LETTURE
TIZIANA COLUSSO
      

La manutenzione della meraviglia
(Diari e scritture di viaggio)

 

ed. Stampa Alternativa, Viterbo, 2013, pp. 250,
€ 15,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

«Nessun viaggio, per quanto lontano, può trasformare il viaggiatore se questo si porta un fardello di miserie umane.»

(T. Colusso, La manutenzione della meraviglia, p. 192; Stampa Alternativa, 2013)

 

Descrizioni di ambienti, paesaggi, quadri, musei, castelli, situazioni paradossali, umane e divertenti, istrioniche e antropologiche, miste a emozioni, ragionamenti, giudizi, polemiche, ricordi. Tutto questo messo insieme costituisce la struttura narrativa di un testo che s’intitola La manutenzione della meraviglia[1], ultimo libro della scrittrice Tiziana Colusso, edito per i tipi Stampa Alternativa: intelligente e coraggiosa casa editrice. Ma dov’è la meraviglia nel testo della Colusso? Indubbiamente è nel rispondere a un’esigenza che consiste nello scrivere anzitutto per sé prima ancora che per gli altri. Oltre ai dissensi che possono nascere sul genere odeporico, il lettore è qui chiamato non solo a leggere, ma a immaginare il respiro della pagina. Quello che Tiziana Colusso racconta e riferisce con la sua scrittura, molto più descrittiva che letteraria, molto più documentale che narrativa, rispetto ai testi precedenti, sono dondolii di treni, vuoti d’aria di aerei, sali scendi da traghetti. In una parola: viaggi! In essi i mezzi di trasporto si percepiscono esattamente come i luoghi descritti, confacenti a una struttura semantica oggettiva che vuole evidentemente stare intorno allo scrittore e non abbandonarlo mai.

«Mi trovo in una delle mie situazioni preferite, in un pulmino pieno di poeti che chiacchierano in tutte le lingue, diretti verso un Festival Internazionale[2]», scrive la Colusso, immergendo il lettore in una situazione narrativa che sarà quasi sempre la stessa per tutto il testo. «Sul battello di ritorno dall’isolotto Château d’If. Dopo quasi quindici anni eccomi di nuovo sull’isolotto-prigione. Stessi visitatori superficiali e chiassosi, stessi percorsi obbligati, stessi riti a cui non ci si sottrae nell’era del turismo di massa[3]». È un po’ poco fare del frammento del viaggio un punto di raccordo esaustivo, specie se si parte unicamente da un microcosmo personale, perché lo scrittore che viaggia è sicuramente chi sa convincere delle sue scelte, dei suoi itinerari. Nel testo della Colusso non c’è tanto da sorprendersi, bisognerebbe dire meravigliarsi, ma dotarsi di pazienza nell’attesa che l’autrice dica finalmente qualcosa di efficace. È soltanto compiendo una operazione di rinuncia, di ammorbidimento dell’attesa, che il lettore si adagia sul letto della scrittura, trovando sparsi nel testo quegli elementi maggiormente significativi in un testo che non nasce per ubbidire esclusivamente a effettive esigenze di racconto, ma per fare il punto della condizione degli incontri tra scrittori all’estero e in Europa. Le Writer’s houses, disseminate dal Baltico all’Egitto, suggeriscono alla scrittrice di affermarsi come viaggiatrice, prima ancora che come “ambasciatrice degli scrittori italiani”, in qualità di elemento diffusivo di tematiche che pongono al centro del cosmo la persona. “Io e non altri”, sembra dirci la Colusso, solitaria e solipsistica, pronta a digerire le congetture del mondo.

Questi aspetti del libro sono confermati non tanto dagli scorci descrittivi, dai giudizi sui fenomeni culturali e neanche dalle piccole polemiche con l’Italia che, guarda caso, dall’estero è sempre di più il Paese delle differenze negative, ma sono gli aforismi, i pensieri e le riflessioni. Aspetti identificativi di uno spazio anti-letterario che trova il suo farsi nella giusta logica della distensione, diventando il vero ingrediente della narrazione. Non altro e non di più! Questa è la sintesi di un testo quale La manutenzione della meraviglia. Tutto è dentro la pagina perché è dentro il ricordo, la cui ricetta è di essere motivo di scambio, di confronto, perché se c’è una cosa che fanno i ricordi, oltre a ridefinire il vissuto, è generare opinione. Ricordo, dunque, sono! La vita risiede innanzitutto nella memoria. È dentro questa struttura di slancio introspettivo e interiore che la “manutenzione della meraviglia” si svela quale proposito escatologico, tale da definire uno spazio in cui poter essere coinvolti. Questo della Colusso è un testo che riesce a stare dentro il lettore perché gli consente di starsene liberamente anche fuori, senza costringerlo a condividere ma ad ascoltare, a diventare da lettore uno spettatore di eventi che non ha vissuto, che non conosce se non di riflesso, a non entrare con difetto di giudizio e di diffidenza nella veridicità di un resoconto così personalistico, in modo da poter inquadrare, con l’acume di chi attende la rivelazione, tutta l’energia reale degli spostamenti e dei viaggi descritti. Cito per esporre meglio il punto di sostanza del testo della Colusso:

 

«uno scrittore non ha la necessità di correre come i giornalisti dietro alla notizia a bout de soufflé, può fluttuare – senza restrizioni ma anche con seri rischi di naufragio – su e giù lungo il corso del tempo: ad esempio far affiorare oggi, dopo tanta acqua tempestosa sotto i ponti, i ricordi di un inverno newyorkese d’inizio anni ’80. Oppure, invece di fare la telecronaca delle catastrofi avvenute, sondare visionariamente il buio oceano del futuro e decidere di tenere segreto ciò che ha visto, tanto il mondo crede solo all’evidenza, e spesso neanche a quella.[4]»;

«medito scrivendo o forse scrivo meditando[5]»;

«Sto bene con me stessa, ritrovo la curiosità “disinteressata” – nel senso che mi interessa guardarmi attorno e non rimorchiare, come gli altri - [6]»;

«La scrittura, come la mappa, non è mai trasparente copia del territorio, ma codice di lettura e trasfigurazione.[7]»;

«La guerra non crea il disordine, lo rende solo visibile[8]»;

«Più giro il mondo e più penso che la traduzione sia per gli scrittori come un ripetibile miracolo di esistenza, che consente loro di andare al di là dei loro limitati confini personali.[9]»;

«Un intellettuale non deve mai aderire a un partito o una ideologia. Deve parlare per il diritto di una comunità. Quando uno scrittore diviene parte di un discorso, entra in crisi di disordine. Se la politica è l’arte del compromesso, sta agli intellettuali indicare nuove strade.[10]»

 

Ciò che è degno di attenzione critica non è il testo nel suo insieme, che pur volge alla costruzione di una identità semantica intesa come essenza e non solo come scoperta, ma sono gli intervalli poetici e di pensiero del libro, che danno respiro al lettore che rischia di disaffezionarsi alla narrazione, ai fatti circoscritti troppo alla persona-autrice Tiziana Colusso. Per ovviare a questo rischio, con intelligenza la scrittrice ha previsto che i viaggi potessero continuare a ripetersi con un duplice linguaggio, con una duplice veste, quella dei versi. La poesia, infatti, presente ne La manutenzione della meraviglia, fa da collante, sprigiona le energie di cui i diari e i resoconti sono diversamente intensi. I testi poetici uniscono ciò che il viaggio divide, rendendo la soluzione narrativa più interessante, capace di inserire negli spazi autonomi di ogni racconto quel giusto grado di effervescenza del narrante. Questo della Colusso è un testo scritto totalmente sulle note della cronaca. È un testo che vale più per gli spazi bianchi che per quelli neri, per i punti di emersione di pensiero della scrittrice. Questo libro ha il merito di mettere in evidenza che nessuno viaggia sul serio solo per il piacere di viaggiare. In qualità di privata cittadina, prima, ma soprattutto per lavoro, in qualità di delegata e “ambasciatrice degli scrittori italiani” in Europa, dopo, Tiziana Colusso accetta del viaggio non solo il significato di scoperta ma soprattutto di odissea personale. In una poesia dirà molto chiaramente che trattasi «di forzose odissee», di «infiniti check-in e alti lài». Viaggiare è qualcosa che non si può comprendere fino in fondo perché è esperienza che penetra l’individuo che compie il viaggio, e inietta un sentimento che non può essere riprodotto da un’altra azione. Su questo punto, che rappresenta anche la chiave del libro, la Colusso è molto chiara, forse, come donna, riproduce anche una peculiarità “dinamica”, pronta a riprodurre una verità che non ci si aspetta: «non si possono fare viaggi letterari e spirituali in compagnia, il rischio è che l’energia e l’attenzione siano assorbite dalla presenza dell’altra persona. […] È necessario a volte a uno scrittore viaggiare da solo, per lasciare che la pagina bianca della mente sia tutta disponibile ad accogliere le impressioni del viaggio come semi fecondi di comprensione[11]».

Pur non avendo viaggiato come l’autrice, il lettore prova lo stesso nostalgia: nostalgia per non essere sul serio preso per mano e condotto nel vivo di un’esperienza antropologica e culturale. La verità è che la scrittrice si rifiuta di accompagnare metaforicamente qualcuno. Lei viaggia da sola! Operazione al limite dell’incoscienza che invece obbliga ad essere sul serio pronti al sacrificio. Di fatto tutta la sicurezza della Colusso deriva dalla predisposizione culturale ad accettare «l’allegria multilingue» che «addomestica la paura». Diciamolo, si domina una nazione straniera solo quando di questa si conosce la lingua. Viceversa bisogna essere in grado di superare le difficoltà immergendosi anche incoscientemente dentro il ritmo tribale, piacevole e feroce, del battito cardiaco di una geografia del mondo. «Certo un libro di viaggi non è il luogo adatto a entrare nei dettagli dell’esperimento», dice esplicitamente la Colusso, «ma sicuramente questo “viaggio tra le lingue” è stato uno degli itinerari più inediti e sorprendenti[12]». Alla passione e alla ragione bisogna unire anche un po’ di spregiudicatezza caratteriale. Tutta la meraviglia rimane legata ai sensi della scrittrice, per cui chi legge dovrà tentare di scoprirli da solo.

La manutenzione della meraviglia è, a questo punto, un titolo civile. In esso si racchiudono, come ben scrive Tiziana Colusso, richieste di ascolto sia spirituali che sociali. Manutenzione corrisponde all’esigenza esplicita di sostenere nel nuovo millennio qualcosa che forse non si può ricostruire daccapo. Quando una casa è in pericolo si fa manutenzione, la si salva non potendosi permettere un alloggio nuovo. È il compito della vecchia e della nuova generazione, costrette a ristrutturare, a ricostruire, a vivificare qualcosa che si infrange, si sgretola, si demolisce. Ma cosa si deve manutenere? La meraviglia! Qui c’è il contenuto poetico della Colusso, che ripristina del viaggio un sentimento di antico incanto. La meraviglia, fanciullina e pascoliana, di una donna che vede non solo con i suoi occhi ma con gli occhi del mondo stendersi dinanzi a sé una geografia del cuore e della ragione di luoghi nazionali ed europei.

Il punto nodale del libro è la capacità della Colusso di infittire rapporti, di rendere lineare una materia semantica ricca di densità, di percorsi soggettivi e oggettivi, di far confluire in una forma fluens (non a caso è il nome della rivista di letterature straniere che la Colusso dirige[13]) affinché tutto per essere vero determini costantemente confronto. Nella scrittura della Colusso non ci sono torri eburnee, antichi casati, rigidi feudi, ma tutto è moderno e soprattutto spirituale: tutto è vita di un linguaggio che assorbe ciò che lo circonda. La manutenzione della meraviglia ha una doppia storia: una storia di letteratura, per il racconto, e una storia privata, per le emozioni e i principi che muovono Tiziana Colusso alla “manutenzione”, intesa come capacità di scoprire piccoli e grandi percorsi esistenziali. Il Grand Tour, che nel Settecento e nell’Ottocento è fonte nuova di cultura, qui diventa ritorno ad una casa intima che non scopre solo verità inconfessate, ma rimarca maggiormente il proprio vissuto, per cui chi legge queste porzioni di viaggi può sentirsi infinitamente più vicino e sicuro rispetto a chi, di fatto, s’incammina per annientarsi e naufragare. Questo testo restituisce una dimensione non altra, di alterità obbligatoria, ma consolante, come dire che il mondo che abitiamo ovunque mostra un rifugio, un albergo, una casa ideale. Non ci sono stranieri, figure che ostacolano oppure che confondono questo libro, ci sono condizioni e sentimenti che si estendono in qualità di scoperta intima e serrata nel prodigio assiduo dell’avanzare, dell’andare oltre per stare ovunque bene e in pace. Occorreva un testo del genere, quantomeno nel suo essere viatico, per sperare di poter un giorno riconciliare con la ragione ciò che col cuore si confonde.

 

 



[1] La manutenzione della meraviglia (Diari e scritture di viaggio), di T. Colusso, ed. Stampa Alternativa, pp. 250, € 15,00; Viterbo, 2013.

[2] Cit. op. p. 162

[3] Cit. op. p. 160

[4] Cit. op. p 11

[5] Cit. op. p. 36

[6] Cit. op. p. 52

[7] Cit. op. p. 64

[8] Cit. op. p. 96

[9] Cit. op. p. 226

[10] Cit. op. p. 246

[11] Cit. op. p. 43

[12] Cit. op. p. 94




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