INTERVISTE
MATTEO POLETTI
Blake Edwards,
un genio del mix
tra commedia
e dramma


  
Un’ampia e molto interessante conversazione con l’autore del saggio “Il tocco della Pantera Rosa: Il cinema di Blake Edwards” (Il Principe Costante, Milano 2008). Morto nel 2010 a 88 anni, il regista di Tulsa è stato uno dei più brillanti talenti del cinema americano, firmando pellicole assai diverse come “Colazione da Tiffany”, “I giorni del vino e delle rose”, “Uomini selvaggi”, “Hollywood Party”, la serie della “Pantera rosa”, “10”, “S.O.B.”, “Victor Victoria”, “I miei problemi con le donne” sempre cercando di rompere schemi e convenzioni, usando la comicità slapstick intrecciata a momenti drammatici. Nel 2004 gli fu dato l’Oscar alla carriera. In coda un breve ricordo di Claudia Cardinale che ha lavorato con lui in due film.
  



  

 

 

di Alessandro Ticozzi

 

 

Dopo aver esordito come attore e aver praticato una gavetta televisiva, Blake Edwards si affermò negli anni Sessanta come uno dei più versatili cineasti americani, affrontando i generi più svariati come il giallo (Peter Gunn: 24 ore per l’assassino, 1967), la commedia romantica (Colazione da Tiffany, 1961), il dramma (I giorni del vino e delle rose, 1963) e il western (Uomini selvaggi, 1971): possiamo già trovare in questi titoli così lontani dalla comicità slapstick che lo rese famoso l’Edwards touch secondo te?

 

“Assolutamente sì, anche perché il suo modo di lavorare è sempre stato quello di mescolare il dramma alla commedia. Anche nelle commedie ci sono degli aspetti personali della sua vita: lui ha sofferto appunto di crisi depressive – addirittura con manie suicide – e ha avuto ingenti problemi di alcolismo. Quindi tutto quello che emerge nelle commedie – soprattutto in quelle degli anni Ottanta – è quello che lui ha vissuto: ci sono anche i momenti drammatici della sua storia personale. I giorni del vino e delle rose è un dramma che parla di alcolismo – da lui realizzato su richiesta di Jack Lemmon, che lo voleva come regista – ma ha trasformato il film in un’opera molto sua, proprio perché lui il dramma dell’alcolismo l’ha vissuto sulla sua pelle. Pensiamo a com’è strutturato il film: ci sono dei momenti molto buffi – che escono soprattutto nella recitazione di Jack Lemmon – all’inizio, quindi il film quasi parte come una commedia e poi diventa un film molto crudo e realistico. Questo è il suo tocco: lui fa questo genere di mescolanza, soprattutto nelle commedie degli anni Ottanta – come Skin Deep – che sono tutte incentrate sulla crisi del protagonista e sul fatto che lui si tuffa nell’alcool proprio per dimenticare le sue personali crisi creative. Lui stesso in più di un intervista parla di Uomini selvaggi come del suo film più autobiografico: poi purtroppo il film è stato tagliato dai produttori, in un periodo in cui gli studios stanno lavorando in modo molto becero con lui, perché appunto lo pagano per fare dei film, ma poi manipolano il suo lavoro e rimontano il film. Lui ha avuto dei grossi problemi con le case di produzione, perché poi il film è una cosa diversa, ma è la sua sceneggiatura più personale e sentita per sua stessa ammissione: lui stesso nelle interviste parla di questo film come di un opera molto personale, e in effetti ci sono delle tematiche ricorrenti, come l’amicizia maschile dei due protagonisti, la voglia di evadere, il fatto di voler rompere il sistema. Questa è un ambientazione western, per cui le regole di genere dovevano essere rispettate, però c’è l’ansia dei due protagonisti di evadere dalla loro vita, di fare qualcosa di diverso, di rompere gli schemi: c’è tutta la forza di Blake Edwards di uscire fuori da un mondo di regole e doveri e di voler fare qualcosa di diverso. È quello che poi ha fatto lui stesso nella sua vita: i suoi protagonisti sono sempre dei personaggi che fanno qualcosa di pazzo e di fuori dagli schemi. Si pensi all’indiano di Hollywood party, che è il classico granello di sabbia che fa saltare il sistema Hollywood; si pensi all’ispettore Clouseau, che è lui stesso un personaggio che distrugge la realtà in cui si trova a operare a livelli di comicità slapstick.

I personaggi di Blake Edwards sono tutti personaggi che in qualche modo entrano in una realtà e la distruggono: questo nei film comici chiaramente emerge in pieno, però anche in questi film ci sono dei personaggi così. Uomini selvaggi parla proprio di due persone che vogliono andar fuori dalla solita vita, e quindi esce tale aspetto in questi film. Poi ci sono dei film più su commissione, come ad esempio Peter Gunn: qui chiaramente il tocco di Edwards si nota meno, se non nel fatto che lui era appassionato di polizieschi, di noir e di gialli. Ha cominciato con dei telefilm su poliziotti o investigatori privati, come Peter Gunn – che era originariamente una serie televisiva della fine degli anni Cinquanta – o Mr. Lucky, e quindi, anche se questo film è meno personale e più commerciale, comunque in questi film emerge tutta la sua passione per un genere che lui amava molto e che in qualche modo ha affrontato in diverse occasioni della sua vita. Pensiamo per esempio a Operazione terrore, un film del ’62 che è un poliziesco molto classico; mi viene in mente poi il film di Peter Gunn, che lui ha rifatto per la televisione nell’89, oppure Sunset che è una commedia gialla dell’88: per cui il genere giallo fa comunque parte del mondo di Edwards e quindi anche in questo film c’è il suo tocco comunque. 





Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (1961)


Colazione da Tiffany è invece un film che lui ha fatto su richiesta di Audrey Hepburn: in più di un intervista dice che avrebbe voluto fare il film in modo molto diverso, perché comunque il racconto di partenza di Truman Capote era un qualcosa di molto diverso rispetto al film romantico che è conosciuto. Nel racconto era la storia di una ragazza libera ed indipendente che alla fine sceglie di andarsene: si toccavano temi come l’omosessualità, l’emancipazione femminile, il fatto che lei fosse in qualche modo una mantenuta – o una prostituta che dir si voglia – e nel film tutti questi riferimenti non ci sono o sono molto velati. La sceneggiatura fatta da Axelrod è molto edulcorata ed andava benissimo per gli standard hollywoodiani degli anni Sessanta, ma non andava tanto bene per Blake Edwards: infatti quel film gli sta molto stretto. Poi il film è diventato molto famoso anche per il tocco che egli dà, perché comunque è un tocco molto leggero: in alcuni momenti ci sono delle parti slapstick, c’è tutta la scena del party che lui ha improvvisato sul set, per cui ha in qualche modo buttato all’aria la sceneggiatura ed è intervenuto con il suo tocco. Però è un film – rispetto ad altri di Edwards – molto preconfezionato, nel senso che aveva questo compito da fare e quindi lui ha dovuto rispettare gli impegni. Lui è molto più libero in altri film, dove egli stesso è l’autore della sceneggiatura, e quindi si permette altri personaggi e discorsi. Colazione da Tiffany è forse il film meno personale di Blake Edwards secondo me, perché appunto doveva rimanere legato a certi schemi e tematiche, e comunque doveva uscirne una commedia romantica con il classico lieto fine che la novella di Truman Capote non ha, perché nella novella lei non rimane a New York con lo scrittore ma parte per l’Argentina, e quindi era una cosa molto più libera e molto più nello spirito di Blake Edwards: il film è qualcosa di più classico hollywoodiano, perché lui ha accettato questa sceneggiatura e anche gli schemi e le tematiche che la Hollywood anni Sessanta imponeva”.

 

Blake si è però appunto espresso efficacemente in particolar modo nella commedia umoristica, con film come Operazione sottoveste (1959), il ciclo della Pantera rosa con Peter Sellers, Hollywood party (1968), Victor Victoria (1982), Appuntamento al buio (1987), Skin Deep - Il piacere è tutto mio (1989), Nei panni di una bionda (1991) e Il figlio della pantera rosa (1993): che contributo diede al genere secondo te?

 

“Il contributo principale è quello di aver preso la commedia classica hollywoodiana e averla mescolata con altre cose, come per esempio il film comico alla Laurel & Hardy o lo slapstick. Quindi ha preso la commedia classica americana e l’ha arricchita con altri spunti: chiaramente i film degli anni Sessanta sono più legati a un certo tipo di cinema classico, però per esempio Operazione sottoveste è già una commedia che ha un ambientazione bellica. Il film inizia proprio con un bombardamento, quindi ha preso come incipit una classica scena di guerra per poi stemperare la pellicola in una commedia. Secondo me il suo merito principale è proprio quello di non essere rimasto all’interno di un genere, ma di aver mescolato situazioni, stili e generi diversi: è una cosa che adesso ovviamente non è così originale, ma negli anni Sessanta era comunque molto particolare, perché mescolare appunto il film di guerra con la comicità slapstick – e in Operazione sottoveste ci sono molti aspetti di questo genere – alla fine degli anni Cinquanta era abbastanza una novità. Ci sono dei film, come per esempio Papà, ma che cos’hai fatto in guerra?, dove Edwards riesce a mescolare il dramma della guerra con la comicità allo stato puro, che è una cosa molto particolare per quegli anni: l’America era in guerra con il Vietnam, e quindi infatti in alcuni casi i film di Blake Edwards non sono stati tanto capiti, proprio perché c’è il gusto di mescolare registri così diversi, perché il dramma bellico e la commedia slapstick non sono dei generi che vanno così d’accordo, però lui ha saputo mescolare i vari studi e metodi creando un genere abbastanza particolare e unico. 

La pantera rosa è una commedia sofisticata dove c’è una ambientazione chic a Cortina d’Ampezzo, per cui i ricchi, la bella vita, i gioielli… cioè la classica commedia alla Ernst Lubitsch. Quindi è andato a ripescare un tipo di cinema degli anni Trenta-Quaranta e ci ha aggiunto questo personaggio assolutamente fuori da ogni regola che è l’ispettore Clouseau, che lentamente manda in pezzi la commedia sofisticata e la trasforma in una comicità alla Stanlio e Ollio, alla Buster Keaton, alla Chaplin. Mescolando questi generi diversi in modo così attento è riuscito a creare un genere nuovo e diverso che abbraccia più stili diversi: poi nelle commedie degli anni Ottanta questo emerge in modo molto più chiaro. Se pensiamo a un film come 10, con Dudley Moore e Bo Derek, ci accorgeremo che c’è la commedia sofisticata e l’ambientazione di lusso: il protagonista è un musicista che vive a Beverly Hills, questa gente non ha grandi problemi e vive nel benessere ma ha dei grandi drammi interiori e delle grosse crisi esistenziali. Non fa però un film semplicemente psicologico, ma stempera il dramma e l’ansia della crisi di mezz’età, dei valori e anche la crisi degli anni Settanta con una comicità molto fisica: il personaggio di 10 subisce dei colpi, cade più volte, si ammacca, va dal dentista e ne esce con la bocca disastrata, prende un aereo e va in Messico, si ritrova su una spiaggia incandescente… per cui ci sono delle scene molto buffe e comiche, dove la comicità è molto fisica, e quindi Blake Edwards ha questo modo di affrontare le sue crisi personali o comunque quelle della sua generazione in un modo molto divertente e leggero. In più di un intervista lui dice di aver sempre voluto mescolare il dramma e la commedia perché sono due aspetti della vita di chiunque, e soprattutto della sua vita. Afferma di aver superato dei momenti veramente bui della sua vita grazie all’ironia e al suo lavoro di regista, proprio perché nei suoi film sono presenti sia la scena comica che la tragedia che ciascuno di noi può vivere. Ci sono moltissime persone nei film di Blake Edwards che muoiono, anche nelle commedie: il tema della morte è affrontato in molti modi, soprattutto nelle commedie degli anni Ottanta.

Per esempio in S.O.B. il personaggio del produttore, che è protagonista per quasi metà film, viene ucciso dalla polizia dopo un inseguimento; il personaggio di I miei problemi con le donne viene raccontato a partire dal suo funerale. Tutti i momenti anche molto comici della vita di questo protagonista – che poi è Burt Reynolds – vengono visti partendo proprio dal fatto che lui è morto, e quindi il racconto parte dal suo funerale: è una tematica molto forte, perché in una commedia partire subito con una cerimonia funebre è qualcosa di non così scontato. In Nei panni di una bionda per esempio il protagonista maschile viene ucciso cinque minuti dopo l’inizio del film e lui si reincarna in una donna. Lui è famoso come regista di commedie, ma se andiamo a vedere tantissimi suoi film – soprattutto commedie – hanno questo duplice aspetto, quindi il tema della malattia e della morte sono tematiche molto presenti soprattutto nelle ultime commedie: nel film Così è la vita, con Jack Lemmon e Julie Andrews, il protagonista maschile è affetto da una serie di crisi esistenziali: è un ipocondriaco, una persona che sta mettendo in dubbio tutta la sua vita personale e professionale. Lui fa l’architetto, lei invece è una cantante e all’inizio del film viene sottoposta a una biopsia per un sospetto tumore alla gola: quindi questo è l’incipit di una commedia. Il film è una commedia, con dei momenti molto buffi e con dei dialoghi molto divertenti, però il punto di partenza è tragico: una malattia che potrebbe anche rivelarsi fatale per la protagonista, quindi le sue commedie sono tutte delle mescolanze di comico-tragico, dove le tematiche che lui affronta sono molto profonde, perché con la commedia poco si tenderebbero a mescolare. Lui invece riesce a fare proprio questo lavoro, secondo me in modo molto originale.





Negli anni Sessanta e Settanta Hollywood aveva delle divisioni di genere molto nette, per cui una commedia doveva far ridere e avere un lieto fine, sennò si faceva un dramma ed era una cosa totalmente diversa. Poi lui ha fatto anche altre pellicole dichiaratamente più di genere, come per esempio  Hollywood party, Appuntamento al buio e Micki e Maude: ci sono delle commedie che sono esclusivamente comiche dove queste tematiche emergono di meno, però secondo me il lavoro importante che ha fatto Blake Edwards è stato proprio quello – soprattutto su alcuni film – di mescolare tematiche e stili anche molto diversi. Victor Victoria è molto importante perché in qualche modo lui attraverso questo film riporta al successo Julie Andrews, che era un attrice strafamosa negli anni Sessanta con Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente: la stella più famosa di Hollywood che poi era caduta nel dimenticatoio attraverso alcune pellicole che ormai non potevano più avere successo perché il pubblico era cambiato. Quindi durante il decennio che va dal ’67 al ’79 praticamente Julie Andrews aveva subito proprio un arresto nella sua carriera veramente pesante: tra l’altro molti dei suoi fiaschi erano diretti dallo stesso Blake Edwards. Uno dei film più famosi – Operazione crepes suzette  è costato tantissimo ed è stato un fallimento totale, e attraverso alcune commedie musicali che negli anni Settanta non avevano più senso e non piacevano più le quotazioni di Julie Andrews erano molto scese ed era stata un po’ estromessa dal mondo di Hollywood. La sua fama era proprio in caduta libera alla fine degli anni Settanta: Blake Edwards ha il merito di reinventarla anzitutto come attrice non solo per commedie musicali alla Walt Disney, e in 10 veramente lui la riporta al successo come attrice non soltanto di musical, e poi appunto con Victor Victoria gli riesce di portare alla ribalta un genere – la commedia musicale – che in qualche modo era stato messo un po’ nel dimenticatoio. Il musical negli anni Settanta è un genere fallimentare: nessuna casa di produzione vuole più mettere in cantiere dei musical perché non hanno successo, la gente non ne ha più voglia, probabilmente è cambiata anche la mentalità dello spettatore medio americano. Lui invece riporta alla ribalta Julie Andrews proprio con un musical, cioè con lo stesso genere che dieci anni prima aveva decretato il fallimento di questa attrice, nonché sua moglie: è un film molto importante perché simboleggia la riscoperta di un genere che lui mette in scena in un modo molto classico, perché la commedia musicale in sé rispetta abbastanza tutti gli stili e le dinamiche della commedia americana; ma allo stesso tempo parla di un tema abbastanza scottante come l’omosessualità. Oggi potremmo metterci a ridere, ma alla fine degli anni Settanta fare una commedia musicale che parla del mondo gay in America era un qualcosa di molto particolare, ed era un rischio anche abbastanza notevole, perché stiamo parlando di più di trent’anni fa e le mentalità erano ancora più chiuse di adesso. Lui invece rischia con questo film e porta in scena attraverso un modo molto classico – cioè la commedia musicale americana – una tematica molto moderna, tra l’altro in un modo anche abbastanza spiazzante: Julie Andrews, che era vista come Mary Poppins e la suorina buona di Tutti insieme appassionatamente, in questo film è una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna e che s’innamora di un gangster. Quindi ci sono molte tematiche “scottanti” che vengono affrontate in questo film, e il pubblico americano ne decreta il successo e quindi riporta in auge sia Julie Andrews – che era stata appunto un po’ messa da parte – sia un genere che era in qualche modo stato dimenticato negli anni Settanta, perché appunto il cinema americano puntava più su film più politici e realistici: quindi in un’America degli anni Settanta dove si vogliono affrontare altre tematiche con un maggior realismo la commedia musicale non aveva più senso di esistere”.

 

Nel 2004 Blake ricevette il premio Oscar alla carriera: quanto fu importante secondo te questo riconoscimento?

 

“Per lui secondo me non è stata una cosa così importante, nel senso che nel 2004 non lavorava già più, e quindi in qualche modo è un riconoscimento che è arrivato tardi nella sua vita e quindi non ha poi modificato più di tanto né il suo aspetto creativo né la sua vita professionale. Lui era dal ’93 che non faceva film: di conseguenza non penso che questo Oscar gli abbia cambiato più di tanto la vita e permesso di ritornare a fare film a Hollywood in quegli anni. Quindi in realtà non penso che per lui sia stato un grande cambiamento: sicuramente è stata una cosa importante perché finalmente è stato riconosciuto il suo lavoro – durato peraltro oltre quarant’anni – che in passato non era mai stato considerato dalla critica soprattutto americana, perché lui aveva molto successo in Italia e in Francia, ma l’America l’ha sempre abbastanza snobbato e catalogato come regista di commedie un po’ sceme tipo La pantera rosa, di cui ha firmato otto episodi: quindi è sempre stato bollato come un regista commerciale che doveva far soldi e cassetta, e in America era sempre considerato così. La critica americana – andando a leggere appunto recensioni e commenti sulle riviste – l’ha sempre trattato come una gallina dalle uova d’oro che aveva fatto appunto film dai grossi incassi, ma a livello critico nessuno l’aveva mai forse nemmeno considerato: ricevere un Oscar alla carriera è stato importante perché in qualche modo lo ha riabilitato – anche se a posteriori – in un panorama cinematografico che l’ha sempre un po’ messo da parte, quindi secondo me è stato importante per questo motivo”.

 

Prima abbiamo accennato al suo rapporto con Julie Andrews, con cui Blake era appunto sposato: ma quanto è stata importante secondo te lei nella sua vita?

 

“A livello professionale è stata molto importante, perché comunque ha permesso a Blake Edwards in qualche modo di prendere un icona del cinema degli anni Sessanta per famiglie e portarla verso un cinema molto diverso, secondo me anche una parodia di quel tipo di cinema. In S.O.B. c’è un produttore americano che dopo aver fatto un film che è stato un fiasco decide di trasformarlo da prodotto per bambini in un film porno, e decide di sposare la protagonista – che è appunto famosa per film zuccherosi – che ovviamente è proprio Julie Andrews, e il produttore che trasforma il musical che ha girato e che ha fatto fiasco in un film per soli adulti è una specie di Blake Edwards. È un film molto importante, perché è una commedia molto divertente che prende in giro tutti i preconcetti e tutto il gossip che ruota intorno al mondo del cinema: lui ha proprio fatto questo film come atto di vendetta nei confronti di un mondo che vive sul denaro, sul potere e sull’apparenza: tutto quello di cui si nutriva Hollywood in quegli anni. Il suo matrimonio è stato molto criticato da giornalisti, registi e scandalisti come un qualcosa che sarebbe stato un disastro per la carriera di Julie Andrews: oltretutto i primi film che hanno fatto insieme, come Operazione crepes suzette, sono stati veramente un fiasco. Quindi il fatto che lui avesse sposato quest’attrice era stato visto a Hollywood come la fine di due carriere. Per anni Julie Andrews non ha lavorato a Hollywood, perché dal ’70 al ’74 lei è tornata in Inghilterra e ha fatto altre cose per la televisione inglese, nel ’74 ha fatto il film con Blake Edwards intitolato Il seme del tamarindo che è stato aspramente criticato ed è stato un fiasco e poi ha lavorato in teatro ma non ha più fatto film a Hollywood fino al ’79, quando è uscito 10.





Julie Andrews in Victor Victoria (1982)


In questo c’è tutta la parabola di Blake Edwards e il suo sapersi reinventare e non arrendersi, perché lui a un certo punto è tornato a Hollywood: dopo aver fatto una serie di film sulla Pantera rosa, aveva di nuovo l’indipendenza economica per fare un film molto personale, e quindi torna da vincitore e riesce a mettere in scena questo trittico di film che lui aveva scritto negli anni Settanta, reinventando la sua carriera come regista e soprattutto la carriera di Julie Andrews, che non è più credibile come Mary Poppins o in questi ruoli che l’hanno resa famosa negli anni Sessanta, perché gli spettatori e il mondo sono cambiati. Ma la reinventa anche parodiandone la sua figura, perché in S.O.B. all’inizio lei è appunto un attrice di film per famiglie tutta carina e gentile, molto stereotipata, e nel corso del film diventa quella che pensa solo ai soldi e ai guadagni e accetta di spogliarsi: c’è in S.O.B. il topless di Julie Andrews, che è una scena forte per gli spettatori medi americani che l’hanno sempre vista in ruoli veramente da bambinaia o cose simili, e lui invece ha il coraggio di spogliarla sul set e di farne un personaggio negativo, e la reinventa come attrice anche drammatica e non solo di film per famiglie, per poi di nuovo riportarla al successo con Victor Victoria. Come avevamo detto prima, è una commedia musicale classica – quindi un film che di nuovo può essere apprezzato dal pubblico medio – che riporta al successo anche Julie Andrews. Poi con lei farà altri film, come per esempio I miei problemi con le donne: secondo me la loro collaborazione più sentita e profonda è proprio Così è la vita, che tra l’altro è girato nella stessa casa di Blake Edwards, con i figli di Blake Edwards e con i figli di Julie Andrews: lui mette in scena la sua vita privata con Julie Andrews, e parla appunto di una famiglia che si ritrova per il compleanno del capofamiglia che compie sessant’anni. Al di là dei piccoli cambiamenti che ha fatto a livelli di sceneggiatura, è proprio un film in cui Blake Edwards parla di sé stesso e del suo rapporto con sua moglie e con i figli: parla delle proprie crisi personali e creative e dei propri rapporti con Julie Andrews, che comunque è sempre stata un attrice molto famosa e acclamata. Quindi mette in scena non solo la sua collaborazione professionale con lei, ma anche la sua vita privata: in qualche modo dà al pubblico l’occasione di vedere la coppia Blake Edwards-Julie Andrews fuori dal set. Sembra uno sbirciare in una casa privata, cioè lui si mette un po’ a nudo in questo film e lo fa proprio attraverso la figura di Julie Andrews, che in questo film è vista proprio come moglie comprensiva che ha sempre appoggiato il marito e l’ha sempre sostenuto anche nei momenti più drammatici della sua vita e carriera”.

 

A quattro anni dalla scomparsa cosa rimane secondo te di Blake come uomo e come regista?

 

“Il cinema di Blake Edwards parla da solo, e il fatto che ancora oggi si fanno dei remake sulla Pantera rosa e il cartone animato sia rimasto altrettanto famoso è un eredità importante: è un pezzo della carriera di Blake Edwards che non morirà mai, così come non moriranno mai certe icone, come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, che è una figura che tutti conoscono e che è passata nell’immaginario collettivo, un po’ come la gonna che si solleva sulla metropolitana di Marylin Monroe. Lui ha lasciato veramente delle icone fortissime del cinema degli anni Sessanta, come la figurina della Pantera rosa che ancora oggi viene viene realizzata su cartone animato. L’indiano di Peter Sellers in Hollywood party è sicuramente un personaggio che è passato alla storia, così come l’ispettore Clouseau. Purtroppo è meno conosciuto per altri film, che sono invece secondo me altrettanto importanti, come I giorni del vino e delle rose, S.O.B. e 10. Ha fatto un sacco di film molto personali e interessanti che non sono così conosciuti: io ho scritto questo libro e poi l’ho pubblicato, ma sono partito da una tesi di laurea e ti garantisco che trovare del materiale su Blake Edwards era veramente difficile, perché comunque di lui si sapevano pochissime cose. I film che si trovavano erano quelli più conosciuti, le cose che si sapevano di lui erano le quattro cose che sapevano tutti: quindi andare a scavare nella sua vita, e comunque fare uno studio sul suo cinema, è risultato particolarmente difficile, perché, mentre su altri registi – come Hitchcock o Billy Wilder – si sono scritti fiumi di parole, su Blake Edwards c’è sempre stata un po’ di reticenza anche della critica in generale a parlarne, essendo appunto considerato un regista commerciale e basta. I film che lui ha lasciato sono tutti molto importanti: alcuni sono passati alla storia come icone e resteranno nella storia del cinema, altri purtroppo molto meno. Sicuramente è stata una figura di passaggio in un momento della storia del cinema americano molto difficile e particolare, per cui mi viene da pensare che sia stato un ponte tra il mondo del cinema classico e la modernità che è venuta dopo. Lui è stato uno sperimentatore che ha dovuto inventarsi un nuovo modo di fare cinema, perché appunto negli anni Settanta le cose erano molto cambiate rispetto a prima, e quindi mi piace vederlo come una figura di passaggio nella storia della cultura americana: un ponte tra il classico e la modernità. Questo è un mio punto di vista: non so cosa resterà agli americani di questo regista, e in generale gli spettatori di cinema cosa coglieranno del suo lavoro, che comunque è anche abbastanza notevole. Ha fatto una quarantina di film e un sacco di televisione e teatro: insomma, di opere ne ha realizzate parecchie”.

 

***

 

 

Claudia Cardinale in La pantera rosa (1963)

 

 

Chiudiamo questo pezzo con il ricordo di Claudia Cardinale, che ha partecipato al primo e all’ultimo episodio della serie della Pantera rosa:

La pantera rosa è uscita nel ’63: su quel set ho avuto il piacere di incontrare David Niven, e la cosa incredibile è che, appena mi ha visto, m’ha fatto il più bel complimento della mia vita, dicendomi: ‘Claudia, con gli spaghetti sei la migliore invenzione degli italiani’. Nella pellicola interpretavo una principessa indiana, e dovevano tirarmi gli occhi: così alla fine avevo tutto il sangue, proprio perché tutto il film con gli occhi tirati non è stato certo un divertimento. Blake era una persona veramente straordinaria: ci siamo incontrati qualche tempo dopo, quando mi ha chiesto di partecipare nel ’93 a Il figlio della pantera rosa con Roberto Benigni. Roberto m’ha fatto veramente morire dalle risate: oltretutto Blake si metteva in un’altra stanza con il monitor perché lo faceva ridere. Roberto mi faceva degli scherzi, perché mi telefonava a casa urlandomi: ‘Mamma, mamma!’. Io non sapevo chi fosse, mettevo sempre giù il telefono e invece era lui che mi chiamava, perché nel film io interpretavo sua madre. Blake era una persona veramente simpaticissima e fantastica: l’unica cosa che m’ha provocato uno shock è che, quando ci siamo reincontrati per il secondo film, lui m’ha detto: ‘Claudia, ti devo dire una cosa che non ho avuto il coraggio di dirti.’ ‘Che cosa?’ ‘Ti ricordi quando facevi la scena che eri ubriaca fradicia e stavi per terra, e allora io ti ho detto, mentre preparavamo la scena, di andare in una piccola stanzetta dove c’era un indiano con un cane?’ ‘Sì, mi ricordo anche che a un certo momento il cane è caduto per terra.’ ‘Sì, perché avevo detto all’indiano di fumare la cannabis, e quando ho visto che il cane era caduto per terra ho pensato che tu eri pronta per girare quella scena.’ ‘Ma no: sei pazzo?’ ‘Sì, te lo dico dieci anni dopo.’ Nel primo film addirittura dovevo sciare: tutti mi tenevano ferma, quando c’era il ciak mi lasciavano e, mentre scendevano giù, io cascavo: quello lo abbiamo girato a Cortina d’Ampezzo, quand’era piena di neve. Io, essendo nata in Africa, non ero abituata alla neve, perciò non era facile per me: però devo dire che è stata una bellissima avventura. Peter Sellers invece era un introverso: ti faceva morire dalle risate quando lo vedevi girare, però nella vita era esattamente l’opposto”.

 

 




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