LE VIE DEL RACCONTO
SERGIO D’AMARO
 

 

 

La musica dell’Olivetti

 

 

La mano dell’operaio sfiora con le sue abili dita il cestello dei caratteri che si fissa al telaio. Tutto splende nella fabbrica di Adriano, sotto le nobili luci dell’ingegno. E anch’io brillo di una luminosità particolare, venutami dal caso a conferirmi una tinta arancione. La sala di montaggio odora di metalli puliti, di fresche leghe meccaniche, di trattenute sorprese che stanno per scattare. Io, con le mie compagne Lettera 32, sono ormai pronta per imprimere nella storia dell’uomo il marchio alfabetico della nostra anima.

Non mi sento affatto sola. La mia voce picchiettante si trova all’interno di un coro battente, e si modula con le altre librandosi su di un’eco infinita di ripercussioni e di sculture aeree. Ho il sorriso della giovinezza, il ritmo compassato della continuità, un lungo allenamento tecnico che ha affinato fino all’inverosimile le mie prestazioni di scrittura.

Mentre mi portavano da Ivrea al luogo da cui tre anni più tardi il futuro scrittore Orfeo Isolini mi avrebbe sottratto per il ripiano della sua scrivania, non sapevo di star vivendo uno dei periodi più memorabili del secolo. Non che non avessi contezza del variare bizzarro dei tempi, della casualità degli accidenti, della precarietà di ogni acquisizione. Ma i tasti meccanici così mirabilmente docili nel loro scatto, la chiara impronta delle sagome tipografiche lasciate sulla carta, la matematica precisione delle leve, lo scorrere perpetuo del rullo, mi lasciavano credere che ci sarebbe stata la possibilità di un’infinita narrazione del mondo secondo una linea progressiva sempre più audace e sempre più volta all’inarrestabile costruzione di una vita senz’altro felice.

Orfeo Isolini, approdato alla battitura meccanica dopo un lungo tirocinio manoscritto, sembrò rispecchiarsi perfettamente in questa ben intenzionata qualità morale. Andò redigendo via via a macchina i suoi progetti di descrizione del mondo con una puntigliosità ispirata alla struttura perfino molecolare delle sue magnifiche ossessioni fantasmatiche, evitando di incorrere però attentamente nelle lusinghe ghiacciate dell’inverno del 1966. In questi frangenti, infatti, avrebbe rischiato di lasciare bloccato lo slancio che aveva intuito nella successione musicale della combinazione alfanumerica di Lettera 32. In essa intravedeva il senso di ordine, di armonia, di civiltà che aveva ispirato l’età di Adriano e che ora non pareva potesse essere sciupato dalle brutture accidentali della storia, che opera come un criminale addetto allo spargimento di chiodi sulla sua strada.

Orfeo procedeva fiducioso nel solco tracciato dalla sua onestà che sembrava ineluttabile. Redigeva lunghi elenchi bibliografici, indirizzari sterminati di editori e di riviste, citazioni brevi e lunghe di autori memorabili e di giornalisti assiepati intorno al capezzale dell’effimero. La stagione era propizia alle aperture e si distendeva languida e placida ad accogliere le più contrastanti opinioni e le provocazioni più infantili. Lettera 32 batteva e batteva, inventandosi un ritmo ora sincopato ora incalzante a seconda dei sentimenti e della quantità di sangue che circolava nella mente.

Dopo lunghi esercizi epistolari che avevano di fatto sconfessato la passionale vergatura intinta nel caso dell’inchiostro, Orfeo dedicò le sue dita febbrili ad orchestrare le prime partiture d’un suo romanzo sentimentale, corredato di parecchie nebbie di consistenza nostalgica. Era, se ne avvedeva, un cedere allo specchio di Narciso umettandolo di lacrime e consegnandolo ad opachi consensi senza futuro. La sua originaria natura lo aveva tradito e ora lo condannava ad una stasi incomprensibile. Aggiungere episodi, scardinare l’assetto di una frase, cancellare pletoriche insensatezze avrebbe significato soltanto suonare uno strumento irrimediabilmente sordo alla volontà autentica della creazione. Cosa chiedere a quel meccanismo che potesse rivelargli un segreto cruciale, una via virtuosa all’accordo perfetto di note che potessero risuonare ineguagliabili? Lettera 32 stava lì di fronte come un piccolo pianoforte pronto per ogni concerto, ma anche come il più esigente dei maestri che non transigono sulla qualità dei loro spartiti.

Una variazione, uno scarto improvviso, un‘impennata che corrispondesse alle risorse geniali di chi penetra nella vita del mondo e nei grovigli del pensiero con la massima autorevolezza, cogliendo l’istante che dà inizio al volo: ecco ciò che Orfeo intendeva e ciò che quel meccanismo nato per coinvolgere stentava a restituirgli in forme più visibili. Soffiarono così caldi scirocchi e rudi maestrali senza che la tastiera miracolosa sapesse offrirgli più sicuri canali di comunicazione. Una stagione avvinta all’altra, e le foglie degli olmi e dei platani che si staccano dal ramo accogliente e cadono appena sfiorate dalla pietà distratta dei passanti. Un declinare lungo gli anni senza un minimo indizio di ribellione, senza opporre la minima resistenza a quel battito uniforme. Un errore dopo l’altro, accumulato nella pigra prefigurazione di una sconfitta comunque puntuale.

Niente, per Orfeo, che fosse l’immagine smarrita di Adriano, della sua fiducia, della sua lotta tenace per un destino deciso dalla volontà e contro i capricci del fato o la generosa elemosina di qualche buon dio. Lettera 32 cambiò casa due volte, tre volte. Risuonò la sua eco schioccante attraverso stanze vuote e pareti mute, confondendosi o alternandosi alle impreviste voci della strada o del pianerottolo, unendosi al ronzio dei numerosi elettrodomestici messi in opera dalla deliziosa signora Florinda. Rumorosa, perseverante, metodica, quasi avesse scelto di partecipare alle riunioni per la spartizione di ricchi bottini, Orfeo fece appena in tempo ad avvedersi che erano passati parecchi anni dal loro primo incontro. La mano era adesso più sottile e la seguivano due occhi più stanchi di guardare quell’immensa scrittura che si era andata accumulando e che aveva riempito fascicoli di buone intenzioni, di analisi edificanti, di racconti in bello stile antichizzato.

Ora che dopo tutte queste esperienze Orfeo aveva saputo bilanciare ciò che è speranza e ciò che è disillusione, Lettera 32 incorse nella più drammatica delle sue vicissitudini terrene. Si ammalò nel corpo di alcuni strani sintomi, avvertendo qua e là una sensazione di mancamento e sussulti nelle giunture principali. Oh, non era niente! Forse la stanchezza, il logorio di un così lungo esercizio, la registrazione cocente di così tante passioni, che dagli occhi e dalle mani di Orfeo s’erano trasferite a quel piccolo miracoloso organismo meccanico, intridendolo della sua umanità e cingendolo di un abbraccio nervoso. Non era niente! Eppure Orfeo sembrava preoccupato, visto che quel suo strumento così apparentemente perfetto nella sua monotona musica s’era messo a cacciare certi striduli acuti e si rifiutava ormai di lasciare il segno di alcune lettere. Finché fu costretto a ricorrere ad un tecnico, poi ad un altro, nella sempre più vana speranza di porre rimedio ad un malanno mai visto e mai neanche lontanamente presentito.

   Fu così che si accorse un giorno che, senza che lui neanche toccasse i tasti, la macchina dava dei palpiti, il cestello sembrava sobbalzare, il rullo girava lentamente mandando un suono lamentoso. L’ingranaggio che aveva funzionato per lunghi anni era compromesso e l’immagine complessiva che restituiva era di persona che aveva perso il senno, smarrita nelle nebbie che precedono il nulla. Non bastarono abbastanza occhi per contenere le lacrime che irrorarono senza ritegno il viso adulto di Orfeo, travolgendo nella loro corsa i ricordi di una vita aperta alle attese del futuro e alle strade di un viaggio che avrebbe potuto portarlo ad esperienze totalmente diverse. Lettera 32 sapeva di essere stata il tappeto volante di questo inerme Aladino, l’aeroporto da cui decollare per ogni sorta di sogni

Peggiorò giorno dopo giorno. Lui, Orfeo, non avrebbe mai potuto sospettarlo, ma anch’io avevo oltrepassato la soglia del millennio senza premunirmi contro il terribile assalto del Micro Hard. Io che ero stato il simbolo del futuro che si apriva ad una comunità sempre più ampia, ero stata infettata dal misterioso virus delle telecomunicazioni. Le mie leve cedevano, i miei tasti saltavano, i caratteri non s’imprimevano più sulla carta, il rullo girava a vuoto in una folle corsa. Non avevo più la prospettiva di un futuro, la certezza di una funzione. Il Micro Hard distruggeva quelli che riconosceva come nemici invece di vederli confermati in una stretta parentela e in una complice somiglianza.

Un giorno di un secolo che ormai non ricordo per una crudele vendetta della memoria, Adriano mi aveva additato una nuova macchina spinta da forze invisibili. Era quella, forse, l’antenata dei miei nemici, l’assassina dei miei diritti. Ma io le avevo sorriso, credendo che fosse un ingenuo robot senza cuore né amore. Sapeva eseguire calcoli stupefacenti e trasformarsi in tastiera dattilografica, mandando input attraverso fili microscopici ma velocissimi. Una macchina caleidoscopica, metamorfica, intelligente, piallata da un’esattissima luce matematica.

Non potei più vivere, quasi degradata ad un livello di tecnica trogloditica. S’erano infrante torri. Regni e repubbliche e dittature affondavano ugualmente sommersi dall’immane evoluzione del mondo, in una rovina implacabile e con la stessa crudeltà con cui povere ossa rappresentano l’estremo residuo di un’anima. Dovetti dirti addio, Orfeo, vanificarmi come un fantasma dal mondo che insieme amammo, che insieme credemmo l’unica vera musica dell’Olivetti.




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