LUOGO COMUNE
SAGGI
“Attraversando
le barricate”
di una poesia
che sperimenta
all’altezza
della tradizione


      
Intersezioni e funambolismi glottoermeneutici arrischiati per l’ultimo ‘werk’ di Marco Palladini, pubblicato da Robin Edizioni. Un libro in versi che, srotolando il filo di un linguaggio-pensiero, opera uno scardinamento dei luoghi comuni e impegna il proprio multiverso poetico in un corpo a corpo con il mondo. Il canto allora si fa pamphlet-racconto esplicitando la meta letteraria dell’autore romano: la piena fusione tra scrivente e interlocutore, così che ciascuno possa trovare nella divaricata concrezione dei testi l’espressione della propria storicità.
      



      

di Donato di Stasi 

 

 

1.      A mo’ di introduzione. Appiccicata un’etichetta qualsiasi al recente opus di Marco Palladini, Attraversando le barricate (Robin Edizioni, 2013), avremmo in un batter d’occhio regolato la questione di un’ennesima sintetica recensione, scevra di adeguate investigazioni e concettualizzazioni. Principia qui un periplo esegetico, periglioso e sperabilmente fascinoso, dipanantesi per i possibili ottanta mondi della poesia.

 

2.      La gerarchia fluttuante dei codici. Postosi con piglio antagonistico di fronte all’oggetto-mondo, Marco Palladini persegue l’intento di schiavardarne le gabbie, rendendolo liberamente plurale mediante il ricorso a codici linguistici senza più gerarchia. Gli interessa la filigrana della comunicazione, far comparire controluce tanto gli effetti del privato (la solitudine disincantata e reattiva del poeta), quanto la progettualità della propria azione pubblica, secondo moduli espressivi indicativi e dichiarativi: la logica divaricante, il linguaggio-pensiero, lo scardinamento dei luoghi comuni, congelati e bavosi, costituiscono il proprium  di una scrittura che, in tempi di tecnologia dannata, non se ne sta a guardare, si getta a furia nel rutilante divenire e nello stesso tempo agogna una permanenza, un modo di collocarsi dentro la crisi con rigore scettico e con sarcastica leggerezza.

 

3.      Possibilità di poesia e suoni. Marco Palladini non scrive a freddo con parole di riporto e mediatizzate: vuole rendersi conto di ogni espressione e padroneggiare la tecnica. Non è tentato da una semplicistica fuga nell’irrazionale (mitologico, o arcadico che sia), ci tiene a un lavoro attivo di immagini, di fonetica, di montaggio e assemblaggio: porta i lettori un bel pezzo avanti, ma anche un pezzo indietro.

Scrive insieme uno spettacolo di massa (a song, remix, methal-poesia) e un’opera colta, polisemica, sfuggente e complessa: con lui si passa dal poeta ascoltatore, mero prolungamento di altri poeti, al poeta musicante, centro di energia generosa, liberata, ricca e forte di esperienza per capacità di negare l’esistente e di far esistere il non essere delle cose (la potenzialità, la diversità, il pluralismo).

L’habitus del poietes non equivale alla deprivazione (l’infirmitas tradizionale), in quanto il Nostro rifiuta senza reticenze il ruolo di mesto contemplatore dello sfascio universale, infatti la poesia si agisce, non si subisce (parafrasando Pierre Boulez), per questo con arrischiata speranza Marco Palladini cerca tra le righe di un pentagramma ideale altri suoni che intercettino lo spirito del tempo, un nuovo alfabeto semantico e ritmico che non parli a se stesso, ma di se stesso e delle contraddizioni che comprendiamo e che non comprendiamo.

Poesia è struttura e improvvisazione, altrimenti si arresta il fluxus vitale nella definitività di composizioni cristallizzate e museali: con il dileguarsi dell’ultima sillaba di ciascun testo si apre e riapre la ragione d’essere del futuro, incombente, disgraziato, ma anche eccitante per le implicazioni del non-essere-ancora.

Marco Palladini scrive per rendere eseguibile la sua scrittura in musica, così che il lettore la possa vivere con immediatezza, come nomadismo e disseminazione in rebus, progettazione del caos, scompaginazione. In tal guisa l’espressività coincide con un dare tempo alle tipologie stilistiche di realizzare la propria ambivalenza simbolica, a metà di un a solo di John Coltrane e un pieno orchestrale della big band di Duke Ellington, come dire che la scrittura poetica è un dono, l’offerta di qualcosa che non sa nulla del proprio destino, ma conosce parecchio del proprio potere dissacrante e della propria visionarietà. 

Le sei sezioni del libro (Spirito del Tempo, Strettamente Personale, Ballando Nel Sottomondo, MusikalMusa, (No)Body Art, Eros Pro Nobis) appaiono tutte protese verso la lingua comune (il sermo cotidianus), per ritrovarvi l’espressione della persona storica. Vale  al riguardo la doppia esigenza di distinzione e adattamento proprie di ogni linguaggio: si tratta della messa  a fuoco di un poeta coltissimo che contamina l’immaginario culturale con le basse frequenze della quotidianità, riservando per sé un pubblico d’élite e auspicando un seguito rockettaro, hiphoppeggiante, videosmanettatore, videogiochista (“Essere Methal o non essere e Hamlet non si spara / Suoni duri per la scena dell’indecisione / Ristagna il dubbio come fragile ossessione / È un bel nonsenso la tragedia metallara”, Methal-Poesia).





"Mixing Futures", Palazzo Barone Ferrara, Bari, 2014


4.      Il vascello della memoria scende sott’acqua. Disortopedico, Marco Palladini opera, ma non ricompone fratture, le procura, allargando gli interstizi del reale fino a scoprire il baratro sotteso alle chiacchiere di tutti i giorni. Per affacciarsi sul baratro si tiene ai nodi indistricabili della memoria, si appende a uno gnommero gaddiano intersecando superfici plurime (“divergenze appaiono al presente / solchi abissali, drammatici iati”, Memoria/Antimemoria).

Il Nostro oppone resistenza a un’epoca intera, si trattiene sulla soglia della catastrofe e le chiede ragione. Sa di trovarsi in frangenti tragici e paradossali, dei quali non appare per nulla agevole ricomporre il volto, essendosi perso il senso di una legge prospettica del tempo (passato, futuro e presente riempiono lo stomaco, ma risultano indigeribili). Occorrerebbe una memoria condivisa (“uno sforzo destinato / al permanente scacco”, Memoria/Antimemoria), ma nelle circostanze globali e italiote, in particolare, la memory card di un qualsiasi dispositivo elettronico basta e avanza per l’immagazzinamento dei dati immediati e mediati della coscienza.

Ecco allora campeggiare sulla scena l’industria della commemorazione, relativa a qualsiasi età storica, purché si adeschi la lacrima spettatoriale e si celebri il profitto post fordista smaterializzato. Ritornano attuali le Considerazioni inattuali di Friedrich N., la seconda in particolare, a proposito dell’utilità e del danno della Storia per la vita, nel senso che monumentalità e antiquariato retroversano collo e volto alla maniacale venerazione del tempo che fu (“Dico: ma se questi commemoratori indefessi, / questi triviali fedeli a una dea Mnemosine trash / li mandassimo tutti insieme a… cagare?”, Memoria/Antimemoria).

Attraversando le barricate acquista il sapore di un regolamento di conti con la realtà, scrollandosi di dosso la presenza ricorrente e oppressiva del pensiero unico, al contrario il pensiero poetante si caratterizza per la sua autenticità: da un lato il potere della ragione, espresso attraverso l’universo della parola con il suo carico di anomalie, sottrazioni, manipolazioni; d’altro canto ha luogo l’irriducibile presenza del corpo, la forza irrefrenabile del bisogno materiale, il suo rapporto con l’esterno fondato su ritmi e emozioni che riecheggiano (questa sì è memoria condivisa) le modulazioni del jazz e del rock. Il non scritto, il non verbale che si percepisce tra le righe invera la parola stampata, oralizzata, performata: la relazione disagiata del sé con la corporeità e l’estraneità della funzione comunicativa della parola implementano una tensione febbricitante che divarica e riunisce a un tempo. La parola essiccata, rinnovata nel suo potenziale informativo, viene reimmessa in un differente gesto creativo, capace di restituire al parlato la sua pregnanza semantica.

La prima sezione, Lo spirito del tempo, reca l’impronta di un dire che sempre disdice: agita la bandiera surreale di strofe molli (duttili) che si trasformano in teoremi, nonostante la loro aporeticità. Se il raffronto con il passato risulta necessario e irredimibile , il suo dispiegarsi assomiglia al porco piccolino che grugnisce  a squarciagola in una canzone di John Lennon, vale a dire largo alle pulsioni dadaiste, critica radicale, tensione verso il punto zero dell’espressione e liberazione dello spiritus, nuovamente in grado di provocare la libertà a essere se stessa.

Falsificata e distorta da un’indifferenza generalizzata, la memoria ritrova un diverso e lucido compimento nel teatralizzarsi e nel negarsi alla vuota idolatria dei passatisti (consunzione dell’io & falsa consolazione).

 

5.      Società monodica/Società plurale. Che fa “un eterno apprendista avverso alla ragione / della violenza e alla violenza della ragione del sistema?” Analizza l’universo concentrazionario del kapitale simbolico-mediatico-iperliberistico a cui oppone il multiverso di infinite energie compresse, in attesa di impiego e dispiegamento.

Il multiplo non si determina come semplice successione, piuttosto come pluralità aleatoria, caotica simultaneità, altrimenti una transitorietà esasperante produce e riproduce se stessa con meccanismi di instabilità, penetrati ormai fin nelle viscere degli individui che se ne “stanno pessimi / danno i numeri (cretini) e scandiscono parole (stolide) / le follie, le instabili sciocchezze sono più che floride” (Zeitgeist).

Il multiverso poetico palladiniano derealizza ricorrendo a una precisa funzione inventiva e critica, destabilizza le facili promesse del senso comune (lavoro liberato, lavoro per tutti, e invece lavoro per nessuno, se non precarizzato da una permanente precarietà).

Il multiverso poetico viene trasformato in luogo di esplosione delle verità nascoste, marginalizzate, socialmente indesiderate, in ragione di ciò la scrittura smette di qualificarsi come rappresentazione di oggetti, imponendosi invece come soggetto sociale, capace di individuare  lo spazio riconosciuto, megastores, discoteche, piazze, uffici pubblici e privati, sempre più plasmati come un fintissimo locus amoenus, in vero asettico, ermetico, impenetrabile alla complessità, aperto unicamente alla fruizione di contenuti rassicuranti come dame di compagnie, mentre un velo di Maya occulta i genocidi in giro per il mondo, gli scafisti che trasportano morti viventi, le nuove schiavitù delle nazioni più povere e la precarietà  a vita di intere generazioni europee e  italiane.

La Grande Comunicazione furoreggia per convenzionalità (slogans, frasi vuote, tormentoni linguistici), scambia significati altamente controllati con l’effetto di sedare e addormentare le coscienze, di per sé già catatoniche.

A Marco Palladini non resta che trasformare l’elegia in canto spietato e avanzare (come l’esule di Brodskij) per vivificare e disturbare i manovratori, cercando di non mancare il bersaglio di una critica severa e acuminata. La partita estetica implica la liberazione dello sguardo, la possibilità di mettersi in prospettiva e cogliere i punti culminanti dell’assetto sociale, che invece fa di tutto per conculcare l’istinto primitivo degli individui, sbeffeggiando l’animale selvaggio addomesticato, puntando a una più funzionale macchinalizzazione dei corpi (“Scarpe e tivù al plasma, hi-fi e cibi di lusso / Riprendiamoci la vita e arrubbamose tutto / Gli adolescenti indemoniati e disperati, volti coperti / E inconscio scoperto, vogliono soltanto scoparsi selvaggiamente / La molle, passiva vulva di Londra”, New English Clash).





MUSE, Trento, Opening Night, 2013 (light designer: Mariano Detassis)


6.      Società monodica/Società plurale (2). Ballando nel sottomondo, la terza sezione, conferma il movimento antagonistico aduggiando una descensio ad inferos in stile simildantesco a cominciare dalle terzine in  rima alterna della Ballata dei muri  (Muri interiori, muri di frontiera / Muri anti-rapina, muri anti-tutto / Muri che celano un’anima nera”), per proseguire con il Si va di Mari Tormenti, murmure replicante dell’attraversamento della porta infernale da parte del vate della Comedìa e del suo mentore Virgilio. A ciò si aggiunga l’ulteriore deragliamento dei sensi per gli accenti rimbaudiani presenti  (“E su ebbri battelli), così che il quadro si completa se ci si riferisce all’uso palladiniano di parole parodia, di parole shock, di parole rottami per significare la volontà iconoclastica di spegnere i finti lustrini della società monodica dello spettacolo, riaprendo le porte a una straordinaria pluralità e commistioni di linguaggi che riabilitano l’esistenza anche nei suoi anfratti più reticenti e sardonici (“Viviamo in mezzo a un monnezzone di persone / ke continuano a strillare: non mettermi pressione! / Le camicie brune di un “futturista” klan deviato/ sgargarozzano note e voci truci a perdifiato / Lui che sapevamo essere il masturbator scortese / ora fa il babbino tapino d’una famiglia borghese”, Cloaca Maxima).

Se il discorso del Potere invade fino ad annullare le differenze, se è vero che obbliga a dire non permettendo di dire, secondo un uso ameboico delle parole, non rimane che il rito cannibalico qui celebrato di fagocitare tutti i codici e i sottocodici, facendo cortocircuitare il Placito Capuano, i gerghi nuovogenerazionali, il dialetto spappolato di Giuseppe Gioacchino Belli, la tecnologia idiota e desemantizzata, risputando sillabe e sintagmi in un mélange  originale e molto personale, cifra di una ricerca consolidata in anni e anni di sperimentalismo intelligente (“Ke qua so’ pronte le sòre ssciupone / a nun stare scialle, a ’ntortasse la ccorte / e a ’mbucasse a le fieste, / ke facendo ’e rinnomate mmignotte / cor cèlle te flèsciano leste leste / e poi t’aricattano comme la peste”, I…taja!).

 

7.      Dal canto al pamphlet-racconto. La purificata perfezione lirica sopravvive nello stato odierno della scrittura in una sotterranea e inevitabile nostalgia, in certe coloriture particolarmente sensuali, nella solenne e ideale ricerca dell’assoluto: la poesia risale sempre al canto, ai suoi melismi complessi, opulenti, lussureggianti, innervandosi di sinuosità e vocalizzi espressivi. Tuttavia sbaglia chi contrappone l’aurea simplicitas della lirica d’antan agli intorcinamenti verbigeranti della produzione odierna. Basti citare il trobar clus provenzale del basso medioevo per far cadere il castello di questo inesistente dualismo: la poesia facile non esiste, è un inganno, una menzogna acconcia per i ricercatori di qualche verso a effetto. Del resto chi potrebbe leggere oggi un testo di Bertran de Born senza un esplicativo apparato di note?

Il canto si è allora storicamente sublimato in una significazione referenziale oggettiva che ha sconfinato nel racconto, dovendosi la letteratura tradurre in sistema conoscitivo e accettabile weltanschauung.

Marco Palladini intreccia parole, pensosamente pensante, con l’aspirazione a essere all’altezza della tradizione che lo precede, mi riferisco in particolare alla seconda sezione Strettamente personale, dove l’affettività lirica si stringe in un unico nodo con la sua peculiarità di autore che racconta e analizza il proprio Erlebnis: tra i testi, su tutti, la lucida meditatio mortis materna Il sorriso di Andreina (“… ho seguito passo passo il suo sorriso / di bambina progressivamente cambiarsi nell’orrido / rictus pre-tanathos… la pelle rinsecchita, il dolore / fatto epidermide, la cute maculata che si ritirava / intramostrando la silhouette del teschio…”).

Se la canzone lirica non descrive, né rimanda a una narrazione, presentandosi come messaggio di se stessa, segno di intensità semantica, evento onirico, Marco Palladini la integra con l’atto del racconto, sovraccaricandone il senso e accompagnandosi con un’esplosione dell’estro satirico che dà conto della natura pamphlettistica del suo ductus  poetico (“Di poesia si muore, caro Massi / e ti sei tolto la vita per ridarti, forse, / la speranza del canto rock’n’rollo / che ti faceva bello là sul palco illuminato / tra sbrockati e adolescenti disinibiti / che limonavano sul pacco dei loro fidanzatini / scene yé-yé di poesia homo-pop / che con gusto ridente e dandy tu adescavi / nel teatrino dei giorni lieti”, Di poesia si muore).

La realtà diviene oggetto di negazione aggressiva, rovesciando l’autoreferenzialità del poetichese in tensione comunicativa e moralizzante: contro la mistica del canto fine a se stesso si impongono chiare sollecitazioni storiche, ricondotte con un gioco di specchi a un viaggio di conoscenza e possesso del mondo interiore.

 

8.      Dal canto al pamphlet-racconto (2).  Scettico, demistificatore, disincantatore accanito, incalzante, instancabile, Marco Palladini canta & racconta, incurante dei codici del gusto, senza paura della crudeltà e della spudoratezza (“Conosco malmaritate sukkiasperma / neppure troppo procaci / epperò adultere voraci di malmostosi coniugi / che si appolpano a periferici amanti /… / Non mi toccare il kulo ovvero / toccami toccami che il kornuto non vede /scoppia di colpo l’eccitazione sottopelle / monta sottopalle l’erotiko impulso / sino alla punta espansa del pene”, Adulterando).

Nella sesta sezione Eros pro nobis la ridicola rigidezza delle frasi fatte viene spezzata in monconi di discorsi, in pezzi di lacerate riflessioni, ne sortisce una compulsione sarcastica sui grigiori e gli orrori dell’esistenza, eleggendo a indicatore d’eccellenza l’oscenità del sesso mercificato: le rime interne (procaci/voraci), le assonanze (kulo/kornuto), i neologismi (sukkiasperma), le paronomasie (sottopelle/sottopalle) assolvono alla funzione di complicare l’ordito sonoro, di renderlo il più musicale possibile, ossessivo quasi, allo scopo di percuotere la catatonia del lettore, costringendolo a risalire dall’abissalità più taciturna. Il contraccolpo afasia/suono avviene proprio con il congegno a scatto della frase, perché l’energia creativa libera i suoni a intervalli dalla strozzatura che separa superficie e profondità.

Le riverberazioni cantabili e fortemente sarcastiche si colgono con immediatezza senza che il Nostro abbia dovuto implorare chissà quale divinità ispiratrice, di conseguenza nessun miagolìo rituale, né borborigmo pseudometafisico, se non un sapido lavorìo intellettuale dispensato per via musicale.

Le perfette giunzioni/dislocazioni, le clausole tempestive, la padronanza tecnica traggono fuori il senso dalla provvisorietà in cui si è insaccato: la percussività squadernante delle sillabe-suono serve a frantumare il già detto, sproporzionandosi rispetto al vissuto: la scrittura muove e commuove, luminescente, parossistica, finalmente smagnetizzata dalla passività a cui l’ha incatenata il falso sociale.

I colpi metodici del testo fanno balzare in avanti, sotto forma di  epifania straniata, l’ubiquità liberatoria e multipla del vero.





Lamberto Pignotti, Poesia visiva extra, 1967


9.      A proposito di procedimenti retorici.  Come evitare le espressioni risapute e le formule banali, incrociate le une alle altre per vuote analogie verbali? Per esempio, radicando la libertà linguistica nei fenomeni chiari e distinti della prosodia, coniugando intelligenti tecnicismi (strutturali, mai ornamentali) a una disperata e vitalistica pasoliniana volontà di toccare l’Altro con la parola.

a)      Marco Palladini ricorre a enumerazioni analitiche che slargano verso una descrizione pluristratificata, invariabilmente chiusa con un verso sintetico e riassuntivo: procedimento di ascendenza dantesca già nel Convivio, ripreso per imitazione negli scritturali dannunziani, qui esemplificato nella quinta sezione, (No)Body Art, nel testo  Voce Vox Voice Voix Voz che al catalogo incipitario  (“VOCE che vuole rompere il muro della generale indifferenza / VOX che è il giovane ruggito di solitarie anime in pena”) fa seguire la ragionata sintesi explicitaria (“VOZ di chi desidera tutto perché ormai non ha nulla da perdere”).

b)      Si nota il continuo andamento autoetimologico a riprova del tentativo di spaccare la scorza del linguaggio e di offrirne i frutti, perciò il lettore ideale palladiniano può incarnare un’inarrivabile erudizione, oppure una mediocre cultura di massa: a tutti la squadernatura della complessità serve per entrare realmente nei meccanismi delle cose, indotti da un piglio satirico accattivante.

Si è nella quarta sezione, MusikalMusa, in particolare si cita TerminalTango, nel quale prende agio una sarabanda di suoni ordinati, comprensibilissimi, ripresi dal loro essere linguistico profondo, per stare alle enunciazioni di Benjamin (“Il segreto della tangheria è una malìa / che ti prende e ti scombuia dall’infanzia / lo spirito che vaga secondo un’agonia in Patagonia / scopre nel ballo voluttuoso la sua nativa mania”).

c)      Consegue dal precedente che la complessità espositiva viene sminuzzata e ricomposta secondo precise simmetrie locutive come in Ballata del corpo (“corpo-farfalla / corpo-dentro / corpo-fuori // Corpo-oggetto / corpo-energia / corpo-fiori”).

d)      Le simmetrie e le ripetizioni, ancorché pienamente legittimate a perimetrare la serializzazione imperante, assolvono allo scopo di segnare e ribadire i punti di una necessaria deterritorializzazione e di un altrettanto fondamentale smarcamento dal conformismo egemone. L’anafora, in particolare, ripete e diversifica, affastella il simile, modificando a ogni giro di frase la prospettiva concettuale. Valgano come esempi l’incipit Di poesia si muore (ribadito 4 volte), Ti ho sognato l’altra notte (ripetuto per 8 volte), oppure l’Abiurammo, Pedalammo, Istigavamo e altre 14 forme di passato remoto in apertura di strofa nel testo Materialisti a Matera. E ancora l’ossessiva Ballata dei muri, nella quale i muri medesimi ottundono la vista del reale per ben 33 volte; infine, ma solo per limitarci a un florilegio, il Si va si va si va incipitario di Mari Tormenti.

Polyhistor, archivista incallito, Marco Palladini raccoglie documenti, redige protocolli, lavora di collazione archiviaria per ricostruire una ratio del mondo, un principio che non sia marcio già nell’inchiostro che lo fissa sulla pagina.

e)      Fra le strofe tirate fino allo smalto del ghigno, tra analisi dei piani antropologici, fuori di ogni neutralità, in questo libro che nulla paventa di illusorio, l’Autore riconvoca le rime per raccogliere il disperso e mantenere la secchezza senza scampo della satira. Nel già citato Materialisti a Matera verme/terme, regge/gregge, amplivox/perspex, fetente/demente dicono come lo spirito materiale delle cose venga chiamato a nuova prontezza, come gli omoteleuti, ripescati in funzione eccentrica, riescano a restituire nuova vitalità alla composizione, oltre che rappresentare misura di talento, quando ci si inoltra sul terreno scivolosissimo delle clausole a chiusura dei versi.

Le invenzioni linguistiche del Nostro rovesciano i codici, ma soprattutto combattono l’immobilismo della poesia attuale, tentandone un rinnovamento.

f)       Vanno considerate ora le descrizioni intessute di rispondenze e contrapposizioni, valide per il loro costituire un exemplum. Il modo con cui Marco Palladini tenta la compenetrazione tra il sé scrittorio e il pubblico concerne per esempio la stilizzazione paronomastica delle forme popolari, specie della canzonetta-tormentone. Non vi è chi non veda genialità nel deformare l’arcifamosa memoremigiana “sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano” in “sapessi com’è brechtiano / sentirsi estraniati a Milano, a Milano” (Cloaca Maxima).

Avvalora la sedula sapienza del Nostro il suo discorrere in versi secondo il conio popolaresco per domanda  e risposta, a base di dico (“Mi cantava”) e respondeo (“Io allora gli replicavo schiscio”), come dire che nutrendo fidanza nella scrittura, la conosce a menadito, riuscendo a cogliere fiori di retorica senza affettazione e albagia.

g)      Si può concludere il presente paragrafo con la definizione riassuntiva della meta letteraria palladiniana: la piena fusione tra scrivente e interlocutore, così che ciascuno possa trovare nelle pagine ermeneutizzate l’espressione della propria storicità: si tratta di contemperare il lato eloquente del linguaggio, il suo carattere di azione su cui si fonda la dialettica della performance, luogo di una colmabile distanza, oserei dire di una mutua comprensione, di una mutua risalita all’umano, si licet ancora ricorrere a una simile antropologia (“Diventiamo oltreumani, liberiamo / il non umano, il dis-umano / che è in noi per emanciparlo / in laicangelo o marziano o venusiano”, Non restiamo umani).





"Non eravamo poeti" (Pavia, Castello Visconteo, 2014)


10.  Uno sperimentalismo consapevole. Marco Palladini sperimenta on his own, non si appropria di sperimentalismi allotropi, prende come misura l’intero, non più il frammento. Redige interi testi in lingua inglese (Beat/Blessed Generation, Default Street), supera il citazionismo, preferendo inglobare tutti gli elementi culturali e vivi del presente, alti e bassi, poetici in senso stretto e sociologici, cinematografici, sportivi, economici, geopolitici: un poeta dell’epoca bit rastrema l’essenziale e l’inessenziale per indicare un modo diverso di scandire il tempo e di abitare lo spazio, senza soffocare la vocazione heideggeriana a trascendersi nell’altro da sé, attraverso il concetto di cura.

Marco Palladini reinterpreta la corporeità attraverso il ritmo, saldando l’individuale e il collettivo, altrimenti dispersi nel gran mare dell’essere sociale, dove microritmi e sfumature prossime allo zero turbinano insignificanti a velocità parossistica.

Chi segue con attenzione il flusso sonoro di Attraversando le barricate, sente emergere prepotenti le parole da un’arcaicità archetipica, mescidata con una tagliente consapevolezza del presente: in questo consiste il concetto di classicità, nella visione critica del passato insonne, nella partecipazione senza paura ai meccanismi dell’attualità.

Come una grande spugna che assorbe il mondo (l’immagine è di Charlie Parker, il padre del jazz moderno), così si dispone la coscienza palladiniana, affinché l’estroversione delle esperienze in scrittura non abbia il senso böckliniano di approdo a un’isola di morti.

 

11.  In funzione di explicit. Ribadisco. Un libro deve essere all’altezza della tradizione che lo precede: non il nano che sale sulle spalle dei giganti, ma il nano che al tramonto vede allungarsi la sua ombra e delinearsi anche per lui la possibilità di ingigantirsi. C’è da chiedersi  ovviamente quale sia il valore di questo libro, di certo ci porta oltre le cose che abbiamo letto fino a oggi.

 

 

 

Nereidi, 12 maggio 2014

 

                   




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