PRIMO PIANO
ANTICIPAZIONI
Da “Memorie
di un rivoluzionario
timido”


      
Presentiamo in anteprima alcuni frammenti del nuovo romanzo dello scrittore romano. Una ‘tranche de vie’ autobiografica svolta in chiave di monologo e quasi in forma di lingua parlata, compresi solecismi e anacoluti. Un ‘memoir’ ora di apprendistato sentimentale, ora di vita politica esperita a Torino, quando il capoluogo piemontese era ‘la mitica Città degli Operai’.
      



      


di Carlo Bordini

 

 

Naturalmente

tutto cominciò ad andar male fin dall’inizio.

Io e lei eravamo tipi parlavamo molto poco entrambi una volta nel prato del campeggio chiesi dei cerini a un signore per fumare e lui mi disse di tenermeli e c’era questa barriera della lingua il suo poco italiano il mio poco inglese pochissimo tedesco e questa era una barriera molto seria e adesso ha cominciato a piovere. È una sensazione dolcissima questa del piovere ha cominciato con un tuono lento musicale e poi cade l’acqua e si sente tutto odore di terra bagnata e cade dolcemente la pioggia come miele. Lei era un tipo dolce non so se capite quello che voglio dire ma dentro aveva una durezza terribile il suo era uno stare ad attendere e vedere come ti comportavi nel modo che lei si aspettava e credeva che ci si dovesse aspettare con una grande fiducia iniziale ma non che si trattasse di una cambiale in bianco in genere sembrava così, indifesa, ma si sapeva difendere benissimo era una società Commerciale che ti mette davanti alle norme internazionali e ti dice: hai sbagliato era il suo modo di attendersi la fiducia del prossimo lavorare duramente sperando che ti diano qualcosa in cambio

           

 

            All’inizio c’era una fiducia immensa e soltanto adesso io mi rendo conto che il mio era un amore a senso unico, non pensavo minimamente a quello che poteva pensare lei, e che cosa si attendesse. Io ero un universo in Toto. Dilapidai il capitale di fiducia che mi aveva in pochi mesi, con una dispendiolasità così pazzesca non riesco mai a trovare la zeta mi sbaglio sempre. Neanche Creso avrebbe potuto essere così dispendioso; qua non si trattava di avere le mani bucate, si trattava di bruciare i biglietti da mille dollari e poi di buttare i pezzettini dalla finestra della stanza d’albergo. Forse avevo tanto bisogno di essere amato che non volevo essere amato, ma queste sono cose che interessano il mio psicanalista. nel rapporto Dare-Avere ero così esoso, che sarei fallito immediatamente, perché mi avrebbero estromesso dalla piazza non come disonesto, ma come agente provocatore di una potenza straniera, come anarchico e sabotatore e nemico della proprietà privata venuto a dissolvere e distorcere le leggi dell’Economia e del consorzio umano. Per fare questo essere o ricchissimo o poverissimo. Io ero poverissimo. Avevo un atteggiamento così rissoso e turbolento e introverso pur senza mai attaccare briga ma mordevo sistematicamente la mano che mi veniva tesa. I miei amici i pochi che avevo in quel periodo mi sopportavano per affetto come tipo particolarmente originale un mio amico la prima volta che mi vide pensò che io ero zoppo perché avevo una scarpa rotta e camminavo zoppicando. Ero Unico, non volevo essere amato, la mia era una specie di quello che si dice “muta protesta”, ma in realtà ero in broncio con il mondo intero e naturalmente ne soffrivo. E pare che passassi per un tipo molto altero, e che si desse un sacco di arie io questo non lo ricordo per il semplice fatto che ero talmente sistematicamente immesso lei mi amava proprio per questo qua e diceva della mia faccia imbronciata questa è la tua espressione tipica e certamente lei cercava un tipo nobile, e d’altra parte c’era poco da scegliere con i tipi che le stavano intorno quindi questo amore struggente fatto di non parole come camminare in un sogno tutti e due. E ora naturalmente mi rendo conto che io posso fare solamente delle supposizioni perché non è abbia mai veramente capito chicazzoera e Checosacazzovolevadame, probabilmente era un incontro tra due diversi ma un incontro frustrato e poi non so a dir la verità quanto lei fosse diversa o semplicemente aristocratica e a questo punto bisognerebbe stabilire che differenza c’è tra diverso e aristocratico o magari a quei tempi comunque io non rimasi a lungo il suo bel principe azzurro la prima volta che vide il mio cazzo si mise una paura terribile ma io naturalmente e qua almeno una sega ci deve scappare e alla fine ovvio ci scappò lei era un tipo minuto e dolce e in fondo abbastanza patetico con una gran voglia di studiare e di evadere dal mondo in cui viveva il mondo provinciale e forse anche lei voleva fare un salto storico ma questo non lo so e ormai non è più possibile saperlo e lei si sottomise tutta dopo quella sega io le avevo imposto la mia volontà e naturalmente mi chiamava il tiranno di siracusa naturalmente scriveva lettere caro tiranno e io cominciai a odiarla e a vivere in questo amore fatto d’odio cosa che forse ho continuato a ripetere per sempre la trattavo male mi rifiutavo di vederla e lei scherzava scherzava ora mi rendo conto che era un tipo formidabile io le ridevo in faccia pensando continuamente a lei e una volta feci tutta la strada a piedi per vederla da Marburg al suo paese ma ormai erano gli ultimi tempi e lei sempre così serena poi cominciarono a non venirle più le sue cose anche se non l’avevamo fatto nel senso vero della parola e una paura terribile e l’inizio del distacco e il periodo più incasinato folle vedersi di rado e poi partii naturalmente a roma il mio amore per lei era salito alle stelle e già accarezzavo la voglia di sposarla immaginandola in un vuoto roseo dimenticati tutti i casini e mentre navigavo in una piacevole incertezza mi arrivò la sua lettera una letterina secca secca scritta in inglese da cui traspariva un casino interno ma senza spiragli era proprio la classica lettera

            di        

                        Licenziamento.

           

 

 

 

           io mi chiedo se fossi stato in grado di parlare con lei, di esprimerle tutti i miei dubbi, i miei problemi – ma in realtà non sarebbe servito a niente, io avevo bisogno di cancellarla. Io volevo cancellarla e nello stesso tempo non volevo che questa cancellazione le causasse dolore, e non volevo che questo diminuisse o cancellasse l’affetto tra noi; semplicemente, che io non potevo stare con lei. Quando poi mi accorsi – molto tempo più tardi, che non potevo restare assolutamente con nessuna [donna] – ma io avevo, nello stesso tempo, molto bisogno di lei. Non volevo che lei mi lasciasse, o mi maltrattasse, o che non avesse fiducia in me, e avrei voluto, in realtà, che lei fosse semplicemente una parte della mia vita, una parte delle mie varie vite, e nient’altro; che lei lo fosse cioè come i fili elettrici che si intrecciano, uno di quei fili, quello rosso, o quello nero, o quello bianco, o quello marrone; ma uno solo dei fili, insieme al filo della mia solitudine. Volevo ancora stare solo in una stanza. volevo trovare un posto, un posto mio: una specie di anticamera privata per me solo, che desse direttamente sull’esterno. Immaginavo che questo fosse il mio posto nella vita: una specie di pied-a-terre, in cui venire ogni tanto. In fondo, un posto in cui io potessi stare da solo, separato dal consorzio umano da una sottile membrana di carta. immaginiamo una stanza in cui io potessi isolarmi completamente dal consorzio umano, guardarlo senza essere visto. ho spesso sognato di essere invisibile. Lo stesso fatto che io faccia ancora oggi uno sforzo enorme per trovare uno spazio – uno spazio mentale – in cui io mi ponga il problema di essere felice, voglio dire, di essere felice in mezzo agli altri. come se io dovessi trovare una giustificazione per esserlo. Ma solo sì, potevo essere felice: era il mio modo tortuoso, il nirvana, per poter essere vivo: e in esso, come quelle persone che compensano tutto nel sogno, o nel sonno, io immaginavo che tutto mi andasse bene,





Senza titolo, dalla mostra "Chiaroveggenti a Roma" di Sergio Ceccotti e Marco Verrelli, 2012


*

 

 

            17 Io avevo due nonne. Una non mi ricordo come morì Morirono tutte e due di vecchiaia [ ]Ma una quella ricca  si fa per dire non ricordo i particolari ricordo solo che era morta e tutti dicevano meglio così ha finito di soffrire era la madre di mia madre donna alta tutta la vita sacrificata meglio così dicevano tutti ci fu il funerale donna alta e mentre stavamo nella chiesa per il funerale cominciò a suonare l’organo e in tutto quel clima di circostanza ci mise dentro una commozione perfida ricordo solo questo ricordo molto bene invece la morte di quell’altra la donna povera era la madre di mio padre era bassa curva non aveva gli occhi luminosi e viveva a carico nostro una vita abbastanza sparuta squallida perché la madre ovviamente ricordo bene che noi non sapevamo che fare per lei e vivevamo questo incubo Mi riferisco alla parte giovane della famiglia il padre la teneva ma non occupandosi di nessuno la madre non è che l’amasse troppo e lei diceva quanto è brutta la vecchiaia stava in finestra a guardare dalla finestra perché nessuno parlava con lei ma cio  nonostante era molto orgogliosa una volta mi chiese unica volta in sua vita un bicchiere d’acqua con un poco di zucchero sapeva bene di essere sopportata puzzava perché non si lavava e poi cominciò a farsela sotto. Un giorno poi si decise di portarla in un ospizio e non mi ricordo come si chiamava di quelle tipo “villa serena” o “villa pace” o altre cose assurde squallide con le suore quando l’accompagnammo o l’andai a trovare ricordo che nel corridoio si affacciò una vecchia era una vecchietta con l’aria di bambina e disse e domandò e probabilmente domandò proprio a noi perché passavamo e non ci doveva essere gran movimento in quella pensione sopratutto di entrata domandò: “Dite! Chi sono io?” e una suora l’acchiappò per un braccio e la trascinò dentro dicendo  Era in quell’ambiente che non si decideva mai a morire e noi l’avevamo rimossa intendo parlare della parte giova­ne della famiglia la madre non lo so e credo che ci stesse male e si lamentasse ma ormai cercavamo tutti di dimenticarla e poi morì ricordo che l’andammo a trovare quando era morta stava in camera sua e le avevano chiuso la bocca con un fazzoletto che passa sotto la gola quelle occasioni In cui trovi i parenti che non vedi mai andammo con mio cugino alla finestra al balcone mi invitò vieni alla finestra al balcone era un cugino che è stato campione italiano di lotta greco romana un tipo dolce gentile i suoi hobby sono fare il presepio e fa delle fotografie in cui non si vede mai nessuno spazi come dire vuoti Cominciò a parlare della sua giovinezza e quando avevo(a) 18 anni ero un bel ragazzo non come adesso

 


 

TORINO.

 

 

 

            Poco dopo la mia espulsione fui inviato a Torino per sviluppare la tendenza rivoluzionaria all’interno del PCI (mi scuso ancora per l’involontaria comicità di questa frase). Due compagni erano stati lì alcuni mesi prima, e avevano cominciato a prendere dei contatti. Io dovevo raggiungerli. Uno di loro poi se n’era andato, avendo preferito andare a sognare in spazi meno angusti. Se ne andò a sognare in vaste e favolose praterie, e successivamente diventò un famoso bandito. Credo che adesso sia ancora latitante. Io conobbi così la favolosa Torino, la mitica Città degli Operai, la città delle brume del nord con il centro salotto smozzicato e le tristi periferie, Rita Pavone che cantava da tutti gli angoli delle case e i bar pieni di puttane. Il compagno che era restato, appena mi vide, mi disse No No non abbracciarmi. Sto per andarmene. Mi portò a casa sua, mi dette alcuni contatti, girammo per Torino. Fece alcune telefonate. Andammo a parlare con la padrona di casa, una triste puttana grassa che stava in una piazzetta con alberi, per avvisarla che io sarei subentrato. Poi andammo a dormire nella sua stanzetta, e lui mi raccontò che si era innamorato di una ragazza della FGCI, che non aveva voluto saperne di lui, una ragazza proprio bellina, e che lui non era riuscito ad avere mai nessuna ragazza, e pianse tutta la notte. L’indomani mattina se ne andò.

            Poco da dire sul lavoro che feci. Rimisi insieme i contatti che c’erano, ne presi altri, andai a visitare la mitica 39a cellula, con un operaio dall’aria amara che parlava del PCI e diceva che tutti i gruppi devono unificarsi in un fronte comune. Mi legai con alcuni compagni della FGCI che erano su posizioni di fronda, e per la prima volta sperimentai la mia capacità di attrazione sugli altri, quel fungo che mi era nato in testa, o da una parte del costato, il segno del divino sparapippe, l’aureola delle Notti insonni che caratterizzava chiunque fosse rimasto un tempo abbastanza lungo nella stanza dei giochi, la sicurezza temperata dall’indefinita amarezza del trotskista, quell’amarezza dolce, palpabile. Ricordo come fosse ieri la prima volta che Tino mi fece conoscere il Compagno. Era il primo esemplare di quella razza che vedessi. Arrivò con una piccola cartella grigia, andammo in un bar e mi sgranò addosso i suoi occhi enormi. Era piccolo, magro, con la pelle dolce. Aveva piccoli baffi e una fronte amplissima. Cominciò a parlare dolcemente, con sicurezza, con frasi tremendamente incisive sulla debolezza della burocrazia, e quella burocrazia d’improvviso divenne il Mondo ‒ non esistevano più i tavoli e il bar l’apparecchio televisore, esisteva al suo posto questa Burocrazia che era debole. Tirò fuori il Mondo da una tasca, lo svolse da un fazzolettino di carta in cui lo teneva avvolto, e me lo presentò. Mi ricordava un mio vecchio professore di religione, con cui avevo avuto furibonde polemiche, e che ogni tanto andavo a trovare in sacrestia, e mi diceva: “Bordini, tu senti il problema religioso, ma lo vivi male”. Io ero diventato ateo a 14 anni, quando a scuola girava la voce che l’indomani ci sarebbe stata la fine del mondo, e io mi ero fatto una pippa e pensavo: “No, per questo non posso andare all’inferno”. Ero tanto immerso nella Colpa che decisi di non credere più nella Colpa. Aveva quell’aria di perseguitato, roccioso piantagrane sempre in svantaggio di punti e sempre duro a recuperarli, con le occhiaie segnate dalle lunghe veglie e dalla mortificazione della carne. Una volta stavamo davanti a una sua Chiesa e pioveva, e passò un tassì sulla pozzanghera vicino e lo investì di una massa d’acqua. Lui diceva: “Vedi, sono sicuro che quello mi ha spruzzato perché sono un prete”. E aveva un’aria di incazzo e fierezza insieme, e una profa tristezza. Andai da lui con un mio vecchio amico, bravissimo scacchista, che ora è Candidato Maestro e l’ultima volta andai al circolo con Luciano e gli dissi: “Questi qui devi proprio vederli”. E c’era poca gente, alcuni vecchioni che giocavano a scacchi, vecchioni bravissimi, volpini, che ti sanno come rispondere a un’inglese e ti conoscono le vecchie varianti della siciliana, e c’era Sandro che diceva: vedi, tutta la teoria scacchistica finora elaborata è sbagliata. Non c’è nessuno che conosca come si gioca a scacchi. La teoria è vecchia, e crollerà sotto il suo stesso peso. “E Fisher?” “Fisher, ehm...”, mi rispose, poi uscimmo. Per un periodo ho cercato di giocare a scacchi, e mi è venuto una specie di trip di diventare un campione di scacchi. Mettevo i miei amici in fila e li battevo, allora decisi di andare al circolo, e ne uscii stracciato. Andai da Don Antonio con Sandro, Subito chiese Lei sa perché c’è tanta gente che va al Cinema? Crede che sia per vedere lo spettacolo Ma in realtà è per sfuggire alla solitudine. Io da ragazzo ero di una dolcezza estrema, mi piacevano gli uccellini, Avevo questo atteggiamento francescano indifeso e proprio per questo atteggiamento francescano ne ho prese e ora non credo più a niente. Era magrissimo e con un’aria spiritata, e con una serie di fratelli più spiritati di lui, lo conobbi in Parrocchia e mi batté a scacchi con estrema facilità. Don Antonio sono sicuro che poi è diventato un prete di Sinistra, e quando conobbi per la prima volta il Compagno, che con amarezza mi stese il mondo davanti e io entrai in questa specie di para-universo, la Burocrazia è debole e tutto cessò di esistere, anche i miei casini, i miei problemi, e io mi avviavo a diventare come uno di loro, magari coi baffi e un po’ Allegro e con l’aureola della Povertà ma avevo lo stesso trip del mio professore di re





            Sempre indaffarato e questo è il trip che ti commuove. Perché tu sai che quelli hanno buttato da parte La Vita e questo tremendo coraggio sovrumano dava una sicurezza estrema nell’ambiente circostante, perché tutti dicevano: “su questo ci puoi contare”. Paga di persona Non ti molla e puoi voltargli le spalle tranquillamente perché non ti spara alle spalle. Ed era tutta una cosa differente dai burocrati del PCI perché tu vedi il burocrate del PCI con quell’aria di Sicurezza e tu sai che lui ha la Ragion di Stato e accorgendotene appena lo vedi non sai se lui premerà il bottone e farà aprire il trabocchetto

che

sta dietro di te. Tu lo sai che lui a casa ha uno sgabello da bagno, ed è Troppo normale. Non dimenticherò mai l’impressione che mi fece la Casa quando ci arrivammo. Era al centro di Torino dietro la stazione lì ci sono tutte case e soffitte affittate agli emigrati, e salimmo per un’ampia scala padronale di quelle scale di palazzi di altri tempi e salimmo e salimmo per queste porte silenziose che ti occhieggiavano dai pianerottoli, e salimmo ancora su e ci trovammo in una specie di sottomarino con i corridoi bassi e la luce fioca, di colore giallastro con una luce diffusa e un tanfo uniforme che tu sapevi che non era la puzza ma l’odore normale di chiuso e di caldo e di bagarozzi e di topi che stavano sopra il Tetto, erano le soffitte dove per secoli avevano dormito le valigie dei Signori, ed ora erano affittate agli emigranti. Percorremmo uno stretto corridoio sempre con porte che ti occhieggiavano da tutte le parti, e arrivammo alla Stanza. Era una Stanza di due metri per Tre, e si poteva stare in piedi da una parte sola, perché scivolava giù ad abbaino, e c’era una finestrella chiusa con la rete di ferro perché sennò entrava la Rata. Costava seimila lire al mese. Loro avevano dormito in due per quel periodo e c'era un fornelletto elettrico che per scaldarti la minestra ci metteva almeno due ore, e io dormii lì e ci dormii anche con l’Altissimo dirigente venuto dall’America Latina per curare gli affari della sezione italiana. E io ci vissi alcuni mesi in quella Stanza, e conobbi il mondo degli emigrati che vivevano insieme a me, e davanti a me c’era un’altra porta di una Stanza ampia in cui vivevano tutta una famiglia di emigrati, e c’era una ragazza che mi guardava con enormi occhi.

            E poi mi cercai lavoro, e guardai sulla stampa, e trovai un sacco di annunci che chiedevano operai, e andai ad uno di essi e mi impiegai in una fabbrica che faceva fiori di plastica, e stavo nel reparto metallurgico. Facevamo gli stampi per i fiori, tu battevi con un martello lo stampo sopra l’altro dopo averci passato sopra la vernice e dove si macchiava passavi con la fresa. E stavi tutto il giorno a passare la fresa, e piano piano diventava tutto liscio e poi lo passavi a un Altro che lo rifiniva. L’orario di lavoro era di nove ore e messa, otto ore e un’ora e mezza di straordinario obbligatorio, e c’era gente che faceva uno straordinario ancora più lungo. Si cominciava alle sette e mezza.

            Ed era straordinario tu la mattina ti alzavi prestissimo e nelle brume del mattino vedevi Torino tutta piena di Operai, davanti alla Stazione tutti Operai che prendevano il tramv, e un’ora dopo sui tram c’era l’entrata degli impiegati, e tu vedevi tutte persone vestite bene che leggevano il giornale sul tram, e la sera tutta gente lacera che se ne tornava a casa.

            E dopo tante parlate e casini sugli operai mi trovavo in mezzo agli operai davvero e imparai sul Serio cos’era quella Solidarietà di cui mi avevano tanto parlato, e li vidi, tristi, un po’ scherzosi e un po’ matti, e straordinariamente analfabeti, ma no di analfabetismo vero, analfabeti perché erano Altri nella società, ed era una piccola fabbrica e quelli vecchi mi dicevano Tu prova ad andare alla Fiat che sei giovane fai Domanda e se entri alla Fiat sei sistemato. Quando entrai per la prima volta nella fabbrica tutti alzarono la testa e mi guardarono, quel lungo sguardo che ti danno gli operai, e la prima volta mi portai il gavettino per mangiare dopo non più perché ci mettevo troppo a cuocerlo e andavo a mangiare al Ristorante che era davanti alla Fabbrica là a Torino ci sono molte Trattorie Toscane e penso che dovessero essere tristi questi che dalla Toscana se ne venivano a Torino a fare la Trattoria ma non c’è niente da fare ormai sei lì e la tua vita è lì ma non mangiavo il secondo mangiavo solo primo e verdura E la cameriera ‒ e mi misi col gavettino nello Spogliatoio e un vecchio Operaio si mise a gridare perché mangi nello Spogliatoio Come un Cane! guarda, si mangia sul tavolo da lavoro, e piano piano cominciai a conoscerli, a fare le amicizie, e scivolai senza accorgermene come in un sogno in questo mondo grigio, piatto e fatto di piccole cose e una cosa è certa là non era il Quore di ferro del Proletariato anche perché era una piccola fabbrica e tutti un po’ randagi e questo mondo proletario un po’ crepuscolare quasi di operaio che muore di tisi C’è una tristezza tipica del mondo operaio che io non conoscevo – non c’è operaio che in fondo della sua fisionomia non abbia un’aria di profonda tristezza, e io non lo sapevo. il tipo che usciva dalla fabbrica tutto contento e diceva Bene, adesso a casa, una doccia, e poi al Cinema e io pensavo bè questo dev’essere un operaio un po’ arretrato perché immaginavo che gli operai a casa la sera leggessero Lenin e le prime amicizie tornare a casa insieme e parlare di donne e spogliarsi in fretta in fretta nello spogliatoio c’era un napoletano giovane che stava in mezzo alla fabbrica e organizzava il metallo fuso per fare gli stampi stava sempre con una caldaia a scolare metallo e Siccome io uscivo sempre presto e non facevo altri straordinari e molti quasi tutti li facevano ancora chi vecchi chi padri di famiglia chi perché non aveva nient'altro da fare e siccome io uscivo sempre presto lui mi diceva beato te che hai una donna dici nu poco perché non trovi una guagliona anche per me una sua amica eh?

            E tutto questo in fabbrica era calmo tranquillo e roseo in confronto alla situazione allucinante che era il sottomarino in cui abitavo e ciò nonostante debbo dire c’era un clima di ordine proletario scusate la Retorica non ho mai sentito un litigio e dire che non è che a gabinetti e lavandini tutto in Comune stessimo proprio bene. e io scivolai in mezzo a tutto questo senza accorgermene Vorrei scrivere una lettera ad Attilio non so perché ma bisogna che gli scrivo sai Attilio sto scrivendo una specie di romanzo sugli operai e lui sarà contento e anche sua Moglie Mi guardavano con una certa aria di commiserazione perché ero uno Scapolo





Valerio Ricci, Soul, 2011


Quel pinocchio gliel’avevo regalato quando avevo deciso di lasciarla, per farle vedere quanto ero bugiardo, ma lei ancora non lo sapeva forse, anzi senz’altro avevo rifiutato la solarità, avevo avuto qualche occasione per la solarità ma l’avevo rifiutata il fallimento, di fronte a una realtà solare che io non riuscivo a sopportare, cercare b. come un nuovo nascondiglio (ed effettivamente, è andata così) una volta incontrai un tipo che diceva: dagli un altro nome, non chiamare amore le tue esperienze, non dargli questo nome, dagli un nome vero, L’unica cosa che potessi darle era quella di essere profondamente buono, ero contento di questo dare, il fatto di sentirmi per la prima volta un tipo che sa dare, e mi consolavo col fatto che lei avesse bisogno e che io potessi aiutarla, in realtà tutto questo mio assisterla era l’espressione della mia attitudine a servire, così come il suo essere malata era una richiesta di assistenza, era una consolazione avere una persona che avesse bisogno di aiuto, e in fondo era l'unica cosa – penso ‒ in cui riuscissi bene non vivevo nessuna tragedia ma vivevo tutto come una tragedia, c’erano altre donne con cui poter fare la stessa esperienza, e io non volevo, e incontrare una persona fragile come lei era stata una fortuna, perché avevo cercato il rifugio, la persona altrettanto fragile con cui poter essere fragile insieme, ma come è naturale nel fondo non ero contento di questo, non ero umile ma ero estremamente superbo e non avendo il coraggio di esserlo vivevo questa vita nell’ombra come una diminuzione un’umiliazione e la superbia di non accontentarsi del rifugio, e quindi il fare capolino del sogno, il disprezzo per quella cuccia non considerare la fortuna di aver trovato una persona che aveva bisogno, c’erano donne con cui poter fare in’esperienza solare, e rischiosa, e io non volevo farlo. avevo cercato la persona altrettanto fragile con cui essere fragile [insieme], e naturalmente nel fondo ero contento di questo, non ero umile ma al contrario ero estremamente superbo, e non avendo il coraggio di essere superbo vivevo questa vita nell’ombra come un’umiliazione e una diminuzione e quindi il fare capolino del sogno come incapacità di vivere, in fondo, il disprezzo per il rifugio non soffrivo l’idea di doverla lasciare. rinviavo come si rinvia un tuffo nell’acqua fredda

 

forse la sofferenza che ho provato lasciandola deriva proprio dal fatto che sapevo che così le avrei negato la mia protezione, la sofferenza non deriva da un rimpianto. la sofferenza derivava dalla sua sofferenza, l’unica cosa che mi tratteneva era la sua continua richiesta di aiuto. perché, mi chiedo, questo aggrapparsi come un affogato, c’erano altre donne con cui potere fare la stessa esperienza, e io non volevo, non volevo confrontarmi con la solarità, e incontrare una persona altrettanto fragile come b. era stata una fortuna

 

 




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