LE VIE DEL RACCONTO
CARMEN DE STASIO
 

 

 

Brindo alla vita con una smorfia di tristezza

 

 

Il sole, la gaiezza, l’ebbrezza dello scherno.

Inneggio alla vita con il calice pieno e una smorfia sul volto.

Le mie labbra non sorridono, il mio cuore ansima e gli occhi sono terrei e fissi a osservare quel pensiero maledetto che mi assilla da un giorno, da poche ore.

I falò, gli sguazzi nell’acqua calda in un’atmosfera di cupo fragore. Il silenzio solo anelato in un tuffo nel mare di notte. Agita la mente, squassa i ritmi consueti.

Onde lente si dipanano come matassa di alghe fresche e dorate dal tempo. Imbrigliano il corpo che freme, infine, in un abbraccio di passione, di sofferenza che ambisce al godimento e all’ebbrezza dell’amore. Solchi nella sabbia segnano camminamenti anonimi, ombre dai ventri piani come casse di chitarra attraggono con la forza della fresca giovinezza. Ombreggianti matrone allietano le curve mai sazie dei loro compagni di sorte con pietanze succulente, che macinano terra e sabbia per godere della serata del giorno di festa.

Paganesimo rituale. Baccanale conclamato. Una celebrazione che ha il rito che a ognuno garba.

E tutti fremono. Lievitano le ombre, si moltiplicano corpi già sognanti di quei momenti caldi fin dal pomeriggio solatio. Gruppi si affrettano verso lidi isolati. Tra le dune assiepate di pini accoglienti, preparano l’attendamento per la festa notturna.

Rituali si consumano e calde labbra trangugiano ghiacciate bevande sovente sparse sull’arenile per troppa energia.

Vale la pena stare insieme.

Nel frastuono spicchi di luce danzano solerti, elevandosi da cumuli di sterpi e legname colto di sfuggita. Onnivori si lanciano con foga su carni sanguinolente e inforcano sabbia e sorrisi per consumare il conviviale momento.

Uniti. Unione che sa di vita, di tramestio, d’innocente vitalità. Inzaccherati giovani si dirigono verso nuove svolte in un abbraccio di calore, di salsedine, irridenti e irriguardosi.

Stasera è la sera del giorno di festa. La festa del desiderio, delle stelle e dei desideri. Una volta all’anno, perché sia speranza di brame esaudite o da esaudire e affermare un giorno qualsiasi in un anno qualsiasi che il destino sia realizzato per un desiderio espresso all’unica stella cadente mai vista. A me la prima!

Jambé scandiscono l’attesa nell’alitare alto degli aromi dell’alcool o di deliziosi manicaretti preparati per la comitiva per il lungo soggiorno in attesa di una stella.

Il mio animo o il mio cuore – non so, animo mio, cuore mio chi batta più forte. Da quale antro nascosto in me provengano le lacrime che invadono le mie orbite e si attardano all’uscita. Adombrano la vista, ma non rompono in salutari e liberatorie cateratte. Vorrei favorire l’ombra di una pioggia di lacrime, ma non assolverebbe a una perdita. Una perdita che non ha sortito l’effetto desiderato. Una perdita interrotta. Una dipartita mai consumata, che agghiaccia il mio essere e tende la corda fino a stringerla al confine della meditazione. Il pensiero osserva il sole e agita il vento perché sparga la sua frescura in ogni luogo, invitandolo a raggiungere antri nascosti e occlusi ad annusare il calore o la freschezza di un alito mai avvertito, mai brillato, mai pensato. Mai percepito.

Mentre capelluti e nerboruti abbracci si consumano per condividere l’attesa di una stella, la stella luminosa raggiunge un’anima greve. Lanciandole il ponte per la salvezza, la trascina su dalle acque di un cerchio di pietra e cemento.

Distante da danze sabbiose, avulso da cinguettii bistrati di luce e guizzi d’acqua cristallina dai toni screziati di topazio brunito, anelava a raggiungere quella stella che specchiava il suo volto nell’oscuro torpore di una polla ferma, oscillante nella sua solitudine. Come Narciso folgorato dalla sua immagine, egli ambiva ad assumere forse l’unico abbraccio mai osato per congiungersi con quei silenzi di cui la sua esistenza era stata avvolta per una vita.

Nell’atmosfera impregnata del sorriso roboante, dell’amore che profuma di caldo, solo il freddo trabocca per far sentire la vita.

Sono stanco della solitudine. Non Ulisse veleggiante per mari oscuri, ma un atto di obnubilamento con l’eternità. Protagonista in un mondo costellato dalla propria ombra. Dove l’ombra ha un nome anonimo, sconosciuto e inutile a sé. Quando tutto gira come una trottola cromatica c’è qualcuno che l’osserva dall’esterno e nel vorticare frenetico impossibile è trovare un pertugio per entrare nel cerchio. Fuori l’uomo, privo della forza per compiere l’impatto, resta incenerito dalla propria insistenza e dalla debolezza. Il passo pesante e impossibile ne angustia la ripresa.

Tu – stella – un giorno ti voltasti da una parte e gioisti per un infelice attimo. Ora allunghi l’ancora e sollevi una vita all’esistere.

E poi, dopo, un giorno. Dopo le calde lacrime, dopo la gioia di una ripresa, avverrà la nascita? Sarà nascita? Esisterà un sorriso in più? Dove sarai tu – stella – quando l’ombra di un uomo tornerà a far ombra a se stessa. Quando l’illusione di vita si scioglierà nella continuità di un cerchio in statica oscillazione. Quando il silenzio coniugherà il giorno e i giorni, la notte e tutte le notti. Quando la voce resterà muta in gola e i suoni delle parole saranno ruggiti di lacrime rotte. Quando l’unico luogo di vita sarà il luogo del nulla e nessuno nel luogo dell’attesa giungerà se non per godere dell’eccitazione di una morte sconfitta per un attimo e poi fuggirà nel riposo di chi sa.

L’uomo tornerà nell’ombra per saziare parole che sfidano il vento e lamentano come bardi aviti l’insoddisfatta vita, trangugiando versi di chi osanna alla vita e offre calde colpe ad altrui indegnità.

Fermo, sulla panchina dell’attesa, l’uomo sarà solo e solo sfiderà il curioso mondo che inneggia alla vita con una smorfia. Quella di sempre.

 

A colui che si è immerso per sempre tra le onde

nella meraviglia delle stelle cadenti

nella notte delle stelle cadenti di San Lorenzo.

Alla stella di lui




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Sommario
Le vie del racconto

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