TRADUCENDO MONDI
JORGE EDUARDO EIELSON
(1924-2006)
Un poeta dal Perù verso il tutto
e ritorno


      
Un profilo critico dello scrittore e artista visivo di Lima che si stabilì all’inizio degli anni ’50 in Italia, dove ebbe modo di sviluppare il lavoro letterario e quello artistico in parallelo e con ritmi produttivi egualmente intensi. Dal lato poetico egli fu fortemente influenzato da José María Arguedas, figura di primo piano del movimento indigenista, che lo aiutò a riscoprire le radici incaiche e pre-incaiche. Questa cultura pre-colombiana si riflette in molti testi, tra cui il magnifico poemetto “Nazca” che qui presentiamo in originale e in traduzione italiana.
      



      

di Martha Canfield

 

Origini e percorso

 

Jorge Eduardo Eielson era nato a Lima, Perù, il 13 aprile 1924, da padre d’origine svedese – Oliver Eielson – e madre peruviana, in cui si mescolavano varie stirpi, nazca, spagnola e italiana. Fin da piccolo dimostrò di essere eccezionalmente dotato per la scrittura, la musica e la pittura. A soli 21 anni e con la prima raccolta di versi pubblicati, Reinos, vinse il premio nazionale di poesia del Perù. Nel 1948 fece la prima mostra personale con opere grafiche, dipinti e sculture. Nel 1949, avendo vinto una borsa di studio, si trasferì a Parigi, dove fu accolto nel movimento Madì, con cui fece la prima mostra europea, nel Salon des Réalités Nouvelles (pittura astratta e geometrica e mobils). Nel 1950 ottenne una seconda borsa, questa volta dell'UNESCO, e si trasferì a Ginevra. Nel 1951, stabilitosi a Roma, entrò a far parte del gruppo L’Obelisco, con Piero Dorazio e Mimmo Rotella. Tra il 1954 e il 1958, concentrandosi nell’attività letteraria, produsse alcuni dei suoi capolavori poetici, uno dedicato alla città di Roma (Habitación en Roma, 1954), alcuni di essi di grande novità sperimentale. In questi anni conobbe Michele Mulas, giovane artista sardo che diventò, da questo momento e fino alla sua morte, il suo compagno di vita e la sua unica famiglia.

Durante gli anni ’60 i due artisti cambiarono spesso residenza, muovendosi tra Parigi e diverse città italiane. Eielson venne invitato alla Biennale di Venezia nel ’64, nel ’66 e nel ’72; alla Mostra d’Arte Latinoamericana del Festival dei Due Mondi di Spoleto, alla Biennale di Parigi, dove realizzò inoltre diverse mostre. Negli anni ’70 la sua attività fu molto intensa sia in campo artistico che letterario; il suo romanzo El cuerpo de Giulia-no venne pubblicato in Messico dalla prestigiosa casa editrice Joaquín Mortiz. A Parigi conobbe Taisen Deshimaru, che lo guidò nella scoperta del buddismo zen. Di ritorno in Italia, Eielson e Mulas si stabilirono definitivamente a Milano, e contemporaneamente restaurarono la vecchia casa della famiglia Mulas a Barisardo, dove avrebbero trascorso il periodo estivo, tre o quattro mesi l’anno, per il resto della vita. Negli anni ’80 Eielson diede alle stampe diverse opere di poesia e narrativa: nel 1983 uscì a Parigi il suo capolavoro poetico Nuit obscure du corps, in traduzione francese di Claude Couffon; e nel 1988 il suo secondo romanzo, Primera muerte de María, pubblicato in Messico dal Fondo de Cultura Económica.

Il lavoro letterario e il lavoro artistico, che avevano seguito strade parallele anche se con ritmi ugualmente intensi, a questo punto si congiunsero e tale congiunzione risulta evidente nella configurazione del nodo/kipu, già presenti nelle opere portate alla Terza Biennale de L’Avana, nel 1988. Negli anni ’90 è stato molto presente in Gallerie e manifestazioni di varie città italiane: Roma, Bologna, Milano, Brescia, etc. Nel 1993 uscì l’edizione italiana delle sue poesie, Poesia scritta, a cura di Martha Canfield, pubblicata da Le Lettere di Firenze. Nel 1998 un convegno internazionale sulla sua opera artistica e letteraria venne organizzato dal King’s College di Londra e una sua installazione fu presentata in Villa Celle (Pistoia) dal collezionista e mecenate Giuliano Gori. In una preziosa edizione dello stesso Gori venne pubblicata la sua poesia visiva con il titolo Canto visibile.

Le ultime opere poetiche pubblicate sono: Sin título, Valencia (Spagna), 2000; Celebración, Lima, 2001; De materia verbalis, México, 2002; Nudos, Tenerife, 2002; Del absoluto amor y otros poemas sin título, Valencia (Spagna), 2005, nonché una vasta e aggiornata antologia poetica, Vivir es una obra maestra (Madrid 2003), parafrasi di una sua vecchia famosa installazione, Dormir es una obra maestra.

Michele Mulas è mancato il 19 dicembre 2002 e da allora la malattia che lentamente andava consumando l’organismo di Eielson si fece evidente e dolorosa, riducendo notevolmente la sua autonomia. Malgrado ciò egli continuò a produrre, a scrivere, a tenere numerosi rapporti di lavoro e i contatti con gli amici. E soprattutto riuscì a gioire e ad apprezzare intensamente l’ultima sorpresa che gli riservava la vita: la scoperta di una sorellastra, Olivia, figlia dello stesso padre, Oliver Eielson, il quale, una volta lasciato il Perù, quando Jorge era un bambino, si stabilì negli Stati Uniti formando una seconda famiglia. Il padre aveva però tagliato completamente i rapporti con i congiunti peruviani, che lo credevano morto, ed è stato grazie all’intuizione e alla costanza di Olivia e della cugina Kari Mork Eielson che sono riusciti a mettersi in contatto – a partire da informazioni trovate in Internet –, e a incontrarsi. Molte sono state le prove che hanno confermato in seguito l’intuizione originale, e Olivia, Kari, la piccola figlia di Kari e Jorge si sono incontrati a Milano e da quel momento sono rimasti costantemente in contatto. L’estate del 2005 infine, Olivia andò a trovare Jorge nella sua casa in Sardegna e trascorse insieme al fratello un intero mese durante il quale hanno potuto parlare, conoscersi a vicenda e dare sfogo alle proprie energie creative, che per entrambi si sono manifestate attraverso tre linguaggi: quello delle arti visive, quello della scrittura e quello della musica.

Eielson si spense definitivamente l’8 marzo 2006. Attualmente le sue ceneri riposano nel piccolo cimitero di Barisardo, in Sardegna, vicino a quelle di Michele, come era il suo desiderio.

Alcuni mesi dopo la sua morte, esattamente il 6 settembre 2006, è stato fondato a Firenze il Centro Studi a lui intitolato, dedicato alla diffusione della cultura latinoamericana in Italia e ai suoi rapporti con l’arte e la letteratura italiana ed europea in genere. Le autorità elette che dirigono il Centro sono: Olivia Eielson, presidente onorario; Martha Canfield, sua erede universale, presidente effettivo; Mario Vargas Llosa, direttore del Comitato Scientifico; Aldo Tagliaferri, primo vicepresidente; Antonella Ciabatti, secondo vicepresidente.

 

Rivendicazione e amore delle radici peruviane

 

Come lo stesso Eielson ha raccontato più volte, quando lui frequentava la scuola media, ossia negli anni ’40, la violenza che la cultura ufficiale aveva esercitato sulle radici preispaniche del suo paese era ancora palese. Non usava studiare il mondo degli Inca né la lingua quechua e tutta la formazione che si riceveva era di stampo europeo. Tuttavia, negli stessi anni, una letteratura in seguito definita come “indigenista” si stava aprendo strada, e questa letteratura – per lo più narrativa – si prefiggeva di portare alla luce la componente indigena del Perù, l’esistenza di comunità dove ancora si parlava la lingua quechua e si conservavano credenze, tradizioni e costumi dei tempi degli Inca. La letteratura indigenista costituiva inoltre un forte atto di accusa ai potere dominanti – le istituzioni politiche e giuriche, i latifondisti, la Chiesa – e una accorata denuncia degli abusi e maltrattamenti imposti agli aborigeni. Eielson ebbe la fortuna di avere come professore alle medie un grande scrittore e protagonista fondamentale del movimento indigenista: José María Arguedas.

Arguedas ebbe una doppia funzione nella formazione di Eielson: in primo luogo, avendo capito subito che il ragazzo era molto dotato per la scrittura, Arguedas lo stimoló a scrivere e lo guidò nell’elaborazione dei suoi primi componimenti; in secondo luogo, lo introdusse nella cultura degli antenati inca e gli fece scoprire questa formidabile radice. Eielson poi avrebbe sviluppato una passione particolare per le culture pre-incaiche e per lo studio dei reperti archeologici. Da grande, già vivendo in Italia, diventò addirittura un collezionista di oggetti e di tessuti Chavín, Nazca, Chancay, ecc. E nell’ultima fase della sua creazione poetica, quando alla fine degli anni ’90 ricomincia a scrivere dopo lunghi anni di silenzio verbale, scopre un registro elegiaco e celebrativo in cui l’esaltazione delle sue radici amerindiane acquistano una straordinaria forza inedita. Il Perù precolombiano appare quindi in vari brevi componimenti di Sin título (2000) e nel poemetto Nazca di Celebración (2001), che qui presentiamo.

 

 

Jorge Eielson, ritratto inedito, Roma 1965

 

 

***

 

 

Jorge Eielson

 

Nazca

 

A Maria Reiche

 

Madre nuestra que estás en la arena

Y en el aire del desierto

Tú que modelas nuestra vida

Y nuestra muerte con la arcilla

Y con el fuego de los siglos

Madre del viento y del Pacífico infinito

Ciudad invisible que quizás no existes

Pero vives en mis células antiguas

Haz que nuestros ojos

Sean cada vez más puros

No nos dejes morir sin haber visto

Aunque sea sólo un instante

Tu centelleante dibujo

Entre las dunas amarillas

 

 

Cae la tarde y la pampa recoge

Su suntuosa luz de siempre

Ya nada brilla sino las viejas líneas

Que transforman el desierto

En un pensamiento. Ya nada brilla

Sino el trabajo azul de las estrellas

En la tierra. En este océano de tiempo

Que devora el tiempo

Espejos de sal y de espuma

Reflejan plazas templos y mercados

Repletos de gente que todavía llevan

El vestido rojo y el calzado ilusorio

De un instante. Sólo el monarca

Arrastra su esplendor solitario

Su manto de mariposas

Y pájaros vivos

Y se inclina ante la arcilla

 

 

Lo esperan siglos extraños

Alas de criaturas altísimas

Que desafían el polvo

Y se alimentan sólo de números

Maravillosos mecanismos

Para convertir la muerte en una pluma

Y el tiempo en una joya

Lo esperan máquinas celestes

Más veloces que la mente o la mirada

Pero también tinieblas   seres queridos

Completamente cubiertos de aceite

Sacerdotes y rameras abrazados

En la misma cama de ceniza

Jóvenes príncipes con el semblante de oro

Y el estómago podrido

Que también son ceniza

Sus esqueletos hablan ciertamente

De nosotros pero sin palabras

Después de todo

Es sólo una muchedumbre

De huesos que murmuran en la sombra

Mientras nos guían velozmente

En astronaves de tela encendida

A las estrellas

Criaturas que desaparecen en la arena

Terrestre pero reaparecen

En la arena del cielo

Espejo fiel de la pampa de abajo

De constelaciones que son pájaros

Monos   peces   arañas de tamaño imposible

Que nuestros ojos no perciben

Que nuestra frente no concibe

 

 

Desmesuradas espirales

Que tal vez encierran

El secreto de la vida

Abismos que son pozos

De brillantes excrementos

De animales que son dioses

Y de dioses que son hombres

Sabios   reyes   artesanos

Todas personas de perfil solemne

Y como siempre

Repletas de luz y de heces

 

 

En este océano de tiempo

En donde todo comienza

Y se acaba y vuelve a comenzar

Y se acaba nuevamente

Quedan solamente huellas

De misteriosos viajeros que atraviesan

Nebulosas y murallas de electrones

En busca de una caricia

Quedan sólo residuos   carbones encendidos

De una catástrofe remota. Sólo cenizas

De personas y animales sagrados

Y además cuchillos   plumas   túnicas vacías

Escalinatas y pirámides borradas

Por la espuma de los siglos

Mazorcas de maíz amigo

Transformadas en collares

Y coronas de gusanos

Todo dispuesto en círculos inútiles

De misteriosa materia

Que resplandece y que muere

 

 

Tal y cual como nosotros

Que jamás sabremos

A quién debemos la noche

La indescriptible belleza

De cada instante y cada cosa

En qué supremo minuto

Apareció nuestro corazón

Sobre la tierra

Más fulgurante y más antiguo

Que el universo entero

Y sobre todo por qué el monarca

Señor del tiempo y las estrellas

Se cubre la nuca de arcilla

Y por qué toda su gente

Venera tanto el calzado

Que la pisotea

Pero el soberano

Tras de observar el cielo noche y día

Y recorrer todas las líneas

De la pampa terrena

Entendió finalmente

Que él también era una línea

Un hilo más del encaje divino

Y que era sólo un monarca

De nada

 

 

 

Nazca

 

A Maria Reiche

 

Madre nostra che sei nella sabbia

E nell’aria del deserto

Tu che modelli la nostra vita

E la nostra morte con l’argilla

E con il fuoco dei secoli

Madre del vento e del Pacifico infinito

Città invisibile che magari non esisti

Eppure vivi nelle mie cellule antiche

Fa’ in modo che i nostri occhi

Siano sempre più puri

Non lasciarci morire senza avere visto

Almeno per un istante

Il tuo scintillante disegno

In mezzo alle dune gialle

 

 

Arriva la sera e la pampa raccoglie

La sua solita luce sontuosa

Non brilla più nulla tranne le vecchie linee

Che trasformano il deserto

In un pensiero. Non brilla più nulla

Tranne che il lavoro azzurro delle stelle

Sulla terra. In questo oceano di tempo

Che divora il tempo

Specchi di sale e di schiuma

Riflettono piazze templi e mercati

Colmi di gente che porta ancora

Il vestito rosso e le scarpe illusorie

Di un istante. Solo il monarca

Trascina il suo splendore solitario

Il suo manto di farfalle

E di uccelli vivi

E si china davanti all’argilla

 

 

Lo attendono strani secoli

Ali di creature altissime

Che sfidano la polvere

E si nutrono soltanto di numeri

Meravigliosi meccanismi

Per convertire la morte in una piuma

E il tempo in un gioiello

Lo attendono macchine celesti

Più veloci della mente o dello sguardo

Ma anche tenebre   esseri amati

Completamente coperti di olio

Sacerdoti e meretrici abbracciati

Sullo stesso letto di cenere

Giovani principi con il volto dorato

E lo stomaco putrefatto

Ché sono pure cenere

I loro scheletri certamente parlano

Di noi ma senza parole

Dopo tutto

È soltanto una moltitudine

Di ossa che sussurrano nell’ombra

Mentre velocemente ci guidano

Su astronavi di tela accesa

Verso le stelle

Creature che scompaiono sulla sabbia

Terrestre ma che ricompaiono

Nella sabbia del cielo

Specchio fedele della pampa di sotto

Di costellazioni che sono uccelli

Scimmie   pesci   ragni di impossibili misure

Che i nostri occhi non percepiscono

Che la nostra testa non concepisce

 

 

Smisurate spirali

Che magari racchiudono

Il segreto della vita

Abissi che sono pozzi

Di brillanti escrementi

Di animali che sono dèi

E di dèi che sono uomini

Saggi   re   artigiani

Tutte persone dal solenne profilo

E come al solito

Piene di luce e di feci

 

 

In quest’oceano di tempo

Dove tutto comincia

E finisce e torna a cominciare

E nuovamente finisce

Non rimangono che tracce

Di misteriosi viaggiatori che attraversano

Nebulose e muraglie di elettroni

In cerca di una carezza

Restano solo residui   carboni accesi

Di una catastrofe lontana. Solo ceneri

Di persone e di animali sacri

E inoltre coltelli   piume   tuniche vuote

Scalinate e piramidi cancellate

Dalla spuma dei secoli

Pannocchie di mais amico

Trasformate in collane

E corone di vermi

Tutto sistemato in cerchi inutili

Di misteriosa materia

Che splende e che muore

 

 

Tale quale come noi

Che non sapremo mai

A chi dobbiamo la notte

L’indescrivibile bellezza

Di ogni istante e ogni cosa

In quale supremo minuto

Comparve il nostro cuore

Sulla terra

Più folgorante e più antico

Dell’intero universo

E soprattutto perché il monarca

Signore del tempo e delle stelle

Si copre la nuca d’argilla

E perché tutta la sua gente

Venera tanto le scarpe

Che la calpestano

Ma il sovrano

Dopo avere osservato il cielo notte e giorno

E avere percorso tutte le linee

Della pampa terrestre

Finalmente capì

Che anche lui era una linea

Un altro filo del divino pizzo

E che lui era solo monarca

Del nulla

 

 

 

(De Celebración, Jaime Campodónico Editor, Lima, 2001)

 

 

 




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