FILOSOFIE DEL PRESENTE
SAGGI
Le trasformazioni
dell’umano
o l’ermeneutica
della bestialità


      
Un lungo scritto teorico che, in chiave filosofico-antropologica e socio-simbologica, cerca di dare conto dei tanti complessi aspetti e intrecci che nell’uomo intercorrono tra la sua coscienza razionale e il suo apparato istintivo-animale. Molti autori letterari e pensatori contrappuntano questo viaggio analitico da Orwell a Queneau, da Artaud a Sartre, da Tennessee Williams a William Blake, da Henry James a Poe, da Kafka a Seneca, da Schnitzler a Marco Aurelio, da Dostoevskij a Nietzsche, da Hesse a Thomas Mann.
      



      


di Carmen De Stasio

 

L’indeterminante emozionale

Dalla ragione alla bestializzazione

 

 

Le Buone Maniere non sono una Virtù, ma aprono la strada alla Virtù.

(I. Kant)

 

Vale per tutto una regola: l’esperienza, cui si associa il ragionamento come diritto di dar nome ad una conoscenza. Che sia questa valida per procedere al di qua delle storture è di per sé lodevole. Ma quando l’esperienza si coniuga con l’esclusività dell’azione, si condensa in una parola la grossolanità generica e si prospetta all’orizzonte quanto, invece, è adottato da chiunque per il sol fatto di respirare, di bere e di mangiare e di percorrere il proprio cammino di vita. Come Hobbes potrei addurre questa come sintesi di una primarietà che nulla ha a che spartire con il concetto di conoscenza e, in fondo, si tratterebbe molto più convintamente di fede nei propri propositi, piuttosto che di fiducia nella dimensione di uomo proiettato a mutar se stesso ed i suoi casi, in quanto fonte di esperibilità da cui trarre il succo di una dimostrazione di logica.

Egualmente occorre trasmutare dall’eccesso di definizione di conoscenza come virtù in quanto detenzione di abilità emozionali e non già, come bene sarebbe, di virtù in quanto energia che spinge verso l’azione efficace e, talora, dolorosa per ammettere nel proprio circuito quanto è stabilito come proposito.

Su questa direttrice spinge la mia riflessione a distinguere il ruolo dell’uomo attratto da conoscenza dall’individuo abbagliato da aspetti utilitaristici che, invero, non si sottraggono a una logica morale primitiva. Che si distanziano enormemente dalla disposizione intelligente a distillare dall’esperienza articolata le minime esposizioni, che protendono come contenitori di ricco alimento da richiamare nel tempo adeguato affinché si addensino di senso. Di significazione. Ciò allontana lo spettro di un’antropofisicizzazione dei casi e converge sulla differenza che rende l’uomo di coscienza e di scienza quale virtuoso e l’uomo (im)bestialito secondo una convenzione che vede nella bestia il lato infimo di ciascuno di noi. Peccatori incolpevoli e disturbata prole di nefandezze; facitori di bessi continuativi in processione temporale a confrontarsi con la vacuità di una memoria che, tal a dirsi, mantiene elevato lo zoccolo della soglia dal sé all’altro e che concilia i più, nella specularità delle convenzioni, a ritenersi fuori da perigli oltraggiosi, che finiscano per contaminare del proprio male anche il sé illuminato nel bene. O nel Bene serafico.

Troppo spesso la confusione domina la scena del pensiero routinario e si assiste alla defalcazione di un bestiario cui si suol detenere nomenclatura di soggetto a esclusione del nostro. In altre occasioni si evidenzia con pomposo verbo la differenza sussistente tra l’uomo e la bestia, salvo poi ritrovar confezioni letterarie che riportino quanto in realtà non esista, ovvero una sostanziale diffusione (strategica) che allontani l’uomo dall’inquietante figurazione iconica della bestia. O dell’esser bestia. Vero è che nel Medioevo i bestiari fossero immagini verbali a condensare la metafora di taluni comportamenti in determinate condizioni. Tale realtà non è mai venuta meno, se si considera che larga parte dell’arte abbia dedicato all’animale da basto una configurazione mediante la quale si accedesse a una simbologia per spingere l’uomo fino a oltraggiare il suo ruolo di determinante razionale della natura.

In tal senso trova terreno fertile l’equa distribuzione degli elementi distintivi che rendono la consequenzialità delle osservazioni e tracciano uno spazio che va nutrendosi di segmenti legati alla realtà in ordine ad una determinazione resa efficace dal tipo di cultura che investe quella realtà, estesa poi a gesti, a riflessioni che prendono le tonalità e i timbri collocabili in relazione all’ambiente, alla circostanza, alla prospettiva. Questo modo traduce la realtà nell’azione verbale che, tuttavia, non riesce a trattenerne l’interezza dei dettagli. Manca, tra i tanti, un tassello da definire: nella segmentazione culturale si definiscono le materie proprie dell’azione in base all’essere o meno eterotrofo o autotrofo. Ciò dovrebbe intervenire a distinguere l’uomo dalla bestia, ma il confine è labile e la labilità si predispone quale terreno di questo argomentare, là dove a labilità conviene esigere altresì un termine di vulnerabilità, che assottiglia sensibilmente il velo tra l’uomo di consapevolezza dall’uomo delle istintualità.

Ciò che appare strano è che, in virtù dell’algoritmo delle causalità detentive dell’azione, si cementa un accordo morfologico tra eterotrofismo e autotrofismo, nella misura in cui le condizioni riescono nella loro congenialità a supportare un’emergenza o l’altra. In quest’ottica l’autotrofismo è acme di una sentenzializzazione che conduce l’uomo, troppo e troppo spesso intrapreso dalla sua tela di presunta abilità, a sostenersi con l’energia di cui ha bisogno per condurre un’esistenza tale che sia efficace per gestire il proprio spazio di luce. Null’altro che il fenomeno di una rifrazione che, nell’allargare altrove rispetto al sé comunitario, distorce le associazioni fino a trasformarle in aperti conflitti. Questo naturalmente nuoce ai rapporti interpersonali, ma con un fondo di verità appaga le bestiali esigenze di non apparire nel raggio di subalternità. Sebbene non emerga apertamente come volontà, dove esso appare evidente viene a esser confuso con uno stato imbelle, di copertura alla propria debolezza. Sempre là compare la bestia che, soffocando il nulla, sentenzia disinvolta l’appagamento della distorsione comportamentale. Oppure della geometrica armonia degli opposti.

Troppo spesso ci si acquieta con una coscienza di convivenza sociale come geometrica simmetria. Va da sé che, sovente, a essere corrispondente è solo l’accoglienza di convenzioni dalle quali svetta un segno di rassegnazione al non pensiero quale confacente a un gruppo che ambisca alla quiete sotto uno stesso firmamento. È altresì una maniera per evitare di incorrere nel presunto pericolo di solitudine e, allora, l’appagamento di superficie viene a confondersi e a confondere l’interesse con l’interesse pubblico che nel silenzio viene accolto pur a scapito delle emozioni personali. Si tratta di una condizione che spesso ha dato i natali a stati di sopraffazione non solo nelle grandi realtà storiche. Riguarda il piccolo come il grande gruppo, il clan come la famiglia. Ciascun ambiente può irrigidirsi su torsioni e contraffazioni che spingono gradualmente a considerare come serenità la complessità di legami dai quali l’individuo estromette l’integralità di se stesso.

 

I tempi che viviamo sono più del calcolare che quelli del meditare.

(Essere il nemico, Flavio Ermini, Mimesis, Milano, 2013, p. 34)

 

Il concetto di corporeità (quale relazione stabilita innanzitutto con se stesso) conduce a un rapporto con le cose delle quali si ha percezione partecipativa. Si tratta di una percezione partecipativa a stadi multipli, poiché è sottoposta a variabili coincidenti con le trame del tempo e dello spazio mentale, oltre che fisico. Questo comporta la duttilità e la liberazione da condizionamenti effimeri e contempla la realizzazione dei rapporti al di fuori d’ogni possibile virtualizzazione o alienazione dagli stessi. Le cose sono nella loro natura e così gli intrecci che si stabiliscono. Quando, tuttavia, al rapporto va a opporsi una sovrapposizione o un’abbondanza speculativa, subentra l’anomalia di una fagocitazione, di un assolutismo e di una monodirezionalità, capaci di scatenare passioni e strette configurazioni di dipendenza. In tal senso la dipendenza si compone di una duplice visibilità: l’una è rivolta alle cose con un annichilimento delle proprie potenzialità; l’altra indugia su un riconoscimento stagnante al punto da creare l’illusione dell’unicità esistenziale del sé in funzione della cosa e la cosa come utile solo al sé. Si tratta di rapporti imbastiti sull’assurdo ed equivoci, ma sono gli stessi che spingono a concepire la realtà circostante e tutti gli elementi che ne fanno parte come sovra-impalcature, come disturbo, come non-appartenenti. Il che nutre il senso di spaesamento e di delocalizzazione.

 

Si potrebbe ricondurre questo mio dire al doublethink che impera in 1984:

The primary aim of modern warfare (in accordance with the principles of doublethink, this aim is simultaneously recognized and not recognized by the directing brains of the Inner Party) is to use up the products of the machines without raising the general standard of living.

(Scopo principale della moderna politica bellica (concorde con i principi del doppio pensiero, scopo che è equamente riconosciuto e non riconosciuto dalla dirigenza – meramente, i cervelli direttivi – del partito Interno) è aumentare la produzione ad opera delle macchine senza aumentare il livello generale di vita.)

(1984, G. Orwell, Penguin Book, 1981, p. 155)





Arturo Martini, La Chimera


Nel doublethink orwelliano si riscontra il passaggio dalla direzione regolare e, al contempo, duale della parola-concetto, con il risultato di una dilagante e devastante confusione degenerativa che comporta sia assuefazione e annichilimento, sia stilizzata stasi. Il luogo in cui il fenomeno si manifesta è persecutorio, giacché è in ogni dove si affermi la potenza della volontà di dominanza sulla volontà gestita nella logica socializzante. A nutrire la macchinazione è l’avidità quale punto di confluenza di un malessere intessuto di noncuranza, brutale inettitudine al riflettere

 

Ah, caro signore, sapesse com’è faticoso pensare. Da come la vedo vivere, mi sa che lei questo tormento non lo conosca.

(I fiori blu, R. Queneau, Novecento Ed., Roma, 2003, p. 153)

 

La destabilizzazione è una manovra artificiosa che poggia sull’apparenza e non già sull’appartenenza (a meno che non si consideri questa come esclusività alle cose assoggettate alla propria vanità) e congestiona lo spazio dell’azione possibile con una speculazione delle intervenienze, delle persone e della propria capacità analitico-osservativo-percettiva e di relazione, sacrificate alla gabbia di una stoltezza che, nel suo peregrinare, contamina e imbestialisce finanche il sogno.

Fondamentale per dare una linea di contiguità al reale, il sogno s’investe, pertanto, di un carattere di approfondimento informale nella misura in cui si colloca come elemento d’interazione tra la vita in materia e la vita virtuale. In esso avviene la realizzazione intenzionale, sebbene resti appagato in un mondo che sembra lontano, orfico. Forse nell’unicità della realtà del sogno avviene quell’osare osare cui Barbey d’Aurevilly si riferisce a proposito della possibilità della letteratura di manifestare sulla scena le storture (la bestia?) in coincidenza con la quotidianità e che sovente spinge a desiderare una fuga e, nel caso di consapevole incapacità, assorbire se stesso in uno stato di malinconia, di auto-rifiuto. Di auto-condanna.

 

La letteratura non esprime neppure la metà dei misfatti che la società commette misteriosamente e impunemente ogni giorno, con una frequenza e una facilità veramente incantevoli.

(Le diaboliche, B. d’Aurevilly, Newton, Roma, 1993, p. 221)

 

Talora, il registro mediante il quale la letteratura intende autorizzare alle emozioni di emergere appare in posizione sghemba, pericolante con uno scopo: rendere l’efficacia espressiva come fosse un primo piano cinematografico, soprattutto nella luttuosità dello sguardo. Nella tensione di un cambiamento prospettico:

 

There was the same hearty cheering as before, and the mugs were emptied to the dregs. But as the animals outside gazed at the scene, it seemed to them that some strange thing was happening. What was it that had altered in the faces of the pigs?

(C’erano gli stessi calorosi applausi di prima, e i boccali erano stati svuotati. Ma gli animali, che dall’esterno assistevano alla scena, avvertirono che qualcosa di strano stesse avvenendo. Che cosa aveva alterato il muso dei maiali?)

(Animal Farm, G. Orwell, Penguin Books, Great Britain, 1981, p. 120)

 

Altre volte è la parola piana, un ritmo di essenziale semplicità a irrompere con l’inquietante morsa del meccanismo, così in grado di scatenare contrasto, disorientamento:

 

La pianura si è annerita per la notte che avanza,

Gli alberi che fissavano i suoi profili solenni

Ora sonnecchiano nell’angoscioso silenzio

(Poesie della Crudeltà, A. Artaud, Stampa Alternativa, Viterbo, 2002, p. 45)

 

Altre volte ancora il senso della devastazione emerge dalla brevità delle frasi, dall’ordinarietà dei termini, posizionati in maniera da scardinare e rendere antinomico il passaggio da sequenziale e glabro a sospettoso e funesto:

 

Chance: I didn’t know there was a clock in this room

Princess: I guess there’s a clock in every room people live in…

(C: Non sapevo ci fosse un orologio in questa stanza. P: Credo che ci sia un orologio in ogni stanza dove abiti qualcuno…)

(Sweet bird of youth, T. Williams, Penguin Books,  New Tork, 1984, p. 110)

 

Ulteriore situazione letteraria – distaccata o integrata nelle precedenti – è la suspense creata dal silenzio, dalle pause ridondanti o dalle ridondanze parlanti come un pendolo che oscilla e che nell’oscillare muove all’unico pensiero dell’inesorabilità. Di un’inerzia che insegue se stessa fino a traslare in stato di bestia:

 

Dovrebbe essere un libro. Non so far altro. Ma non un libro di storia: la storia parla di ciò che è esistito – un esistente non può mai giustificare un altro esistente. (…) un’altra specie di libro. Non so bene quale – ma bisognerebbe che s’immaginasse, dietro le parole stampate, dietro le pagine, qualche cosa che non esistesse, che fosse al di sopra dell’esistenza. (…) Dovrebbe essere bella e dura come l’acciaio, e che facesse vergognare le persone della propria esistenza.

(La Nausea, J. P. Sartre, Novecento Ed., Roma, 2003, p. 220)

 

Non appaia tanto strano e, soprattutto, non si congegni il concetto come una sospensione evanescente che collimi con il semplice tempo temporizzato attuale, giacché (anche) a William Blake faccio risalire la mia osservazione. L’artista-poeta-pensatore, nel circoscrivere le sue attenzioni tematiche, affrontò il problema di soffusa argomentazione, ma di evidente richiamo sociologico, aspergendo le sue parole come fossero granelli di polvere solerti a dipanare il vetro della non osservanza. Il tempo è spazio-nutrimento di romanticismo-ribellione, di riflessione sui malesseri e sugli inganni ostruttivi della società del momento, intrapresa – l’uomo convintamente intrapreso, come poc’anzi accennato – a macchinare sulle presumibili condizioni che apportassero giovamento al macro-nucleo sociale, in ciò riuscendo arbitrariamente a dare connotazione miope e tolemaica a una visualizzazione che tendeva a rigurgitare se stessa in una valvola che girasse nello stesso verso, alla stessa ritmicità e producendo lo stesso identico spazio sonoro. A tutto ciò si giustappone la sonorità nuova e polifonica di Blake, nella mescolanza fattuale tra realtà e interferenze sopraggiungenti da visioni, che della realtà nutrono l’aspetto e non tanto per la fisionomia delle forme, quanto nei riflessi simbolici che emergono nelle strutture del reale e che hanno il sapore e la parvenza del contesto in cui hanno luogo.

Siffatta versatilità giova da un lato ad adombrare situazioni che si assimilano a vivacità ludiche, di serenità, ma successivamente appaiono nella loro natura tenace, assillante e ossessiva proprio in quella forma di simmetria che non già più appare come sensibilità di ordine e di pragmaticità, ma lascia fluire il torrente abbarbicato tra ciottoli e funestato da distorsioni che l’esperienza da sola, come successione e talora predestinazione, possa congegnare. Dunque, al potenziamento si risponde con il trasalimento di un’evocativa visione, che non sempre confida in una sinuosità visiva. È il caso delle due raccolte Songs of Innocence e Songs of Experience. La prima connotata da relativa quiete, luogo d’infantile innocenza, quasi uno schermo fervido di promesse. Le poesie contenute nella seconda e successiva raccolta esistono in ragione di un contrasto ‒ frutto dell’osservazione dell’azione, dei gesti  e sovente si può pensare alla caducità della bellezza affidata alla tenebrosità dell’appartenenza al mondo fattuale. L’età adulta. Il risveglio. La coscientizzazione. L’emergenza della bestia. Si consideri l’incipit di London:

 

I wander thro’ each chartered street

Near where the charter’d Thames does flow,

and mark in every face I meet

Marks of weakness, marks of woe

(Vago per le strade composte / dove il composto Tamigi scorre, / e distinguo in ogni volto che incontro / segni di debolezza, segni d’infelicità)

(London in «Songs of Experience», W. Blake, 1794)

 

È evidente come non già di spettri o di figure tenebrose egli tratti, ma strutturi l’atmosfera d’immagine esaustiva di significato e di tonalità esattamente a partire da quell’insediamento di rumori che si contrappongono al contemporaneo andare mesto, sfiancato dall’impotenza di affrontare la velocità e la noncuranza della volontà di altri uomini. In fondamentale accordo con la riflessione risuona il verbo wander, difficilmente traducibile se non corrispondendo a un muoversi a rilento assorbendo lo spazio circostante, pregno delle cadenze reiterate e convenzionate degli ambienti che affondano radici in ciascun uomo passi accanto.

Con Blake viene a esser assunta una forma che non si esclusivizza all’istinto basso dell’uomo, né fa forza sull’impulsività. Si potrebbe asserire quale tratto iniziatico alla capacità d’intuizione che nel pieno del rigoglio industriale del XIX secolo appare come illuminante generazione di nuovi orizzonti. Il problema sta nei codici, giacché in questa luce l’ideale appare spezzato o talora fulminato da contingenze. Concludo con la poesia The Tyger, tratta da Songs of Experience. Anche in questa poesia la mimesi della rima oscillante sembra provocare un sussulto nella distorsione del movimento. Una sospensione inquietante, che non ferma in conclusione qualsiasi essa sia, ma concita l’animo nell’attesa del nefasto, nell’impossibilità di una seppur minima tregua con l’avvertimento:

 

Tyger! Tyger! burning bright

In the forests of the night,

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful simmetry?

(Tigre! Tigre! Brillante di fuoco / nelle foreste della notte, / quale occhio o mano immortale / ha concepito per te una siffatta spaventosa simmetria?)





Matthew Barney, Cremaster 4, still image, 1994


Vale tanto nell’aggressività quanto nelle sottigliezze silenziose, che di tal guisa sono promessa di dolore, di malia, e coltivano l’inquietudine fino a sostanzializzare la paura di un’oscurità che trasforma le ombre in bestie costantemente in agguato. Vince la paura della paura, l’olezzo dell’imponderabile che soverchia anche quando ci si sposta dal fuoco visivo. È uno sguardo che da un quadro promette vendetta e nutre sospetto. È altresì il ricatto cui soggiace l’individuo quando maldestramente impone nel pubblico lo stallo di un sentire che gorgoglia dentro e che appanna maldestre anticipazioni comunicazionali, diffondendo un acuto di non-azione e non-gesto, ma soprattutto di pensiero divergente scavalcato da pensiero diversivo.

Questo comporta la nettezza dei legami tra parlante e ascoltatore basati su unità fondamentali del linguaggio. Non sempre definibili come entità separate, accade che proprio quando il parlante si scinde dal ruolo di ascoltatore subentra quell’obliquità che ridimensiona e riduce a stato di prevaricazione dell’uno sull’altro. Il livello letterario raggiunge così il punto fondamentale di costruzione per una forma cui corrisponde la profondità di strategie adattate a coprire o a scoprire. A velare o a rivelare in relazione al referente contestuale.  A esso si legano sia le facoltà emotiva, di ricerca, metalinguistica, sia la determinazione del messaggio che si ambisce rivelare o comprimere; sia, ancora, il canale preferenziale che si sceglie per appannare o per diffondere la propria comunicazione. Fondamentale è il codice opzionato perché il messaggio venga compreso e riutilizzato sensibilmente. Molto spesso i sei elementi (definiti da Jackobson in quanto livelli comunicazionali) non trovano un assemblage discreto e di pertinenza. Il più delle volte sostengono una refrattarietà che motiva e condona imperfezioni e malevolenze, stati di evitamento o di opposizione, di ristagno di parole e di mutazione prospettica. Il motivo è nella tipologia di rapporti ambientali, nella relazione pubblica (formale o informale che sia) con la variazione e le rispondenze rispetto a stati di prevaricazione che, sovente, rasentano l’aggressività o la vaghezza per svalutazione della propria parola o diffidenza a condividere regole. Di tutto quanto resta la fedeltà etica e altrettanto estetica cui ambisce la scrittura e lo stile fuor da congetture acrimoniose o cerimoniose di Henry James. Sta a lui l’aver anticipato sequenzialità simboliche che avrebbero aperto la strada alla scrittura (di pensiero) psicologica di J. Joyce, di V. Woolf, di T. S. Eliot e di tutta quella genia di artisti e narratori, i quali hanno inteso nel tempo successivo cimentarsi con la materia articolata dell’esistenza nelle sue spettanze. La novità di James consiste nella manifestazione dei fenomeni legati alla vicenda umana, con la sottrazione alla figuratività iconico-eroica e magistralmente colta nelle sembianze formali come innesto di rappresentazioni modali. La fredda mano e il presumibile distacco impongono l’inquietudine cui la realtà fa riferimento. Egli ne trae l’azione in quanto fenomeno, destreggiandosi con la creazione di atmosfere provocate da pause chiuse, da frasi limate e spezzate, che convergono ad attirare l’attenzione. In genere si offre esattamente nell’oggettività la chiave per entrare nello specifico e supportare la materia dell’autore, il quale interviene certamente, ma in maniera sempre discreta a rivelare quell’ottusità che comporta l’indagine profonda da parte del lettore.

In particolare, la straordinarietà di James sta nell’aver compiutamente adattato alla realtà conosciuta le sue storie. Il punto di vista è di conseguenza privato, ma non per questo non convincente, giacché l’autore non evidenzia, né rimarca particolari e proprio la cristallinità piana permette di sostare per assorbire le parole – forme entro le quali si stabiliscono i reali rapporti che l’autore stesso allaccia con l’arte. Arte, dunque, non selettiva, ma inclusiva, basata su rapporti unitari e solo in seguito convergenti nei raffronti. Non è difficile in questa scena irrorata da essenzialità riconoscere come James punti a far vivere d’identità propria la serialità del male, visualizzato come elemento inclusivo della realtà senza maschera. Inoltre, l’evidenza sta nel diluire e sequenziare, se possibile, le parole, i verbi, la punteggiatura. Ciò rende il male non già malevolenza, bensì dato in una sequenza matematica e altresì geometrica che confeziona tutte le formule, ivi compresa la bestia o le forme dell’essere e del trattarsi come tale. Nel suo operare, soprattutto, ciò avviene nella brevità iridescente dei racconti, nei quali scandaglia, disseziona situazioni, dalle quali emerge l’inquieto simbolico dell’azione.

 

I went so far, in the evening, as to make a beginning.

(M’inoltrai, nella sera, come accingendomi a un nuovo inizio)

(The turn of the screw, H. James, Bantam Books, New York, 1981, p. 72)

 

Si tratta di una vera e propria rappresentazione d’arte, nella quale James s’immerge pur restando senza fatica nella sua identità algida a manovrare e a direzionare l’intensità di una jungla che appare calcificata nel retroterra dell’ambiente conosciuto. Jungla è il luogo dove vorticanti liane attraversano il corpo e lo fagocitano lentamente, lo serrano, lo costringono fino allo stordimento del dolore. È il buio nella tensione del colore. I meccanismi che regolamentano l’opera, in tal senso  acquisiscono la condizione di struttura mentale che agisce in forza di una serialità di elementi interagenti e comunque rispondenti alle sonorità ambientali. Questo il principio di una materia che non può essere assolta sbrigativamente: in effetti, sebbene si guardi alla novità di scrittura come speculare del tempo, la concezione artistica affidata (oserei dire: generata) da James, permette una visualizzazione basata su legami avvertiti o meno, che molto devono alle modalità investigative in ambito medico – non solo scientifico – che in quegli anni ottiene ragguardevoli traguardi. Ipotizzabile in opinione sarebbe affermare che si tentasse di scardinare i punti di solida certezza, entro i quali il bilanciamento dei contrari avesse trasgredito all’ordine particolare della natura con l’imposizione di una categorica simmetria.

La scienza medica interviene in tal senso e da essa si risale alle variabili formali come si sarebbe evinto altresì nella scrittura di E. A. Poe. Nella confusione e negli eccessi della visionarietà di Poe avviene il riconoscimento di una lucidità analitico-descrittiva che trova scaturigine da sé e dalla propria esistenza e divampa a scatto funzionale per squarciare le oscurità del tempo. O di un tempo tra i tanti. Le immagini paradossali, famelicamente fantastiche, ripercorrono una traccia lasciata dalla vulnerabilità dell’uomo urbanizzato nell’intreccio di fatti che, pur pertinenti l’uomo e congegnati dall’uomo, appaiono adesso a lui ostili. Gli effetti sono inevitabili: l’oscurità è a un tempo convenzionale segno per affermare la caduta e un’opportunità per rinsavire:

 

La furia selvaggia di questa raffica si dimostrò, tuttavia, essere in un certo senso la salvezza della nave.

(Manoscritto trovato in una bottiglia in «Racconti», E. A. Poe, Rizzoli, Milano, 1982, p. 185)

 

Strano a dirsi: a partire dall’ingovernabilità dei gesti la letteratura affronta problematiche attinenti l’uomo spesso con capolavori che, rasentando (non sempre in immersione totale) l’indagine psicologica, giungono a evidenziare la maledizione che occorre sopportare per essere fustigati costantemente tra coltri di fortuna arida e inaridimento della bellezza, quale impagabile nota che dà sostegno alla brutalità della sopraffazione. Ciò rende il gesto e l’azione una bestialità e distingue l’uomo rispetto all’abbrutimento dell’animale ingabbiato. La gabbia, dunque, è la metastoria che motiva l’invariabilità che dà significazione a quella che, nell’apparente senso di ordine, conduce all’avvizzimento di quei processi bio-chimici che dovrebbero determinare il rinnovamento (non si parla di rimozione, si badi bene) delle fasi creazionali della materia. Ancora, alla gabbia si fa riferimento nel momento in cui dall’essere eterotrofo si affermano situazioni autotrofiche, ovvero le adattative strategie che comportano l’isolamento dei valori e l’annullamento in convenzionalismi che suffragano la paura della paura e l’inquietudine che sostiene l’ignoto. È la natura devastante di una guerra di trincea elevata a simbolo di armi di propagazione silenziosa, atte a sovvertire l’idea stessa di eroe, di alimentatore del mito e icona delle masse. È l’eroe disceso a ruolo di anti rispetto a se stesso, inconfessato infante di un plutocratico sistema teso a vincere per economia sulla dignità e ridurre in briciole la dignità dell’esistere.

A questo va incontro molta parte della letteratura fin dalla fine del XIX secolo, con segnali che distinguono i confini dell’edulcorazione già tempo prima, quando autori in aperta polemica con le traiettorie intraprese da una società in tensione verso i confini dell’impossibile reso possibile, mascherano le loro ambizioni con una dose che oltraggia concetti di uguaglianza e democrazia. E che suol distinguere quelli che Jonathan Swift ne I Viaggi di Gulliver chiama lillipuziani dai peggiori Yahoos – le scimmie ‒ e dalle lodevoli facoltà di cavalli che, nella storiografia, dovrebbero esser contemplati come bestie e che, sono dotati, al contrario, di virtù miranti a realizzare la relazione di volontà Io-Tu come soglia di accesso al noi preferenziale. Non esistendo onde che in un senso o in un altro contaminino, inferiscano o interferiscano in ambito territoriale, il riscontro è solo nell’esclusività e nell’autoesclusione.

 

Illustrissimi signori accademici!

Grande è l’onore che mi fate a presentare alla vostra accademia una relazione sulla mia antica esistenza di scimmia.

 

Crudelmente diretto è lo stile secco e altresì inquisitorio con cui si apre Relazione per un’accademia in «La metamorfosi e altri racconti» di F. Kafka (Garzanti, Milano, 1966, p. 161).

Una tale immediata rappresentazione dell’intenzione si ramifica nella constatazione in fatti ripuliti da ingannevoli e ridondanti ghirigori parlati. Si tratta di una tematica affrontata nella metafora della scimmia, nella ridondanza del gesto cui non corrisponde se non l’imitazione fine a se stessa. Per il tramite della parola-simbolo Kafka affronta uno schema, al quale risponde con un ardito paradigma che scandaglia l’interezza del fatto proponendo la creazione immaginaria come se fosse reale e assottigliando la linea di confine tra materia reale-reattiva e fantasia, dietro la quale si cela lo spessore della traccia. Una traccia che, beninteso, non è sempre favorevole. Tutto diviene simbolo e allusione: nella concretezza e nell’essenzialità, come nella visionarietà, l’espressione linguistica e il contenuto svolgono funzioni per snellire l’attenzione e direzionarla al cuore dell’argomento. A parlare è la parola osservativa, che mai si distanzia da contingenze umane. Più avanti, infatti, si ha prova di quanto asserito, sebbene lo stordimento, derivato da una descrizione logica, apporti il suo valore di saggezza dialettica disarmante:

 

Al disopra di tutto, una sensazione costante: non avevo scampo. Quello che allora sentivo come scimmia, oggi non mi è dato riferirlo che in termini umani, e quindi travisarlo; (…) Non avevo scampo, ma dovevo trovarlo, perché non potevo vivere senza. Sempre schiacciato a quella cassa, sarei immancabilmente morto. Ma poiché nella ditta Hagenbeck una scimmia ha il dovere di stare contro una cassa, io smisi di essere scimmia.

(ibi, p. 165, 166)





Giorgio De Chirico, Meeting


L’ingabbiamento senza opzione è di contrasto alla dialettica, al controllo di un’interazione mobile che, anziché congegnarsi con ispirazione, lascia il passo all’ossessione. Non si tratta di concepimento di esistenza differente, quanto di falsificazione dei dati ambientali (spazio, tempo, ecc.) che conduce alla morte nel primo anelito di vita. Di variabilità. A ciò si giustappone quella tendenza alla metastabilità nella quale configuro la bestia-timore di imminente fatica. La pigrizia. La pigrizia comporta la stabilizzazione dell’agire e trasporta la relazione di volontà a un’asserzione ontologica, da cui emerge la concentrazione dell’io in quanto valore estremo che muove verso l’unicità della volontà di potere. Se nel caso del protagonista kafkiano la volontà dà potere all’uomo di uscire dal suo stato di scimmia, il motivo risiede anche nel territorio della dialettica, della riflessione, il che comporta lo studio e non solo l’osservazione dei fatti, del contesto-luogo e del perché e del come si sia giunti a quello stato. È quanto razionalizza il protagonista, soprattutto quando, in maniera sequenziale, paradigmatica e sistemica, affronta ogni volta un caso dal principio, facendo seguire la diramazione analitica fino a trarre conclusioni dettate dal pensiero divergente. Sopravviene quella situazione che permette di uscire dalla gabbia delle convenzioni e farsi testimone di indagini. Un esempio è traducibile dal concetto di libertà che sovente è un modo di ingannarsi tra gli uomini. Anche per la libertà (oppure ‒ come dirà più avanti l’autore per bocca del suo protagonista – l’illusione di libertà) si lega alla convinzione del momento. O, meglio, della maestria del proprio movimento.

Tanto opinabile, dunque, la concordanza con concetti da estrarre da etichettature senzienti, da riportare all’archetipo di un’indolenza quale miglior territorio dove si consuma la metastabilità della pigrizia, equivalente al paradosso del dettaglio, nel quale s’insinua – per indolenza – tutta una cosmogonica valenza di idee ed ideali che fraternizzano con un altro sentimento: il malinteso intenzionale, scaturigine potenziale alla devianza. Esemplare l’intrico della libertà. Non ad essa mira il protagonista-scimmia, quanto all’immediatezza dello scampo:

 

Camminare, camminare, questo volevo: non dovermene sempre stare a braccia in alto, appiccicato alla parete di una cassa.

Oggi me ne rendo ben conto: senza una gran calma interiore, non sarei riuscito a districarmi.

(ibi, p. 167)

 

Dal dettaglio forzato egli si distacca, celebrando la compostezza delle riflessioni e attingendo alla solidità delle braccia, delle gambe, sulle quali poggiare la forza perché diventino luogo della distensione. Questo il modo per alienare l’ossessione che giunge a invadere lo spazio con il concepimento di un reale che tale non è, che pertiene a una macchinosa irrealtà ab-norme, anomala, indecifrabile, che suggestiona e assilla fino a divenire mito consacrato a occupare il luogo reale e spazzar via la vera realtà (quale?) con il conseguente irragionevole rispetto a uno spazio metamorfizzato in spavento, angoscia, patologico divenire ingabbiato.

 

(…) sotto il fuoco divorante

dell’esistenza, si abbandonano al pianto i morenti,

nell’adattamento al mobile orizzonte che nasconde la

loro sconfitta (…)

(Il totem che cade e ricade in «Il compito terreno dei mortali», Flavio Ermini, Mimesis, Milano, 2010, p. 36)

 

Eppure, la pigrizia come metastorico imbestialimento, anziché proiettarsi come desertificante azione, può accomunarsi a una vanità come strategia di non-irruzione (nolenza) nell’apparente armonia del mondo, cui giova adeguare la propria armonia. Sovente diluita in termini di quiete, essa sprona al mito ingannevole di un Prometeo incatenato, capace di contraffare l’incauta vanità delle cose acquisite con una parvenza di dignità e pudore. Questo comporta l’esser fuori dal logos, struttura razionale dell’esistenza, che, d’altro canto, rinnova il grido dell’autentica scontentezza di sé e trascina verso un’inerzia come dissimulata sensazione di fallimento. Da qui la simulazione adulatoria dell’inganno prevaricatorio, presente-mascherato in coloro i quali sono

 

affaticati dal peso della loro alta dignità ufficiale, (…) costretti a recitare una parte dal pudore più che dalla volontà.

Tutti si trovano nella stessa condizione, sia quanti sono tormentati dall’incostanza e dal tedio e dal continuo mutamento dei propositi, ai quali sempre piace di più ciò che hanno lasciato, sia quelli che si lasciano marcire tra gli sbadigli. (…) Aggiungi anche quelli che sono poco duttili non per colpa della loro fermezza, ma per colpa della loro inerzia, e vivono non come vogliono, ma come hanno cominciato. Di qui innumerevoli sono le caratteristiche, ma uno solo l’effetto del male, l’essere scontenti di sé. (…) Di qui quella noia e quel disgusto di sé, e l’irrequietezza dell’animo che non trova mai un dove, e la triste e penosa sopportazione del proprio ozio.

(La fermezza del saggio, Seneca, RCS, 2012, p. 127, 129)

 

Seneca anticipa di secoli la nausea e il ribrezzo che l’uomo ‒ pervaso dall’instabilità delle sue azioni tese a un obiettivo ‒ concede a se stesso ed è una volontà carismatica irrefrenabile che appare più che fuoco abbacinante, che logica attinente ai fatti e all’armonia dei rapporti sociali. La prevaricazione come dato iniziale può da sola comportare la fase di appetibile ripresa, ma, molto spesso, abbagliata da se stessa, riporta su un binario di deviazione quello che poi si distingue come conflitto con il sé (La scontentezza menzionata da Seneca). Ma non è questo il dato strutturale del mondo: se è vero che si esiste per essere in relazione di reciprocità, a questo fa riscontro una cultura dell’impoverimento organico che, anziché defluire attraverso canali che esplicitano la conduzione dialettica, preferisce la scorciatoia per giungere ad uno stadio di dominanza (mal) interpretata come indipendenza personale e strutturale, che si rivela bestia ingabbiata nel suo veleno di noia. Il passo alla perversione è formulato.

Il problema sostanziale si pone, dunque, nella fase organizzativa della partecipazione, dei sistemi, dei criteri e di quegli elementi che, per sostenere il loro impatto nella costruzione dei rapporti sociali (formali o informali che siano), debbano rispondere a un canone perentorio: la stabilità decisionale. Per stabilità decisionale s’intende non già la definitività limitante riportata all’interno di una gerarchia, quanto una pianificazione che sia logicamente condotta con criteri associabili. Si tratta di imperativi dotati di una mobilità relativa al punto di vista mutevole entro una strutturazione che ha valore secondo schemi geometrici di riferimento che, per parte loro, assolvono ad una particolare forma dello spazio nel quale si intende agire. Diversamente sarebbe confusione, disorientamento e, per ciò tanto, prevaricazione. La stessa intenzione sarebbe sintomatica jungla e i vortici della flora e gli occhi delle bestie sarebbero minaccia deviante. Di colpo, privati della fermezza, si avrebbe coscienza di una realtà immaginaria gigantesca (fagocitante e grottesca); l’avvertimento del proprio anonimato risulterebbe la porta alla solitudine provocatrice dell’asfissia razionalizzante, con un  ottundimento delle facoltà decisionali, il cui frutto sarebbe la paura e la successiva caduta.  Un sogno dissociato, in altre parole, percorre due diramazioni che investono lo stesso spazio abitativo, condizionando il vero dall’irreale e lasciando affluire il sogno nel non-sogno che non è, ad ogni modo, la realtà, ma di essa diviene forza prevaricante.

È la tematica di Doppio sogno di Arthur Schnitzler

 

Nessun sogno (…) è interamente sogno.

(Novecento Ed., Roma, 2002, p. 95).

 

Nulla di armonioso, ma una tenace restrittiva del sogno a un ottenebrato sistema dal quale le impalcature di un procedere fuori dai propri passi sembra condurre nel labirinto, salvo recuperare, come nella scena finale, la logica della propria destrezza

 

(…) senza sognare (…) cominciò il nuovo giorno.

(ibi, p. 95)

 

Nel non-sogno s’intravvede un’armonia naturale emanata dalle imperfezioni, alle quali la logica non cede con il desiderio di confezionare un quadro perfetto, che solo rispunterebbe come cavezza per congiungersi con la flessibilità delle condizioni che provocano il senso del vivere. Nessuna esattezza, dunque, né la ricerca forzata di contraddizioni che, nel rendere irraggiungibile la realtà medesima, costringono all’attenzione solo su particolarità estrapolate dal proprio habitat dinamico.

 

Siamo nel mondo per reciproco aiuto, (…) in conseguenza è contro natura ogni azione di reciproco contrasto. Ed è contrasto l’ira e la reciproca avversione.

(Contro le lusinghe del mondo, Marco Aurelio, RCS, 2012, p. 3)

 

L’avversione cui si riferisce Marco Aurelio nel II secolo dopo Cristo è presente in molta parte della letteratura d’opinione e realistica contemporanea, come se da tempo fosse questa la materia di indagine, obnubilata dall’incapacità o non volontà di pianificare la propria esistenza secondo questi ritmi. Si tratta di portare in luce le distinzioni esistenti, senza per questo travalicare la posizione mobile dello sguardo-percezione e, anzi, costituire la fissità visiva come accesso all’immobilità, all’ira, al gesto prevaricatore. Alla bestia costretta.

Basti questo a evincere una solidità che contravviene alla regolamentazione secondo la quale l’uomo progressive dovrebbe sostenere la forza di compiere salti per avanzare nel suo cammino di conoscenza. Straordinaria convergenza è invece l’adattamento che l’uomo concepisce come suo diritto naturale e che lo conduce a rifiutare la categoria con uno slancio di ribellione che, invero, compare come oltraggio all’intersoggettività. Stabilitosi definitivamente borderline, l’uomo anticipa su di sé la catastrofe, irrompendo con brutale maniera a coinvolgere un’intera umanità, salvo distanziarsene nel momento di riconoscimento della colpa. O delle sue colpe, data la nefasta opposizione alle validità dei sensi che dovrebbero gestire la capacità interlocutoria e addensativa sociale. Ciò nonostante permangono condizioni di rilevamento idealistico, sebbene mantenute in uno stato amorfo o astrattivo.

 

Tutti i belligeranti credevano fermamente al tempo stesso che la scienza, la sapienza e il sentimento di autoconservazione avrebbero infine costretto gli uomini a unirsi in una società concorde e ragionevole, e perciò intanto, per affrettare le cose, i sapienti cercavano di sterminare al più presto tutti i non sapienti e quelli che non capivano la loro idea, perché non ne intralciassero il trionfo.

(Il sogno di un uomo ridicolo, F. Dostoevskij, Opportunity Book, Milano, 1995, p. 35)





Maurizio Cattelan, Senza titolo, 2007


A delinearsi è la via di sentimenti dotati di un obiettivo, ma rappresentati con uno spirito degenerativo al quale non si può che non rispondere con un rifiuto. Fuor da ogni logica attuativa, si tratta di un sogno che si poggia su una convinzione strategica, ma è il metodo a risultare disarmonico. È l’eccesso e un eccesso di macchinazione, cui corrisponde nel risultato anche l’azione denigratoria della bestialità. E dunque, se da un lato è l’inerzia a condizionare la bestialità auto-referenziale e desertificante, dall’altro l’avvitamento su se stesso comporta il dirottamento di un metodo che, da scientifico e pragmatico, diviene autorità di utilizzo di qualsiasi mezzo per raggiungere il proprio fine, anche quando il fine è deciso come oggettivamente favorevole. Insomma, come non pensare allo sterminio dell’ortica e dell’erba secca come simile sistema adoperato nello sterminio del pensiero, dei libri, delle genti! È lo stesso luogo della prevaricazione del pensiero costrittivo l’arbitrio d’una razionalizzazione estrema, vicina a un elettrochoc che destabilizza piuttosto che guarire e, anzi, porta indebolimento, perversione. A cromatismo che non ha nulla di umano, né sovrumano. Non attinge nemmeno alle sensazioni, o alle emozioni. Ingrigito e imbastardito nell’autodistruzione lenta che, nel frattempo, tenta di fagocitare e contagiare il territorio circostante. Il che riporta a ciò che Baudrillard definisce il distacco referenziale dell’uomo socializzante e socializzato dalle cose, in favore di un intrico di metatesi con unico riferimento alla costruzione valoriale dell’impresa. Questa maniera scardina i più elementari meccanismi di difesa del territorio e altresì sono fustigati i modi per costruire logiche sequenze di centri diversi, ma dotati egualmente di stesso impegno e intensità.

 

(…) Ogni vita desidera un linguaggio,

con parole e numeri colori linee suoni

scongiura la nostra ottusa morte

e costruisce del senso un trono sempre più alto (…)

(Linguaggi in «Poesie», H. Hesse, Mondadori, Milano, 2002, p. 149)

 

Ovviamente, in tutto questo congegno a orologeria manca il valore della parola comunicativa, la sola a parlare attraverso le manifestazioni delle tonalità possibili e che si muove nel campo di una geografia cosmopolita. La parola diviene unico contenitore di intenzioni piuttosto che di tensioni e nutre un impianto arrugginito che matura per un verso l’effervescente nota della bestialità infuocata; per altro, una sorta di avvilimento o scetticismo che fa apparire logoro lo stesso orizzonte. Appare la traccia dell’uomo iridata da fratture di decomposizione e porta a riesumare false nostalgie di (falsi) tempi andati in un rinnovamento del vecchio, di ripresa di codici che, si crede, in quanto validi un tempo diverso dal proprio, possano esser sufficienti a scardinare la paura di un incontro con la bestia. Nel timore di imminente fatica, là dove la fatica sta nel pensare-pianificare-codificare la strategia contro la (propria) sopraffazione. La coltivazione dell’intelletto sarebbe arma strategica efficace, ma ristagna nel luogo desertificato dell’azione. È ancora Marco Aurelio a parlare:

 

(…) le funzioni dell’organismo sono un fiume; quelle dell’anima, sogno e vanità; ed è guerra la vita, viaggio d’un pellegrino; oblio la voce dei posteri.

E adesso, a che cosa ti puoi affidare?

A una sola cosa; a un’unica cosa: la filosofia.

E questa cosa ti permetterà di conservare l’interiore dèmone senza violenza o danno; signore dei piaceri; capace di agire senza intraprendere nulla a caso; immune da menzogna e da simulazione; (…)

(ibi, p. 9, 11)

 

L’ideale, trasformato in spettro, risponde a quella tendenza presentata dalla teatralità silenziosa per gesti di T. Mann, capace di dilatare l’intelletto con la mescolanza di tonalità, nelle quali si assolve alla rivelazione delle tessiture dell’inganno quale elemento distintivo di una bestialità che sembra dilagare e occludere al contempo alla vivenza sociale dalle altre temperature di tale vastità. Non bisogna disconoscere agli autori che infrangono l’ambiguo stato di acquiescenza un valore fondamentale. Essi parlano il linguaggio della realtà sebbene affrontino talora anche argomenti che attingono da una concezione fantasmatica, immaginativa e, soprattutto simbolista. Non v’è nessuna acredine in questi step verso lo smascheramento degli aspetti comunitari e le insidie, che si nascondono dietro un rumore che nulla ha di tribale, nulla hanno del portento di piccole comunità dove sovente vige più la minaccia flebile della lotta, piuttosto che il sottile e sommesso urlo vagabondo di irradiare una cultura ammorbata. In ciò Mann manifesta la sua abilità di gestire tanto la drammaturgia sottile e profonda, quanto la capacità di apportare riempimenti alle manchevolezze di una società sovente distratta e (forse per questo?) in caduta. L’individuo sottoposto alla propria debolezza sovente si lascia soggiogare da forze negative quali l’inganno, il silenzio, la melanconia, così autopunendosi per una colpa che avverte derivare proprio dalla sua fragilità. È questa colpa, infatti, a nutrire la speme del nuovo trionfante peccato. Abusa la parola della propria emotività e la confonde con emozione, mascherandosi dietro incapacità. In trincea anche da se stesso, l’individuo fatica all’autoregolamentazione e, pertanto, all’auto-accettazione come funzionante alla società. Questo rivela e questo si rivela nelle trame fitte di obliquità di molta parte della letteratura dedicata alla dissacrazione dell’uomo da parte di se stesso. E si badi che non parlo di auto-convinzione, bensì di auto condizionamento che, infine, rende la persona consapevole del proprio viaggio, sebbene sia un viaggio compiuto o in fieri su una strada irta e devastata, sconnessa e al contempo in rotta di velocità alleviata dal senso d’impossibilità.

 

Aveva la testa in fiamme, il corpo bagnato di sudore appiccicoso, un tremito alla nuca, era torturato da una sete intollerabile; cercò lì intorno un qualsiasi ristoro immediato. (…) Tutto era silenzio, l’erba cresceva tra le lastre del selciato, rifiuti erano sparsi all’intorno. (…) folate di vento caldo portavano ogni tanto odore di acido fenico.

Eccolo lì il maestro, l’artista dignitoso, (…) che in una forma di esemplare purezza aveva condannato la vita zingaresca e il torbido dei bassifondi, abiurato ogni simpatia per gli abissi, riprovato il riprovevole, (…) eccolo lì seduto a terra, con le palpebre chiuse (…); e le sue labbra flosce ravvivate dal rossetto articolano parole staccate dei discorsi che il suo cervello intorpidito compone con la strana logica del sogno.

(La morte a Venezia, T. Mann, Novecento, Roma, 2002, p. 92, 93)

 

Sarà questa la bestia? Ricercare fuori da sé il male potrebbe solleticare la speranza di esser nel giusto, ma così non è. L’uomo adombra la sua potenzialità nell’avvertirsi colpevole e, spesso, colpevole di scelte (giudicate) infauste. In fondo non si tratta che della procrastinazione di un’abilità di riflessione a un poi che viene a mancare per non essere certezza, ma solo decisione di accogliere incertezza.

Il modo non fa che insozzare la familiarità con i luoghi, il che non significa una prevaricazione da parte dei codici che definiscono l’habitat. Al contrario, come punti fermi nella possibilità di stabilire relazioni, la familiarità della parola comporta la suscettibilità della differenza come sistema entro il quale agire e dal quale avviare l’azione mediante i legami nella logica dell’autonomia, per evitare di saltellare in preda all’allucinazione dell’irreale e conferire un valore moltiplicativo alla realtà territorializzante.

 

Bisogna togliere l’impalcatura quando la casa è costruita.

(Opere 1870/1881, F. Nietzsche, Newton, Roma, 1993, p. 881)

 

Non appaia inane quest’affermazione – vera impalcatura alla metafora che distingue l’azione efficace da un’azione che si ammetta quale bestialità. Perché questo saggio alla bestialità è dedicato e alle forme che definisco bestie per economia linguistica e non solo: soprattutto per avvertirne la struttura di monadi depauperate dello spirito critico che sovente dimentica se stesso. L’affermazione di Nietzsche muove da una concezione abbastanza decisa, che riguarda il tempo in cui, all’estetica imperante, faceva da contraltare, pur associandosi, il disamore da parte di una massa provata dall’inconsistenza di prospettive, per le quali un dio folgorante poggiava sul potere economico e sulla devastazione del territorio umano. Di questo si erano fatti testimoni e voce autorevoli personaggi che aderirono alla determinazione del soggetto da una prospettiva (secessionista) che metteva a nudo la realtà anche quando a prospettarsi fossero tematiche di natura immaginativa. Non si trattava di esorcizzare o di mantenere un ordine, giacché era proprio la simmetria a sconvolgere la coscienza della dimensione uomo. Come inizialmente evidenziato in questo saggio, ne aveva avuto contezza W. Blake nella dolente nota di una simmetrica geometria ordinativa a giustificare la contrapposizione del male al bene e che, in un certo qual modo, veniva a ledere la formulazione convenzionale di un’accoglienza di stampo religioso. Tutto ciò emerge senza fatica da scritti che si distraggono dal pietismo come forma di accoglienza del male imperante. È l’oltraggio, l’opposizione e il contrasto affermati come spregiudicata nota sulle pagine della cultura nuova di fine secolo. In essi si ravvisa una certa irriverenza nell’argomentare anche nelle forme private. Stranamente, oserei parlare di continuità tra un Mr B. in Pamela di S. Richardson, stante l’acronimo per beau, ma al contempo una serigrafia di «B» come bestiale atteggiamento, sopruso confezionato sull’onda dell’aridità di valore. Ma siamo ancora in un periodo, quello fine ’700, in cui l’ideale è mantenuto come coscienza collettiva e suol dar forza morale di convincimento che stia alla buona volontà della persona prendere insegnamento o dirittura da tali parole. Ma il tempo corre a una velocità notevole rispetto alla velocità di assorbimento e di assorbimento e trasformazione dell’uomo, la cui accelerazione varia in relazione a condizioni delle quali egli è fautore. La società contemporanea vive una dimensione alterata: all’ideale contemplativo si oppone una manifesta voracità reale che trasmette tutte le cromo-atmosfere di una travagliata sequenzialità di affanni che sollecitano svolte, ma si bloccano confuse in un luogo che ha perso i confini retrostanti e non riesce a calarsi in un’investigazione proficua ad apprendere dal reale la parte complessa. Nel non riconoscere le articolazioni, si stempera la convulsione con fasi di mascheramento. In quest’ambiente grigio la fede sembra l’unica svolta (scampo) per guardare al reale con forzato affetto e cauta benevolenza. Nel direzionarsi diversamente, con lo smascheramento della vacuità si otterrebbe l’avvicendamento sordido di un’oggettiva esclusione dell’uomo dalla sua stessa vita. Si calerebbe nel pozzo della ferocia del destino e si giustificherebbe la bestia in sovrumanizzata dimensione da richiamare per falsamente vivere il ricordo come consolatorio.

Come non riconoscere nell’intonazione l’aggravante di una volontà di potenza cui lo stesso Nietzsche fa riferimento in Il crepuscolo degli idoli:

 

In ogni tempo si sono voluti «render migliori» gli uomini: questo portava il nome di morale. Ma sotto una stessa parola stan nascoste le tendenze più diverse. Sia l’addomesticamento della bestia uomo, che l’allevamento di una determinata specie di uomini sono stati chiamati «miglioramento» (…) Definire l’addomesticamento di un animale il suo «miglioramento» ai nostri orecchi suona quasi come uno scherzo. Chi conosce quello che succede nei serragli, dubita che proprio lì la bestia venga «migliorata». Essa viene indebolita, resa meno nociva, attraverso il sentimento depressivo della paura, attraverso il dolore, le ferite, la fame, essa diviene una bestia malaticcia.  

(Il crepuscolo degli idoli, F. Nietzsche, Newton, Roma, 1994, p. 57)





Daniel Peta, Senza titolo, 2013


La volontà di potenza sembra tradursi lungo due rotte arbitrariamente opposte e paradossalmente confluenti: la fede e la conoscenza. La fede, in quanto elemento distintivo di una fiducia nell’uomo, comporta la frantumazione comportamentale e la visione sociologica dell’ambiente e determina il procedere all’interno di un territorio che non risulta mai distaccato dall’essere-divenire dell’uomo. In quanto sostegno ai mezzi disponibili, tra l’altro, essa dovrebbe accelerare la convergenza verso una pianificazione attuativa che comporti, consapevolmente, la riuscita degli obiettivi. Gli obiettivi di superamento e, altresì, di smascheramento. Al contrario, la volontà, nell’esprimersi come rotta d’invincibilità, comporta l’assuefazione negligente a una concentrazione staticistica di un’energia che, in breve, non cerca sfogo all’esterno con la condivisione, ma sedimenta in un nucleo serrato. Diviene male, colpevolizzazione esteriore. Tende a serrare portali e a offuscare il grigio con un nero bituminoso. Ciò, altresì, comporta la falsificazione prospettica e anche le parole, i toni, i ritmi si allontanano da una presumibile e volenterosa attività per discendere verso un avvizzimento che dispone a un controllo eccessivo, egotistico, pulsante di non-vita. Esemplare è la ricerca condotta sul finire degli anni ’50 del secolo scorso da Walter Miller. L’antropologo studiò atteggiamenti persecutori di alcuni gruppi ai margini della metropoli e desunse che tale comportamento avesse derivazione da un tipo di cultura ambientale e non già da acredine nei confronti del resto della società, particolarmente riferendosi alla middle class. In altri termini, secondo Miller il loro stile replicava una forma d’intorpidimento culturale che, partendo da un livello comportamentale, sarebbe sfociato nella brutalità. Dalla gabbia all’ingabbiamento. Ciò che inquieta, ma non deve stupire, era la visione che la gioventù borghese ne riceveva: un intrico di stordimento e disaffezione, ribellione ai canoni del proprio contesto, arrivando a concepire tali atteggiamenti come manifestazione di libertà da invidiare. In tutto questo il senso reale di rifiuto delle convenzioni viene accantonato e tende a confrontarsi con la bassezza cupa che appartiene alle forme impulsive dell’uomo, che vincono altresì sulla capacità intuitiva di desumere ciò che è bene per sé. L’indagine condotta da Miller ebbe luogo in un decennio in cui, alla rabbia perpetrata come risoluzione a problemi sociali corrispondenti alla decostruzione dell’identità, la questione principale ruotava intorno a situazioni molto più pertinenti e profonde riguardo al senso di non-appartenenza e di assenza di lungimirante posizione. In altri termini, si concertava un sillogismo macabro che comportava la colpevolizzazione al di fuori del sé e al di fuori del proprio territorio esistenziale, con l’obnubilamento della visione reale, alla quale si attribuiva la responsabilità di un orientamento alienato e condizionato.

Il problema riguarda dunque la deviazione e la devianza. Ne ho trattato con Blake, ma gli esempi sono straordinari e notevoli. In Il Signore delle Mosche, ad esempio, nell’intrecciarsi infervorato e cauto a un tempo, le parole destano uno sbigottimento la cui valenza è sempre molteplice: qui, infatti, parole come gruppo, squadra, assemblea e tribù si mescolano, conferendo un senso elevato d’inquietudine e di sospensione che rende la trepidazione della paura come effetto bestiale che aduna a sé gli spettri dell’angoscia e che equivoca sull’attesa prostrando comportamenti, fagocitando effetti nell’esclusività del dolore assente. Batticuore, stordimento, pulsazioni ritmiche velocizzate ottenebrano la vicenda umana, conferendo a simboli malefici le stesse funzioni delle virtù valoriali. Ma la virtus non riesce a interagire con le sequenze biologiche e metafisicizza temperature che dovrebbero collimare con lo stato di umanità e che invece collidono con una selvatichezza inaudita. Anche in quest’opera, come nelle Songs di Blake, il riferimento è al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, come se si volesse arguire che proprio nelle fasi iniziali si possa intervenire con l’educazione (soggettivazione del portar fuori da sé il bene possibile) oppure con la (contraria) iniziazione a un’attività di sopruso.

 

Ralph piangeva per la fine dell’innocenza, (…)

(Il Signore delle Mosche, W. Golding, Mondadori, Milano, 2002, p. 222)

 

Non ha molta importanza che il romanzo sia stato pubblicato nel 1954. Tutte le teorie possibili per decifrare il significato di un’allusione al tempo vissuto lasciano la repulsione di una certa bestializzazione circoscritta, quando, invece, di bestializzazione si addensa la scena della letteratura moderna e contemporanea: atti di una grande e complessa vicenda per decifrare categorie carezzevoli di una solitudine sovente intesa come appoggio spirituale, coniugabile con gli stordimenti provocati da una leggerezza d’animo a non voler confrontarsi con la velocità esteriore, le trasmutazioni sociali e culturali. Ancor più spesso la solitudine che sconfina nel mutismo comporta la traduzione manifestativa di una pigrizia quale stato confusionale diretta a configurarsi in quella sensazione di astenia e di paralizzazione dei confini meditativi, attraverso i quali avviene il filtraggio delle condizioni e l’adeguamento delle (non) riflessioni. Sebbene, infatti, la pigrizia sembra dissociarsi da uno stato dinamico, essa contribuisce a dare solidità a materiche intromissioni del pensiero divergente o diversivo o, ancora, sovversivo. Tende a imbastardire le diramazioni logiche. Non possiede, né prevede un piano d’azione e questo la rende sovrana rispetto all’accreditamento della persona, flettendo l’attenzione su un realismo sconvolto e sconvolgente, che distorce e sbrigativamente contorce, dissipando la volontà rispetto alla volontà di potenza auto-confluente e pervasiva. Ciò converge in quella letteratura della reazione che Thibaudet aveva a suo tempo asserito corrispondere a una vera e propria reazione alla letteratura. Probabilmente si riferiva alla critica edulcorata che la letteratura del suo tempo – o di quella di ogni tempo – non riuscisse a comprendere la vastità tipologica delle possibili azioni convulsive dell’uomo. Incapace, dunque, di risalire tutti i gradini di una scala a ritorni incrociati, per i quali anche il silenzio appare affanno e la fantasia è macchinosità che respinge l’ingegno e trova conforto nella disfunzionalità della fantasia ormeggiata tra sartiame corroso e liquidità ristagnante. È l’effetto visivo di quella pigrizia alla quale pare risalire l’inatteso ambiguo. Il tessuto è lo stesso, se si ha ragione di pensare che si tratti di un dettaglio infinitesimale da cogliere, seppure, tra le ombre che fagocitano il presente, appestato di cose e di giudizi e di opinioni, di descrizioni che infuriano per abbrutire, infine, la natura delle cose. Su questo interviene la vita annebbiata da quell’impigrimento che rasenta la pericolosità di un passo statico, che ostruisce gli interstizi e annerisce di pece quella mescolanza di proiezioni che si dipartono dalle novità e dai pertugi e vanno a confondersi con la varietà dei punti di vista. Che non ostentano rigore, ma di rigore si nutrono nella versatilità di un punto di osservazione che varia e varia al variare delle stagioni, riducendo le confinazioni che tendono a innervosire chi pregiudica a se stesso la facoltà di spostarsi. Che sia questa gioventù o che corrisponda questa alla concezione di poesia non ha luogo di obiettarsi, giacché l’una è la formulazione di simbolica creatività. L’altra è creatività e poesia …

 

(…) un peccato infantile

(…) un battere ostinato della parola alle porte

di ferro delle cose (…)

(della consumazione del rogo, Alfonso Cardamone, Pellegrini Ed., 2009, p. 107)





Mario Loprete, 400 Gamma, olio su cemento armato, cm 18x25,


Nell’ermeneutica della bestialità si riscontra la reazione che avviene mediante una riflessione sulla rapidità di accesso a nuovi codici, che rifiutano l’incancrenirsi su quanto d’indiscusso appare e di facile e agevole, e mirano a eclissare quelle tendenze che assolvono all’indagine sulle esponenze dell’uomo mediante tecniche e approfondimenti antropologici. In atto è lo scoprimento di un’attitudine che sembra abbracciare orizzontalità concesse dalla frantumazione delle visualizzazioni. Proprio la frantumazione esistenziale, infatti, permette di sostenere lo sguardo a una più sapida e concreta concentrazione di dettagli, dai quali trarre (varietà di) nutrimento per confrontarsi con l’estenuante concentrazione di dati, ai quali l’uomo è chiamato a rispondere. L’impigrimento alla concentualizzazione dei dati corrisponde, per parte sua, all’annientamento dell’essere, alla distruzione e all’evitamento di dar

 

la caccia alla vita

(…) un cielo sporco celeste ancòra

ti chiama alle segrete scommesse

del mare sui libri le mosse componi

della scacchiera incomposta dei segni

(ibi p. 57)

 

Questo riporta alla duttilità delle idee che, in quanto mobili, non si arrestano in quello che John Locke definiva intelletto finito. Probabilmente la finitezza di Locke può eguagliare la conclusività cui tende la razionalizzazione, al fine di conseguire solutorie attività che non vanifichino a loro volta l’intenzione di agire. Ma, a questo punto, dove e come si colloca la distrazione della bestialità e cosa e come definire la bestia? Ancora una volta riprendo l’idea di pigrizia come capitolazione paradossale a un divenire circoscritto, sul quale apporre il sigillo di presunta conoscenza anche quando questa non è effettiva. Ancora Locke si esprime in questi termini: la falsificazione e la menzogna sono complici di un resistente sforzo d’inerzia che ingrigisce la seppur minima facoltà di addurre posizioni dell’andare, del muoversi, del confrontarsi. È un condizionamento dato dall’ambientazione nella quale si sostiene la parte del vivere, ma che in realtà defluisce fuori dagli schemi di un rigore affidato alla potenzialità del fare, inteso come provare, sentire, percepire. Insomma, dinamicamente al passo.

 

Non voglio che domani tu te ne vada finché non saprai dove vai.

(Il laureato, C. Webb, Mondadori, Milano, 1968, p. 177)

 

Si è ampiamente evidenziato quanto importante sia assorbire le fasi esistenziali con un procedimento a passi stretti, sensibilizzati dall’ambiente generato al fine di comporre un quadro che non speculi la propria immagine iconografica. Raccogliere i dati, a questo punto, significa sostenere la connettibilità di intuizioni che appartengono a un ruolo ben superiore rispetto all’impulso provocato da una scarica elettrica, che lascia intorno a sé solo un campo bistrato dall’abbaglio.

Riunire e collegare e, di conseguenza, sistematizzare gli elementi del reale conduce all’assorbimento lento, piano e pianificato dell’agire successivo.




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