovano in abiti medievali e con artistici trucchi acconci a far rivivere gesta e modalità degli antichi tornei cavallereschi. Anche qui rispunta lo spirito ancestrale del villaggetto con un accampamento di tende e varie baracchette in legno dove si vendono manufatti, oggetti di abbigliamento del medioevo per novelli cavalieri, corpetti in cuoio e vesti per donne, e poi spade e spadoni, lance, alabarde, asce bipenne, archi, frecce e faretre. Soprattutto le armi attirano moltissimo i ragazzini che sono invitati a provare, magari esercitandosi nello scagliare l’ascia contro un bersaglio di legno tipo tiro a segno. Si respira un orgoglioso spirito marziale teutonico, temperato dai giocolieri che in bilico su un monociclo si rilanciano torce di fuoco sulla testa di un volontario tapino pescato in mezzo al pubblico; o da una band in abiti d’antan con percussioni, contrabbasso, chitarra, violino e zampogna che suona piacevolissime musiche del tipo giga Middle Age, però amplificate da una fonica assolutamente contemporanea. Intanto i convenuti si affollano attorno a vari stand pronti a ingollare litri di birra e a mangiare di gusto salsicce, würstel, brasati e intingoli vari. Mi sembra che qui la gente mangi sempre, a tutte le ore, hanno stomaci capaci di digerire tutto. A dispetto del piglio simil-guerresco della festa, percepisco comunque un clima ludico e rilassato, come una gita o una scampagnata ‘fuori porta’ o ‘fuori Mitte’ dove tante famigliole con i genitori giovani e i bambini si svagano e si divertono in una dimensione quasi fantasy, dove ancora una volta ritrovare lontane radici pur stando con i piedi saldamente fissati nel presente.

 

  Nelle case tedesche non c’è il bidè, come in quelle francesi, del resto. Non ci sono neppure serrande, persiane o tapparelle. In molte case non si vedono nemmeno delle tende, per un curioso effetto “La finestra sul cortile” mercè il quale, ad esempio, si può guardare o spiare tranquillamente una Frau giovane che spiccia le faccende di casa e insieme balletta ascoltando la musica da una radio. La privacy domestica non sembra contemplata o i tedeschi ritengono di non avere nulla da nascondere? O confidano nella completa discrezione altrui? Chissà. 

Sono ospite in una casa in Jablonski-straße nel Prenzlauer Berg, un quartiere dell’ex Berlino est, però la sua parte più borghese. Tutto ripittato e rimesso a nuovo con le strade dritte e pulitissime, è diventato, mi dicono, un quartiere alla moda, sobriamente elegante e molto amato da intellettuali e artisti, tanti caffè, ristoranti etnici thailandesi, vietnamiti, coreani e poi italiani e greci. Vicino casa c’è un centro di meditazione zen e di massaggio ayurvedico. L’appartamento in cui risiedo per una settimana appartiene agli amici di un’amica italiana che accompagno, ed è appunto una casa da intellettuali, piena di libri, dischi e partiture di musica classica. Il proprietario, un filosofo, docente di estetica, ama suonare ed ha in salotto un pianoforte a coda e nello studio una tastiera Yamaha. L’appartamento, a somiglianza del quartiere, è sobrio ed accogliente, luminoso e quieto, i bianchi muri sono spogli, c’è un quadro posato sul pavimento e delle composizioni visive del proprietario, dilettante d’arte, ma con gusto e senso critico. La cosa curiosa è che la medesima chiave apre sia il portone d’ingresso sia la porta dell’appartamento: come dire che uno chiunque dei coinquilini può entrare a casa tua, dunque ci deve essere un’assoluta fiducia tra di loro. Sempre la stessa chiave apre il Müllraum, lo stanzino dei rifiuti dove si deposita l’immondizia differenziata: lo stanzino ha un’altra porta che si apre direttamente sulla strada, da cui i rifiuti vengono prelevati dai netturbini. Il sistema mi pare funzioni perfettamente, l’ordine e la pulizia sono uno dei tratti distintivi del way of life germanico.  

 

  Nel centro del centro, ossia il Mitte del Mitte, si trova la città vecchia, il piccolo borgo di Nikolai-Viertel, il cuore antico di Berlino. Il quartiere di San Nicola, pressocché distrutto alla fine della seconda guerra mondiale, è stato ricostruito negli anni ’80, recuperando anche qui la dimensione del paesino con stradine e stradette, gli antichi kaffestube, i locali con i tavolini all’aperto, un piccolo teatro e, persino, la casa dello scrittore e filosofo settecentesco Gotthold Ephraim Lessing. Nello spiazzo davanti alla similgotica Nikolaikirche c’è un barbuto e folkloristico suonatore di organetto. Passa una carrozza scoperta tirata da un paio di morelli, con il postiglione in divisa e il cilindro in testa. Si decide di desinare en plein air in un ristorante nella piazzetta dominata dalla massiccia statua di San Giorgio che uccide il drago, che poi si affaccia sul fiume Spree, ininterrottamente solcato dai numerosi battelli gremiti di turisti che scattano foto. Icona del luogo è tale Herr Zille che ha lasciato un museo a lui intitolato e una buffa statua in un’aiuola davanti a una abitazione che lo ritrae come un ometto rachitico, dall’espressione sardonica, che indossa lo stiffelius, fuma il sigaro e ha un cappello cilindrico in testa.

Per raggiungere Nikolai-Viertel si passa in un giardinetto dove si trovano le due (brutte) statue appaiate di Karl Marx e Friedrich Engels. Un folta comitiva di meridionali italioti si affolla lì intorno per farsi dei ‘selfie’ o per scattare ridicole foto di gruppo, hanno tutti l’aria di non aver mai letto neppure un libro dei due esimi filosofi comunisti. Più oltre, in una porzione del giardino, c’è un cantiere che annuncia la costruzione di un memorial dedicato a Marx. Che qui a Berlino è omaggiato con la Karl Marx Allee, un vialone larghissimo e assai lungo che principia da Alexanderplatz e arriva fino al quartiere di Friedrichshain; poi c’è a Kreuzberg la Karl Marx Straße, una via commerciale molto affollata ed animata. Il marxismo è più o meno morto, penso, dunque viva Marx. La rivoluzione chi lo sa che cosa era. Das Kapital ha vinto. 





Una veduta del quartiere di Nikolai-Viertel


  A Kreuzberg visito il Museo Ebraico, con la nuova ala costruita dall’architetto Daniel Libeskind. Come si è detto per il Maxxi di Roma, mi sembra che il contenitore sia più bello del contenuto. Libeskind ha progettato un edificio rivestito da lastre di zinco, con una forma di serpentina a zig-zag, piena di acuti spigoli, che si dirama in assi tematici che provano a illustrare venti secoli di storia degli ebrei in Germania. In fondo all’Asse degli Esili si trova il Giardino degli Esili, che è una sorta di labirinto all’aperto costituito da quarantanove alti e grigi monoliti di cemento, in cima ai quali sono stati piantati degli alberi. L’idea è quella di camminarci in mezzo, girando e rigirando fino a perdere il senso dell’orientamento, come esuli dal mondo che non sanno più dove si trovano e dove possono andare. Un’altra installazione spettacolare e molto teatrale dello Jüdisches Museum è la “Shalechet – Foglie cadute”: migliaia e migliaia di facce in punzonato acciaio che ricoprono il pavimento di un cortiletto designato come lo “Spazio Vuoto della Memoria”. Vi si può, volendo, camminare sopra, sentendo il rumore un po’ agghiacciante di ferraglia che ovviamente rinvia alla macchina di morte dei lager nazisti e alle vittime della Shoah.

Tra gli innumeri documenti, oggetti, reperti, video del Museo (ipertrofico, come tutti quelli che ho visitato), mi colpisce un filmato muto del 1929 in bianco e nero, per la co-regia di Robert Siodmak intitolato Gli uomini di domenica. È appunto un corto che mostra scorci della popolazione tedesca in città, in campagna e al mare in una domenica estiva di 85 anni fa. E appare tutta gente allegra, pimpante, sorridente, super-attiva, impegnata in attività di svago e di sport. O che, ad esempio, si muove nell’ampio viale di una città (probabilmente Berlino) marciando a folti e inesausti plotoni, migliaia di persone che avanzano sui marciapiedi con spirito vigoroso, quasi frettoloso, in un soleggiato giorno di festa. Non c’è nel film neppure un piccolo segno della grande crisi di quell’anno 1929 che condusse presto al naufragio la Repubblica di Weimar. Sembrano stare tutti bene e, allora, mi viene in mente che quella genia maschile domenicalmente incolonnata a ranghi compatti è la stessa che quattro anni più tardi si ritrovò altrettanto compatta, esultante e adorante ai piedi del Führer. In quel filmato c’era la inconscia e inconsapevole prolessi del mostro nazista che stava arrivando e che avrebbe divorato milioni di ebrei?

 

Il ‘Denkmal für die ermordeten Juden Europas’ ossia il ‘Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa’, una sorta di monumento e installazione urbana dedicato alla tragedia della Shoah si trova, andando verso la Porta di Brandeburgo, in un quadrilatero di strade tra la Ebertstraße, Behrenstraße, Berlinerstraße e Hannah Arendt Straße, dove un tempo sorgevano il palazzo e le proprietà di Joseph Goebbels, lo spietato ministro della propaganza nazista. Si presenta come un campo di morte o del sangue (per dirla con Eraldo Affinati) segnato da oltre duemila e settecento stele di calcestruzzo grigio lager. A prima vista hanno tutte la medesima altezza, in realtà il terreno vallonato disegna un percorso labirintico dove si cammina titubanti e ci si perde e ci si sperde tra memoria e presente. Il voluto squallore dell’opera progettata dall’architetto Peter Eisenman evoca lo squallore e il gelo della morte nei campi di sterminio, dove gli uomini erano ridotti, come scrive Giorgio Agamben, a nuda vita, da eliminare serialmente, industrialmente, impersonalmente. Nel punto più basso di questo sinistro nonluogo del ricordo i pilastri ti sovrastano e quasi ti soffocano, si guarda in alto verso il cielo come a rivolgergli una muta preghiera e, poi, ci si affretta a ritrovare un sentiero di uscita. Dopo la ‘full immersion’ nel simbolico campo killer, si riemerge sulla strada con un senso di sollievo. Ma il pensiero va ai milioni che non ebbero alcuna chance di salvezza, ai milioni, secondo cantava Francesco Guccini, “passati per un camino”. Cenere e fantasmi.         

                 

  Sì, è impossibile andare a Berlino e non imbattersi nei luoghi hitleriano-nazisti. Come l’altro memorial chiamato “Topografia del terrore” che sorge nel luogo dove c’era la famigerata sede della Gestapo, fatta saltare in aria nel 1956. Il memorial si trova proprio davanti a un cospicuo tratto del Muro risparmiato dai graffiti freakkettoni e pure lui museificato con una sottostante e affollatissima installazione di documenti e fotografie. Allungando lo sguardo oltre il Muro si vede un enorme edificio squadrato in tetra pietra grigio fumo, che era stato la Casa dei Ministri della Ddr e ancora prima, durante il nazismo, la sede del Ministero delle Finanze e di altre ististuzioni. È una costruzione si potrebbe dire in kakostile super-piacentiniano ma con un’aria tuttora inquietante, composta di duemila stanze e sormontata da una grande bandiera tedesca nera-rosso-gialla con al centro l’aquila imperiale. Vista dall’atrio tutto a vetri del memorial nazista questa intera prospettiva mi sembra una perfetta e agghiacciante sintesi topografico-visiva dei due totalitarismi politici del Novecento, della loro diversa, ma parallela essenza criminale. Raggiungendo il fronte opposto dell’edificio in Leipziger Strasse si trova un lungo murales di impronta celebrativa da realismo socialista, con le falci e martello, le masse operose in fabbrica o chine nei campi, o che marciano in corteo sotto striscioni socialisti, con gruppi di donne sorridenti che suonano la fisarmonica e la chitarra, con i bambini piccoli pionieri del regime filosovietico, con gli operai che stringono la mano ai dirigenti comunisti e con le famigliole soddisfatte che sventolano le bandierine: insomma la oleografia taroccata di un paese dove nella realtà un cittadino su cinque faceva la spia e il controllo paranoico del potere era totale. Vicino al murales una opportuna installazione di foto e cartelli esplicativi rievoca la rivolta di piazza del 16-17 giugno 1953, quando fu sancita più nettamente la separazione tra Germania Ovest e Ddr, e che fu soffocata nel sangue e con i carri armati, prodromo di tante altre successive repressioni soviet-style.

Tornando alla mostra permanente nell’ex sito della Polizia Segreta di Stato, rifletto, osservando alcune foto, che Hitler è probabilmente stato la prima rockstar del ’900: il suo rapporto carismatico con le masse sterminate dei fan, il suo inchinarsi a stringere le mani delle braccia tese dei suoi sostenitori, la prossemica tra palco e platea sono esattamente le stesse degli odierni concerti rock. E allora mi chiedo: ma Jim Morrison e Mick Jagger o, da noi, Piero Pelù avranno mai avuto il sospetto che il modello del loro rapporto di tipo idolatrico tra frontman rock e masse è proprio quello stabilito dal Führer negli anni ’30 del XX secolo? E le pope-star Giovanni Paolo II e, oggi, Francesco non fanno loro pure la stessa cosa? Dov’è la differenza? E c’è una differenza oppure sinistramente ‘Adolf sei tutti noi’?





Un tratto del Muro di Berlino rimasto intatto e, dietro, la sagoma del grande edificio
ex ministero nazista ed ex DDR


  “Topografia del terrore” è una sequela spossante di fotografie, grafici e didascalie degli infiniti orrori del nazionalsocialismo in una chiave divulgativa-pedagogica da una parte tedescamente pignola e dall’altra parte, mi pare, manchevole o che sorvola su alcune zone oscure del Terzo Reich. Però, la mostra è soprattutto indirizzata agli oggidiani giovani smemorati o senza memoria (lo capisco ascoltando alcuni commenti di stupiti ventenni) e tale ordinato percorso di rammemorazione storica è in tal senso assai utile. Rifletto, inoltre, che in Italia una mostra permanente sul fascismo e i suoi crimini politici non c’è. Domandiamoci: come mai? Bella domanda, a cui si può provare a rispondere che in Itaglia c’è un mix tra una patente spinta alla rimozione, che inclina a sminuire le colpe dell’era fascistica, e un sottofondo di fascismo antropologico che tuttora non vuole rappresentarsi, non vuole assolutamente ri-conoscersi.     

 

  Accanto al memorial ex Gestapo, sulla medesima Niederkirchnerstraße, c’è il Martin Gropius-Bau, reinaugurato nel 1981, dopo i bombardamenti del secondo conflitto mondiale, un edificio austero ed elegante di gusto rinascimentale, epperò connotato sia sulla facciata, sia ai lati da elementi architettonici neo-classici, e che è oggi sede di alcune delle più importanti mostre d’arte internazionale che si tengono a Berlino. Anche per questo ci vado. Essendo lì in corso (fino al prossimo luglio) la mostra “Evidence” di Ai Weiwei, il più noto artista cinese contemporaneo, anche perché dissidente e aperto oppositore del regime capital-comunista di Pechino, che l’ha pure imprigionato, trattenendolo illegalmente (così ha denunciato) per 81 giorni. Weiwei, 56 anni, grazie anche al suo attivismo democratico in favore del ‘freedom of speech”, è rapidamente assurto allo status di celebrità internazionale, è una sorta di superstar, come e più di un Maurizio Cattelan con gli occhi a mandorla. E come l’artista padovano, Weiwei mi sembra soprattutto avere un grande talento comunicativo e di provocazione espressiva, che lui declina in una chiave di costante, anche coraggiosa polemica politica contro i dirigenti cinesi, che gli hanno fatto letteralmente distruggere lo studio, ed ecco che lui ha raccattato i frammenti di mattoni e ne ha fatto un’arca, come una specie di monumento a se stesso, alla propria testarda volontà di dire no ai soprusi burocratico-politici.

Sempre in tale chiave vediamo un video tipo clip pop musicale che rievoca, con lui protagonista, il suo arresto, i lunghi interrogatori, la sua detenzione. In mostra c’è pure una installazione del genere camera segreta, dove si entra in cinque persone alla volta, e che ricostruisce fedelmente, iperrealisticamente l’ambiente squallido della sua cella, incluso l’adiacente cesso-sgabuzzino sporco e incrostato. In altri video si riprendono adunate con molti giovani cinesi, ragazzi e ragazze, dall’aria vagamente freakkettona, con i capelli lunghi e che suonano la chitarra e intonano canzoni di protesta, e pare veramente un clima da ’68 cinese che arriva nel paese di Mao mezzo secolo dopo la controversa Rivoluzione Culturale e con un segno diametralmente opposto. Parecchie stanze dell’esposizione hanno le pareti ricoperte di migliaia e migliaia di cedole della colletta fatta in rete con le modalità del ‘crowdfunding’ per raccogliere denaro (oltre un milione di euro il risultato) a sostegno di Weiwei, a cui il tribunale cinese aveva comminato la iperbolica multa di 17 milioni di euro, come risarcimento dei suoi crimini che, poi, sarebbero la richiesta di libertà di parola e di espressione.

All’inizio della mostra, nel grande atrio d’ingresso, c’è “Stools”, un’altra installazione di migliaia di bassi sgabelli di legno, che evocano la sterminata moltitudine della popolazione cinese percepita come un’assenza silente, ordinata e incolonnata. La tarda derivazione dai concettuali ready-made duchampiani appare evidente. Altre cose mi sono sembrate un po’ delle trovate di mera denuncia, come i materiali di risulta (delle sbarre di ferro variamente ritorte), provenienti dal crollo di un edificio scolastico a seguito del disastroso terremoto del 2010; e qui altri lunghi video con i parenti dei bambini piangenti, interviste, controinchieste etc.

I manufatti artistici forse più interessanti si trovano nelle stanze conclusive della mostra: una serie di vasi di epoca Ming ridipinti con i colori metallizzati delle Mercedes e delle Bmw di oggi; le accatastate riproduzioni in marmo delle porte di antichi templi, rimosse e distrutte in nome della retorica del progresso; l’installazione del 2011 “Circle of Animals” che consiste nella riproduzione in bronzo dorato delle dodici teste d’animale che compongono lo zodiaco cinese, e che un tempo arredavano le sale dell’antico Palazzo Estivo dell’imperatore, che vediamo in alcune stampe; ci sono poi le forme in marmo colorato dell’arcipelago delle Isole Diaoyu, contese tra Cina e Giappone, mentre disseminato sul pavimento si trova un tondo versicolore di migliaia di granchi in porcellana, che poi sono un cibo di cui vanno ghiotti i connazionali di Weiwei. Ecco qui Ai opera, mi pare, un recupero della tradizione con mezzi e sensibilità moderni e postmoderni, anche per tenere viva la sua polemica con l’ideologia ‘progressista’ del regime che procede sommariamente senza memoria e senza cultura.

 

  Sulla Rudi-Dutschke-straße incontro i testoni in bronzo di George Bush (padre), di Helmuth Kohl e di Michail Gorbačëv, i tre protagonisti politici della svolta epocale del 1989: l’aborrito Muro di Berlino crollava esattamente un quarto di secolo fa. Quasi inevitabile tornare al celeberrimo Checkpoint Charlie, soltanto che oggi c’è una copia (quasi tutto a Berlino è ‘rifatto’ con criteri squisitamente commerciali) del posto di controllo americano dove si transitava per la Berlino est amministrata dai sovietici, e il risultato è che si è creato una sorta di circo turistico di basso conio con la gente che si affolla per farsi scattare le foto assieme ai figuranti travestiti da soldati della Guerra Fredda. Lì intorno si trovano il Mauer Museum che vende souvenir, magliette, berretti e memorabilia di tutti i tipi, oltre che frammenti del Muro incellophanati e certificati (da chi? da qualche napoletano?); poi c’è una installazione di fotografie d’epoca tirate fuori per la storica ricorrenza, ed anche un cinerama che proietta a ciclo continuo un documentario sull’argomento. Questo teatrino permanente sulla Friedrich-straße sembra una cattiva messinscena di piazza che fa di un luogo storico con tanti risvolti drammatici (decine e decine i berlinesi dell’est ammazzati dai Vopos nel tentativo di scavalcare il Muro) un luogo oggi totalmente estraniato, ridotto ad una farsa stradal-consumistica, che si completa con la possibilità di farsi un giretto per la zona a bordo di Trabant riattate all’uopo e ridipinte con vivaci colori carnevaleschi.

Peraltro, continuando a camminare lungo la Mauer-straße, incrocio finanche un ristorante italiano che si chiama tautologicamente “La Via del Muro”. Mi si riconferma, comunque, l’impressione che i berlinesi sono astutissimi e un po’ cinici commercianti, pronti appunto a mercificare e a sfruttare tutto, pure i ricordi di tragedie storiche diventati icone d’epoca da cui trarre profitto. (Mi sa che Marx conoscesse bene l’indole rapace dei suoi connazionali).

 

  A proposito di ristoranti italiani: ce n’è una infinità e dappertutto, che offrono pizza e piatti di spaghetti più o meno commestibili. Tanti anche i caffè italiani che reclamizzano ‘espresso’ e ‘cappuccino’ doc, ma non bisogna troppo credergli. E molte pure le gelaterie tricolori che vantano la loro qualità (ma il ‘deutsche eis’ che ho assaggiato, non è male). Ho l’impressione che gli italiani siano i cinesi di Berlino per la quantità di locali che hanno impiantato, e non voglio qui stare ad elucubrare su quanto denaro di provenienza ’ndranghetosa sia stato riciclato in questo modo. Prendo atto, insieme osservando all’opposto che invece non ho quasi visto ristoranti cinesi, parecchi invece quelli thailandesi, vietnamiti, coreani e i sushi-bar.

Comunque, nel periodo pasquale anche una marea di turisti italiani, la lingua di Dante è in assoluto quella che ho più incrociato tra i visitatori stranieri nelle mie peregrinazioni berlinesi. E chissà quanti tedeschi di fronte alla ‘italian invasion’ non sono spinti a domandarsi: ma questi pizzettari e mandolinari non sono sempre in crisi, incasinati, ammafiati, pieni di debiti, sempre a rischio di default? E com’è che viaggiano beati e sorridenti, tutti apparentemente senza problemi, tanto meno economici?

Gli itaglioti già: che non si capiscono neppure da se stessi, che sono una contraddizione vivente. E all’estero questo diventa ancora più evidente.

 

   Seguendo le piste del turismo più convenzionale mi spingo pure io nel quartiere di Charlottenburg e vado a visitare il castello sei-settecentesco di Lützenburg, sorto come residenza estiva di Sophie-Charlotte, moglie del principe Federico III di Brandeburgo, poi diventato Federico I, re di Prussia. Dopo la morte nel 1705 della regina Charlotte (a 37 anni), il castello fu ampliato con due grandi ali laterali e divenne una magione reale di rappresentanza, certo non sfarzosa come la reggia di Versailles, ma di sicuro prestigio. Pesantemente danneggiato durante la guerra il castello è stato debitamente ricostruito recuperando le mobilie, l’argenteria, gli affreschi, gli arazzi, i quadri e quant’altro era sopravvissuto alle bombe alleate. Bello è il salone ovale delle feste al secondo piano che si compone simmetricamente con tre archi-finestre che guardano sul giardino e tre archi-specchiera con fregi dorati che fanno da pendant. Quella che più mi colpisce è la ‘stanza delle porcellane’: un ambiente delirante e ultra-barocco che contiene ben 2.700 pezzi di porcellana di ogni forma, misura e taglio, accroccati talora in modi incredibili, sfrutto della smania o mania collezionistica della sovrana. Cineserie, giapponeserie, sculture e sculturine, piatti e infiniti manufatti orientaleggianti trapelano da questa installazione pazzesca, che pare una sfida all’assurdo, quasi una iper-wunderkammer settecentesca da esibire come prova della volontà di onnipotenza del sovrano prussiano.

Sul retro del castello c’è poi il parterre: ovvero il grande giardino, varie volte rimodellato, di disegno barocco francese, ideato da tale monsieur Godot (sic, Beckett avrebbe qualcosa da ridire). Il giardino si affaccia in fondo su un placido laghetto solcato da cigni ed anatre. Più oltre c’è un ponticello con i mancorrenti pitturati di rosso, superato il quale si arriva ad un casino-belvedere che da una parte digrada verso le rive dello Spree attraversato dai soliti battelli e da motoscafi-cabinati privati. Volendo poi ci si perde a piedi o in bicicletta nei tanti viali e vialetti che si intersecano nel folto del largo bosco. Ma il cielo si oscura, arriva una sgrullata di pioggia e allora è più saggio riguadagnare l’uscita.   





Il giardino del castello di Lützenburg (sullo sfondo) a Charlottenburg


  è un piacere prendere qui la U-Bahn, cioè la metropolitana, ne passano in continuazione e raccordano come essenziali nervature elettriche di trasporto il sotterraneo vastissimo territorio della megalopoli. Molti ci salgono con le biciclette da usare poi in superficie e non si trovano mai i vagoni particolarmente affollati. Gettando un’occhiata fuori dal finestrino mentre prendo le linee U2, U6 o U7, mi accorgo che praticamente ogni stazione ha un suo peculiare look, ha un arredo con colori, disegni e anche materiali diversi, che corrispondono anche ai diversi momenti storici in cui sono state costruite. Le più antiche, come quella di Alexanderplatz, che risalgono a fine ’800 o inizio ’900 hanno la volta piastrellata sorretta da robusti piloni in ghisa che mi fanno pensare ai pilastri della Tour Eiffel.

 

  Vado a zonzo per i grandissimi viali di Berlino e sento come una città che respira, una città non claustrofobica e nevrotica. Ti trasmette una sensazione di forza e di sicurezza, di grande auto-consapevolezza. E allora mi domando se qui nella capitale tedesca io non sia, psicoculturalmente, fuori luogo e, pure, non parlando la lingua locale, fuori logos.

I luoghi del ricordo e museali che si dislocano nella città sono tantissimi, alcuni mi attirano, altri mi respingono. Si affaccia alla mente un dubbio: ma ogni mostra come cristallizzazione del sapere e della memoria è di destra perché ontologicamente ‘conservatrice’?              

            

  Berlino, come accennato, è città di pianura e quindi di biciclette e di ciclisti a migliaia. Mi guardo robusti, biondi giovanottoni col caschetto aerodinamico sul sellino di bici sportive che transitano correndo, letteralmente, a palla. Volendo con un esborso di dieci o dodici euro si può affittare una bicicletta per l’intera giornata e nessuno le ruba le biciclette affittate o parcheggiate, esattamente l’opposto che nella penisola. Tantissimi, dunque, ciclisti dilettanti e cicloturisti, ma pochi, mi sembra, ciclisti professionisti di vertice (come mai?). Ci sono alcuni sprinter di valore, come Marcel Kittel e André Greipel, ma l’ultimo ciclista-top e completo che mi ricordo è Jan Ullrich, più o meno coevo di Pantani, vincitore di un Tour de France e di una Vuelta de España, e pure lui dopato confesso.  

Comunque, in centro città si vedono pure parecchi velo-taxi a pedali che, poi, sono dei risciò all’occidentale. Alquanto diffusi intorno alla Porta di Brandeburgo e sulla Unter den Linden dove si affittano pure dei bizzarri multiciclo a sette posti con un conducente che guida un piccolo volante e gli altri passeggeri a corona che pedalano, reggendosi con le mani ad una intelaiatura circolare. Sono dei trabiccoli tricicli colorati in giallo, rosso e blu che, grazie ad un perfetto meccanismo di trasmissione, riescono a distribuire ed orientare lo sforzo collettivo. Il multiciclo viene presentato in modo ammiccante come “Party on bike”, una piccola festa di gruppo su tre ruote, un po’ assurda a vedersi, ma indubbiamente simpatica e allegra.

Vedo anche dei fattorini espletare i loro servizi di consegna, pedalando su dei tricicli a forma di siluro, con la carlinga chiusa, buoni anche d’inverno, quando le temperature da queste parti scendono parecchio sotto lo zero. Visto il mercato sono tanti pure i negozi che vendono biciclette e tutti gli accessori e forniscono assistenza completa. Spia di una mentalità ecologistica evoluta e non sarà un caso che i Verdi, i Grünen (un tempo rappresentati da Daniel Cohn-Bendit), siano una presenza cospicua e rispettata sulla scena politica germanica.

 

  Traveggole o no? Sulla Lindenstraße vicino la Jerusalem Neue Kirche mi imbatto in una quasi sosia di Fiorella, una mia amica di Roma. Ho un sussulto di sorpresa, poi la guardo meglio: è più alta e più robusta, ma il volto di profilo è pressocché una copia conforme della ragazza italiana.

Fuori di una para-farmacia mi intruppo con un quasi sosia di Vincenzo Sparagna, un mio amico e compagno degli anni ’70 militanti e rivoluzionari, col cappello bianco da cow-boy. Ma assomiglia come una goccia d’acqua non allo Sparagna di adesso, ma a quello di almeno 25-30 anni fa: gli stessi baffi, gli occhialini tondi, il sorriso gattesco di chi cerca di farti sardonicamente capire che la sa molto lunga. Separati alla nascita, si dice in questi casi. Ma poi chissà se riuniti post-mortem. Soprattutto il simil-Sparagna berlinese è come se di colpo mi avesse riportato indietro di oltre quarant’anni. Il tempo soggettivo è un lampo che annulla intere decadi, come se un’ombra di passato che non passa si presentificasse di nuovo, quando meno te l’aspetti, e ti dicesse: non ti dimenticare, non ti dimenticare mai chi sei stato e che cosa hai fatto.

 

  Un pomeriggio me ne vado in metropolitana nel cuore di Kreuzberg. Scendo alla stazione di Schöleinstraße e inizio a perlustrare la porzione di quartiere che è ad est del viale. Kreuzberg, mi hanno detto, è un quartiere molto di moda, quello preferito dagli ‘alternativi’ tedeschi, artisti, bohémien, freakkettoni, nonché dai giovani stranieri (pure qui incrocio gruppi di italiani) che vengono a Berlino per studiare, lavorare o anche soltanto per un soggiorno da diporto. Ma la zona che visito io, tra Maybach Ufer e Sonnen-allee è soprattutto, il quartiere dei turchi. In certe strade sembra effettivamente di essere a Istanbul o ad Ankara. Qui ci sono i ‘loro’ negozi (con botteghe ed empori di ogni tipo) e i ‘loro’ ristoranti. Le donne dai dieci-dodici anni in su sono tutte velate, alcune indossano il burka ‘all black’ da integraliste pure con soltanto una feritoia per gli occhi. Però parecchie ragazze hanno volti assai carini e molto truccati. Alcune sotto il velo portano colorati fuseaux e scarpe col tacco alto piene di brillantini, insomma non rinunciano ai segni vezzosi e seduttivi della femminilità. Il quartiere turco ha colori e odori di indiscutibile fascino mediorientale. Proliferano le vetrine che espongono abiti femminili da sera, molto scollati con lustrini e paillettes (ma le turche quando se li metteranno? In privato, per i loro coniugi?). Vedo pure dei costumi da danzatrice del ventre con le opportune trasparenze sexy, ma non individuo i locali dove si pratica tale danza, che è uno dei modi in cui, almeno simbolicamente, la donna nei paesi islamici si riappropria del piacere del corpo; le danzatrici spingono il loro baricentro verso il basso, verso la terra, le movenze accelerate del ventre sono così una palese figurazione della copula sessuale, gli uomini guardano, si eccitano e poi, ipocritamente, condannano e velano le proprie mogli.

Le donne reislamizzate, più o meno volontariamente, sciamano insieme, anche vivacemente ciacolando, ma nei caffè, seduti, ci stanno soltanto i maschi, per una femmina sarebbe più che sconveniente, probabilmente implausibile sedersi lì in mezzo. Mi perdo a lungo in queste strade dove la lingua germanica cede il passo al turco, se è un ghetto, mi pare un ghetto tutto sommato felice, animato, aggrovigliato, soddisfatto di sé. Superando Hermann-platz mi immetto in Karl Marx-straße dove colgo un cambio di composizione etnica. Incontro molti neri, sia uomini sia donne. Sono attirati da un mall, un megacentro commerciale su più piani, che comprende tra l’altro un grande media market a prezzi economici, negozi di elettrodomestici, e un cineplex con tante sale. Una moltitudine multietnica vi si muove formicolando, ma non c’è alcuna baraonda angosciosa o caotica, colgo uno strano equilibrio berlinese nel muoversi sollecitamente, anche di fretta, ma con discrezione, senza ‘intrupparsi’ col prossimo. Nelle sue mille sfaccettature la città ostenta, mi pare, sempre un calmo dominio di sé.                





Un edificio in soviet-style del polo tecnologico di Berlino


  Un pomeriggio successivo arrivo in tram in una zona nord della ex Berlino est dove sotto il Volkspark Humboldthain si erge un polo tecnologico e dell’innovazione che raggruppa molte aziende, uffici, istituti universitari, compreso uno che opera nel campo della robotica. Accanto ad edifici nuovi di zecca in vetrocemento, puro International Style, con le finestre virate seppia, ci sono altri edifici in mattoncini rosso bruno di pura architettura da ‘socialismo reale’. Palazzi massicci (uno ex AEG) che hanno l’inconfondibile impronta di fabbriche di sapore sovietico da cui spira un’aria tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Hanno un profilo architetturale, che quasi incarna materialmente l’ideologia totalitaria rossa, e che in un certo senso mi tocca e che qui conservano perché è ormai un patrimonio storico del XX secolo. Mi vengono in mente i Csi di Lindo Ferretti che cantavano Tabula rasa elettrificata per evocare il sogno utopico di un’altra epoca finita in tragedia e nel nulla. Ma il Comune, se non il comunismo, non continua a parlarci, ad interrogarci al presente, di fronte alla follia del finanz-capitalismo? Senza sì e senza ma?      

 

  Alle spalle del Lustgarten, con la gente distesa sul vasto prato come su una spiaggia o per un pic-nic, si profila l’Isola dei Musei, il primo che si incontra è l’Altes Museum. Io faccio circa tre quarti d’ora di coda per entrare al Neues Museum. Per il Pergamon, il più famoso, la coda era intorno all’ora e mezzo-due ore. Molti amici mi hanno detto che è una visita imperdibile. Ma io me la perdo tranquillamente. Scandalizzerò non poche persone, ma non sono un patito dei musei delle antichità. Anzi, in genere, non sono un patito dei musei. Preferisco le cose vive. Il corpo sinuoso di una giovane fanciulla mi sommuove, sinceramente, più di un’antica lancia o di un vaso di terracotta o di ceramica blu. Al Neues Musuem ci si va soprattutto per ammirare i tanti pezzi della civiltà egizia. In effetti, a parte l’emozionante busto versicolore della regina Nefertiti (130 A.C.), c’è una collezione straordinaria di sfingi, statue votive, statuine divine, sacerdotali e di scriba, busti di dee, sarcofagi di ogni dimensione, frammenti di muri di tombe pieni di figure e di oggetti dipinti, blocchi di pietra istoriati di simboli matematico-figurali, intere porte di ingresso di templi. Mi colpiscono dei massicci sarcofagi con incisioni e altri segni (forse apotropaici) scolpiti fuori e anche dentro, come se i morti non dovessero mai essere lasciati soli a dialogare con l’ineffabile. Il culto del dio Sole rispunta dappertutto, molte figure sono regalmente sedute, stringendo trasversalmente sul petto i segni del comando. Le figure femminili sono tutte in topless, col seno nudo. Vedo anche statue in marmo bianco col muso di scimmia e c’è un grande plastico in legno che ricostruisce la planimetria di un maestoso palazzo dei faraoni con l’annesso tempio. Il problema con questi musei è che sono ipertrofici, per visitarli accuratamente, leggendo tutte le didascalie delle opere occorrerebbe passarci intere giornate. Così, dopo la defatigante visita alle bellurie egizie, mi abbatto nello snack interno del museo, dove aspetto altri quaranta minuti per poter avere un panino, appena decente. Qui la proverbiale efficienza teutonica subisce una défaillance. Poi mi accorgo che il caffè si chiama italianamente “Allegretto”: ha dunque subito per influenza nominalistica la cattiva influenza italiota con la sua ben nota inefficienza e strafottenza? Prima di riemergere all’aperto mi soffermo in una sala dov’è in mostra un pezzo che arriva da Roma: la leggiadra statua in bronzo dorato di un fanciulletto nudo col braccio destro mozzato. Il ragazzo ha un passo slanciato, quasi di danza e una testa riccetta e un volto efebico che sarebbero piaciuti a Pasolini. O magari, di più, a Visconti. Lui sì che in questo scialo di superbe antichità si sarebbe mosso aristocraticamente e totalmente a proprio agio.  





La Schaubühne, il più famoso teatro di Berlino


   Mi inoltro a piedi per la lunghissima Kurfürsten-damm, celebrato viale elegante di Berlino, dove si affacciano le vetrine delle grandi griffes: da Armani a Chanel, da Dolce e Gabbana a Yves Saint-Laurent, da Bulgari a Cartier etc. Ma personalmente non sono interessato alla moda e ai gioielli. Il mio obiettivo è la Schaubühne, il teatro più famoso di Berlino e, credo, della Germania che, dopo essere stato per un quarto di secolo il regno di Peter Stein, è diretto dall’inizio degli anni Duemila da Thomas Ostermaier. È uno dei teatri-mito della scena europea contemporanea: ha una grande facciata convessa con sopra l’insegna e sotto un cartellone a caratteri cubitali che sentenzia “Hier gibt’s Stoff” ossia ‘ecco la sostanza’. Una dichiarazione impegnativa, ma del tutto plausibile visto il luogo che designa. Accanto all’atrio, in fondo modesto, c’è la sala kaffee. Lo spettacolo di stasera è Märtyrer, scritto e diretto da Marius von Mayenburg, che è anche uno dei collaboratori di Ostermeier. Mi prendo il programma di maggio e inizio a compulsarlo. Vedo subito che ci sarà una regia di Romeo Castellucci che presenta l’Hyperion da Hölderlin in versione tedesca con attori locali. Mi interessa anche una messinscena da 2666 di Roberto Bolaño diretta da Àlex Rigola, in Italia il defunto scrittore cileno ha suscitato l’interesse soltanto di un veterano dell’avanguardia come Pippo Di Marca. Patrick Wengenroth propone due testi di Fassbinder Angst essen Deutschland auf (più o meno ‘La paura mangia l’anima tedesca’) e il più usuale (da noi) Le lacrime amare di Petra von Kant. Ostermeier allestisce un Amleto, La morte a Venezia di Thomas Mann accoppiata con il Kindertotenlieder di Mahler, Un nemico del popolo di Ibsen e Le piccole volpi di Lillian Hellman che rammento interpretato un trentina di anni fa da Anna Proclemer. Di Brecht viene inscenata la Santa Giovanna dei Macelli per la regia di Peter Kleinert, mentre Jan Christoph Gockel propone Il talento di Mr. Ripley da Patricia Highsmith, molto amata anche da Wim Wenders. Tra i nomi famosi in Europa vedo che ci sono il lettone Alvis Hermanis che dirige Eugen Onegin da Puškin e l’ispano-argentino Rodrigo Garcia con un suo beffardo spettacolo ispirato a Goya. Nel complesso un programma non sovversivo, di tipo classico-moderno, ma dove quello che si impone mi sembra sia la qualità dell’interpretazione registica e la forza scenico-visiva degli allestimenti. Ma sono, le mie, illazioni da addetto ai lavori, per vari motivi non sono riuscito ad andare a vedere nulla e sinceramente mi spiace. Se ritorno a Berlino, non mancherò.





Il mitico teatro del Berliner Ensemble


  L’altro, per me, luogo-mito del teatro del Novecento di Berlino è naturalmente il Berliner Ensemble (Theater am Schiffbauerdamm), sito nella piazzetta (attualmente un cantiere) intitolata a Bertolt Brecht, il suo regista e maestro di riferimento. Qui Brecht (1898-1956) con i suoi testi e allestimenti basati sul metodo antipsicologico dell’estraniamento (Verfremdung) ha fatto la storia del teatro politico-civile europeo. Il Berliner è un edificio dalle forme arrotondate, direi austero, spartano, di colore grigio topo, con un portone d’ingresso però con colonne neo-classiche e sormontato da una balconata con un retromuro attaccato dall’edera rampicante e da un tetto a cono squadrato con una grande insegna girevole, di notte tutta illuminata. Sia l’entrata che la fiancata del teatro recano manifesti e grandi poster-locandina in uno stile che mi sembra tuttora socialista-sovietico. Scatto delle foto incrociandomi con un robusto signore dalla barba bianca e ci scambiamo un cenno di intesa e di complicità. All’inizio del vialetto che conduce al teatro c’è una installazione-affiche che mostra un Brecht giovane e ganzo che fuma il sigaro. Tra le sue opere in programma individuo L’opera da tre soldi, Madre Coraggio e i suoi figli e Il cerchio di gesso del Caucaso. Però molto reclamizzato è anche lo spettacolo I cannibali, un durissimo e ironico testo su Auschwitz del drammaturgo ebreo ungherese George Tabori, morto a Berlino nel 2007 e che era nato a Budapest giusto un secolo fa, quando scoppiava la prima guerra mondiale.

 

   Dal Berliner Ensemble riprendendo la Friedrich-straße e poi piegando a sinistra verso la Chaussee-straße si arriva a piedi in una decina di minuti alla Brechthaus, la casa di Brecht e di sua moglie, l’attrice Helene Weigel. La palazzina ha una facciata ottocentesca, con due file di cinque finestre in alto, mentra al pianoterra dietro due vetrine si intravvede la saletta del Literaturforum, dove si organizzano incontri, letture, conferenze. Su una locandina si vede la foto di Heiner Müller, grande drammaturgo, scrittore e regista tedesco dell’est morto nel 1995, che è stato probabilmente l’unico, vero e radicale erede politico-poetico di Brecht, assumendo pure negli ultimi anni di vita il ruolo di direttore artistico del Berliner Ensemble. Varco un portone di legno scuro e mi inoltro in un androne adornato con poster giganti di Brecht e la moglie, e con vari manifesti che annunciano spettacoli e iniziative varie. Più oltre si accede in un angusto cortiletto interno, a destra si salgono alcuni gradini e si entra nella vera e propria magione di Bertolt. Salgo le scale fino al primo piano, ma oggi è tutto chiuso, peccato. Un cartello informa sui giorni e sugli orari di visita per non più di otto persone per volta. Al secondo piano c’è Archivio di Brecht, che è però visitabile e consultabile soltanto su prenotazione. L’impressione è di un posto dignitoso, ma frugale, modesto, una casa da intellettuale che nella vita bada alla sostanza assai più che alla forma, e molto comoda perché vicina al teatro. Anche per Brecht casa e bottega, mi viene spontaneamente da commentare.





Il cortiletto interno della casa di Bertolt Brecht


  Ridiscendendo in strada e tornando indietro mi accodo, per mera, scimmiesca curiosità ad un gruppetto di persone che sta varcando un cancello. Entro così nel Dorotheenstädtischer Friedhof, un piccolo, riposante cimitero protestante, dove sono sepolte numerose personalità di rilievo nella vita sociale berlinese. Accanto a diverse tombe monumentali con sculture e statue, ci sono molte tombe a terra, con composizioni floreali versicolori e indecifrabili disegni formati da pietruzze. Non so perché, ma sosto a lungo nel cimitero, quasi un’oasi lontana dal rumore della città, dove lasciarsi andare ad un flusso meditativo in ideale compagnia dei defunti. Il capannello di turisti con cui sono entrato mi guarda ‘strano’, non capisce chi sono e cosa ci faccio lì. Ma questa xenitéia, questa mia ‘stranierità’ pressocché ovunque è quasi il mio distintivo araldico, non ci rinuncerei mai e poi mai. 

Ripassando vicino al Berliner Ensemble c’è un Irish Pub dove due manipoli di irlandesi ubriachi (tutti maschi) si rilanciano da un tavolino all’altro urla scomposte e canti fragorosi, nonché fastidiosi. Mi allontano. Oggi è una giornata caldissima (sui venticinque gradi), pressocché estiva. Sullo Spree transitano in continuazione i battelli stracarichi di festosi gitanti.

Continuando a stare ‘a giro’ proseguo per Oranienburger dove da un lato c’è un grande edificio tutto scrostato e male in arnese, ricoperto di multicolori graffiti, sembra un classico centro sociale giovanile (‘antagonista’ si direbbe da noi). Espone una insegna precaria che recita: “High End 54 – Theater Raf – H. Müller – Anatomie Titus”. Roba da teatro militante-sperimentale, penso. Comunque, dall’altro lato passo davanti alla Neue Synagoge ricostruita sulle rovine di quella che fu data alla fiamme durante la terribile Notte dei Cristalli, il pogrom antiebraico scatenato dalle squadracce naziste nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938. Una targa nera con le lettere dorate ricorda l’evento. Vigilantes della sicurezza controllano la sinagoga. Mi allungo per riposare un po’ nel Monbijou Park, pieno di gente accaldata che beve birra e mangia il gelato. Riprendendo la mia passeggiata giungo sino alla Rosa Luxemburg-Platz, transitando davanti a un cinemino hardcore (il primo e unico che vedo). La piazza è dominata dall’enorme e monumentale edificio della Volksbühne, con una facciata concava connotata da sei alte colonne, uno dei teatri-simbolo della ex Berlino est, ricostruito negli anni ’50. Vi hanno lavorato in tempi recenti registi di vaglia quali Christoph Marthaler e René Pollesch. Ha un palcoscenico principale e due sale più piccole. Dò una occhiata alla programmazione di maggio: testi di Balzac, Moliére, Shakespeare, Dostoevskij, Ibsen e poi anche Kafka e Robert Walser; annunciata pure una pièce contemporanea di Herbert Fritsch, un film di Lola Randl, ma quello che più mi attira è un Poetry Slam: una ‘battaglia cittadina’ tra Berlino ed Amburgo. I poeti slammer so che in Germania hanno un circuito specifico e significativo, molto seguito dal pubblico e che evidentemente si dispone quasi come un ‘campionato’ tra città. Da noi, nonostante i commendevoli sforzi del mio amico Lello Voce, le tenzoni di poesia slam non hanno mai veramente decollato e la performatività poetica rimane appannaggio del mero volontarismo di pochi autori (quorum ego, se posso dire).  

 

  A Rosa Luxemburg-Platz prendo la U-Bahn 5 e me ne vado a Pankow, il quartiere proletario e operaio simbolo della Berlino ex comunista. Da Vineta-straße mi immetto in una rete di strade e stradette che erano il cuore dell’urbanesimo del socialismo reale. L’impressione è di una zona-dormitorio di vie rettilinee che si incrociano pressocché deserte. Palazzi tutti uguali con intonaci che vanno dal grigio al beige, dal rosso al celestino, ciuffi di gramigna spuntano ai lati dei marciapiedi. Le case hanno un aspetto decoroso, alcune quasi elegante, ma sono evidentemente case popolari, alcune con i portoni in legno d’antan, con i riquadri in vetro opaco, ancora scrostati, come un quarto di secolo fa.

Vagabondo per Pankow, come per respirare la poesia minima di un sogno egualitario d’occidente, finito miseramente nelle spire di uno stato paranoico di polizia. Le rade persone, però, che s’incontrano qui hanno vere facce proletarie, non sono i freakkettoni/fighetti alternativi di Kreuzberg. Niente negozi e locali, tranne un solitario caffè-birreria con tavolini all’aperto e, seduti, due uomini con i capelli brizzolati che sorridono e parlano pacatamente. In un altro kaffee d’angolo sulla Thule- straße due anziane signore, vestite modestamente, sorbiscono un liquorino. Più oltre c’è un supermercato italiano “Saluti da Berlino” che espone l’insegna rossa e bianca di Illy (caffè). Una scuola elementare è ravvolta da coloratissimi graffiti ora street-art ora ironicamente inneggianti all’attività sportiva. A Humann-platz c’è un giardino stenterello, con l’erba alta e incolta, dove coppie di uomini in canotta o a torso nudo si sfidano giocando a ping-pong. Noto che i tavolini sono fissi al suolo, la rete divisoria è in metallo e si sfila. Altri gruppi di giocatori stanno arrivando portandosi dietro racchettine e palline e aspettano il loro turno. C’è un’aria povera e antica, un’aria familiare da dopoguerra, assai lontana dalle vetrine scintillanti, dai lustrini e dal profumo di benessere del Mitte. La Berlino proletaria mi piace, mentre bambini biondi e chiassosi scorrazzano in mezzo ai cani o tirano calci a un pallone e vedo un bizzarro edificio a due piani in tinta azzurra con macchie squadrate attorno alle finestre color arancio, rosa scuro e marrone e una scritta per me incomprensibile: ‘Kita Prenzlzwerge’. Le periferie del mondo con i loro squallori e le loro distonie, in un certo senso, si assomigliano tutte, ma qui c’è una sobria malinconia teutonica che funziona un po’ come un definitivo addio alle utopie del XX secolo.

Pankow naturalmente mi richiama alla mente il ‘punkow’ dei Cccp-Fedeli alla linea degli anni ’80. Già, qui si conobbero oltre trent’anni fa Ferretti e Massimo Zamboni e qui, dopo vent’anni, ruppero definitivamente i loro rapporti. Curiosa questa vicenda del punk all’emiliana nato e sostanzialmente morto in quel di Berlino.





Edificio nel quartiere di Pankow, cuore dell'ex Berlino Est


    Passeggiando per Friedrich-straße mi infilo, a un certo punto, in un mega-store di libri, dischi e video. Tanta musica classica e contemporanea in edizione deluxe, ma io mi lascio attirare dagli scaffali dedicati alla ‘Alternative’ musik (rock, etno, elettronica e quant’altro). Scaffali nutritissimi, angosciosamente prolissi (come direbbe Borges), mi rendo conto che occorrerebbe passare qui ore intere a spulciare tra le offerte. Comunque, alla fine acquisto il cofanetto (cd+dvd) Freak Show    dei Residents, gruppo cult del rock alternativo Usa, di cui in Italia si trova ben poco. Peculiarità dei Residents è che nessuno conosce le loro facce, essendosi sempre esibiti con delle maschere, le più famose quelle a forma di bulbo oculare. Essendo una band storica nata a fine anni ’60 (ma il primo album è del 1974), i suoi membri sono verosimilmente cambiati nel tempo, ma l’impronta grottesca, anarcoide, catafratta, multimediale, anti-commerciale non è mai mutata. Sono un vero mito.

Di chicche cult, in ogni caso, mi pare che ce ne siano tantissime, pur dando un’occhiata frettolosa e superficiale. Per esempio, pesco la copertina bianca di un’antologia di musica pop-punk alternativa italiana 1980-1988. Scorro i molti nomi dei gruppi inclusi (quasi due decine): a parte i Gaz Nevada e un paio di altre band, non ne conosco manco uno. Il circuito alternativo funziona così: sei magari ignorato in patria, ma invece all’estero hai una solida nicchia che ti ascolta e ti apprezza. I tedeschi, poi, scientifici come sono, non si lasciano scappare neppure una etichetta indipendente o un gruppetto underground. Gente ‘freak out’ (avrebbe detto Frank Zappa), ma rigorosissima.         

 

  Pochissime ragazze berlinesi, osservo, portano scarpe con i tacchi, quasi nessuna il (famoso o infame) tacco 12 o 13 (cm). Forse perché qui le distanze sono sterminate, si cammina a lungo ed è altamente consigliabile portare comode scarpe basse o calzature da ginnastica. La camminata sculettante-sexy va bene se si fanno pochi metri, non certo se si devono macinare i chilometri. E poi moltissime ragazze vanno in bici e la pedivella, si sa, mal si coniuga coi tacchi a spillo. 

Altra differenza: pur usando qui più o meno tutti lo smart-phone non vedo per strada, nei kaffee, sui tram o sulla metro quella digitazione compulsiva-ossessiva, da maturbazione coatta e disperata che osservo in Itaglia. Forse anche questo è un indice dello stato di salute mentale di un popolo. Gli itaglioti sono palesemente messi malissimo.

 

  Suggestionato dal ricordo del film Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino (1981), una bella, calda e soleggiata mattina mi sono sistemato sull’imperiale del bus 200 e sono approdato al capolinea in Hardenberg-platz. Subito mi sono messo in coda per entrare allo Zoologischer Garten, in mezzo a una pipinara di famigliole e bambini, nonché di comitive ciacolose di turisti. Chissà che cosa cercavo: le atmosfere della pellicola di Uli Edel, con quegli adolescenti tossici e marchettari, fuori di testa quando stanno ‘a rota’, non ci sono più. Si è tutto ripulito e normalizzato. 

Però quando comincio a girare per il grande e piacevole zoo-giardino berlinese, subito mi sovviene il perché sono decenni che non mettevo piede in uno zoo o ‘bioparco’ come l’hanno ribattezzato a Roma in omaggio alla ipocrita voga del politicamente-linguisticamente corretto. Perché gli animali in gabbia, cioè in prigione, mi mettono una infinita tristezza. Basti vedere quell’orangutan dal lungo pelo rossiccio che volta palesemente le spalle al ‘pubblico’, con la testa incassata in basso sul petto, terribilmente sconsolata. Altre scimmie di altre razze si muovono spiritate, ma gli occhi talora lampeggiano mera disperazione. Un leone giace svaccato su un’asse a mezz’aria, dorme ma è come se fosse morto. Dietro una spessa vetrata vanno avanti e indietro delle maestose tigri, su e giù, con moto meccanico e inesausto e del tutto alienate: una spalanca le fauci, mostra le sue temibili zanne, se potesse ci divorerebbe tutti, per rabbia più che per fame. Un candido orso polare si aggira solitario in un’ampia vasca, muove a scatto la testa e le zampe anteriori come a voler scacciare dei fantasmi. Sembra totalmente schizzato, incredulo di ritrovarsi in quella condizione, ben lungi dai prediletti ghiacci. Dalle giraffe agli elefanti, dal rinoceronte allo struzzo, dal leopardo alle zebre, hanno tutti un’aria imbambolata e malinconica, impotente e vacua. Non c’è bisogno di essere degli animalisti radicali per ritenere di dover subito chiudere questi zooparchi, frutto di una concezione ottocentesca-positivista da ‘padiglione delle meraviglie’ (Petrolini dixit) oramai insostenibile.

È  la medesima visione perversa che era in azione nel film di Abdellatif Kechiche Venere nera (2010), che mostrava una donna nera di origine ottentotta all’inizio dell’800, prima esibita come una bestia selvaggia e sessualmente mostruosa e inquietante in un baraccone al centro di Londra e, poi, dieci anni dopo esaminata dagli scienziati dell’Accademia di Medicina di Parigi con pseudo-criteri antropometrici atti a dimostrare (secondo loro) che non apparteneva al genere umano, ma ad uno stadio evolutivo intermedio tra la scimmia e l’uomo.     

Mi allontano infine dallo Zoo berlinese, convinto a non rimetterci mai più piede, e mi rileggo una recente intervista alla vera Christiane (Vera Felscherinow) che, nonostante i suoi attuali cinquantadue anni, è rimasta prigioniera nella gabbia della droga. Christiane F. è seriamente malata (di epatite C, genotipo 1A), ha perso la matria potestà sul figlio nato nel 1996, ma non ce la fa a smettere. I vari periodi passati in ‘rehab’ non sono serviti, ogni volta è tornata nello zoo dell’eroina. Un destino maledetto, ma alla fin fine, in qualche modo scelto. Gli animali dietro le sbarre invece non hanno scelto, ma soltanto subito.





Zoo di Berlino: tigri depresse e alienate


  Il giorno della ripartenza pranzo all’Apollon, un simpatico ristorante greco nel Prenzlauer Berg, tutto dipinto coi colori bianco e azzurro a strisce orizzontali della bandiera nazionale. All’interno ci sono tavolini in legno e lumini di candela sotto degli archetti retti da colonnine col capitello corinzio. Diversi sono gli avventori teutonici di mezza età dall’aria compiaciuta e benestante e, verosimilmente, nessuno di loro riflette che sono stati i duri diktat politico-economici in difesa del loro benessere che hanno messo completamente in ginocchio la Grecia, precipitata in un abisso di disoccupazione, disperazione sociale e povertà di massa da paese del Terzo mondo. I gestori e camerieri greci però sono gentili, solleciti e sorridenti, non sembrano nutrire rancore, anzi direi che sono grati al paese che li ha accolti e gli ha permesso di sfuggire al destino derelitto di tanti loro compatrioti. Torno all’idea di un’Europa a due velocità (almeno), con la Germania che viaggia in quinta marcia, e il Sud Europa che arranca, se va bene, in seconda, la Grecia poi è andata in retromarcia. Gli ideali della solidarietà continentale di fronte agli interessi materiali, si sa, stanno a zero. Business are business, l’eurocrazia ‘sprache deutsche’ comanda e non fa sconti. Meglio allora mangiarsi uno Tzatziki e una Moussaka e affrettarsi a raggiungere l’aeroporto di Schönefeld per prendere l’aereo. Berlin auf Wiedersehen.        

 

  Un sogno al ritorno. Mi ritrovo con mio padre, morto nove anni fa. Gli riferisco del mio viaggio berlinese. Siamo abbastanza assurdamente seduti a un tavolo su un terrazzino sospeso nel vuoto. Attorno a noi c’è una distesa di case bianche di una città meridionale, potrebbe essere Palermo. Sullo sfondo si vede il mare. Mio padre ha all’incirca la mia età attuale. Ogni tanto saluta con la mano qualcuno alle mie spalle. Mi volto: c’è un palazzo con un fianco sventrato da cui si vedono dei magazzini ingombri di merci ricoperte da teloni rossi e gialli. Ma non scorgo nessuno. Ho come l’impressione che mio padre saluti delle persone che io non posso vedere. Lui ha un’aria di qualcuno che è oltre, che è in una dimensione a me inattingibile. Parla pochissimo, a monosillabi, soprattutto ascolta me che gli parlo abbastanza infervorato di Berlino. Poi mi taccio. Forse penso al fatto che lui è stato detenuto durante la guerra per due terribili anni nei lager tedeschi, come internato militare, ufficiale degli alpini, ed è sopravvissuto a stento. Restiamo a lungo in silenzio a fissarci negli occhi, una luce solare obliqua, di tramonto illumina le nostre teste. Mio padre sorride, rassicurante. Io mi sento come rappacificato con tutto. Ich bin ein berliner?

     

  

Maggio 2014

 

 

Foto © M. Palladini

 

         

 

 

 




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