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ANTICIPAZIONI - 2
Da “Io odio
il giallo”


      
Presentiamo in anteprima alcune parti di un capitolo del romanzo (ancora inedito) di uno scrittore romano quarantenne al suo debutto narrativo. Un testo di impronta autobiografica che rivisita gli anni Settanta, visti con gli occhi di un bambino che ha a che fare con una mamma comunista, con un padre professore risposatosi e con due fratelli di secondo letto. Relazioni complicate riguardate con ironia, mentre gli anni Ottanta yuppeschi si annunciano nel segno della passione per il tennis, non soltanto uno sport, ma “una scuola di vita, una disciplina, una filosofia, un modo di essere”.
      



      


di Pablo Docimo

 

 

Capitolo 6

 

Per generazioni è stato il simbolo hippy per eccellenza. Te lo immagini tutto graffitato a fiori, con il logo della pace in grande evidenza e con un gruppo di capelloni un po’ fumati alla guida in giro per gli States. Per me era soltanto un luogo fantastico di giochi con cui avventurarsi nel Safari Park di Fiumicino, o da cui affrontare l’assalto degli indiani. Andrea ed Emiliano, i miei fratelli, erano gli indiani e la diligenza da difendere era lui, Transporter T1, il pulmino della Volkswagen di mio padre.

Il Safari Park di Roma non esiste più ma anche quella fu una tappa fondamentale della mia generazione, come Brooke Shields nuda. Un vero e proprio rito iniziatorio. Entrando in quel parco ti sentivi come in una battuta di caccia in Africa. Il fatto è che potevi entrare con la tua auto in questo immenso parco dove gli animali vivevano, dormivano e si riproducevano e quando ti avvicinavi per vederli, rinoceronti ed elefanti ti puntavano da lontano e via, correvano verso di te a razzo e boom, ti caricavano. Boom. E tu te ne stavi al sicuro dentro il pulmino sperando che tuo padre alla guida fosse più bravo di loro. Poi arrivavano le scimmie. Urlavano come matte e ti saltavano sopra a decine fino a fare buio dentro e una volta che avevano ricoperto ogni parte, ogni angolo del T1, loro, come per scherno, scacazzavano quantità immense. E poi se ne andavano via come ridendo. Perché le scimmie ridono, non ho alcun dubbio. Non ho mai saputo come Elena e mio padre abbiano fatto a ripulirlo, ma quello che sapevo è che quella era stata una bella domenica passata con la mia famiglia.

I Palmi.

 

La moglie di mio padre, Elena, ha sempre accolto anche me come fossi suo figlio. Io lo sentivo e ricambiavo quell’affetto. Anche loro, mio padre e Elena intendo, si sentivano normali così. Suppongo. La nostra, dopotutto, era una famiglia allargata. Andrea ed Emiliano erano i figli che mio padre aveva avuto con Elena, anche se io non lo sapevo. Di avere dei fratelli intendo. Non ho mai saputo il motivo, e neanche l’ho mai chiesto, ma il fatto era che non me lo dissero per molto tempo, almeno finché non nacque Andrea, il più piccolo. A volte i grandi sono veramente stupidi. Perché negarmi la verità? Perché negarmi il piacere di spupazzare i miei fratelli da piccoli? Comunque, la risposta non mi è mai interessata. Io ne fui felicissimo. Innanzi tutto perché avere dei fratelli più piccoli mi assurgeva nell’alveo dei maggiori e la cosa mi piaceva, e poi anche avere dei compagni di gioco con lo stesso cognome mi faceva sentire importante e un po’ più normale, ché non era mai bello rispondere figlio unico alla domanda che tutti ti facevano a quei tempi. Certo, da quel momento, la risposta per esser vera doveva essere assai più complicata, del tipo: «sono figlio unico di mio padre e di mia madre ma ho due fratelli, cioè i figli di mio padre con Elena.»

«E chi è Elena?»

Ti avrebbero chiesto sicuramente.

E allora tu dovevi rispondere: «Elena è la madre dei miei fratelli e la moglie di mio padre».

«Ah, capisco.» Avrebbero poi concluso. Ma no, non era vero, non avevano capito nulla. Che poi perché tutte queste domande? Insomma, cosa vi interessa se c’ho dei fratelli, se mio padre è anche il padre dei miei fratelli e chi è la loro madre? E vabbé, erano pur sempre gli anni settanta dopotutto.

 

Passai un periodo di quarantena durante il quale non vidi né mio padre né Andrea ed Emiliano. Vietato. Impossibile. Fu conseguente ad una lite nella quale mia madre ruppe un piatto in faccia a mio padre. Per via dell’estate in colonia. Credo. Il fatto è che dopo quel periodo furono molti i fine settimana che decisi di passare con mio padre, Elena ed i miei fratelli. Mi piaceva stare con loro. La loro casa era calda e accogliente, piena di ogni cosa. Quelle case dove ogni piccolo oggetto racconta due vite che si sono incontrate e che proseguono il cammino insieme. Mio padre, il professor Piercarlo Palmi, stava sempre sui suoi libri. Quello era il modo con cui si sentiva libero.

«Libero nei libri.» Diceva.

Elena dipingeva paralumi. Quando li aveva finiti ci divertivamo ad accenderli tutti insieme e a vedere quello sfavillio di luce cangiante che mandavano e che si rifletteva sulle pareti ricoperte dai libri di mio padre. Ne veniva fuori un caleidoscopio di mondi riflessi sui libri. Dorati e specchiati, come ombretti da circo. Insomma, avevo una mia famiglia dopotutto. Anche se non piaceva a mia madre. La comunista. Cosa poi piacesse veramente a mia madre resta un mistero per me ancora oggi. Chissà, magari avrebbe voluto un figlio un po’ alternativo che avesse vissuto facendo l’ambientalista, l’attivista dei diritti umani o l’artista squattrinato. Uno di quelli che si sente a suo agio in quella ristretta cerchia di ex sessantottini compiaciuti, va in giro con uno scassone per auto, veste dai mercatini dell’usato, si rolla le sigarette per non dare soddisfazioni alle multinazionali del tabacco, è convinta che Procter & Gamble significhi controllo delle masse e che, ovviamente, si cura con l’omeopatia. Quelli che da quando hanno scoperto che la migliore raccolta differenziata al mondo viene fatta negli Stati Uniti, ti dicono:

«Eh, però, New York non è America!»

vabbé continuate così, a fare gli hippy.

 

[...]





John McEnroe


Era il 1983 e tutti eravamo yuppie. Era l’anno in cui Ronald Reagan lanciava il programma di scudo spaziale, Lech Walesa prendeva il nobel per la pace, scompariva Emanuela Orlandi e usciva il primo Vacanze di Natale. Ma per me, quell’anno, era l’anno della mia prima Dunlop Max200G. Fino a quel momento, da quando cioè eravamo passati dal giocare nel piazzale di fronte a scuola, ai campi da tennis veri, quelli rossi di terra, o quelli verdi di cemento, avevo tentato di restare all’altezza di Paolo Bassani combattendo con una vecchia racchetta di legno che mi aveva regalato Dario Presti e con cui imparai a giocare. Era una Maxima. Tutti giocavano con una Maxima di legno a quei tempi, o quasi tutti. La mia era nera, si chiamava “Black Power”, aveva un leone ruggente come logo e le corde di budello erano tese come il legno con cui era fatta. Non avevo speranza. Ogni palla che prendevo, quando la prendevo, era come tentare di fermare a mani nude una palla di cannone. Il braccio mi si piantava lì, come piombo, e neanche usando tutta la forza che avevo nelle gambe sarei mai riuscito ad imprimere alcuna traiettoria vincente a quella palla di cannone gialla che Paolo Bassani lanciava dalla mia parte del campo. Lui giocava con una Wilson T2000 in metallo leggero, quella di Jimmy Connors. La comprò l’anno prima, dopo aver visto una finale di Wimbledon che rimase nella storia. Jimmy Connors, dopo aver quasi perso, portò a casa il quarto set con un interminabile tie-break, e dopo 3 ore e 19 minuti vinse il torneo battendo al quinto set uno spettacolare John McEnroe. John Patrick McEnroe Jr. il più forte del mondo, il più divertente, e l’uomo con la miglior seconda di servizio della storia del tennis.

Io adoravo John McEnroe. A parte il fatto che non ero mancino ne imitavo ogni sfumatura di gioco, a cominciare dal servizio lato al campo anziché di fronte. Dietro quella scelta c’era un’intera sfumatura di colori. Mentre tutti servivano con il corpo di fronte al campo ed i piedi perpendicolari alla linea di fondo, lui no, quei piedi li teneva paralleli alla linea di fondo campo e lo fece così, da un momento all’altro, mentre tutti pensavano che no, non si poteva, lui sì, lo faceva lo stesso. E vinceva. Sempre. Da quel momento, quello che per tutti era sbagliato divenne un modello da imitare. Funziona così, sono quegli strappi che fanno la storia. Sempre, nella storia, c’è un uomo che fa il primo, improvviso e inaspettato strappo. È quello strappo che nessuno aveva mai neanche soltanto immaginato, quello che imprime alla palla una rotazione, un’angolazione e una traiettoria nuove, mai viste prima. L’uomo dello strappo era John P. McEnroe Jr. e lui non giocava semplicemente a tennis, lui era il tennis.

Il tennis non è solo uno sport, una cosa che fai per tenerti in allenamento, o per hobby, no, quello non è tennis, è aerobica. Il tennis è una scuola di vita, una disciplina, una filosofia, un modo di essere. Il tennis ti insegna che finché hai ancora un gioco da giocare e un avversario da battere non è mai finita. Quale che sia il punteggio. Per battere un avversario, nel tennis, lo devi conoscere, lo devi rispettare, lo devi amare, se vuoi anche soltanto immaginare di poter giocare con lui. Ecco, se fai così, se ami il tuo avversario, allora, solo in quel caso, su quel campo, hai qualche chance di batterlo. Quando sei solo, con lui davanti a te, e sai che devi far diventare l’odio che provi un’amore smodato, proprio verso di lui che ti ha reso così stanco, stremato dal caldo e dalle ore di gioco che hai nelle gambe. Eppure, ci credi. Sempre, fino alla fine. Ed è quello il momento esatto in cui, allora, guardi il giallo della palla, la fai rimbalzare con la mano libera dalla racchetta, prendi un respiro profondo, la lanci in aria, guardi in faccia il sole e lo fai: tiri il servizio vincente. Quello che se ne stava là da un bel pezzo, c’era sempre stato e aspettava soltanto il momento giusto per farsi vedere. Come i sogni. E quando quel servizio esce fuori, anche se stai perdendo di due set a zero e sei al terzo, sotto di cinque giochi, allora, come quando gira il vento e cambia luce, puoi star certo che è quello il momento passato il quale non sbaglierai più nulla. Il momento in cui sai che ce la farai. Il momento del prima e del dopo, perché dopo quel servizio niente sarà più come prima. Sei tu, soltanto tu, il giallo della palla, e la racchetta di John McEnroe.

 




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