PRIMO PIANO
MAURIZIO BARLETTA
Il Gran Lombardo
visto da vicino
(col suo genio
e le sue infinite
paturnie)


      
Nell’assai felice memoir “Le domeniche con Gadda” lo scrittore romano rievoca una sorta di strana, paradossale amicizia di lui adolescente con l’autore del “Pasticciaccio”, nata per via di uno zio che era stato commilitone dell’Ingegnere nella Grande Guerra. Ricordo dopo ricordo, aneddoto dopo aneddoto il libro richiama puntualmente e godibilmente le spasmodiche contorsioni del suo carattere, con gli incredibili deliri, le assurde ossessioni, i terrori assolutamente autocostruiti. Dai suoi cangianti scontrafforti psico-emotivi però, poi, si generava l’inarrivabile talento della sua scrittura iper-barocca.
      



      

 

 

di Mario Lunetta                                                                                                                                                      

 

 

Ripetere che l’individuo che aveva nome Carlo Emilio Gadda sia stato il portatore divaricato di un “Io diviso” inguaribilmente doloroso è appena un’ovvietà. Solo un gradino più su è azzardare che per tutta la vita egli abbia provato a difendersene adottando un comportamento ispirato a una cerimoniosità esagerata, a un’impacciata complimentosità e a una diplomazia non di rado prossima alla goffaggine: il tutto senza un’ombra di ipocrisia o di intenti opportunistici. Il nemico tuttavia non era alle porte, era nella sua mente grandiosamente schizofrenica: e l’Ingegnere, ristretto in un carcere esistenziale di cui s’era smarrita la chiave, riusciva a ricavarsi paradossalmente uno spazio di relativa libertà accentuando la sua divaricazione e le nevrosi della propria soggettività lacerata nella dimensione della scrittura, che del suo rapporto drammatico con la vita poteva finalmente ricomporre l’enigma, rilanciandone ad altissimo rischio ideo-stilistico l’orrore, la stupidità, il dolore, l’eros, la follia, la vanitas. Appunto leggere Gadda significa rinunciare ab initio a qualsiasi tentazione di specie psicoanalitica, per fare i conti – magari sfidando i pericoli di una colluttazione sanguinosa e in tutti i casi radicale – con una testualità estrema, dove impazzano irrefrenabilmente il furor comico e la crudeltà più impietosa, nella gabbia terribilmente elastica di una potenza retorica che mette l’autore della Cognizione del dolore, molto probabilmente, subito dopo Boccaccio in un’ideale, e certamente futile, classifica dei narratori italiani .

Gli estri. Il sangue. Il riso. La violenza gratuita. L’imbecillità. Insomma, un universo che rovescia la sintassi del comico mettendone a nudo le componenti più strazianti, e voltando la tragedia in farsa, proprio come diceva delle vicende storiche il vecchio Onkel Karl di Treviri, pur in tutto lontanissimo anni luce dal Gran Lombardo. Fatto sta che la vera terra-madre di Gadda si chiama scrittura, e questa appartenenza non anagrafica produce una contraddizione strepitosa: nel senso che, ogni volta che egli si ritrova a calcare i piedi su di lei, anche trattandosi di comunicazioni private e di scambi epistolari, ogni circospezione, cautela, discrezione, prudenza cedono anche fragorosamente (ma sempre, ça va sans dire, con una capacità suprema di pregnanza stilistica, e magari di sapienza retorica spinta fino al capriccio più godibile) al sollievo di potersi esprimere con la massima disinvoltura: talché non di rado nel caprioleggiare perfido o degustativo della lingua si sente qualcosa di simile alla felicità del bambino che può finalmente abbandonarsi alle pulsioni della sua indole, franco della vigilanza degli adulti.

Tutto questo si può vedere anche spigolando senza nessuna pretesa di pignoleria filologica in quello straordinario deposito di scontenti e felicità gaddiani che è Lettere a Gianfranco Contini, a cura del destinatario, 1934-1967 (Garzanti 1988), di cui è perfino divertente scorrere certi momenti che vanno dall’ira politica alla condanna critica di D’Annunzio al dispiacere per essere stato “defraudato” del Premio Strega 1952, andato quell’anno a Moravia:

 

“Cerco di lavorare e di sbarazzarmi (brutta parola per uno scrittore, veramente) del ‘Pasticciaccio’. Angosce orrende mi tengono, avendo stavolta esaurita la misera provvigione accantonata illis temporibus. Che Belzebù rosoli in gratella il figlio della maledetta Maltoni, il tetro avortone dalle gambe a roncola. Molto mi ha giovato l’apprendere che i ‘buoni milanesi’ non fecero del dilettantismo sulla sepoltura della Carogna, ma estrusero con sistematicità natalizia”. È una missiva datata 3 aprile 1948, che ha già  tutto l’aìre del sublime pamphlet antimussoliniano Eros e Priapo (1967).

 

In una lettera del 14 gennaio 1949 “all’amato e venerato Gianfranco”, così il Gaddus esplicita sull’onda di un penetrante buon senso la sua distanza incolmabile dal Vate:

 

“Il mio poco entusiasmo (…) per il buffone di Buccari e terrone di Castell’a mare raggiunge l’acme: nei momenti di disperazione, da mancanza di circolante, si tramuta in accesso. Ho riletto le ultime cento pagine del ‘Fuoco’, in uno di questi accessi. Deh! Perché non un tuo saggio o almanco saggetto, essaietto, sulla inanità vacua di un simile elenco di gesti inutili? Di inutili enunciati della fica-passa di Asolo e di più inutili del biscaretto invasato dal dio? Psicologicamente, un narcisso di terza classe che porta a spasso pel mondo il pistolino ritto della sua personcina (unico personaggio in tutta l’opera: gli altri non esistono): certa sua prosa, una litania di scemenze. Nessun interesse narrativo, nessuna capacità di avvincere nemmeno la lettrice quattordicenne al racconto. Una pompa da Paflagone per far bere un bicchier d’acqua a Stelio, per fargli mangiare pochi fichi secchi. Il nano è ‘il barbaro enorme’. La ‘grande tragica’ è la sorca”.

 

Roba che avrebbe mandato ai matti uno come Ugo Ojetti, primo trombettiere della gloriosa parata dannunziana, e tutta la pletora di criticuzzi che al suo séguito suonavano il flauto per Gabriele senza riposo e senza criterio, ma avrà sicuramente fatto ridere di gusto Gianfranco Contini. D’altronde, D’Annunzio era morto solo undici anni prima, in Italia dominava il già robusto neorealismo e non sembrava ancora spenta la luminescenza neosimbolista dell’ermetismo. Gadda, tutto dentro il suo espressionismo barocco a torsione tragicomico-vernacola nel quale sfrigolava temerariamente la prosa del Pasticciaccio, che uscirà nel 1957, sfoga da par suo in una lettera del 7 luglio 1952 la delusione della mancata vittoria allo Strega:

 

“’Dietro Gadda c’è Piccioni, dietro Piccioni, Andreotti… puntini… eccelsamene vaticani’ (Testo di ‘Paese Sera’). Sì, dietro me e dietro il bel trenino di cazzinculi, ci starebbe il Pacelli! Piccioni mi ha dato gentilmente il suo voto di amico o di buon compagno, come Angioletti ‘ateo integrale’, come me lo hai dato tu. Che c’entra il Papa? Per quanto disastrosa sia l’opinione che un milionario sinistreggiante an-ario (come li chiami tu) possa avere di una zitella con tre corone in testa, la pianti di fare il martire del libero pensiero! e di darsi a ritenere come l’unico martire! Io sono martire quanto lui e più di lui: Eros & Priapo non si può stampare. E non ci sono coiti, mentre lui ha potuto inondare di male chiavate i suoi romanzi. L’Indice lo ha messo all’indice, come ha messo all’indice il Pescarese: è il meno che poteva fare, nella pia quanto vana speranza di salvare dal manustupro le sue zitelle e i suoi seminaristi. Macché martire! Il y a de la blague dans tout cela. Inflazione poetica, logorrea critica, e adesso martirologio-Parioli, sono le baggianate dell’epoca. C’est à se tordre. Non invierò espressi né telegrammi!”





       Com’è noto, ci sono sul Gaddus una lunga serie di testimonianze biografiche (tra le più interessanti, quelle di suo cugino Piero Gadda Conti, di Gian Carlo Roscioni e di Giulio Cattaneo) e una catena aneddotica di infiniti anelli, a cui oggi va ad aggiungersi, e con una sua originale inclinazione, il felicissimo libro di Maurizio Barletta: Le domeniche con Gadda (Biblioteca del Vascello, Robin Edizioni, 2014, pp. 145, € 12,00). Rimasto orfano di entrambi i genitori, il poco più che bambino Maurizio viene affettuosamente “adottato” dallo zio Guido Arcamone, funzionario al Ministero della Pubblica Istruzione, che era stato commilitone di Gadda nella Grande Guerra. Ne era nata un’amicizia fatta di incontri saltuari fra Roma e Firenze, che venne a assestarsi su un andamento lineare quando Carlo Emilio si stabilì definitivamente nella capitale in seguito alla sua assunzione al Terzo Programma della Rai. Il trionfo del Pasticciaccio obbligò il recalcitrante scrittore a certi inevitabili rituali cultural-mondani ai quali Guido Arcamone raramente lo accompagnava, ma solo durante le visite a casa dell’amico, ben presto cadenzate dal calore dell’abitudine, Gadda tornava a impadronirsi delle sue scissure, delle sue fratture, dei suoi tic: insomma a ritrovare la sua sempre periclitante naturalezza.

Per il ragazzino Maurizio, insomma, egli prese il ruolo e il tono di uno “zio particolare”, che – dice il memorialista – “accompagnò in tanti passaggi la mia adolescenza e la prima giovinezza”. Così, con una delicatezza quasi sussurrata e tuttavia precisa, Barletta entra nella sua parte di testimone privilegiato senza un minimo di enfasi, con un’efficacia come regolata da una sorta di metronomo invisibile: “Carlo Emilio Gadda era (…) uno zio che nell’incedere nell’ingresso, annodato in pastrani e sciarpe, sembrava essere appena sceso dal treno, reduce da un viaggio ricco di peripezie. Era immediatamente affettuoso nell’approccio nei nostri confronti, ma anche evidentemente segnato da una specie di spasimo come se attendesse il sopravvenire di impreviste traversie, da lui già presentite, che gli avrebbero teso feroci agguati nel prossimo viaggio. Uno di quegli zii che, senza vocazione pedagogica, concorrono con il loro volto, con il loro sguardo, con il loro ansito, ad ogni loro visita, alla più complessa e straordinaria tra le alfabetizzazioni umane. L’alfabetizzazione che introduce alla lettura dello stato interiore dell’uomo, alle cognizioni oscure e irriducibilmente asintattiche che appunto il Gadda ci ha poi chiarito, facendo transitare quei geroglifici del dolore nel chiarimento dell’esaltazione linguistica più straordinaria del nostro Novecento… Quello strano zio che ad ogni suo ingresso nel grande appartamento a Piazza del Fante, improvvisamente si fermava, come investito da una contrazione, la statua di un granatiere investita da un lampo, il pacchetto delle paste acquistato da Faggiani che oscillava, infilzato nell’indice sinistro, e che poi si evolveva in una straordinaria riproposizione domenicale del commendator Angeloni. Uno strano zio che guardava il pavimento esageratamente lucido che preludeva alla sala da pranzo (dove l’Ingegnere avrebbe ritrovato il suo colorito e una, sia pur breve, facondia), con lo stesso spavento, così ci hanno confidato i biografi, che investiva il diletto don Lisander davanti alle superfici umide”.

    

     Nel libro di Barletta c’è una sapiente altalena di momenti drammatici e di aperture umoristiche, che sembra quasi ripercorrere, al modo di un sensibilissimo stenogramma, il tracciato dei sussultori umori gaddiani. Lo scrittore era del tutto digiuno di cultura calcistica, ma forse anche per un profano come lui il nome di Meazza costituiva un timbro di grandezza sportiva: così, da un  certo momento in poi Maurizio, che aveva cominciato a giocare al calcio con qualche risultato, fu per Gadda soltanto “Meazza”. Ora il Barletta adulto, recuperando nel fondaco della memoria episodi di apparentemente dissapore carattere, finisce per disegnare, nell’alternanza di situazioni perfino oscuramente contraddittorie, il profilo umano pervicacemente unitario del Gran Lombardo e, un passo più in là, della sua ricchezza di grandissimo fabbro della parola. Lo “zio Carlo”, quindi: “lo zio che il giorno del funerale di mia madre, all’uscita dalla chiesa dei Pallottini di via Ferrari, mi aveva afferrato, mi aveva spinto contro un muro abbracciandomi, piombando in un pianto dirotto (lui che non aveva mai avuto l’occasione di incontrare mia madre), come trasmettendomi il significato di un dolore altro, assimilandomi in uno straniamento che lì per lì non potevo comprendere, ma che poi ho ritrovato, non nei termini di un ricordo, ma, ben di più, come un lascito materialmente incorruttibile”.

Andare a pranzo coi due amici commilitoni (Guido Arcamone e Bonaventura Tecchi, suo confrère in letteratura) era per Gadda, mai guarito dalla sgradevole casualità gastronomica cui aveva soggiaciuto nei suoi spostamenti tra l’Italia e le Americhe per necessità di lavoro, un evento da programmare e onorare con una ritualità quasi liturgica. Tanto più lo fu il 18 luglio 1959, in occasione del conseguimento della maturità classica da parte di “Meazza”. Lo “zio Carlo” scelse la trattoria nei pressi del Vaticano che aveva frequentato in passato con soddisfazione. “Ad ogni modo, confessa Maurizio, “non riuscii, nonostante la coccarda del festeggiato che mi era stata platealmente conferita, ad essere il protagonista. Il grande protagonista dell’indimenticabile serata fu lui, l’Ingegnere Carlo Emilio Gadda. In primo luogo per come riviveva quel ritorno alla taverna. Nessuna concessione di stile proustiano, per carità… Ma ben si poteva indovinare che la memoria lavorava assiduamente, anche attraverso l’interferenza dei cibi che lui segnalava in recondite prelibatezze che spingevano Tecchi e lo zio ad annuire in una sorta di ottusa passività… Le poche circostanze nelle quali il Gadda deliberava di essere protagonista, e che sconcertavano gli amici più intemerati, perché erano tante volte il preludio di un’ondata depressiva apparentemente incontrollabile”.





Carlo Emilio Gadda (a destra) al tempo della Prima guerra mondiale


Gadda era molto attratto dai cinema all’aperto, le cosiddette arene che in quegli anni erano al culmine della loro fortuna. Per cui decise, da dictator riconosciuto, che quella giornata in gloria di “Meazza” non avrebbe potuto avere conclusione più degna che davanti a un film proiettato all’aperto. E qui Le domeniche con Gadda segna uno dei punti più intensi e più deliranti, più fisiologicamente “gaddiani” si direbbe, perché il teatrino ha inizio prima dell’inizio dello spettacolo, e ha per protagonisti, in un’atmosfera di irreale comicità e di contraddittorie inquietudini, i tre amici, ognuno dei quali perso fino alla fine in una sua incondivisibile cosmologia nevrotica:

“L’ingresso fu contrassegnato da svariate difficoltà: Tecchi riuscì a perdere immediatamente il bastone da passeggio cinese, un regalo di Ungaretti. Un maschietto lo riconsegnò al professore, ritrovato tempestivamente dalla vispa cassiera (…) Poi accadde a Gadda di essere abbracciato e più volte baciato da uno sconosciuto che lo aveva scambiato per un suo parente di Tiene, provincia di Vicenza”. Il film si rivela un polpettone tremendo la cui protagonista non fa che perdersi senza requie in situazioni di dissolutezza semplicemente risibili. “Tecchi azzardava interpretazioni: vedevo le sue mani stringersi sul bastone cinese, la testa che si volgeva verso mio zio, la voce amara e convinta, ma infine desolata nel non poter venire a capo del male oscuro che spingeva brutalmente la povera donna a tanti depravati gesti”, e lo zio Guido, sbalordito, che rispondeva ellitticamente evasivo, da uomo di mondo che conosceva comme il faut l’universo femminile. Il vero cinema si rivela, insomma, quello che stanno tessendo i tre amici, e di cui “Meazza” è l’attonito comprimario. E il Gaddus?

“Del tutto estraneo era invece lui, Carlo Emilio Gadda. Il suo sguardo roteava come un periscopio sul piano ondulato di teste che gremiva la lunghissima platea. Capii al volo che i suoi occhi non si erano posati per un solo istante sull’insolubile deliquio che ingombrava lo schermo. Le mani poggiate sulle ginocchia, pareva a tratti leggermente staccato dalla scomoda sedia, come un orso che stia per ergersi e per scattare verso una delle innumerevoli attrazioni offerte dalla platea che, finalmente ne presi atto, era eccezionalmente movimentata. Perché le arene non erano affatto un luogo di convegno per cinefili: i cinefili sotto le stelle li avremmo conosciuti più tardi, quando Renato Nicolini avrebbe provveduto a stanarli, complice l’incantesimo delle notti estive di Roma. Questi del ’59 erano i fagottari di Borgo Pio, intere famiglie che scendevano nell’arena con la stessa dotazione alimentare e di idonee stoviglie leggere che era stata impiegata sui prati il lunedì dell’Angelo. Insomma nella platea, per lo più, si mangiava o ci si trasferiva da settore a settore per convenevoli che l’appesantita gestualità rivelava come espedienti digestivi.

 Eccolo quel popolo romano che il Gran Lombardo aveva allineato sulle scale der ducentodicinnove de via Merulana, inverandolo nel Novecento, in una stupenda arcata linguistica dove il subbuglio della città si liberava in un incessante mormorio, cornice dei fatti e dei pasticci umani. Eccolo ancora lì, probabilmente alla sua ultima mostra, alla sua estrema rivelazione, in una viscerale riproposizione di tante interiezioni del romanzone del ’57, una ripetizione mirabile perché inconsapevole e necessaria come il respiro. E lui, il Gadda, quanto più osservava la continuità cromatica che cuciva la gestualità dei fagottari, forse trovava confermata una prossimità a tutto ciò, ma insieme riscontrava, come una contrazione, l’irreversibile interferenza del dolore, nella sua forza, che distanziava da tutto ciò.

A differenza di Tecchi e dello zio (che avevano conservato una lodevole concentrazione), io, osservando Gadda e i bersagli dei suoi sguardi, avevo smarrito del tutto il bandolo della matassa cinematografica che aveva continuato a sfilacciarsi sullo schermo. E ormai si sfollava. Uscir dall’arena si rivelò operazione ancor più travagliata del complicato ingresso. Tecchi rischiò di perdere ancora una volta il suo bastone, perché distratto nella conversazione assillante con lo zio, azzardando ipotesi sulle recondite metafore del film. Gadda fu invece spintonato da donnone ben munite di grandi davanzali e, senza esserne richiesto, diffondeva con tonalità stentorea un rosario di ‘prego prego, non s’incomodi nelle scuse… buona sera, sì, sì, davvero un bel film, una storia dolorosa, ma ben resa… così va il mondo’.

Ed eravamo ancora nel cappio di questa folla, quando Tecchi decise di sferrare a Gadda l’estrema domanda: perché quella donna, infine, si dannava in tanti atti insani? ‘Abissi di lussuria? Già… però contraddetti sistematicamente da un indiscutibile tormento spirituale…’ Tecchi non sembrava rassegnarsi al fatto che il suo amico avesse assistito a tanti tormenti e a tante estasi, senza battere ciglio. Ma, ecco, la voce di Gadda, soffiata, rassicurante, nella rinuncia a quel sorriso che sulle prime sembrava voler accompagnare le parole: ‘No, no, Venturino. Né carne né spirito… La signora ci ha rivelato, come mai prima era accaduto su uno schermo, quel che accade nell’evenienza di una menopausa molesta… Un esemplare film didattico sulla menopausa. Null’altro!’.

Tecchi allargò le braccia, mio zio aggiunse qualcosa di suo in merito all’imbarazzante materia. Ci incamminammo silenziosi sul lungotevere. I fagottari erano spariti in un attimo. Si sentiva soltanto il ticchettio del bastone di Tecchi, adesso ben saldo tra le sue mani, e il passo pesante e soddisfatto di Gadda. 18 luglio 1959, festeggiamento per una licenza liceale”.

Una sequenza di gag involontarie che gustosamente profumano di afrori gaddiani, quasi una sceneggiatura per un “corto” senza manierismi sull’obbedienza criptocattolica di certi intellettuali tesserati establishment a raffronto con la franca indipendenza laica dell’Ingegnere. Ma poi il prezioso libro di Barletta è pimentato di una quantità di incredibili deliri del Gaddus, di assurde ossessioni, di terrori assolutamente autocostruiti, dall’incontro (di non più di venti minuti) col brusco Pietro Germi in occasione del suo film Quel maledetto imbroglio (tratto dal Pasticciaccio con più di una licenza e non poche scorciatoie), al lungo sgomento dovuto a un’assolutamente inventata persecuzione della massoneria nei suoi confronti, a tutte le sue superstizioni buone a comporre una variegata costellazione di teatro dell’assurdo, con certe indimenticabili figure comprimarie come la magnifica Lina di Poppi, voluttuosa e impeccabile cameriera di casa Arcamone, la tremenda “nana demente” o il fatuo avvocato Capece.





Pietro Germi e Gadda sul set del film Un maledetto imbroglio (1959),
tratto da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana


Gadda era assolutamente consapevole di ciò che nella sua scherma grandiosa lo distingueva da tanti scrittori italiani di successo. Guardava con interesse al “sulfureo” Landolfi, e non esitava a misurarsi – pur con tutti distinguo – con i grandi innovatori stranieri della narrazione novecentesca, da Joyce a Proust a Céline. Ammirava in Palazzeschi la “funambolica leggerezza del suo narrare”, come – tra i più giovani – aveva una bella considerazione per Parise e Arbasino, che aveva da poco pubblicato quella gran cosa che è Fratelli d’Italia (titolo ci si augura inconsapevolmente scippato da Ignazio La Russa & Camerati in ambito politico), e che egli definì ‘uno squisito esempio di romanzo di generazione’. Considerava, in fondo giustamente, La cognizione del dolore come la sua opera “più dotata di fondo”, anche se conservò sempre per il Pasticciaccio, a suo dire “romanzo in trippa romana e porchetta delli Castelli”, un attaccamento quasi paterno. E qualche anno prima di aver terminato il romanzo capitolino, non si peritò, stante la testimonianza barlettiana, di fare le bucce a tanta critica senza midollo e senza metodo: ‘Mi conferiscono il diploma di prosatore leccornioso e barocco, mi fanno un inchino, e poi se la battono via sculettando per andare al battistero, commossi padrini di uno di quei bischeri sciacquabudella che per loro sarebbe un narratore…’.

 

È da aggiungere che la limpida scrittura di questo libro è un invito senza mezzi termini pressante a leggere, o rileggere, l’intera opera di Gadda, questa sregolatissima giungla espressiva, metaforica e loica, così drammaticamente unica nella nostra letteratura novecentesca (“Io sono una mente logica: quel che ho fatto è tutto ciò che potevo!”, diceva di sé l’Ingegnere). Ma non solo, come esattamente scrive in chiusura di volume Maurizio Barletta:”Queste pagine di ricordi forse finiscono per essere anche la cronaca di un’amicizia, nata nella storia di un’Italia che non c’è più. Certo però è che scrivendole mi sono convinto che il lascito più straordinario di una personalità complessa come quella di Gadda consista proprio nella sua sofferta umanità, cangiante, caleidoscopica, materica e mai ripetitiva come mai ripetitive erano le oscillazioni del suo linguaggio, in un’orchestrazione emotiva indissociabile dall’acutissima percezione delle affinità che intercorrono tra il dolore e il sarcasmo, tra le vene del comico e la consapevolezza della sconfitta storica della ragione. A lui e a mio zio sono riconoscente per avermi insegnato, senza mai un indugio nella retorica, l’importanza dell’amicizia nel destino di ogni individuo”.

 




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