LETTURE
STELVIO DI SPIGNO - CARLA SARACINO
      

Qualcosa di inabitato

 

introduzione di Mary Barbara Tolusso,
disegni di Massimo Dagnino

 

Edb edizioni, Milano 2013, pp. 55, € 8,00

    

      


di Eugenio Lucrezi

 

 

I fronti contrapposti delle arti sono un’invenzione di quanti, per lo più a scopo utilitaristico, si affannano nella ricerca –nella prenotazione– di un posto per sé e per i sodali  nei manuali di storia (qui ci si riferisce a quelli di storia della letteratura); costoro riescono a facilitare il lavoro dei più pigri tra gli studiosi; ma per giustificare tali tassonomie serve almeno una Rivoluzione Palingenetica, quale fu, per esempio, il Futurismo; oppure un bel Ritorno all’Ordine, di quelli che fanno seguito alle guerre guerreggiate. A memoria di chi scrive, le ultime frontali contrapposizioni si ebbero mezzo secolo fa, ai tempi delle polemiche fruttuose, e non solo sotto il profilo pubblicitario, tra “sperimentali” officineschi e neoavanguardisti; e poi, dopo un decennio, tra i rigorosi dell’impegno e gli “innamorati” dell’epocale antologia feltrinelliana. Da quel momento, quanti hanno preteso di istituire o di ordinare scuole e antiscuole non hanno fatto altro che alimentare i mercati affollati della chiacchiera: ché è sotto gli occhi di tutti, soltanto ad avere letto i libri di poesia, come in quanto pubblicato nei decenni a cavallo tra XX e XXI non siano più riconoscibili i successivi mutamenti dello stile, e per essi le baruffe e le zuffe della lingua letteraria cui gli storici erano abituati. Perché oggi, da un bel po’, lo stile è appannaggio dei media.  Mentre la letteratura si rannicchia negli spazi impossibili dell’estinzione del soggetto, dell’implosione della storia, della compressione della geografia e della imperante vociferazione globale.

Ben ce lo dice questo recente libro di poesia che unisce sillogi di due autori di generazione diversa ma contigua, prendendo titolo da un verso della più giovane. I due sono Stelvio Di Spigno e Carla Saracino, entrambi di origini meridionali e già noti ai quattro gatti che seguono le uscite di poesia. Entrambi lontani dall’oltranza linguistica e dalle pratiche di allegoria “militare”, sarebbero dunque da ascrivere al fronte “antisperimentale” delle arti scrittorie. Però con i più significativi tra quanti praticano sull’altra sponda dividono l’essenziale, e cioè: l’enfasi percettiva e l’economia retorica; il racconto esistenziale per esposizione, direi per ostensione di figure stilizzate e di brandelli memoriali; la passione geografica intesa come deriva psichica, e infine: la dichiarata vicinanza con il “partito preso delle cose” e quel peculiare carattere, ogni volta riconoscibile e dunque costitutivo nella poesia contemporanea più consapevole, che è il «brusio quale rumore bianco di uno standard collettivo» di cui dice Tolusso nell’introduzione. Che non può non farci pensare al Sanguineti corale e, appunto, vociferante, delle ultime grandi prove. Bando alle contrapposizioni dei fronti, dunque: la poesia è voce nel tempo della lingua vivente, ed è una.

Per Di Spigno è il «corpo corale» dell’umano dolore ad inventarsi l’itinerario di un canzoniere di viaggio nello spazio e nel tempo, chiedendo il nome ai paesi e chiamando per nome i testimoni passati. La spettralità dei reperti memoriali – il vezzo di una maniera – è superata e vinta da una volontà cocciuta di animazione: «Cosa fa un morto accanto a un giovane? / gli ricorda la strada da seguire, specie se come me / si perde, non fa testo, non riesce a vivere / di suo.» (La bandiera di Vittorio); volontà che si fa programma e ossatura di tutta una poetica, in forza della quale Di Spigno capovolge con naturalezza e senza sforzo l’organico nell’inorganico, confonde l’umano e il non umano in un abbraccio che non è panico o estatico, ma riduttivo alla cellula essenziale dell’esistente: un palpitare pulsante di morte, reductio ad unum che è espansione cosmica e vortice vertiginoso nel tempo, come solo alla vera e misteriosa poesia riesce: «la più grande vittoria è di chi sa stare in piedi / restare utile nella grande selva di tutti gli io / passati, futuri e venienti» (Il premio del deserto).

Carla Saracino agisce invece sulla pagina per forza di anomia e di vuoti di memoria. I nomi «sanno cosa non dire», «Se la memoria ha un vuoto, si origina / da me». Il suo racconto in versi procede per spoliazione del paesaggio naturale e di quello mentale, che a volte si sovrappongono in raffigurazioni stilizzate e dark come racconti poeschi o siparietti landolfiani: «In quel paese il cielo era d’inchiostro / e i giardini piccole casse dentro cui / morire. / Un’orchestra per principianti / musici ovunque e ovunque spettri» (p. 44). Anche qui la spettralità non è manieristica: mentre però Di Spigno agisce per forza di animazione del raffigurato, Saracino si avventura negli spazi incerti tra visione e distrazione alla ricerca dell’eleganza nascosta, al limite dell’inapparenza, in simmetrie impossibili: «Essere in tanti dentro se stessi, una volta sola negli altri» (p 35)ualcosa di inabitatoQQ. Risulta, nei versi, una continua vibrazione sotto soglia: ed è musica della sparizione, messa di requiem in un sussurro.  

    

 




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006