LUOGO COMUNE
EUGENIO LUCREZI
Una complessa
operazione poetica
intertestuale


      
“mimetiche” è l’ultimo libro in versi del poeta (nonché medico e musicista) napoletano. Che attiva stavolta il suo sofisticato processo creativo rivisitando testualità altrui, ancorché del tutto diverse. Passando da Properzio ad Amelia Rosselli, da Kafka a Harvey (Polly Jean e Anne Gray), da Patti Smith a Natalie Merchant, da Cat Power ad Anne Sexton, da Ovidio a Tommaso Landolfi. Suggestioni letterarie e rock per una raccolta originale e anche sorprendente.
      



      

di Raffaele Urraro

 

 

Dico subito che con mimetiche di Eugenio Lucrezi (oèdipus, Salerno/Milano 2013, pp. 120, € 10,00) ci troviamo di fronte ad una originalissima raccolta di testi poetici, per tanti aspetti sorprendente.

Già il titolo, mimetiche, rinvia ad una particolare tipologia del fare poetico, nuova e inattesa, quella che si realizza attraverso una voluta e programmata intertestualità. In questa intertestualità sono in gioco, ovviamente, la poesia dell’autore della raccolta, Eugenio Lucrezi, e quella degli autori oggetto della mimesis. Certo, sono presenti entrambi nel processo creativo mimetico: l’autore oggetto della mimesis come ispiratore, o “provocatore” dell’evento creativo, e l’altro come un po’ sorpreso o “provocato” o comunque destinato a proseguire la strada andandosene per i fatti suoi. Perciò sbaglia chi vorrebbe vedere in questo libro di versi di Lucrezi una sorta di scomparsa dell’autore, come se questi si fosse lasciato spogliare della sua identità e si fosse abbandonato nelle braccia dell’amico “mimetizzato”. In effetti Lucrezi gioca con gli autori senza rete, senza fissare regole e comportamenti, inoltrandosi nei loro territori e uscendone carico di idee conturbanti o di messaggi positivi o di parole da decifrare, ma proseguendo il cammino in solitudine, spesso divenuto pensieroso o inquieto: con il proposito o di prestare la sua voce all’autore oggetto del suo studio, o di stravolgere motu proprio un testo, o di elaborarne una ri/scrittura personale.

E allora è chiaro che neanche in una scrittura come quella di mimetiche si può verificare la scomparsa dell’autore. E difatti l’autore c’è, e non può non esserci, se solo ci stanno le sue parole che suonano comunque come il segno della individualità e della soggettività.

Allora: il progetto mimetico è soltanto un escamotage, un artificio, un espediente usato dal poeta per dire e dirsi nello stesso tempo?

È difficile rispondere a questo dubbio interrogativo. Per farlo sarebbe indispensabile un’accurata analisi di ogni autore e di ogni testo, per poi procedere ad un lavoro di comparazione con il testo elaborato da Lucrezi, tenendo presente che si tratta di autori e testi, da lui presi in esame, non soltanto letterari ma anche musicali. Diventerebbe quindi inquietante darsi a un lavoro di questo tipo, inquietante perché difficile, difficoltoso, ed anche estenuante e quindi impossibile. Ma alla fin dei conti, al di là del processo mimetico, è il poeta che parla, e chi parla è sempre il responsabile delle “sue” parole proprio perché le parole sono “sue”.

Già la selezione degli autori e delle loro opere è soggettiva e quindi di responsabilità del nostro autore, sebbene sia anche la spia del fatto che tra essi e il poeta Lucrezi si è stabilita una forte sintonia e, direi anche, una empatia indispensabile per un’opera tale. Anche perché è chiaro che tutto quanto è stato oggetto dell’operazione mimetica offre a Lucrezi la possibilità di esporre comunque i suoi contenuti e dar corpo alla sua lingua.

Ma c’è dell’altro: l’operazione di rifacimento: cos’è se non una ri/creazione originale che, anche per il solo fatto di inverarsi in un linguaggio che è lucreziano (di Lucrezi, dico) consente già di parlare di operazione poietica originale? Il nostro poeta ci conduce per mano in un universo plurale, polivoco, nel quale voci lontane e distanti (vedi, ad esempio, già nell’“entrata” del libro Amelia Rosselli e Properzio), differenti per tono e timbro, contenuti e linguaggi, tipologia artistica (ad esempio: musica, poesia, narrativa…), si sparpagliano, nella sua raccolta, ognuna con la propria storia e la propria individualità. Ma c’è il poeta che si impegna con la sua personalità poietica per operare la splendida reductio ad unum che, alla fin dei conti, è la sua poesia.

Tutto calcolato, tutto previsto, tutto programmato con la pazienza di chi sta per inoltrarsi in un campo vasto come il mare e mosso come le sue onde.

Che di progetto si tratti, lo dice la tassonomia del libro, con una doppia “entrata” (pag. 11 e pag. 13), seguita dal corpus vero e proprio della raccolta, e una doppia “uscita” (pag. 95 e pag. 99), che sembrano configurare una sorta di pàrodos ed èxodos della tragedia greca. Già questo aspetto del libro, in una con la propensione alla mimesis, ti costringe a pensare che si è di fronte ad un lavoro dal taglio altamente intellettualistico mediante il quale il poeta, stimolato o provocato o coinvolto dai suoi referenti più amati, opera anche uno scavo nelle profondità del proprio io per coglierne, e svelarne, connotazioni di varia tipologia. Voglio dire che l’autore oggetto della mimesis finisce a volte, o sempre?, per fungere da specchio in cui si riflette il nostro poeta, e da quel momento comincia quello che Valéry ha chiamato “l’esercizio dell’intelletto”, cioè il lavoro poetico nel quale l’intelletto “si profonda tanto” da essere/diventare capace di vedere/cogliere ciò che per altra strada gli saria negato.

 

 

 

Nell’”entrata” di pag. 13, ad esempio, è Amelia Rosselli che “racconta la morte di Osama Bin Laden”, certo. Ma poi leggiamo:

 

Anche stanotte è vergine nel freddo,

sorprendente mannara se pretende

di musicare parole impossibili,

volendo dire l’amore che è finito,

morto, sepolto, davvero definito.

Per questo scrivo e non so dire come,

per dare verbo all’animoso sfogo,

versi per non grattarmi, e per la grazia

dell’azione perfetta […].

 

Alla fine della lettura del testo, chi è che resta nella mente del lettore? Amelia Rosselli, Osama, i Seals, oppure Eugenio Lucrezi con la sua concezione della poesia, la impossibile pretesa di “musicare parole impossibili”, la scrittura come mezzo “per dare verbo all’animoso sfogo”, la composizione di  versi “per non grattarmi”?

E, per quanto riguarda l’“uscita”, il primo dei due testi, il propepropertium, sembra davvero che contenga la chiave di lettura dell’intera raccolta. Infatti qual è stata l’operazione di Lucrezi? Ha estrapolato dalla VII elegia del IV libro di Properzio alcune parti per farne dichiaratamente “libera parafrasi e scrittura ritmica” (pag. 105). Per comprendere il senso dell’operazione, però è necessario sfogliare direttamente Properzio.

Per ovvi motivi di spazio ci fermiamo a quelli che corrispondono alla prima parte del testo di Eugenio. In Properzio:

 

Sunt aliquid Manes: letum non omnia finit,

luridaque evictos effugit umbra rogos.

…………….. meo visa est incumbere fulcro (vv. 1-3)

 

cum mihi somnus ab exequiis penderet amoris,

et quererer lecti frigida regna mei.

Eosdem habuit secum. Quibus est elata capillis,

eosdem oculos (vv. 5-8).

 

In Eugenio Lucrezi :

 

Sunt aliquid Manes :

non omnia finit

letum luridaque

evictos rogos

effugit umbra.

Ea meo visa est

incumbere fulcro

cum mihi, ab Amoris

exequiis, somnus

penderet et frigida

mei lecti regna

quererer : eosdem

secum habuit

capillos quibus

Amor est elatus :

easdem luces.

 

Anche ad una semplice comparazione dei due testi, si nota immediatamente che Lucrezi, pur senza stravolgere la sostanza dei versi properziani, e qui, ovviamente, sta la ragione della mimesis, ha sradicato alcuni lacerti ed ha disposto le parole secondo una nuova, diversa, moderna scansione ritmica, così come da lui annunciato e programmato. Ciò significa che la struttura metrica del testo originario, cioè il distico elegiaco, è saltata; che l’ordine sintattico è stato più o meno stravolto e che, soprattutto, la nuova struttura ne è una sostanziale riscrittura, nel senso che Lucrezi ha “reinventato” il testo properziano usando le stesse parole del poeta latino. Questa operazione ci dà il senso e la misura del lavoro poetico effettuato da Lucrezi.

Leggere il testo di Lucrezi ti porta dritto alla modernità: verso libero; struttura sintattica lontana da quella classica e vicina a quella, piana, della lingua italiana; andamento ritmico pausato e lento al posto del più vivace e sostanzialmente “monotono” del testo latino fondato sul distico elegiaco; evidente rielaborazione in chiave, probabilmente, personale dell’”evento” descritto, o, comunque, nuova veste del testo, molto vicina alla poesia moderna. È qui la sostanza fondamentale della mimesis realizzata dal nostro poeta.





Franz Kafka e Dora Dymant, la sua ultima fidanzata


Tra l’entrata e l’uscita, entrano sul proscenio personaggi delle più diverse tipologie artistiche. Si va da Kafka a Harvey (Polly Jean e Anne Gray), a Patti Smith, a Natalie Merchant, a Cat Power, ad Anne Sexton, a Ovidio, a Tommaso Landolfi.  

Certo, ogni autore oggetto del processo mimetico è stato ricreato da Lucrezi e ha funzionato da specchio nel quale egli ha avuto modo di rivedersi e rileggersi. Soprattutto tenendo conto del fatto che spesso l’intertestualità è multipla. Si veda a questo proposito il testo Dora di pag. 46, e si veda la nota dello stesso Lucrezi a pag. 103 dove egli avverte il lettore che

 

Dora Dymant è stata l’ultima compagna di Kafka. La poesia è dedicata a Paola Nasti per l’interposta persona di Fauna Farley, personaggio memorabile del romanzo di Philip Roth La macchia umana; al praghese Roth ha dedicato il racconto «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka, Einaudi 2011…

 

Questo per dire della complessità straordinaria dell’operazione intertestuale di mimetiche.

Ho già detto che unisce questo universo multiplo e variegato la personalità poietica di Lucrezi, in modo particolarissimo il suo linguaggio che, a specchio della varietà contenutistica, è anch’esso vario e multiplo. D’altra parte non poteva essere che così se lo stesso poeta nel testo metapoetico in prosa di pag. 62, Moon pix, che è un inno alla libertà della poesia, alla sua universalità, alla sua entità ribelle, afferma che la poesia stessa è “disabitata” come terra, “apolide” come civitas, “extranodale” come ritmo, “acronica” come estensione nel tempo, “sfigurata” in quanto non ha viso, “disfonica” come pronuncia. Poesia disposta e disponibile a tutto, quindi. Anche per operazioni “mimetiche”. Sempre con l’immancabile cifra di originalità e di manipolazione del linguaggio. E quello di Lucrezi è un linguaggio culto, lavorato, selezionato con cura. Linguaggio che si avvale di parole settoriali, come ad esempio quelle derivate dall’ambito scientifico, e di parole di altre lingue e di neologismi, come giustamente fa rilevare Massimiliano Manganelli nella sua bella postfazione, e di termini, aggiungo io, derivati dall’ambito musicale. Ed era anche scontato, dal momento che Lucrezi, oltre ad essere poeta, è medico e musicista. 

Quanto alla motivazione di questo lavoro affrontato con tanto amore, tanta passione e tanta intelligenza da Lucrezi, forse la spinta, lo stimolo, diciamo pure l’“ispirazione”, sono proprio nei versi già da noi riportati in precedenza: “scrivo e non so dire come, / per dare verbo all’animoso sfogo, / versi per non grattarmi”, o per non morire, che è poi lo stesso.

 

 




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