LUOGO COMUNE
EPISTOLA-POEMA
Non più amarcord


      
Quasi una missiva in versi in immaginaria replica, elicitando pensieri, considerazioni, svisature e rimescolamenti di memoria sull’ormai trascorso ventennale della morte di Fellini. Ma non è mai troppo tardi per estrosamente intervenire e puntualizzare e precisare, intrecciando immagini e visioni dei grandi del nostrano cinema novecentesco da Federico a Visconti, a Rossellini, incubando a breve uno zibaldone-monster sul Western.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Il lettore dedàlico ha certo in mente il componimento ingegnoso del nostro palladini

sul numero precedente di questa rivista

non era solo ingegno era dicerto amore

scarso e distratto utente di giornali

nemmeno al bar se ci entro per un caffè li degno di un’occhiata

che il caffè mi andrebbe a traverso e in fumo l’obolo

versato con gesto noncalante

dunque può darsi bene che altri ne avesse scritto

venti anni dalla morte di federicofellini

ma senza il buon memento del nostro palladini

io non me n’ero accorto

pago che sono e poco vago di anniversari

chi è morto giace e chi non giace è morto

bonus malus (pensiamoci) alla pari

son troppo vecchio il mondo è solo ripetizione

ogni giorno (immancabile) una o più pietre ad alzare una spanna di più

il muricciolo degli eterni ritorni

marco lo negherà l’ha già fatto ma lì per lì se la prese

del mio abrenuntio della mia diserzione :

 

A F. F., 20 anni dopo

 

Eri sposato con Roma, pensasti tacitare

lo jus primae noctis andato di norma deluso

vagasti fino a Ostia la pineta la spiaggia

col tuo abitino di sposino i tuoi poveri piedi

l’uomo sull’altalena non era superman

solo caricatura di rodolfo valentino

Fosti insieme mammana e anche magnaccia

preparavi l’età di sergioleone

lui morricone tu rota le nostre povere orecchie

 fosti vecchio anche in culla per questo ti ascoltavamo

sorprendendoci intenti a venerare

false divinità... ma tu intendevi i Mostri

in sintesi non fosti che un bidone

col sesso di manara e il violino di cavazzoni

non era poco andare per i cessi a ritrovar la voce della luna.

 

Ecco, caro Marco, da un felliniano antico, poi dimessosi.

Non è in polemica con te (il tuo ricordo ‘titolare’ si legge anche a rovescio).

Piepaolo, Testori trovavano nei Cessi i loro Orti notturni, con ributtanti lumache e funghi-mazzagenti.

Dovremo farci un pensiero.

 

eravamo come due tennisti simulanti

io poi che non ho mai giocato a tennis

e lui ha piazzato una botta di genio

per risposta, buttandola sul ‘corpo’

 

Caro Marzio, il fatto è che il corpo e i suoi linguaggi concreti

(e le sue problematiche desideranti)

è sempre stato pochissimo considerato dalla letteratura critica italica.

E invece per i Fellini e Pasolini e, magari, Rossellini

(i registi in “ini” che non piacevano a Visconti)

il corpo era poeticamente centrale.

E lo è, si parva licet, pure per Palladini. 

Ma naturalmente ogni lettura della loro opera è legittima. Ci mancherebbe. 

Io, poi, se mai, mi sento godardiano. 

 

Mi viene per forza in mente l’amatissimo laborintus /unde daedalus

riposa tenue Ellie e tu mio corpo

e come visibilmente il verso allungava spira per spira

riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie  eri il mio corpo

immaginoso

io su questi binari il mio trenino

prefabbricato

dannunziano luziano gozzaniano

spingevo con fiducia ostinazione meraviglia

il mio corpo / immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale

(noi che riceviamo la qualità dai tempi)

sì, certo, sarà lesamaestà

dire che i tempi ricevono da noi la qualità

che possono dovrebbero

il tempo è stato sempre tutto il mio spazio

zum Raum wird hier die Zeit

forse senza neppure bisogno di divenire (io)

altro né eroe né mistico né esoterico né wagneriano

io, poi, se mai, mi sentii sempre essoterico

(sbirri si nasce e anche professori,

ahimè)

fui tratto al mondo da una levatrice haïdée

era pazza e la sua porta fronteggiava la nostra sul medesimo pianerottolo

mise al mondo sei figli di mio padre

(non da mio padre)

si nasceva la notte un tramestìo lumini di candela ombre volatili

lungo i muri d’un andito infinito

Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze

lei di suo proprio ventre due figliuoli gemelli avea cavato

da un dimesso e atterrito ‘suo’ marito

il cui testone più avanti mi avrebbe ricordato quello del prete

fabrizi fucilato in roma città aperta

escrescenze

che possiamo roteare

e rivolgere e odorare e adorare nel tempo

                                   desiderantur (essi)

analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche

(......)                           desiderantur desiderantur

 

i gemelli romolo & remo si accapigliavano

con la ferocia di cani danteschi

per le scale lei urlava e mio padre

scendeva con naturale autorevolezza a dividerli

non avevo ancora l’età

per riconoscere in lui Nettuno che sèpara i flutti

la mia prima compagna di giochi mi aveva adescato

ad un capriccio stravagante e càllido

si calava le mutandine e voleva che io la fucilassi

‘nel culo’ mentre io

avrei detto ‘n’icculo’ ché venivo

da estrazione più bassa suo padre

era stato ufficiale e partigiano

ricevendo la qualità dai tempi

si era sparato in bocca l’ultima cartuccia

nel salotto di casa nostra ci fu sempre la sua fotografia

“bello come un bel dio”

ma quando a tavola ne parlavano

(essi, i miei) abbassavano la voce

 

Anch’io (barocco) sto per il corpo. Anch’io (nel pensiero

più che in una coinvolta passione per i suoi film, dei quali amo forse — ma molto molto, nel caso — solo Weekend)

cerco di stare all’altezza di Godard. I suoi

documentarii per ECM sulle storie del cinema necessitano ormai presso di me di una copia sostitutiva.

Fui felliniano a oltranza a una mia improvvisata lezione da studente su Fellini debbo probabilmente la simpatia del professore

(filosofo e cinèfilo)

che poi mi fece strada all’università, non ebbi altri santi

e non solo possiedo (noblesse oblige) perfino la copia

della lussuosa prima edizione del Quaderno dei Sogni

            poi rièdito in maldomestica economia

ma anche tengo il librino-scheiwiller della dantista e telqueliana

Risset fra i miei livres de chevet così ci sta anche la rima. Non ero viscontiano quando dovevi esserlo perforza, ec. ec. Di Fellini prediligo il Bidone,

8 e mezzo & Intervista. Della dolce vita vorrei non ci fosse il finale

ipocrita perché cattolico cattolico perché ipocrita Ma intanto è avvenuta in me una specie di slavina, quasi tutti

i miei vecchi santi hanno subìto un qualche spostamento qualche diversa valutazione Di positivo, credo, c’è l’allargamento a un numero di testimonii un tempo inimmaginabile, dentro e fuori dal cinema...

 

Con Palladini

non ci siamo incontrati mai per me è sempre più tardi

ho visto qualche sua foto ma vorrei

disegnarlo come ‘lo scrittore’ di John Alcorn

in copertina al Testo del Racconto

di Giuliano Gramigna

al posto della testa una mano enorme impugna una matita enorme

sotto il collo due agili mani

battono i tasti di una olivetti lettera

era il mille novecento settantacinque

quell’anno Fellini

che sta intanto a girà’ er Casanova

riceve l’Oscar per Amarcord (1973)

quale film straniero più bello

e così lo vorrei ricordare

come un regista straniero

non sarebbe possibile né leale

corpus italicum quello di Fellini

come quando Lukàcs (pronunciato

solennemente lu-kàz)

dava per cosa ovvia la ‘miseria

tedesca...’

 

Il ‘corpo...’

dimenticai di includere fra i film di Fellini

che tengo in [più] alta stima (per non dire

che ora come ora è quello che più volentieri riguardo)

La città delle donne

Ma il primo Fellini, oh sempre sempre

decentissimo,

quando noi lo vorremmo davvero indecente,

ha troppi punti di contatto con la narrativa

minore ottocentesca su quella via perfino un personaggio

politicamente ed  esteticamente futile come Pupi Avati

ha piazzato dei colpi che pareggiano la gara.

La lunga decadenza di Fellini fa problema a noi tutti, ne soffrimmo,

poi capimmo che di lì non si moverebbe più. Perfino Baricco, lui lo scambia per Auden... Della celebre terna sessantesca :

Antonioni Luchino & Federico

celebrata ed imposta per via di bolla episcopale dall’aristarco /i danni

che la cultura italiana di superficie e di grammatica

ha portato da lui dal pestalossa

dal mencaldo

seriosi e preparati gente d’onore chiusi nell’utopia del fanatismo requisitoriale

(ma oggi è vero che lo dicon tutti)

non son venuto qui a imbastirvi l’elogio

di cesare ma, uffa!, a seppellirlo

solo Antonioni, come il vino buono, migliorò invecchiando. I filmoni

absburgici o nazisti di Luchino

mi toccano meno di certe sue fumetterie come il bellissimo (ma è opinione

forse soltanto mia)

Gruppo di famiglia in un interno E se ci spostiamo a prima

della consacrazione, Ossessione

è un film di cui, sulla distanza, par che sia stato un tantino esagerato il valore,

relativamente

(un poco come pel celebre Crocifisso dell’oggi tuttavia troppo rimosso Guttuso)

ma questa gente che ti piazza appena dopo la guerra

esperienze come Paisà (infestissimo invece

Roma città aperta

programmaticamente esploratore di convergenze parallele e larghe maggioranze),

come

Germania anno zero — e poi Stromboli

o che rivela il Vero Verga /caffècaffè

falsato e tacitato da crociani fascisti e resistenzialisti

con quel film assoluto La Terra

Trema

che potrebbe essere stato firmato, quello sì!, da un Godard

ante-litteram o dalla magnifica coppia

Huillet-Straub gente così mi pare

ponesse l’asticciuola un po’ più in alto che, coi poeticismi della Strada

o i crepuscolarismi dei Vitelloni

‘Federico’ / Nello Sceicco si profila è vero

una indagine sulla seduzione

del ‘film d’attore’  (io, per me, divoravo

come fantesca ingenua i fotoromanzi l’Avventuroso film

nel quale si mostrò Franco Fabbrizi

che vi faceva il Lupo Solitario

a pettonudo e cossialunga, o bè’o!

con Marco Res sceiccobianco e Magda

Gonnella, morta giovane)

ma poi l’innato cattolicesimo del provinciale romagnuolo ebbe vittoria su quei

conati

e ottenne plauso con la più lussuosa e goduriosa banalità Questo lo dice, strizzandosi il

cilizio al non cristiano

petto, uno che a lungo avrebbe dato la mano destra per Fellini

e che ancora gode di celebrare il proprio compleanno

nel giorno stesso della nascita del grande Federico.

 

Era il 20 gennaio, nel ’40 cadde la neve prima delle bombe

nel ’20, quel medesimo giorno, sarà già sufficiente che planasse

dal cielo Federico, un bamboccione dal sorriso irresistibile

pronto per jacovitti o per paolovillaggio

Marco, appena ho cominciato e sento l’urgenza la

decenza di qui troncarla

dicevo poco sopra delle tue mani

svelte sui tasti della macchinadascrivere

e i tasti siamo noi la polifonia

con la quale tu intessi le tue reti dèdale...

Io qui rimando — per non andare lontano

da bomba —

al magnifico scritto, in questo numero,

della Jatosti su Lizzani suicida

ora la linea

forte e flessibile della vera intelligenza cinematografica italiana

finita in un altro mucchietto di stranci sanguinosi su un cortile che le storie non

segnano e com’è bello questo scrivere memoriale

di chi le cose le ha viste le ha aiutate

le ha impastate con mani proprie senza timore di sporcarsele

(e di beppe desantis che ne è stato? e di carlolizzani?)

morti, morti

sono i registi di riso

amaro di uomini e lupi delle cronache di poveri amanti

e comencini e monicelli, con loro, gillo

pontecorvo e damiani pordenonese

troppo davvero presto

comunque ci mancarono tutti

pietrangeli zurlini florestano vancini o spazzati

via da un colpo di mare o, non solo perché ‘richiamano le classi’

anche magari trascinatisi ai novantanni ma chiusi sigillati nelle casse

di un cinema suicidato ti sorprendi

che qualcuno abbia scelto di non sopravvivergli e rimando al lunetta qui di cesare

milanese (la ‘posizione forte’) al patriarca pignotti

della guerrilla contro chi si crede

di averci fatto suoi

di averci già strozzato

al morrison poeta del donatone tuo meglio esegèta

quando un giorno sarai tentennante e pieno di sonno

accanto a un calorifero renitente o esagerato

e dirai perché succede sempre così non ne ho più

voglia

inerti le reti staranno a intignarsi

a disfarsi come la carne muore

non credo che in cielo vedremo un sole che fa stop

una cometa in tilt un mutare dell’oro dei viali

chi ci sarà — non io — sentirà in cuore un poco di vergogna

non son previsti anniversari

                                               (desiderantur

                                               desiderantur)

 

 

P.S. Ti ho detto che sto preparando l’ultima forse delle mie stravaganze, uno spropositato zibaldone, scritto perlopiù con le sole immagini dei film, del cinema Western. Vi si leggeranno, quando deciderò di consegnarlo al braccio secolare del mio blog dell’Archivio Barocco, excursus su Lizzani, su Bianciardi. Non dovrete credere, allora, che siano in dipendenza dal — ma in coincidenza col — superbo ricordo della Jatosti. Erano al loro posto da mesi (ci lavoro da un anno). Non rivendico un indimostrabile, forse, e certo non débito anticipo (e, poi, di morte); dico che siamo, che mi sento insieme. “Non mi fanno lavorare più, neanche quelli di • ... Ho tanti progetti, ma...”. Ma la mia casa non ha finestre sul cortile.

 




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