LE VIE DEL RACCONTO
ALBERTO SCARPONI
 

 

Distopia, con pioggia

 

 

Erano le sei e finalmente rimetteva piede in casa.

Le scarpe – invernali, scelte con oculatezza la mattina, al momento di optare per la fatica di quel nobilissimo tentativo, le scarpe comprate l’anno prima in Germania fiduciosamente (ovvero fidando in primis nell’ovvio potere dell’esperienza di chi, come il tedesco, con la pioggia ci convive, in secundis nell’etica lavorativa germanica, famosa nel mondo, a suo avviso, e poi soprattutto nella persuasione che gli abitanti di lassù fossero avanti nella cultura ecobio, ciò nondimeno) tali sue scarpe fottutissime facevano acqua... non tutt’e due però, solo quella destra, nel punto dove la punta del calzino s’appiccicava al suo alluce ben bagnata dalla ingiudicabile acquerugiola di quel pomeriggio... come a dire, allora, che gutta cavat lapidem e non solo, ma anche penetra perciò dove cazzo gli pare.

Mentre diceva con grande chiarezza a se stesso, nel lucidissimo suo fòro interno, che proprio non si sarebbe dovuto azzardare con quel cielo buio e i giovani indignati in piazza (perché il traffico...), strabiliò per il volantino che fino allora aveva intasato la sua cassetta postale. Lo andava leggendo, ottuso.

Non ci poteva credere: c’era chi tentava di fare persuasione con l’impassibilità di una pioggia d’autunno.

 

È che non avrebbe dovuto cominciare la giornata a quel modo.

Si sa che è sbagliato svegliarsi all’interno di un’ansia, quale che sia. Al mattino va sorriso, come, stando alla chiacchiera, esso stesso fa: il mattino sorride, sempre (non si sa perché). Sì, il pomeriggio... magari, ma la mattina va il sorriso. Se non ti adegui, sei fuori.

C’è poco da fare e dire, insomma non c’è da scegliere.

 

Lui però (si comincia sempre dicendo: «però...» quando si vuole garbatamente annunciare che si è d’accordo, in linea di principio, ma che nel seguito si dirà il contrario)... lui però, dunque, proprio non lo aveva nemmeno immaginato che arrivato al bagno, nell’intento di condursi all’inizio della giornata secondo tutte le buone costumanze e, credeva, il principio antropico, davvero non immaginava che avrebbe orinato invece anche stille sanguigne.

Stille, ammetteva, ma, non faceva per dire, improprie, e dunque sommamente inattese, anche perché furtive quelle avevano poi dilagato nel fetido gorgo d’oro, ora tutto sozzo di orrendo color rosso. Al che, lo si comprendesse, ecco l’ansia a far da improvvida alba, o piuttosto da tinta aurora, d’un dì sfigatissimo, a dispetto d’ogni buon proponimento (allusione ai ‘buoni proponimenti’, memoria del chierichetto che era stato).

 

Più che ansioso, sgomento, nel giorno malvolto a inaudite (e, beh, davvero immeritate) catastrofi, si era trovato ad affrontare un Problema-Dovere nato da un Impegno: un impegno che, va da sé, significava andare a un convegno, per la precisione a un convegno eurispes (qualunque cosa avesse voluto e ancora volesse dire questo nome-aggettivo così suggestivo), in tema di utopie/distopie. Assolutamente. Aveva all’uopo organizzato una levata anticipata alle sette, tramite suo risveglio promosso da un cellulare attrezzato con suoneria artatamente irritante e suo preventivo giuramento serale, a se stesso, di scattare giù dal letto all’istante, parando così eventuali, sempre possibili, tradimenti della psiche (lui la conosceva, quella lì!).

 

Ebbene a quel punto? Che fare?  Il fatidico: che fare?

Telefonare, ovvio. Soltanto che oggi a dispetto delle apparenze (a dispetto dell’apparente comunicabilità perenne entro questo forsennato connecting people, nonostante  la cosiddetta inteconnessione ininterrotta fra il singolo e la massa dei singoli e fra costei e lui e i loro hub) telefonare prevedeva una estesa riflessione operativa, senza la quale... niente: il feroce silenzio dell’assenza di tutti da te, scilicet la abnorme solitudine postmoderna. Moderna o postmoderna o tardomoderna che fosse, la massa è folla solitaria, si sa.

 

Al dunque: lui, per esempio, non aveva il telefonino di Meccariello, né conosceva le sue abitudini quotidiane: se si alzava presto, se rispondeva quando mangiava, ad esempio quando faceva colazione la mattina, come sarebbe stato ora il caso, né se dopo la colazione avrebbe viaggiato in automobile per arrivare all’eurispes misterioso, né se, ammesso che guidasse da sé, aveva poi l’abitudine di trasgredire la legge e di rispondere alle chiamate continuando a guidare oppure se interrompeva e parcheggiava provvisoriamente per farlo. Questione naturalmente diversa, se invece avesse usato i mezzi pubblici, laddove però: avrebbe risposto nel folto della folla? o non avrebbe preferito rispondere chiamando lui non appena gli fosse stato possibile trovare un minimo di privacy, pur stradale?

Molto lui non sapeva di Meccariello.

 

Aveva telefonato quindi a Toni, per avere il suo numero.

Toni non era a casa, come lui invece aveva supposto a quell’ora del mattino.

Era all’aeroporto. In partenza per Città del Messico.

A dire il vero, ne era stato avvertito, ma ora nella sua foga ansiosa da sventura all’alba, se n’era dimenticato. In ogni caso lui ora (Toni), spiccando il volo dall’amata terra patria, gli spediva senz’altro il numero, tramite esse emme esse.

Questo nella sua, di Toni, intenzione cortese. Nella sua di foga, però, – foga linguistica da salto nel buio (non è sempre un fondo buio la lontananza, la lontananza da sé? e la mossa di mirarvi non ha sempre a che vedere con un sotterraneo e buio cupio dissolvi del sé?), – nella foga insomma Toni aveva detto indirizzo, aveva detto che gli spediva l’indirizzo per email... O era stato lui (lui io) che, recettore apprensivo, aveva ricostruito in sé questa parola, mentre lui (lui Toni) aveva detto semplicemente, poniamo, per smartphone? Fatto sta che lui (io, lo sventurato), sarebbe poi andato a cercare nel computer.

 

Prima tuttavia, confortato da tale, seppure ipotetico, riallacciarsi delle comunicazioni con il mondo, aveva finalmente chiamato il confortevole Antonio.

Antonio, dimostrazione della tesi, per lui apodittica, che il primo intellettuale nell’obbligato articolarsi della società umana originaria fu il medico. Certo, il sacerdote, ma un sacerdote almeno anche medico oppure, meglio, un medico taumaturgo e dunque sacer...

Dunque aveva finalmente chiamato e Antonio-il-mago, tramite la magia d’una voce che proveniva da chissà dove, lo aveva confortato (telefonicamente)...

Lo aveva confortato in effetti col fatto concettuale del circolo conoscitivo: certezza-dubbio-probabilità. Infatti: no, no... però dopo un carcinoma alla prostata e la radioterapia... vero che non si sa mai... mah comunque insomma probabile che qualche vaso... però com’è? chiara o scura?... non so, scura, mi sembra, a me mi pare molto scura... hm...  ma com’è, viene prima o dopo?... dopo che?... lo schizzo è chiaro o scuro? ah! quello, durante, è chiaro, sì, mi sembra. E però: il colore compare all’inizio della minzione o alla fine? Boh. Non lo sai? Non ci ho fatto caso... l’ho visto dopo. Ma l’hai visto dopo, perché non hai guardato prima o perché non c’era? Adesso che ci penso, dopo, è venuto dopo (sottinteso: a tradimento).

Ed ecco che l’ex taumaturgo, ora intellettuale moderno (attivo, non fantasticante per conto suo) con visione critica, de-cide: lasciamo perdere, dice, mettiamoci sopra l’antibiotico e sistemiamo tutto. Ah, beh, certo... Prendi un cipro, subito. Cioè? Sì, vieni qui, che ti faccio la ricetta. Vengo... ma posso camminare?... Beh!... È che oggi è una giornataccia... Ma due gocce d’acqua non ti fanno niente... vieni, vieni!... No, è che oggi è una giornataccia perché devo andare a un convegno... al centro... dalle parti di san Pietro... magari stare in piedi... Vai, vai, che camminare ti fa bene... eppoi i santi fanno i miracoli, ah ah... ti aspetto.

 

Il conforto, non poteva dire di no, c’era stato, almeno lì per lì: doveva scarpinare per Roma e, a giudizio medico, poteva.

Così – completato a passi cauti il giro, andata e ritorno, casa-medico-farmacia-casa e recuperato il senso della situazione (almeno quello operativo) – si era reso conto che poteva affidarsi fiducioso alle forze del Progresso, incarnate nella Scienza un pochino taumaturgica incorporata nel cipro (cipro ora, dopo la visita in farmacia, detto rectius ciprofloxacina) e tantopiù nella liberatoria onniscienza di computer et similia.

Primo perciò impasticcarsi, aveva detto a se stesso scherzando, un po’ sopra le righe, per forzarsi in qualche modo all’ottimismo, che stentava a presentarsi.

Quindi: ecco, preliminarmente informarsi sulle modalità. Ché, sappiamo, una compressa non è una caramella, tanto più se rivestita con film. Perciò, insomma, seguiremo il bugiardino, si era detto.

 

Lui, il bugiardino, cominciava però spiazzandolo: Conservi questo foglio. Potrebbe aver bisogno di leggerlo di nuovo. Dopo tale misterica minaccia, proseguiva tuttavia con aria più rassicurante: la ciprofloxacina è un antibiotico appartenente alla famiglia dei fluorochinoloni e uccide i batteri, ma (mica come quei toccasana da dulcamara che curano tutto ma proprio tutto e invece ti fanno fesso, no no, questo) funziona solo con particolari ceppi (quelli delle vie respiratorie, dell’orecchio o seni paranasali, delle vie urinarie, dei testicoli, degli organi genitali femminili, quelli gastrointestinali o intraddominali, quelli della pelle e dei tessuti molli, delle ossa e delle articolazioni, e più in generale anche quando l’organismo soffre di neutropenia o vede in sé presenti il batterio neisseria miningitidis o spore o antrace).

Ceppi particolari, certo, ma mica pochi, non erano troppi? aveva dubitato lui. Comunque, lui (il bugiardino) proseguiva imperterrito, se l’infezione è grave le potrà essere prescritto un altro trattamento antibiotico in aggiunta.

Perplesso era rimasto lì a cercare di capire cosa fare. Ebbene, prima di assumere una compressa di ciprofloxacina doveva (questo lo sapeva) sapere se era allergico alla ciprofloxacina o (questo non lo sapeva) ad altri farmaci chinoloni o magari, toh, agli eccipienti (cellulosa microcristallina, amido di mais, crospovidone, amido pregelatinizzato, silice colloidale anidra, magnesio stearato, inoltre ipromellosa, titanio diossido [E171], glucosio e sorbitolo [polidestrosio], glicerolo triacetato e infine macrogol 8000)... ecco proprio macrogol non so, si era detto, rendendosi conto che quindi non sapeva.

Così come non sapeva se in questo periodo non soffrisse di depressione o psicosi (un po’ triste sì, lo era), perché in tal caso, argomentava il bugiardino, i suoi sintomi possono peggiorare... può avere pensieri di uccidersi o farsi del male... Indipendentemente però dalla depressione, assumendo una compressa si potevano comunque avvertire sintomi di neuropatia, come dolore, bruciore, formicolio, intorpidimento e/o debolezza, e poteva aversi anche una minore resistenza alle infezioni (a causa di una possibile agranulocitosi)...

(Ma non doveva prendere la cipro proprio per resistere a questa infezione del cazzo?)

Per giunta era meglio evitare l'esposizione alla luce solare intensa. (Lui, poteva giurarlo, non aveva mai amato il nudismo.) In ogni caso: fortuna che oggi pioveva e, a occhio, il maltempo sarebbe durato addirittura per qualche giorno.

Comunque tra le reazioni indesiderate quelle che lo avevano preoccupato davvero erano state, da un lato, la rottura del tendine – soprattutto del tendine di grandi dimensioni nella parte posteriore della caviglia (tendine di Achille) – (è che lui era sempre stato tifoso di Ettore, l’umano... e forse oggi aveva avvertito il rischio di una vendetta epica, chissà) – e, dall’altro lato, soprattutto lo aveva innervosito l’insistenza sulla malattia mentale (di cui il bugiardino aveva già detto tutto, o quasi, sopra, al paragrafo due, ma magari repetita iuvabant e però)... cioè pareva che potevano aversi reazioni psicotiche che possono portare a pensieri suicidi o azioni. Ecco quello che lo aveva inquietato e tuttora lo turbava era questo lasciare il discorso a metà, nel vago: azioni vaganti... elusive... Boh.

 

A quel punto, non sapeva se per reazione psicotica o no, aveva insomma assunto la prima compressa di questo suo nuovo destino e per non pensarci più, fidente e solerte era andato al computer in serena cerca della mail di Toni con l’indirizzo telefonico di Meccariello. Ancora niente? Niente. Forse dagli aereoporti, con tutto quel traffico, le mail impiegavano più tempo... O forse erano questi nuovi smartphone che... 

Beh, ma non importava! Nell’attesa, lui poteva intanto cercare, sulla mappa google, la locazione dell’Eurispes, così da poter decidere se era raggiungibile agevolmente con la metropolitana. Giacché era ovvio che con in corpo la ciprofloxacina (che può interferire con il suo stato d’attenzione), tanto più che sperava che cominciasse a fare effetto subito, non sarebbe stato prudente guidare un’automobile, meglio i mezzi pubblici.

E infatti – ah la benedizione cibernetica sull’homo felix del moderno! – nello spazio di uno o due secondi, digitate le parole: «Eurispes Roma», ecco apparire l'indirizzo esatto (via Orazio 27) e...  vera kybernetiké tekné, vera arte del pilotaggio... la relativa mappatura del territorio stradale circostante. Evidente: scendere a Lepanto. L’iter era nitido. Al contempo (sarà stato un miracolo della Sincronia Patafisica), un breve trillo del telefonino lo aveva avvertito: esse-emme-esse in arrivo. Eh! Era appunto Toni che aveva spedito il numero di Meccariello. Magari la parte computer del suo smartphone non funzionava. Chissà. In ogni caso...

 

Epperò Meccariello, ecco, era occupato. Occupato o isolato? Nei convegni si usa chiudere l’ascolto esterno per, ovviamente, non disturbare l’ascolto interno. È il principio della turris eburnea applicato funzionalmente. Forse era così. Ma allora come avvertirlo che, per tutta una serie di circostanze sfavorevoli, lui non riusciva a mantenere l’impegno di essere al convegno già dall’inizio e che ormai, a un calcolo approssimativo, poteva arrivare solo nel pomeriggio? Dove se ne andava la funzionalità della comunicazione ipermoderna? Il possibile e la comunicazione impossibile, poteva essere un tema...

 

È che magari poteva arrivare anche in tempo per l’interruzione pranzo, se combinava con l’ordine dei lavori del convegno... se ci si fosse messi d’accordo... In fondo lui doveva solo scambiare qualche idea con Folena sulla discussione che ci dovrebbe essere, sembra, in una libreria a febbraio intorno a un libro di Lukács... quello sulla democrazia nella vita quotidiana... e scambiarsi idee è cosa che si può fare comodamente proprio in un break. Certo gli sarebbe interessato anche ascoltare qualcosa in tema di utopie, distopie...

Anzi l’utopia negativa di Morselli di cui qualcuno discuteva in mattinata lo interessava particolarmente... dissipatio humani generis...

 

Vero che gli ricordava la fissa dei preti per la dissipazione da cui lui ragazzino, secondo loro, si doveva guardare... e da cui non si guardava per niente, invece, perché a lui gli pareva interessante, e parecchio, proprio ciò che gli veniva in testa nei momenti che loro chiamavano dissipati, quelli in cui lui andava appresso alle parole, anche alle mezze parole e ai pezzi di parola, che gli capitava di ascoltare mentre girava per il mondo, distraendosi appunto sui suoi pensieri a proposito di quelle parole, che dicevano di cose forse inesistenti, ma pure possibili, se qualcuno se le era inventate (diceva lui, anche allora)... e quelli – con l’aria di essere padri – a rimproverarlo che era assente e a fargli venire il senso di colpa per la sua mancanza di concentrazione sulle cose divine davvero esistenti e sui suoi peccati, quelli sì reali...

 

Beh era vero, sì, gli ricordava i preti, però non era che non fosse comunque da comprendere il mondo vuoto, senza persone, che Morselli s’era inventato (un mondo quindi possibile), dove le persone erano svanite, dove perciò quello che c’era non aveva più senso... 

Ma però, perché o utopico o distopico? perché il mondo doveva essere o bellissimo o bruttissimo? non avrebbe potuto essere quello che era (diciamo così: un povero topos)? un luogo, con gli uomini a lavorarci sopra per evitare il troppo o troppo poco, il fuoriluogo, l’inappropriato?... magari Folena, che secondo il programma del convegno tematizzava l’atopia della politica, forse voleva disapprovare proprio questo, diciamo, fuorigioco in cui si trovava la politica oggi... chissà.

 

Meccariello incomunicante.

 

Mah sì, proviamo! – si era detto. – Andiamo e vedremo. On s’engage et puis on voit, pare dicesse Napoleone... Però mica le ha vinte proprio tutte, un paio le ha perse e, almeno a bocce ferme, furono appunto le più importanti, essendoché le sconfitte sono (quasi) sempre definitive, le vittorie (quasi) mai...

 

Comunque, sì, in certi casi il rischio restava accettabile, si era convinto a quel punto, e, attrezzatosi contro la pioggia, ombrello e tutto, aveva deciso di tentare la sorte: forse sarebbe potuto arrivare addirittura in tempo per ascoltare il discorso su Morselli.

Alla fermata del bus però aveva potuto soltanto apprezzare il progresso informatico, che gli permetteva di venir a sapere in tempo reale, insomma lì per lì, come su quella linea fosse saltato un turno, per cui il prossimo bus sarebbe passato dopo trenta minuti.

 

Forse alla fine bisognava prenderla con filosofia. Le traversie del caso rendevano ragionevole puntare a dopo il break. Sensato dunque tornare a casa, a questo punto per un boccone, come la spossatezza gli stava consigliando, e successivamente, con pazienza, tornare al bus, per poi avviarsi, in metrò, verso l’adempimento dell’Impegno: via Orazio 27.

 

Il meglio – era andato considerando tra sé e sé – sarebbe stato, in tali circostanze, arrivare più o meno qualche minuto prima dell’inizio del cosiddetto pomeriggio. Due parole per ambientarsi con le idee, uno scambio di pareri e pensieri, qualche delucidazione su questa indecifrata atopia, l’ascolto attento dei ragionamenti pubblici, brevi commenti e veloce ritorno, per una riconquista, appagata, della tana, cioè del sonno infine ristoratore. Tale ragionevole road map, gli faceva bensì bucare il discorso sulla morselliana dissipatio, verosimilmente distopica, ma chissà magari anche utopica, epperò non si poteva avere tutto nella vita.

Così dunque in effetti aveva deciso, per cui – a farla breve – intorno alle quattordici, con suo sollievo e compiacimento, aveva messo i piedi fuori da una vettura della linea metropolitana A. Nel non-luogo Lepanto, lentamente e lietamente era risalito alla superficie, nell’Urbe.

 

Nell’incerto meriggiare autunnale della giornata, il chiarore romano standard gli aveva alleggerito, almeno un po’, il peso atopico delle distratte risposte che riceveva, del tipo: se voleva via Orazio, andasse dritto in tale direzione... e poi?... a un certo punto domandasse di nuovo... Ancora dritto?... una delle due signore lo sapeva, perché un tempo ci stava l’ufficio delle tasse, lì a via Orazio, ma adesso riconosceva solo la direzione, no, non dritto, a sinistra... Lei invece, la ragazza carina, abitava lì, in quel portone, proprio lì, quello bello, ma, guarda un po’, non se lo ricordava per niente dove stava quella strada, che pure era da quelle parti... Un ragazzo in motorino, operativo, per fortuna sapeva tranquillamente che via Orazio era la seconda a sinistra.

 

L’allegria di rientrare nel topos Roma, con i suoi colli, il suo fiume, il suo centrocittà a una spanna di distanza, i suoi rioni e ora, lì, i suoi quartieri (e poi le sue borgate e i suoi sobborghi, incluso il Gra, beh sì), l’allegria insomma di ritrovare se stesso, ora, là, in Prati (nel gran luogo della speculazione edilizia post-risorgimentale), quell’allegria quasi gli aveva fatto trascurare che stava piovigginando e con una certa intensità. Per cui, percependo un che di umidiccio, di gocciole, sulla faccia, aveva aperto l’ombrello con un qualche ritardo (minimo) rispetto alla bisogna.

 

Al controllo dei numeri stradali, un garage faceva ventitré. Allora, vedendo un tizio posato lì davanti come un monumento bene augurante, lui, quasi a tirarla per le lunghe, per un gioco psicologico di auto-rassicurazione, gli aveva annunciato, con tono però vagamente interrogativo, che il ventisette stava più avanti. No?... Cioè?... Beh cioè! i numeri vanno crescendo, no?... L’opinione del tizio, uno provvisorio in loco, era che effettivamente i numeri sarebbero dovuti andare crescendo, e in effetti, poiché lui era ospite precario al numero trentatre, laggiù, sembrava che così fosse... e tuttavia non se la sentiva di affermarlo con certezza... perché lì, nell’Urbe, lì non si sapeva mai... le cose non erano mai come sembrava che fossero...

Beh, certo.

 

Più avanti, al numero ventisette di quella via (via Orazio?) era allocata, in realtà, secondo la targa marmorea sul muro, una società di ginnastica pugilistica, al momento tuttavia inoperosa (l’Avviso lì apposto rassicurava il passante sulla riapertura dei servizi a una data che, tuttavia, lui ora non aveva più in mente). Sembrava trattarsi del retro d’un edificio pubblico. Forse, se da qualche parte ci fosse stato del personale, avrebbe potuto trovare qualcuno che avrebbe saputo dirgli...

 

Meccariello!... No. Niente.

Sempre: momentaneamente fuori dal connecting people.

 

A quel punto lui aveva ritenuto opportuno un tentativo: saggiare l’isolato aggirandolo. (La realtà va sempre un po’ aggirata, aveva consigliato a se stesso, quella non mostra mica subito tutti i suoi ingressi.)

 

E in effetti a un cancello – che dava su un cortile interno, che sembrava il retro della palestra, che gli era sembrato costituire il retro della costruzione pubblica che forse era una scuola – a quel cancello c’era qualcuno che premeva nervoso, ripetutamente e lungamente, su un pulsante. Era un giovane padre che aveva la figlia lì dentro, a scuola o a un doposcuola, ma non riusciva a farsela ridare dal portiere. Quello c’era di certo lì dentro, perché doveva esserci, ma, non si sapeva perché, non dava segni di vita.

Il giovane padre, sapeva per caso se in questo edificio scolastico ci fossero, d’abitudine, riunioni filosofiche?

Mah...

Magari occasionalmente?

Il giovane padre risultava sbigottito, una cosa così proprio non la sapeva. Avrebbe dovuto saperla il portiere, ma quello latitava.

Non c’era un altro ingresso nella scuola?

Sì, ma era chiuso, il pomeriggio funzionava, o avrebbe dovuto funzionare, da uscita, quel cancello lì.

 

Con un certo pessimismo nell’animo, lui aveva comunque ritenuto di dover intestardirsi. Come si dice: tentare non nuoce.

Girato l’angolo infatti, ecco per l’appunto un grande ingresso, maestoso... ora, a cose fatte, lo ricordava addirittura monumentale... Accesso, però, nessuno.

Desolato, quasi per automatismo aveva voluto controllare ed era arrivato all’angolo successivo, dove, una volta svoltato, sulla quarta faccia dell’isolato, con somma sorpresa, in una cantina aveva intravisto qualcosa: un circolo culturale! Affollato. Un inatteso luogo friendly.

Eurispes?

Senza star lì a pensarci troppo, era corso giù per i gradini, ottimista, solo preoccupato di non portare dentro troppa acqua con il suo rozzo ombrello di robusta plastica cinese.

Lo induceva a quella inventata speranza la tanta gente che gremiva il luogo. Una trentina di persone un po’ stipate, tutte prese da discorsi tra loro e da altro... L’altro però faceva tutt’uno con quell’acceso discorrere ed era il caso di una signora eretta, ma in lacrime, per chissà quale sua sofferenza, attorno a cui alcuni si affannavano solleciti.

Non gli era parso il caso di mettersi a chiedere di convegni sull’utopia e la distopia.

 

Così, una volta fuori, depresso, aveva riaperto quell’ombrellaccio, per difendersi dalla pioggia che ora veniva giù con tutta la sua stupida energia.

Così, a passo lento, senza fretta si era portato a poco a poco verso la metropolitana, verso la gloriosa Lepanto, ma avvolto nell’umor nero dello sconfitto.

 

Oltre alla frustrazione per l’incontro con la dissipatio umana e l’atopia politica irragionevolmente mancato, lo appesantiva, lì sotto la pioggia, la sensazione di un fallimento come ineluttabile, come voluto dal destino:  non aveva potuto esternare le sue idee sulle idee di Lukács, dove, secondo lui, non era tanto questione di democrazia diretta in sé e per sé, quanto invece del nostro bisogno antropologico di farci individui adatti a un mondo totalmente diverso da quelli passati... un mondo appunto, né utopico né distopico, che dobbiamo capire...

 

Stranamente a Termini, all’incrocio fra la linea A e la linea B della metropolitana, il convoglio della linea B era stato in gran ritardo.

Dopo una ventina di minuti di attesa, quando infine i passeggeri si erano ben bene ammucchiati tra loro dentro il convoglio fuori orario, ecco l’annuncio: la linea Rebibbia interrompe il servizio, per motivi tecnici, a Monti Tiburtini, dove i passeggeri che lo desiderano potranno avvalersi di apposite navette per proseguire verso Pietralata, Santa Maria del Soccorso, Ponte Mammolo, Rebibbia. Ancora adesso si andava domandando perché mai la voce annunciante le avesse elencate tutte le stazioni escluse ma recuperate tramite la navetta.

Per intanto il convoglio rimaneva in sosta, con il suo irato mucchio di musi taciturni o al più borbottanti (sono sicura che è uno sciopero... eh sì, lo fanno e non lo dicono... loro sono così... se fosse un guasto, direbbero di che si tratta... se non lo dicono, vuol dire che è uno sciopero... sì, è uno sciopero occulto). 

 

In ciascuna delle cinque stazioni (Castro Pretorio, Policlinico, Bologna, Tiburtina, Quintiliani) in cui poi, dopo Termini, per decreto superno era andata ogni volta ad incagliarsi, quella sorta di zattera della Medusa aveva gustato imperscrutabilmente una sua insensata porzione di sosta lunga, dieci-quindici minuti. Perché? Misteri dell’incomunicazione.

in cauda venenum la navetta era stata da meno, in quegli intasamenti forsennati e reiterati delle ore di punta dell’Urbe, un disastro per chi era stanco come lui.

 

Comunque. Eccolo. Finalmente.

Era qui!

Però in più sbalordito da tal Carlettopizza... che ora intendeva persuaderlo con suoi mansueti menù di massa (Menù Carluccio, Menù Anna, Menù Matto, Menù Serena, Menù Sara, Menù Kebab, Menù Pollo, Menù Silvia) taluni a scelta, altri no.

Boh

Tolta la scarpa destra, accese la tv.

Così.

Muta.

Lungo il divano si afflosciò.

Non aveva appetito.

Sonno.

Non sognerò...

opinò. 

 

 




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