LUOGO COMUNE
NOTE D’AUTORE
Il cavalier Marino
e i ‘marinisti’,
dispute editoriali
e baruffe barocche


      
Flusso di memorie culturali (principiando col Machiavelli) e familiari (col babbo negoziante taglieggiato da direttori di banca e guardie della finanza). Ma poi soprattutto una amena e puntigliosa narrazione della filologica curatela dell’“Adone” del Giovan Battista gran poeta e filosofo (Marie-France Tristan dixit, che ne sta curando per le Belles Lettres la prima traduzione integrale europea). Un intreccio di posizioni conflittuali tra studiosi e di successive edizioni del poema, ciascuno rivendicando la scientificità nel ristabilimento del testo originale (di cui manca l’autografo). In questo gorgo accademico spicca la figura di Padre Giovanni Pozzi da Locarno, frate dell’Ordine dei Minori, antagonista dell’autore di questo articolo, di cui pure stimava l’eccentrico talento critico.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

GOLPE, GORPI, LIONI, AGNELLI, & GORPICETTE

 

 

 

 

 

Gorpe et lione insieme; tutti ricordano più o meno vagamente questa vincente accoppiata. Una volta però che siamo intesi su che cos’è vincere, su cosa si vinca, in veritate rei, e per quanto, e per dove. La pagina del Machiavelli è delle sue stupende. La forma tragica del Principe è a distanza di poco meno che mezzo secolo uno dei saggi più rivelatori dedicati al Machiavelli (l’autore, si dovrebbe saperlo, era Giorgio Bárberi Squarotti, critico alluvionale e sempre in presa diretta). Era il 1966, sentivi ribollire l’uragano che andava preparandosi e fu, montalianamente, una tempesta in un bicchiere d’acqua. Lasciò sul terreno qualche volpe, qualche lupo, qualche sciacallo, pochi leoni e una distesa di agnelli. “... e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore, e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare”.

 

Di Bárberi Squarotti non ce n’è che uno. Tutti gli altri ne han trent’uno. Un amico editore (e poeta) che pubblica di fresco una nuova raccolta di scritti di questo principe della critica, si premura segnalarmi che a pagina 130 vi si fa il mio nome. ‘Ostia! sic itur ad astra; mai gorpe e, figuriamoci, mai deograzia leone, sono ormai entrato nella immortalità.

 

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“Né d’un oeuf de pierre détaché de la montagne des Cinq Éléments, Souen, le singe taoïste, n’a qu’une ambition: devenir immortel et atteindre le sommet ultime des connaissances les plus cachées”. Così in quarta di copertina della felice ristampa, pei tipi parigini di Zulma, di uno dei maggiori romanzi di Frédérick Tristan, Le Singe égal du ciel. Frédérick Tristan, ircocervo ideale, centauro fantastico e pedagogico, in parte Uomo (Nietzsche) ed in parte Cavallo (Wagner)... Convinsi un editore coraggioso, qualche anno fa, a presentare questo, forse il primo narratore d’Europa, oggi, in versione italiana, ma fu un ‘fiasco’. Lasciatemelo dire, non c’era bisogno di questa agonia senza fine, a sussulti o gocciarelle, per sapere le colpe delle banche o dei politici che non saprebbero fare altro mestiere ‒ la trafila più o meno diretta dal portatore di borsa al segretario di partito o al capo del rigoverno. La falla era prima e incolmabile: manco di cultura non formale, di letture comuni, di sentimento del tempo fuori dal calendario, d’una religione della curiosità reciproca. Di trasporto scambiato, di interesse condiviso, se non mercantile, il patto intimamente scellerato fra chi compra (‘compro, dunque sono’) e chi si vende.

 

V’è un magnifico film, intitolato da noi Ardenne ’44, nell’originale Castle Keep, dal romanzo di William Westlake, scrittore e sceneggiatore infaticabile, maestro del ‘giallo’ e della science-fiction. Regista il grande Sidney Pollack, che quell’anno medesimo (il 1969) firma il suo desolato e tempestivo Non si uccidono così anche i cavalli? Nei giorni di Bastogne, il castello è difeso da una piccola compagnia di soldati americani. Muoiono tutti, nella battaglia finale, come in una Alamo del war movie. V’è uno scambio di pensieri divergenti fra il comandante, Burt Lancaster, fattivo e disilluso, e il suo vice, Patrick O’Neal, nella vita borghese un esperto di storia dell’arte. Il castello è un cestello di meraviglie della pittura e dell’arte del grande, dell’inattendibile passato. ‘Siamo venuti qui per salvare l’Europa...’ ‘No, siamo qui, perché l’Europa è già morta’.

 

 

 

 

Pulcino, seguivo mio padre, sulla sua automobile antiquaria, a Pescia (vicino a Collodi, ove il Giardino di Pinocchio), dove egli aveva dei rapporti d’affari e una sede bancaria propizia. Di solito mi comprava uno, due giornalini, poi entrava nella stanza del direttore e io restavo ad aspettare fuori, tra la porta chiusa e le casse. I fumetti me li trangugiavo, poi, avido d’ogni lettura, mi soffermavo sulle pergamene sotto vetro dove troneggiavano i nomi dei dirigenti supremi, centrali, del banco: un’orgia di Grand Uff e di Cavalier Dottor Professor, come nel Maestro di Vigevano. Nomi esotici mi davano l’estasi: Ulloa, Zuroaga, Aranguren, Bischeretti di Truffia. Ma sarà stato Trùffia o Truffìa? E veniva mezzogiorno, vi avrebbe posto rimedio il cappuccino dalla chioma bionda e il vassoio delle paste del Giaccai.

 

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Quel direttore si chiamava Papa. Una sera, a Firenze, entra con faccia scura il cugino del babbo, a me carissimo, e che rappresentava a Pescia i commerci del babbo. ‘Berto, gli è morto il Papa...’ (dice). Odo ancora come dal vero la voce di mia madre: ‘O Piero, ma icché la mi dice... ma alla radio ‘un s’era miha sentito...’ (la mamma era friulana ma parlava un fiorentino corrente, tradito solo da qualche vocale aperta – ròsso, vèrdi... – o dalla pronuncia germanizzante di eks-zelsior, in chiesa o pe’l nome d’un cine). Lei credeva, morto, quell’altro, ch’era ancora i’ Ppio Pacelli, in guaticano. Il Papa minore, il bancario, aveva subìto la sorte degli uomini serî e un poco grassocci che siedono in seduta permanente, al loro ufficio, tutto quanto il giorno. Un poco un George Brent, un John Carrol, quegli attori minori benché valenti. Un direttore precedente aveva favorito una volta mio padre non so con che mutuo o che fido, e per tutta la vita comparve poi in bottega a farsi rivestire, lui e famiglia, da capo a piedi, senza dare un soldo. Era di razza sordida, andava in giro come un mendicante. Ti veniva spontaneo di chiederti da quanti mesi non si fosse né lavato né cambiato. Ma quanto costa il sapone, l’acqua del robinetto, l’uso dell’asciugamano.

 

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Mio padre ci diede (com’è costume di dire) la vita e ci mise da sùbito dentro la vita. Arrivammo ad essere cinque tra fratelli e sorelle e stando a bottega o raccolti a una tavola che non fu mai senza le teste di ospiti, seguivamo ogni travaglio, ogni angoscia (si ricordi la mezza pagina di Kafka sul commerciante eternamente in ansia), ogni rottura d’alleanza, o di coglioni, ogni fatta o subìta soperchieria. È ancora l’unico metodo educativo al quale accordo fiducia.

 

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Un altro, o altri, che fecero a sbafo le loro spese ai danni di mio padre, erano gli uomini della (guardia di) finanza. Entravano e a colpo sicuro inventavano, speculando le leggi, qualche fallo (ad esempio eccepivano inopinatamente perché sulle stoffe allineate dentro gli scaffali non era esposto il prezzo, cosa che normalmente si fa per le sole merci esposte nella vetrina ‒ i furbi del resto mettono un cartellino ‘Vetrina in allestimento’, e se ci hanno dei santi in paradiso l’allestimento può durare anche l’intero anno ‒ ma loro: “quoniam nominor leo”). Come dei Mangiafoco, accendevano il rogo del banchetto, poi con tutto quel fumo gli veniva una lagrima, sì che venivano a patti più miti. D’allora innanzi, quando te li vedevi entrare dalla porta a vetri della bottega, si sarebbero limitati a dire: mi occorre una giacca, sette paia di calze, tre cravatte regimental, un cappottino per la mia signora... A volte, al telegiornale, pare che queste franche attitudini, in uomini di legge, le scoprano ogni volta come fresche di giornata. Uh! corvacci corvacci. Non starò a dirvi delle camicie: mio padre poteva vendere fino ai preservativi di lana per i duroni, ma non le camicie. Non ne aveva la ‘licenza’. Per averla, è storia che già vi narrai, chiesero in cambio la mia iscrizione alla azione cattolica. Andai, leticai la prima sera col proposto che ci voleva antirisorgimentali, e non mi videro più. O una volta sola, che mi vennero a prendere quasi a corpomorto da casa. Fu un’ora di giochini di mano, goduti sculaccioni. Non erano finocchiardi, solo campagnuoli dimessi che si diverton così.

 

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Così (ma intendetemi sanamente), se una volta mi metto sulle orme di gualberto e tento di farmi, salmisia!, immortale con qualche linea d’arte, il mio libro avrà questo titolo:

 

 

MA IL MIO AMORE È SILVIO

 

 

Silvio, bimembre ancora? come quando

‘scendesti in campo’ per salvar l’Italia?

scendere in campo, ‘forza Italia’, tutte

locuzioni imparate dallo stadio.

Tu nei posti distinti, pronto al colpaccio:

i tuoi maestri, tuoi perché scelti da te,

ai tuoi fini, affollati nelle curve

irriducibili... Orbo chi non capiva.

            Razza d’un Kane, cittadino Silvio,

                        sapevi di parlare a un popolo di cialtroni,

                        furbetti periferici, avegardner

                        da salottino del comendatür...

            Solo pierpaolopasolini seppe

                        prima di te esaltare un dialetto

                        semiborghese, anche magari quello

                        dei ragazzidivita era introdotto

            dal suo genio nel gergo dei giornali-bene...

                        Passare da un tribunale all’altro, giorno

                        dietro giorno, era un modo di réclame,

                        stolto chi non vi vide la novella

            dello stento... Lui lo spiava Ostia,

                        una morte fra i cocci e le merdedicane

                        tu risorgi perfino dalle ceneri

                        del centro handicappati... Boja chi molla.

                       

 

 

 

 

M

i arrivavano spesso cartoline pedemontane, da Bárberi (così lo chiamano solo gli amici, e qualche allievo non degno di lui, gorpette e leoncini come sono), poi si è smesso di corrispondere, cosa volete possano raccontarsi due vecchi, lui venerando, io, meno ‘grande’ di tredici anni, e di tutto il resto, se non le tristezze di casa? Non scrivo più a nessuno, se non per sempre più rare occasioni d’affari.

 

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Un altro amico, un mese fa, e questi è uno scrittore dei più pensosi di scrittura, come fu detto di un altro Niccolò (il Tommaseo), ebbe la cortesia di segnalarmi che sull’Indice (quello della “Stampa”, non quello del Vaticano) si diceva qualcosa della mia remota esperienza di lettor del Marino (il Cavaliere). Qui, lo confesso, da tale fonte mi venne l’avviso, dopo qualche giornata lasciata passare, arrivai dal ‘mio’ giornalaio, dove mi vedono solo per lasciare metà della pensione su figurine da donare al mio nipotino, che ne è avido. Lui giornalajo, e la moglie, la giornalaja, strabuzzarono gli occhi: “L’Indice?!!!... mai sentito”. Mi son fermato lì. Statevi, umana gente, ai primi danni / Che se possuto aveste avere tutto, / Non si può digerirlo senza rutto.

 

 

 

 

 

L

a mia ‘remota esperienza’ mariniana. Dovrei dire di come arrivai, sostanzialmente autodidatta, all’università. Nel mio autodidattismo entravano lunghe, e perlopiù complete, letture dei classici imbarcati dalla scuola. Sapevo a memoria la Commedia e misi con ciò knockout la commissione di maturità. Leopardi, tutto, Foscolo dai Sonetti alle Grazie (non avevo ancora letto un rigo di De Robertis ma nelle mie passeggiate solitarie, My book, my ear, & me, proprio sulle colline fiorentine del Foscolo, spingendomi anche oltre Bellosguardo, fino ad Arcetri galileiana, sentivo che per me la poesia era quella, insieme con l’Alcyone di Gabriele), il Carducci della BMM (dunque dai Giambi ed Epodi, che predilessi da sùbito, alle vacanze alpine delle Rime e ritmi), il Pascoli tutto (con predilezione, cui la scuola non disponeva, per i Canti di Castelvecchio o i Conviviali), il D’Annunzio di Maya, Elettra, e Alcyone, vo’ dunque dire, non soltanto le piogge nel pineto, o i madrigali dell’estate, ma l’intera Laus Vitae, la Canzone di Garibaldi, da me scoperta fin da una antologia delle medie invisa alle professoresse regolamentari: “Veniva, senza  squilli, in corsa, alla Porta / di San Pancrazio  la seconda legione / lombarda, quella  dal Medici condotta ... / ... era  già degli uccisi ingombro / tutto il palagio...”. Dicevano, è un calco d’Omero; ma se calco mai fu, basta con quell’uggioso Monti dell’Iliade, ottuso alla ragione dell’epica. Una forte inclinazione al Tasso madrigalista, la conoscenza del Poema Paradisiaco, dal quale ricevetti (o forse fu il contrario) l’invito a Gozzano. Ero salito alla Marucelliana, col batticuore, per leggere l’Ungaretti da trincea, mai da me troppo amato, mancavo del contesto ‘moderno’ per saper leggere gli Ossi di seppia, saper intendere oltre la crosta carnevalizia il più comunale Palazzeschi, certo ricordo di aver detestato Cardarelli col suo pennino e Corazzini col lacrimatojo. Mica tant’altro. Avevo imparato a preferire Nievo al Manzoni, e questo è qualche cosa. C’entrava anche la mia vera passione d’allora per i cosiddetti ‘poeti minori dell’Ottocento’. I volumetti antologici (per la BUR) curati da Ettore Janni (tutto ignorai ancora a lungo della sua bella storia di antifascista della prima ora) mi avevano confermato nella idea di chiedere, una volta all’università, una tesi sulla Scapigliatura. In fondo, la mia opera prediletta era la Gioconda, felicemente ascoltata dalle gradinate dello stadio del Politeama (incautamente ribattezzato Teatro Comunale di Firenze), avendoci accanto, seduti sugli scomodi e smilzi cuscinetti che davano in affitto, il compagno di scuola prediletto, Franco Cardini, e (un’altra sorpresa da mozzare il fiato) in prima galleria la più bella delle nostre compagne di classe, con zendado a nasconderle i capelli biondi. Avevo quattordici anni e, non ci fossero poi stati i dischi, la Gioconda (‘dal vivo’) non l’avrei ascoltata più. Il libretto era di Arrigo Boito, un Sanguineti degli Scappellati, e ne sapevo a memoria la pagine più belle anche del Mefistofele.

 

Capii sùbito quant’ero ignorante. La maturità, cosa tanto temuta e solenne, e di certo una gran faticata, con quei caldi d’estate ormai esplosa, ci consegnava inermi – e insufficienti – al mondo degli studî. Quando Eugenio Garin ci diceva, beffardo, dalla cattedra: “In quella pagina del diviiiiino Platone, che Loro certo conoscono a memòriaaa...”, o Alessandro Setti, il vecchio grecista, citava a mente un poema greco nell’originale, ci voleva la colla sotto culatta per rimanere fermi sul banco fàttosi anche più duro, e non scappare fuori a cercarci una mancetta da manovale. Nelle umane cose (scrivo come se fosse un ‘pezzo’ per il Giornale storico o per gli Studî secenteschi) ha grande possa il caso. Al liceo, delle lezioni di greco, avevo soprattutto ritenuto il magnifico capitolo di Gennaro Perrotta sull’alessandrinismo, nel suo manuale prezioso di storia della letteratura greca. Questo mi trasse a forza dalle basi romantico-melodrammatiche (“Sentite che cuore aveva l’Ariosto...”) e, col soccorso del Pascoli conviviale e di un corso su Ovidio al primo anno di università, mi ricollocò senza violenza su prati sconosciuti. Era il Barocco. Parola e luogo magico per i Sessanta in vigore.

 

M

i misi dunque al Marino, alla scapigliatura secentista. Quale non fu la sorpresa il constatare che le condanne di questo poeta si ripetevano da almeno tre secoli a libro chiuso. Peggio mi sentii quando conobbi che si sarebbe preferito variare sulla solfa senza dare aria alla stamberga. Dare aria voleva dire trascrivere (o riscrivere) il Marino. Allora una buona biblioteca era come un Cielo della Storia. A Lettere si serbavano originali delle opere anche secolarmente sigillate, se convincevi il bibliotecario a tirartele giù arrampicandosi su lunghe scale di legno al di sopra delle teste degli avventori (il vino del sapere schiumava dentro le tazze), era immediata constatazione che, materialmente lette nelle stampe barocchiste, quelle opere cambiavano di segno, di peso, di (parola messa in uso in un bel libro di Cesare Brandi) di  astanza. Respingevano il livellamento di chi le supponeva cosa ideale, extra-materica. Privo di spirti pratici come sono (ma poi, lo ammetto, con insospettabili energie empiriche) trovai sùbito che la revisione del caso Marino NON poteva NON passare dal ristabilimento dei testi. Mi ci misi.... toccò prima alla Galeria, dove dai manuali si sospettava un quasi alcyonico incontro di parola e visione. Invece c’è tanta visione quanta nell’Ibis di Ovidio, da qualche anno ristabilita in edizione critica da Antonio La Penna, presso la “Nuova Italia” fiorentina. Tanta, cioè nessuna, in senso naturalistico o ecfrastico (‘descrizione verbale di opera dell’arte figurativa’). Infinita, se la si guarda con gli occhi fatti esperti da stucchî, concetti, iscrizioni o grottesche. Mi ci avevano instradato Eugenio Battisti, anche in un colloquio personale alla fine di un seminario al quale Riccardo Scrivano mi aveva invitato per telefono benché il mio ritardo nel concludere la dissertazione finale avesse sparso su me ceneri e sospetti non troppo dissimulati d’incapacità o sbruffonerìa. E, nel suo celebre libro, (Studî sul concettismo), Mario Praz.

 

Praz era stato all’altezza della sua nominanza: ordinai il libro, alla Seeber, che costava 300 lire... e una settimana dopo arrivò col prezzo aggiornato a parecchie migliaja. Cosa che sempre racconto; non si aveva un centesimo bucato. Per comprarmi le Metamorfosi del Barocco, opera mirabile di Andreina Griseri, dovetti con tutti i rossori del caso, convincere il libraio a farselo pagare a sospiri; ci misi più d’un anno. Del resto nemmeno l’Ibis, ch’era fra i libri del primo esame di latino, riuscii a metterlo in borsa, costava quanto una vacanza in Egitto. E La Penna era lì, ora, seduto allo stesso bancone della biblioteca di Lettere, e soffiava come un toro, da enormi narici pelose, se appena volgevo uno sguardo alla mia fidanzata, che leggeva un suo libro accanto a me.

 

 

 

P

oi le cose erano andate fulmineamente cambiando: barocco non era più una ‘brutta parola’. Montale, Lucio Piccolo, Fellini, Lucio Fontana, Fautrier, Piero Bigongiari, i nuovi pittori d’America, barocca tu che barocco anche io. Tanto che mi entrò in capo anche un altro sospetto, cui tuttora non vedo come e perché sottrarmi: che l’opera mariniana fosse di segno affatto manierista. Il Barocco è romano (1630) e lo rifiuta. Al Marino lo avevano detto piuttosto chiaro: o riscrivi (od aggiorni al ‘nuovo corso’ barberiniano) l’Adone o ti mettiamo all’Indice. La revisione non andò in porto, forse non fu nemmeno incominciata. L’aut-aut era un ‘tògliti di mezzo’. Ci pensò un cancro alla prostata.

 

Arrivai prostrato alla tesi, eran pur due volumi in bel rosso di oltre 1000 pagine. Non fu una discussione: fu un linciaggio. Capisco le ragioni di chi vi prese parte. Uno, poi, se ne rimorse e senza di lui, vera grazia dei cieli d’accademia, non avrei certo avuto la cattedra che mi vidi assegnare a 40 anni. Non l’avevo certo cercata, non sapevo nemmeno bene che cosa si dovesse fare per acciuffarla. Credo sia un caso unico: misero a bando la cattedra su cui sedevo per affidamento (incarico, si diceva) senza nemmeno avermi chiesto la vuoi, senza nemmeno avermi detto guàrdati. Che, cattedra o non cattedra, io fossi fuori del tutto da quelle burocratiche trafile, ne resta un segno: scrissi un libro su Verdi (il mio secondo e non migliore), un grande editore, un anno fa, nel rigurgito librario della ricorrenza (1813-2013) si offrì di ristamparlo, poi, corrette due fasi di bozze, non ne so nulla più e temo sia partito con la cavalleria. Senza questi incidenti sarebbe davvero noioso il viaggio di vita. Ma, nella prima edizione, sontuosa per volontà della casa, dettai nel risvolto d’essere stato promosso, nel frattempo, professore ordinario. Mi fecero sùbito rilevare, cala cala, che per ora ero solo ‘straordinario’. Non sapevo ch’era un’altra casellina da superare. Straordinario? vorrà dire bravissimo, eccezziunale.

 

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Ma non vi ho detto come, allevato da pollo in batteria della scuola ‘storico-critica’, e, per coscienza e storica e critica (ma senza il segno di unione-equivalenza) avendo fatto, di fatto, il gran rifiuto, cosa che mi escludeva da ogni possibile progetto universitario (mai ci avevo del resto pensato, vedevo molti compagni più degni, o anche semplicemente più atti, e vagheggiavo in me, senza rimpianti, un futuro insegnante di liceo), mi ritrovai a godere di una piccola e minacciata borsa di studio in terra d’infedeli. O meglio, in quella terra, pervenuto o giaurro ero ben io. La grande Franca Ageno, costretta a subirmi (son cose che, a mie spese, avrei capito solo dopo troppo tempo), diffidando dei ‘critici’, e poi di quella scuola!, sapeva bene come allontanarmi: giovanotto, se lei è una persona seria, perché non ‘fa’ l’edizione dell’Adone? Non sapeva di cogliere il mio più sensibile bersaglio: Ma non chiedo di meglio. Lei, sempre sospettosa: scriva allora a Folena, a mio nome, e gli faccia la proposta. Folena (un altro nome d’autore di cose lette, studiate, che si materializzava nelle mie pur ridotte prospettive accademiche, com’era stato appena il caso dell’incontro con la insigne editrice, nei Classici Ricciardi, del Morgante) rispose a volo: mi dispiace, se ne occupa già un altro. ‒ Ogni giovane sa di questi inciampi. La mattina seguente, nuova càrtula: L’altro rinuncia, Le mando sùbito il contratto di Laterza. Miracolo e arcobaleno. Il cielo fece presto a rioscurarsi; non c’era accordo del direttore di collana con la mia decisione ecdotica (la prima volta che udivo questa parola e sentii che le ginocchia mi si scioglievano) di tenermi all’originale (grafie etimologizzanti, interpunzione più fitta, o altre volte carente, rispetto all’uso nostro) nei modi più strettamente conservativi. Avevo letto un oscuro articolo di Rosiello, un linguista di moda, che caldeggiava generaliter questa soluzione, ma quando di mia bocca uscì quel nome, Folena andò in escandescenze. Le cose si ripetono: una volta, nella bella casa romana di Walter Binni, avevo fatto il nome di Arbasino. Non l’avessi mai fatto. Invano Manganelli aveva difeso i sacri, perché vani, misteri dell’H. Invano alla Pléiade si stavano accorgendo, frattanto, che l’avere tenuto fede alle prime edizioni di Proust mettendo mani editoriali, normalizzanti, nei suoi profondi abissi circuitanti, era bestialità cui s’imponeva il creare compenso. Certo qui intervenivano più stringenti ragioni che non la sola ecdotica, migliaia e migliaia di pagine mano- o dattiloscritte, acquistate dallo stato francese e da mettere ora a miglior frutto. Dell’Adone, si sa, come della Commedia, non ci rimane autografo, l’originale d’autore. Mi ripetevano che virgola più virgola meno son cose di nessun conto. Però si vedevano crescere i libri della neo-avanguardia e della nouvelle vague e tutto erano meno che ossequiosi alla legge non scritta delle maestre o delle piccole redattrici da pompino per intervalla. Folena non era solo uno studioso grandissimo, uno dei pochi maestri italiani la cui lezione sia proseguita in una fioritura di allievi di prima classe: era anche un uomo collerico e benevolo insieme. Ebbi la grandine di qualche rara collera e la pace della sua generosità. Mi lasciò dunque ampio spazio, fu una sorta di gentleman’s agreement. Penso sempre che non avevo alcun titolo per meritarmelo. Solo che a questo punto del romanzetto, viene il capitolo che si può intitolare: PADRE POZZI. Era anche lui collerico e benevolo insieme: noblesse oblige.

 

 

 

 

 

Padre Giovanni Pozzi da Locarno, frate dell’Ordine dei Minori, si era laureato con Billanovich e con Contini. La sua tesi sull’enorme (etimologicamente) oratoria barocca del famigerato Padre Orchi (stampata in poche copie dall’Istituto dell’Ordine dei Francescani, 1954) fu provabilmente il primo lavoro perfettamente strumentato e calibrato a indagar quella zona vittima di condanne o anche esaltazioni ‘con juicio’. Detto fuori dai denti: la prima volta che uno scrittore barocco o prebarocco veniva esplorato con gli strumenti scientifici che, se latitanti, avrebbero inficiato qualsiasi studio su Jacopone o su la Chanson de Roland. Da questa nuova distanza (l’essere svizzero, l’essere frate, e l’essere uno di quelli che non ne nasce più che una mezza serqua in cinquant’anni) Pozzi si volse poi alle Dicerie sacre del Marino. Uscirono nel 1960, nella serie filologica di Einaudi, e furono come un terremoto provvidenziale, capisco ch’è quasi o del tutto un oxymoron, ma chi mai avrebbe pensato che in un’opera scritta (si sosteneva) dal Marino per mero virtuosismo dimostrativo (tipo la Vita di Cola del d’Annunzio), ci fosse invece tanto scrupolo nel maneggiare e, certo, inflettere o mescidare le ‘fonti’; e ci fosse una così meditante apertura di poetica sulla via del ‘poema grande’, l’antitassesco, antiaristotelico, e antitolemaico Adone? Che all’Adone si arrivi solo attraversando le Dicerie sacre è oggi, giustamente, una evidenza del tipo mamma ce n’è una sola. Così fu che il maestro di Friburgo si volse ora, con una schiera di allievi preparatissimi, fra cui un solo mio malevolo serioso e sussiegoso, detto Basamilmuccio, al poema mariniano. La cosa, non so come, era rimasta segreta o non molto divulgata, e fu insieme la mia fortuna (sapendo che una edizione era già in campo, per i Classici del Mondadori, Folena, che dirigeva la gloriosa collezione di Scrittori d’Italia del Laterza, fondata dal Croce proprio con un rilancio dei lirici marinisti, certo non me ne avrebbe affidata una in concorrenza tanto subalterna) e la mia sfortuna (Folena, informato del fatto quando già il mio lavoro gli era stato da me consegnato, non poté ora che ritardarne l’andata alle stampe, e l’uscita).

 

(Spero che il lettore stia leggendomi non come il lamento d’Arianna o le tribolazioni di Policarpo de’ Tappetti, ma come un foglio strappato, per qualche estrema esigenza, da una postillazione dell’Imbriani, da una divagazione di Arbasino, o da un delirio di Ottieri, qui si dice per evidenza, non ch’io me ne creda all’altezza nemmen del giro di vita).

 

La cosa si fece rocambolesca: da ultimo il ‘mio’ Adone uscì per primo, ma solo il primo tomo, e senza alcuna giustificazione critica, annidata nel secondo, andato in scena appena fu passato (mi lusingo di credere con un po’ di fiatone da inseguimento) il direttissimo mondadoriano. Eran 40, eran giovani e forti. La stampa cotidiana ne fece tripudio, qualche povero si scandalizzò che mi fossi ‘arrogato il diritto’ di fare un’altra edizione dopo quella lombardo-sguizzera, chi credevo di essere, e un insigne critico e gran maestro accademico, che qui non si nomina per l’affezione che gli si porta, sparò a botta calda su “La Stampa” che l’uso da me fatto (e, credetemi, anche per rispetto degli usi della collana crociana, parcissimamente) rappresentava solo che un intralcio per i lettori che badano al sodo. Si vide allora cosa mai vista: ero nei ranghi subalterni dell’università e l’uso impone di tacere e inchinarsi alla voce dei Superiori, quando non addirittura ringraziarli per la briga che si son presi nello stroncarci. Il pastorello Davide fronteggiò il gigante Golia. Rispose: ma, scusi, a che lettore Lei pensa? chi, oggi, decidesse di leggere l’Adone, è uno che si è fatto l’ossa su Joyce, su Arbasino (pensavo almeno all’uso ironico delle maiuscole), su Pound. Nel Cavaliere della valle solitaria, uno dei primi western di spiriti borghesi, un piccolo attore con un nome di donna (si chiama Elisha) affronta Jack Palance pistolero ghignante (“er Pallance”) e nerovestito e ci lascia la buccia. Io ebbi fortuna: il Grande Tiratore non dové ritenermi degno dello spreco di una pallottola. Poi divenimmo intrinseci e amici, come si può esserlo nel mondo men che honesto dell’università.

 

 

 

 

L

Adone è nato per lasciare insoddisfatti. Qualche anno dopo, il Padre Pozzi pubblicò per Adelphi una nuova edizione, dove in una postilla mi tratta con superiore bontà. Ci siamo, da lontano, conosciuti, dopo un unico incontro, e voluti molto bene. Non molto prima di lasciarci, mi aveva mandato un cartoncino: ‒ non eravamo strumenti nati per suonare insieme. E aggiungeva delle cose carine che non voglio mettere in pubblico. Ho scovato solo oggi il ricordo di un eccellente musicologo ticinese, stato anche allievo, in origine, del Padre Pozzi, che credo alluda al mio pionieristico Per Marino, quando richiama un libro “metodologicamente anarchico, per non dire folle”, ma che a lui musicologo piacque, sul poeta secentesco. Il libro, nella scuola friburghista, era ovviamente all’indice e il Padre l’aveva “più volte fatto a pezzi nei corsi e nei seminarî”; ma ammise, con chi scrisse la nota in questione in morte del grande maestro, dotato (come me) di un gran caratteraccio, di avere stima di quell’“eccentrico studioso”. Ero rapsodico e pericoloso. Quel giudizio di un maestro avverso mi onora, ammesso che, come tutto lascia pensare, io fossi quel matto. Altri in giro del resto non ne vidi, dico, intendi, nell’area marinista.

 

Del resto, la partita era onestissima, perché le carte erano tutte allo scoperto in tavola: quando gli ebbi mandato il Per Marino, Pozzi esplose fuori dagli stivali per il credito da me accordato a quel “buffone” di Paul Renucci (a suo tempo stroncato, in area diversa da quella del barocco, da un Billanovich, vale in sostanza a dire quasi dicesse un pregiudicato), a quel “pagliaccio” di Severo Sarduy (Barroco, Cobra). Fra buffoni e pagliacci si poteva mettere insieme un circo. Sarebbe stato inutile opporre che per Sarduy garantiva la stima di un Barthes, che Renucci si garantiva da solo con l’arditezza a vasto raggio delle sue prospettive di storia della cultura. Renucci fu il maestro (allora non lo potevo sapere) della ammirevole mariniana Marie-France Salques, poi Tristan, della quale vedi più innanzi. Risposi solo che avevo la dovuta reverenza per Billanovich ma che da lui nulla avevo imparato che fosse vitale per me. Quanto al musicologo cui doveva piacere (se non prendo un abbaglio) il mio libro, ci unirebbe oggi la sua passione per Ferruccio Busoni e per Gianfrancesco Malipiero. Quando mi feci editore del corpus auto-librettistico di Malipiero, fui severo e filologo come non mai. Se no si sarebbe ammirato lo scontro di due matti.

 

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Anche io ho curato nel tempo nuove edizioni del poema, libero ora di essere quasi perfettamente conservativo. Venti anni fa un amico intraprendente mi convinse a contattare il direttore editoriale della BUR. Ne ebbi, dopo parecchio tempo, una telefonata addiacciante. A chi vuole che interessi il suo poema? Obiettai, senza impegno: Ma se avete appena ieri pubblicato il Morgante. Allora sì, che m’investì di male parole. Si chiamava Violo e gli piantai il telefono nei denti. Passano altri dieci anni e ora è Walter Pedullà, col quale avevo allora appena fatto un Adone per una collana del Poligrafico dello Stato, nata purtroppo per non esser mai vista in libreria, a dirmi: telefoni alla Taldetali, che ora dirige la BUR, alla quale ho parlato di Lei (cioè di me) e che altro desiderio non ha che pubblicare il poema. Poco convinto ero per lasciar perdere ma Pedullà, uno che ha sempre agito per il mio bene, insisteva. Questa si nascose dietro il ‘non è in stanza’. Al terzo tentativo la mandai a quel paese.

 

Ora ho visto in libreria un nuovo Adone, di cui si susurrava da almeno un anno. Finalmente un Adone a portata di qualche borsa non favorita, due lindi e ben documentati volumetti. Li cura un nuovo ma già provetto marinologo, ‘qui Emilio Russo noncupatur’. Russo, per certi aspetti, è un barocco verace. Anni fa lo chiamarono a tenere una lezione all’antico ‘mio’ dipartimento, senza darmene notizia, lui allora mi fece avere una sua lettera... di un anno prima, che avrebbe vagato fra bidelli e portinerie... senza trovarmi al nuovo dipartimento, al quale ero stato assegnato d’ufficio, per penitenza (ero matto ma i miei nemici finirono presto quasi tutti in galera) e del tutto alle viste di tutti. Nel Seicento, e più nella cerchia del Marino, erano frequenti lettere come questa: ‘Risponderò al Sig. Stigliani [un nemico] solo per dirgli che non ho intenzione di rispondergli” (io credo ch’ei credette ch’io credesse...). Oppure: ‘ricordo di aver sentito leggere queſte poeſie in caſa del Marcheſe Bellauiſta, di sempre honorata memoria, & potrebbono farne fede eſpreſſa i Sigg. Belphischio Marianelli, & Emiliano de Roſſi, che erano presenti”, sennonché, nel frattempo, sono morti. Lo haueuate capito.

 

L’edizione Russo è giustamente accompagnata dalle guarantige di una Società d’italianistica, di cui credo tuttora sia alla guida un mio antico preclaro collega, Theophile d’Antan, (il nome non tradisca, egli è romano e sembra fatto in coppia con D’Alema), chiaritosi poi ostile perché non stavo agli ordini. Ma nulla avrebbe dovuto lasciargli sospettare che io avrei potuto ‘stare agli ordini’, massime quando ingiusti e minatorii. Ne andava non di me, / ma dell’honneur de dieu, / come fra Thomas Beckett e ‘il suo re’. Altra garanzia del proficuo lavoro del Russo è una sua fidanzata cacciatrice (ma forse son soltanto delle chiacchiere e dunque qui le dico e qui le nego). C’è un frammento di Phaone, citato dal Gadda più scrosciante: “Tengo la fidanzata...”

 

 

 

 

Russo ha curato con molta perizia, a partire dalla edizione Pozzi, un testo anche più normalizzato. Forse a questi chiari di luna, e nella BUR, fare diverso sarebbe da pazzi. Certo, fare la storia non significa solo disegnarla da ferma come giacente su un lettino chirurgico. Bisogna anche sentirsi nel flusso della storia che si rinnova perpetuamente. Marino lo sapeva e volersene dar briga, studiosamente, senza saperlo, né volerlo sapere, qualche insidia comporta. Ebbi una volta a spiegarlo all’illustre Larivaille, a un seminario torinese cui ci aveva invitati lo Squarotti. Lui preferiva fare la storia con l’agenda. Quando, alla fine del mio opus latertianum, conclusi la nota d’accompagnamento, rifacendomi all’arte esecutiva del grande barocchista berlinese Nikolaus Harnoncourt, fu come dichiarassi, insieme, la Cupola e l’Obiettivo. Sulla breccia da lui aperta (e non sono ancor chiuse né quella monteverdiana e bachiana, né una ulteriore su Mozart, un’altra su Beethoven, discussissime, né addirittura un paio di esperienze-limite, esaltanti e rifiutate dai più, su Verdi) son fioriti 40 anni in cui l’universo musicale barocco è stato messo alle viste per lungo e per largo, creati nuovi modi esecutivi, fondate teorie registiche prima affatto impensabili, imposta una moda vigorosa e che, ora, riempie e arricchisce i teatri di mezzo mondo. La cosa più esaltante è che la cosiddetta ‘musica alta’ (ma d’età onninamente rivòlta), la musica ‘di classe’, non esclude più la musica che si va facendo giorno dietro giorno, col barocco e col jazz, con l’elettronica e col pop, con la linea di Schoenberg e con quella di Strawinsky, un poco strapazzate per troppo uso, con Boulez e con Maderna, con Nancarrow e con Birthwistle, e, in effetti, con mille e mille altre linee o figure, senza scordarci dei Beatles e della Linea ECM. Ogni esperienza, anche etnologica, ha valore in sé e per sé. Stasera ordinerò, ad Amazon, questo disco: John Cage-Domenico Scarlatti, Sonate, per pianoforte e piano preparato (suona David Greilsammer, pubblica l’editrice discografica Sony). “Ce qui pourrait être seulement vue de l’esprit, cioè per mediazione intellettuale, se concretise par le choix de huit sonates de Scarlatti qui, par certains aspects (répétitions, minimalisme, ruptures abruptes, contrastes, audaces harmoniques), préfigurent celles de Cage, et vice versa”. Cage “peut, aussi, être solaire et Scarlatti, parfois, inquietant”.

 

Queste cose nemmen si sospettano, io credo, sotto la quercia degli “italianisti” da cui si spera soltanto piovano còccole concorsuali. Che male c’è? Fanno male a se stessi.

 

 

 

“Ho una casa nell’Honan...”

 

 

Una spia di questa indifferenza che si tramuta in sordità è nel fatto che poco o nessun conto il Russo tiene degli studî della maggiore studiosa mariniana, di statura europea, dopo il Padre Pozzi. Marie-France Tristan è la sposa di Frédérick Tristan e dopo quasi venti anni di lavoro scrupolosissimo ci ha dato un libro (leggibile anche in versione italiana per la quondam-finestra di albertazzi) dal quale emerge, documentatissimo, un Marino filosofo. Qui in Italia se la son presa come se avesse bestemmiato Padre Pio. Già, per i gesuiti Marino “carebat philosophico ingenio”, ossia ce ne aveva troppo. Nel mirabile profilo di Walter Benjamin, disegnato da Sigrid Weigel, una illustre studiosa berlinese, e ora tradotto in italiano per Quodlibet, si legge che Benjamin non fu ricusato e perseguitato soltanto (era in proverbio) dalla baronìa universitaria. Imbarazzava perfino i Saxl, i Panofsky, non si esclude nemmeno il grande Warburg, da essi depistato: il motivo? “è troppo intelligente”. Ho chiuso il libro con rabbia.

 

Guai ai soli, agli esuli, ai mavericks, ai devoti dell’attenzione. Per loro non c’è mai perdono, se non (di rado) postumo. Meglio se postumo molto.

 

 

 

“Io sono italiano perché nato da sudditi veneti, perché la mia prima lingua fu l’italiana, perché il padre di mia nonna è venuto in Dalmazia dalle valli di Bergamo. La Dalmazia, virtualmente, è più italiana di Bergamo, ed io, in fondo, son più italiano dell’Italia. Rome n’est plus dans Rome. La Dalmazia, ripeto, è terra italiana per lo meno quanto il Tirolo, certo più di Trieste, e più di Torino. La lingua ch’io parlai bambino è povera, ma francesismi non ha: ed è meno bisbetica de’ più tra i dialetti d’Italia. Ma tutto codesto non prova nulla. Dante dice che il Quarnaro Italia chiude... Dante m’esilia me, il disgraziato. Iddio gli perdoni: e’ non sapeva quello che si facesse”.

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Ma non rompetemi i Tommasei. Voce pubblica vuole lo dicesse Giacomino toccandosi dov’era vuoto. Credo invece lo dicesse la Statua del Tommaseo, toccandosi là dov’è marmore. Ai piedi della statua a braccia conserte (opera del Barzaghi milanese, 1882) in piazza di Santo Stefano, sestriere di San Marco, girovagammo un’ora nella nebbia, fattasi a un tratto sposa della notte, con mia moglie, usciti dalla Fenice. La Fondazione Levi, che ci ospitava, doveva essere certo di lì a due passi ma non si vedeva dove puntare per arrivarci. Pensavo già: domattina i primi spazzini, comecché venetiani, ci troveranno come dei baccalà tirati appena fuori dal frigorifero. Poi emerse, dantescamente, la silhouette salvifica di un altro ch’era ospite di quelle camerette musicali. Ci riconobbe, e ci trasse al riparo.

 

 

R

iparo? Conosco solo il Tempo. Volevo spiegarvi perché l’Europa non era possibile se non si rifaceva il modo di coltivarla senza trionfalismi (lione) e senza furbaccherie (gorpe). Il gorpe del lione è sempre un golpe. Come lessi una volta (torno a Bárberi) della Secchia rapita. Tutto si svolge nel rigagnolo dietro casa. Quando leggerete questa notarella, con la puntualità editoriale di marco palladini, sarà il primo di giugno e magari si potesse parlare d’altro. Accidenti ai capezzatori. Non sarà la prima volta che si son fatti autogol.

***

 

 

 

 

Oggi, 20 di maggio dell’anno 2014, alle una del mezzogiorno, il guardianodicasa Mustafà mi porge tre pacchi misteriosi, li apro ‒ e squilla una campana di gioia. È il primo dei cinque tomi previsti dalle Belles Lettres per la prima traduzione integrale europea dell’Adone del Marino. La grande studiosa, una artista della penna, vi lavorava da parecchi anni. La nota esplicativa sui criterii della traduzione in magnifiche lasse intonate all’alessandrino, il verso principe, come per noi l’ottava di endecasillabi, dell’epica francese, è colma di indizî non solo sul caso barocco in presenza, ma sul tradurre l’opera di poesia. < Marc Fumaroli (de l’Académie française), nella sua Introduction: “M.F. Tristan s’est obligée, pour rester fidèle à la sonorité rythmée d’un poème italien, à cacher, dans sa traduction-poème en prose, une métrique alexandrine. Celle-ci rappelle discrètement à l’oreille moderne le ‘nombre’ que l’ancienne poétique conjuguait avec la ponctuation de la prose, mais sans les faire coïncider. Cet entrelacs des deux systèmes de pause arrache la traduction poétique de M.F. Tristan à la linéarité syntaxique de la prose et il la restitue, fidèle sur ce point à l’exigence mariniste, à la sphère idéale de la parole poétique”.

 

De chaque lampe ardente on peut apercevoir les pérégrinations, ou l’immobilité. On voit avec ses monstres le cercle le plus grand, oblique et serpentin, qui lui-même en fait trois; et l’on peut voir aussi les Tropiques brillants, qui font qu’ombre et lumière ont même nombre d’heures, ainsi que les deux autres qui tournent reliés aux deux pôles extrêmes et fixes de ce globe. >

 

(adone v 117)

 

Sia ben chiaro, Marie-France Tristan non ha il tipo dei politici italiani, non promette e poi vien meno al fatto. Come diceva il Marino? guai “se le misure poi riescono corte”. D’ora in avanti non ci sono scuse: se l’Adone del Pozzi era per i filologi, quello del Pieri per i dilettanti, quello recente della BUR conveniente ai burini, non ci sarà poeta che possa quasi vantarsi di non conoscere a fondo il poema che, rifiutato e segregato, da gesuiti, arcadi, romantici e asorrosei, ci ha messo 350 anni per ritornare a galla nella sua vera qualità di punto di innesto d’una diversa linea della poesia; e non solo italiana.

 

Riporto il frontespizio: Giambattista Marino dit Le Cavalier Marin, Adone / Adonis, Tome I (Chants I-V), Introduction de Marc Fumaroli (de l’Académie française) / Texte établi par Marzio Pieri / Traduction et notes de Marie-France Tristan / Édition bilingue / Les Belles Lettres 2014

 

Ma quello che più conta sta come posato su un capitello, in cima della pagina:

 

Bibliothèque Italienne sous le patronage de l’Istituto Italiano per gli  Studi Filosofici.

 

Resta da dire che la collezione è autorevolmente diretta da Yves Hersant (École des Hautes Études en Science Social, Paris) e dal nostro Nuccio Ordine.

 

Potrei anche raccontare che quando il ‘mio’ ‘primo’ Adone parve bloccato senza speranza, fu uno storico della  filosofia, Tullio Gregory, a suggerirmi e consentirmi la mossa decisiva: parlare direttamente con Vito Laterza, che tenne con me la sua parola. I quondam-letterati continuin a minimizzare o razzolare fra scarse e inoperanti cacciagioni in archivio. L’Adone fu opera di pensiero e di promozione politica. Fumaroli dimostra senza ombra di dubbio che il Marino venne via di Francia dove non piacque la sua presa di posizione per una pace fra le potenze d’Europa (‘poème de paix’) e non trovò riscontri favorevoli (‘catholique libertin’ come fu) nella linea pontificale gloriosamente mistificativa e reazionaria del papa Barberini, Urbano VIII.

 

Siano rese grazie alla pazienza e alla luce di Marie-France Tristan. Ma... ‘Parigi è lontana, distilla veleno una scuola feroce ‒ è tardi, sempre più tardi’.

 

 

 

 

 

 




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