LUOGO COMUNE
BRUNETTA RICCI
Un adolescente
nell’inferno
della vita


      
Pubblichiamo il testo di un intervento critico sul romanzo breve “Sul sentiero dei tuoi giorni” uscito presso Florence Art Edizioni. Una ‘storia-non storia’ che si legge come un apologo o una operetta morale e di cui è protagonista Enzo, un ragazzo che vive con la madre, profondamente depressa dopo essere stata abbandonata dal marito, noto psichiatra. Il libro si costruisce attraverso una complessa dialettica fra il piano dell’implicito e quello dell’esplicito. E si lascia apprezzare anche come un esperimento letterario che pone in diretto cortocircuito le due età estreme dell’esistenza, la fanciullezza e la senilità.
      



      

di Ernestina Pellegrini

 

 

 Sul sentiero dei tuoi giorni è il secondo libro di Brunetta Ricci Gherardini, pubblicato con eleganza impeccabile dalla Florence Art Edizioni (2012)[1]. Provo a scrivere qualche impressione di lettura, anche se non vorrei schiacciare con pesantezze critiche questo racconto delicatissimo, un racconto di atmosfere, un fulmineo giallo psicologico di 77 pagine, uno di quei libri che piacevano tanto a Nabokov, l’autore di Lolita, quando diceva che certi racconti sembravano fatti di sughero.

Ho avuto il privilegio di presentare, due anni fa, il libro precedente di Brunetta Ricci, Fanciullezza e senilità, alla Biblioteca Marucelliana, in compagnia dell’indimenticabile amico e poeta Renzo Gherardini. Ed è proprio un suo verso a dare il titolo al libro appena uscito, Sul sentiero dei tuoi giorni, un libro che a lui, del resto, è dedicato. Renzo ne aveva letto una parte, quando ancora era inedito, e aveva detto a Brunetta che andava tutto bene; aveva detto soltanto che avrebbe aggiunto una virgola.

 Dico subito che si tratta di un romanzo breve, compatto, ben strutturato, che si legge tutto d’un fiato, come se  fosse una favola amara e potente sull’adolescenza. Ho detto favola, ma potrei dire anche un apologo o un’operetta morale, per sottolineare la trasparenza stilistica, il succo morale racchiuso e la qualità sintetica della narrazione, ma poi dovrei subito correggermi perché in realtà, a rileggere tecnicamente questa storia non storia del ragazzo Enzo, che è al centro di tutto, si capisce che ci troviamo di fronte a un romanzo breve piuttosto complesso, a un racconto ricco e profondo, che assomiglia più a una tragedia che non a una favola. Ci troviamo di fronte a un prisma narrativo che ha valenze molteplici e che richiede letture diverse (ora si presta a una lettura di carattere letterario; ora a una lettura di carattere teatrale, ora a una lettura di carattere psicologico-pedagogico; ora a una lettura di carattere linguistico – perché la lingua è una lingua alta, letteraria, una lingua “antica”).





Non spaventatevi. Non voglio complicare le cose semplici, ma non voglio nemmeno essere riduttiva, perché voglio sottolineare l’importanza e la plusvalenza di un testo che si presta, e forse richiede, a letture diverse. Non dico che questo sia stato voluto e fabbricato apposta da Brunetta Ricci, che fosse calcolato dall’autrice, dico che il testo alla fine presenta molte anime, dà adito a letture diverse e fra loro intrecciate,  e mi sembra giusto segnalarle.

Basta leggere qualche pagina per accorgersi subito, ad orecchio, della forza drammatica, teatrale  di questo testo, che ha al suo interno intere parti che si reggono sui dialoghi fra i personaggi. I dialoghi formano buona parte della narrazione – si svolgono come su un terreno parallelo – teatrale, appunto – rispetto alla trama che tiene alta la suspence di un racconto che ha diversi colpi di scena. Dalla trama, dai fatti, si passa, aprendo – come chiamarle? – delle piccole stanze della tortura (per dirla alla Pirandello), alla sfera teatrale/dialogica, di incontro e di scontro fra i personaggi. Personaggi poi risospinti nei rimuginii delle loro interiorità (e questo è un terzo livello del testo). C’è il piano dei fatti, c’è il piano teatrale dei dialoghi e c’è il piano del monologo interiore dei personaggi. I dialoghi, come dicevo, hanno una parte importante, esplicativa nel testo. Sono dialoghi che vanno al cuore delle psicologie dei vari personaggi, personaggi  che sono persone vere, realmente esistite – questa storia è reale, è vera, con personaggi in carne e ossa – ma sono anche personaggi archetipici: il padre, il figlio adolescente, la moglie abbandonata, la donna straniera che è venuta in Italia abbandonando i propri figli nella terra d’origine (li ha abbandonati ma per permettere loro una sopravvivenza migliore); il nonno, anzi i nonni, i compagni di scuola –  sono personaggi di una tragedia familiare e sociale universale e universalizzabile. C’è un pathos, in tutto il racconto, che è teatrale e che regge stilisticamente sui toni alti l’intero racconto, che impregna il lessico, arcaicizzandolo, un pathos che stende una patina di malinconia su tutto, sui vivi e sui morti.

Il piano della storia, della trama, è apparentemente semplice, ma ha al suo interno momenti di radicale svolta che quasi capovolgono il senso di ciò che si rappresenta. La trama si svolge con ritmi serrati attorno alla figura e al dolore di un ragazzo adolescente, Enzo, che vive con la madre depressa e chiusa in sé dopo l’abbandono del marito, un noto psichiatra che entrerà in scena in un momento decisivo mostrando il suo volto di vittima bloccata da un segreto. La storia, che ho definito volutamente storia-non storia, si porta dietro come uno strascico la propria ombra. Ho parlato volutamente di storia non storia, proprio perché quella malinconia che dicevo prima,  che è il diapason armonico dello stile, quella malinconia fa sentire che alla base del racconto c’è una morte non detta, che c’è un vuoto attorno a  cui si costruisce la narrazione (nella storia vera, infatti – e lo so da Brunetta Gherardini, che  il ragazzo si è ucciso, e qui non si vuole dire, non importa dirlo, ma la cosa si sente, quel non-detto, quell’implicito è la molla dell’intero racconto e la sua musica), quella storia non storia, dicevo, non è una storia qualunque. È la storia, è la biografia interiore  di un adolescente, Enzo; è la storia dei suoi turbamenti, dei suoi dolori, delle fratture psicologiche seguite all’abbandono del padre psichiatra che si è costruito un’altra famiglia, lasciando in pegno, nel cassetto del proprio studio vuoto, una pistola, quasi fosse il simbolo nascosto di un destino di distruzione e di autodistruzione  (un po’ come la lettera rubata studiata da Lacan). La pistola è l’eredità simbolica che un padre lascia al proprio figlio. Quella pistola, anzi quella “rivoltella” (come viene detta nel libro) è la materializzazione del disagio, quel disagio familiare che è il centro d’imputazione dell’intero racconto. C’è un segreto in questa storia, un segreto che viene svelato alla fine e che qui io non rivelo, un segreto attorno al quale ruotano queste vite sciupate di tanti personaggi, ma questa storia non storia è anche la storia di una catena di solidarietà umana descritta e narrata con finezza psicologica, ed è la storia di una via d’uscita dal dolore e dalla sconfitta.

Sono tanti i personaggi di questa storia, ognuno col suo segreto, col proprio dolore. Sono personaggi legati uno all’altro da simmetrie e analogie quasi matematiche. O almeno a me è sembrato così, come se fossero stati pensati come gli elementi interrelati di un  teorema. Sono personaggi spaiati che si vogliono bene e personaggi che si vogliono male, indissolubilmente legati. Tutti insieme mettono in scena una storia di incanto e di disincanto, di amore e di disamore: ma come dividere i confini? Non esistono i buoni e i cattivi, in fondo. Non è un racconto morale. Ognuno tira avanti col proprio bagaglio di colpa e di solitudine. È una storia successa per davvero decenni fa, quando Brunetta era insegnante, e questa storia è stata ora attualizzata tramite l’inserimento di cose contemporanee (le faccende di droga, i cellulari), facendo sì che passato e presente si incontrino sulla pagina per riflettere l’eterno dramma di questa età di transizione, difficile, intensissima, complicatissima, l’adolescenza, su cui hanno scritto autori come Musil, come Moravia, come Elsa Morante, come Bilenchi e come tanti altri scrittori fra le due guerre. I racconti sull’adolescenza sono stati un topos della letteratura europea della prima metà del Novecento. C’è un bel saggio di Gilbert Bosetti su questo argomento, che imbastisce una rassegna sui romanzi e sui racconti, scritti nella prima metà del Novecento,  incentrati sulla figura dell’enfant dieu.





Mario Loprete, Flight (part.), olio su tela, 2010


Brunetta Ricci, insomma, affronta un tema che ha una grande tradizione letteraria. Tutti pensano subito a I turbamenti del giovane Törless di Musil, al Conservatorio di Santa Teresa di Bilenchi,  a Agostino di Moravia, a l’Ernesto di Saba, a  L’isola di Arturo di Elsa Morante – solo per ricordare alcuni titoli. Non tutti forse sanno che l’adolescenza, come fase della vita, è stata riconosciuta e distinta dall’infanzia soprattutto a partire dal ’700, da Rousseau. Da allora è stata molto rappresentata e studiata anche dal punto di vista socioantropologico  e psicologico (da Piaget a Lotte, alla Melanie Klein e così via). In questa chiave psicologica, penso in particolare a un bel libro della psicoanalista Valentina Supino, che vive in Francia, ma è fiorentina d’origine: il libro si intitola Il bambino mal’amato. Brunetta probabilmente non ha letto questo libro ma è come se lo avesse letto, perché il protagonista della sua storia è uno specchio preciso di tale psicologia dell’abbandono e dell’orfanità senza orfanezza. Brunetta scrive, dunque, un bel racconto sull’adolescenza, su questa età di transizione, età  incerta e impossibile, si prova sul terreno di un tema di alta tradizione letteraria, ma anche scrive attorno a un altro grande tema, quello della famiglia. A un certo punto del romanzo c’è un inizio di paragrafo che fa pensare all’attacco dell’Anna Karenina tolstojana. A p. 11 di Sul sentiero dei tuoi giorni , si legge: “Ogni famiglia ha un aspetto suo proprio; esistono famiglie serene etc etc”. Ricordate l’attacco della Karenina?  “Tutte le famiglie felici si assomigliano
fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Il riferimento all’attacco di Anna Karenina è preciso. Voglio dire che questi racconti di Brunetta Ricci hanno al loro interno un intero libro invisibile di citazioni e rimandi alle numerose letture della sua formazione intellettuale.

Ma il romanzo di Brunetta Ricci non è a focalizzazione unica, la narratrice non entra solo dentro la psicologia e il mondo interiore del protagonista, non entra solo dentro la calotta cranica del giovane Enzo, perché il romanzo ha una struttura polifonica e, quindi, analizza di volta in volta, andando ora più a fondo ora rimanendo più in superficie, analizza, dicevo, con delicatezza, anche le psicologie degli altri personaggi: il nonno Guglielmo, visto all’inizio del racconto mentre sfoglia l’album delle fotografie, mentre sente dentro di sé tutto il peso di aver perduto il figlio, quasi interrogandosi sulla sua assurda sopravvivenza: l’autrice scruta il pensiero delle tante donne: Hanna, Eva, Valentina. Insomma, la narratrice mette in scena un romanzo polifonico, di polifonia interiore, dove compaiono famiglie ferite, famiglie spaiate, famiglie infelici per l’appunto, tolstoianamente infelici. C’è una donna vedova, un’altra abbandonata e depressa, un’altra emigrata e lontana dai suoi cari; c’è un bambino orfano, c’è un altro ragazzo adolescente abbandonato dal padre, c’è un vecchio che ha perduto il figlio; c’è un padre che abbandona la famiglia per andare a vivere con una figlia illegittima avuta da una relazione precedente: tutti, insomma, devono elaborare un lutto, una perdita. Tutti agiscono all’interno di questa potente asimmetria relazionale. Tutti si trovano a confrontarsi con questo vuoto interiore che tarpa le ali e la gioia di vivere. Ed ecco così la scelta della bella immagine di copertina: quell’uccellino coloratissimo, un frosone, con la coda legata. E il frosone, cercando sui trattati specifici è un uccello raro e diffidente, molto schivo e piuttosto difficile da osservare. Si tratta di un uccello solitario. Quell’uccellino con la coda legata, dallo sguardo pungente, è un referente analogico e poetico del protagonista, è l’emblema araldico di Enzo. Anzi, bisogna forse aggiungere che il mondo degli animali costituisce un piano privilegiato e contrappuntistico di tutte le vicende del  racconto. Fra i tanti punti di vista c’è anche il loro. A cominciare dal Micio, con la M maiuscola,  che sta vicino al vecchio Guglielmo e che sembra percepire realtà sottili e invisibili, dimensioni di realtà particolari; ma ci sono anche gli uccelli, le colombe, il cane labrador, a cui i personaggi vengono paragonati., quasi a significare quell’età dell’innocenza e del mistero naturale violati dalla cattiveria e dall’egoismo degli uomini. Gli animali sono qui gli esseri privilegiati di quel registro che chiamerei di epifania naturale. Ce n’erano di molto belle, di queste epifanie naturali, anche nel primo libro come quella degli uccelli notturni: “Ci sono uccelli notturni che se avvertono dei pericoli soffiano… sono vestiti di piume leggerissime… il loro volo silente gli permette di catturare i piccoli animali che stanno dormendo”.

Fra gli elementi che più hanno colpito la mia attenzione di critica letteraria c’è quello che definirei come il gioco dialettico fra implicito e esplicito. Avevo scritto una specie di bonsai critico per questo libro, pensando alla quarta di copertina, e ora vorrei leggervelo per farvi capire cosa intendo con questa formula del gioco dialettico fra implicito e esplicito. Scrivevo, in questo bonsai critico:

 

“Dopo Fanciullezza e senilità ecco il secondo libro di Brunetta Ricci Gherardini, Sul sentiero dei tuoi giorni, in cui si narra mirabilmente, alla maniera di Bilenchi e della Morante, l’età più incerta e impossibile dell’uomo: l’adolescenza. Un piccolo romanzo di formazione di radicale inattualità, orchestrato su due piani continuamente intrecciati e messi a specchio l’uno dell’altro: il piano degli eventi e quello più profondo, notturno, delle psicologie. Una storia di incanto e disincanto. Un adolescente, Enzo, sensibile e tormentato: una famiglia spaccata, il rapporto col padre, l’amicizia, la scuola, la solitudine, le speranze e le pene di un giovane uomo che cresce troppo in fretta. Attraverso la lente dell’adolescenza e dei suoi turbamenti, l’autrice coglie il flusso stesso dell’esistere, il suo eterno movimento. Nulla accade se non la vita. La tragedia incombe ma viene tenuta in una sospensione illimitata, sul filo del non-detto, anzi sulle tracce di qualcosa di indicibile, che è la molla del racconto e insieme la ragione stessa di una volontà di non rappresentazione. C’è un fuori-scena che finisce per avere un effetto riparatore: sulla storia vera, sulle emozioni inevitabili del lettore. Forse quel resto implicito, incalcolabile, impossibile, indicibile è ciò di cui si occupa la vera letteratura.

La narrazione viene risucchiata e risolta nel pieno dei sentimenti, nella densità affettiva del racconto, in un delicato vortice che annulla le coordinate geografiche e temporali e lo stesso plot. Perfino il paesaggio in queste pagine ci viene incontro come un vero personaggio. Non c’è sipario che isoli lo spazio naturale e l’interiorità dei personaggi: ognuno è in primo piano col suo carico di verità e di colpa. Elegia e tragedia si mescolano. A libro chiuso resta la sensazione di un incanto annidato dentro le pieghe del dolore e la malinconia di una stagione che non c’è più”.

 

La dialettica fra implicito e esplicito comporta che le cose vengano dette in due modi: in un modo in cui si descrive (si descrivono paesaggi, interni di case, volti, fatti), il piano dell’esplicito, e in un modo in cui si fanno sentire come in una penombra i loro rimbombi interiori, che passano anche attraverso il non detto, il segreto, il non rappresentabile, il rimosso (il piano dell’implicito, appunto).  Il fascino di questo racconto sta anche e soprattutto nelle sue porte chiuse, in quella cifra di pudore, di non detto, in quella cifra di civiltà che dona una qualità antica, nobile, una qualità d’altri tempi allo stile, e perfino ai suoi contenuti. Si narra una storia di disperata attualità e nello stesso tempo si astrae e si universalizza nel quadro degli eterni drammatici rapporti familiari. A un certo punto, per bocca del ragazzo Enzo, si esprime un giudizio sul padre che lo ha abbandonato: è un uomo senza coscienza”, cioè privo di responsabilità individuale.





Christina Thwaites, Forgotten Faces, 2011


Voglio dire ancora qualcosa sul  titolo, un titolo molto bello, Sul sentiero dei tuoi giorni, che è andato a sostituire quello pensato in un primo tempo, Sentieri difficili. Il titolo viene da un verso di Renzo Gherardini (ora non ricordo la raccolta da cui proviene, forse l’ultima), e quindi è anche un tributo, un’allusione affettuosa di Brunetta al compagno di una vita, ma è anche la spia di una consapevolezza metaletteraria: Sul sentiero dei tuoi giorni sta a indicare la funzione primaria della scrittura, di una scrittura che pedina le tracce biografiche e la vita interiore del protagonista, sul sentiero dei tuoi giorni; una scrittura che entra in un dialogo quasi medianico con lui, nella consapevolezza della spinta restaurativa e compensativa del gesto letterario. È un romanzo di formazione, certo, ma è anche una dedica, e nello stesso tempo è un esperimento letterario che pone in diretto cortocircuito le due età estreme della vita, fanciullezza e senilità  – come dice bene il viaggio-volo finale del vecchio Guglielmo e del giovane Enzo al di là dell’oceano, un viaggio-volo che sembra quasi una partenza per sempre;  o per servirsi di un’immagine critica che Luigi Russo aveva coniato per l’addio al paese di Ntoni dei Malavoglia di Verga, un congedo che “pare la partenza per un viaggio definitivo, da un emisfero a un altro”.

 

Allora, se dico che c’è un cortocircuito fra fanciullezza e senilità, in questo racconto di Brunetta del 2012, si capisce subito che c’è un legame e una continuità con il primo libro che porta questo titolo.

Basta forse ricordare il primo racconto che finisce con la morte del vecchio amico, Ettore, nell’ospizio, e con l’immagine della giovane donna che si siede sulla poltrona vuota di lui e si mette a pensare a che cosa sia la morte e se esiste un oltre dove è possibile ricongiungersi con le persone care.  Quel primo libro di tre racconti speculari disegnava un grande cerchio di memorie, era un lungo viaggio a ritroso, con personaggi, strade, case, animali, che tornavano ad animarsi in un’atmosfera leggera, antica. Si diceva a un certo punto una cosa che poi è finita nella quarta di copertina: Era stato come infrangere un nocciolo per risentirne tutta la delicata tenerezza e fragilità del suo interno”. Un nocciolo di memorie, quello che gli inglesi chiamano con una sola parola il “core”, il nocciolo della vita.

So che Brunetta Gherardini sta scrivendo un terzo racconto, che viene a formare un vero e proprio trittico, andando ancora più dentro il piano dell’implicito – e solo l’implicito, come diceva Tomasi di Lampedusa, dà vita alla vera letteratura cercando di capire e di descrivere tutta la sofferenza psicologica di una bambina a cui è stata fatta violenza. Ci vuole coraggio, ma anche abilità letteraria e psicologica, per rappresentare l’inferno della vita costruendo una piccola delicatissima cattedrale di parole che lo contenga, questo inferno, e lo salvi.

 

 

 

 

 



[1] Testo della presentazione del libro, avvenuta alla Biblioteca Comunale di Firenze, il 31 gennaio 2013.  Lo stile è rimasto quello dell’oralità.




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