LETTURE
PASQUALE
DELLA RAGIONE
      

Boxing day

 

Edizioni Riccardi, Napoli 2013, pp. 52, s.i.p.

    

      


di Giorgio Moio

 

 

“Boxing Day”: un’anima jazz

L’ultimo lavoro poetico di Pasquale Della Ragione

 

 

In una società come quella italiana dove negli ultimi anni si è istituzionalizzato il falso, il raggiro, promesse mai mantenute, leggi ad personam, ipnotismo perenne, il tentativo – insomma – di azzerare l’intelletto in favore di un materiale interesse economico, c’è ancora chi – per fortuna! –, come Pasquale Della Ragione crede nella forza propulsiva e innovativa della poesia. Evviva! Alleluia! Ma non è un compito semplice scrivere di poesia in questo periodo dove il protagonista della scena culturale è – appunto – una letteratura di consumo (a

dire il vero lo è da anni), una scena dove la poesia stenta anche a trovare un posto nei cataloghi degli editori. Ancor più arduo è il compito se siamo chiamati a scrivere della poesia di Pasquale Della Ragione, in quanto ad un primo approccio sembra incanalarsi in un tempo dispiegato tra una seconda stagione surrealista e i prodromi di una poesia “caotica”, artefatta, disordinata che da un lato ci corteggia e dall’altro ci inquieta. D’altronde, il tempo della poesia non è dato dall’ordinamento del significato bensì dal disordine, dall’imprevedibile, dalla variabilità, dalla contraddizione, e infine dalla complessità della polisemia, dal non-razionale.

Mi sembra che in Della Ragione, questo “tempo della poesia” sia ben focalizzato, superando i confini del “piacere della scrittura” per il gusto di imbattersi in quell’universo della memoria (dove spesso ci si perde), nel segno del paradosso e del riso contro la pacificazione coatta della produzione letteraria odierna. Quasi un flusso di coscienza (stream of consciousness) tra sentimenti e sensazioni, coscienza ed inconscio, realtà e sogno, poetica portata alla sua massima espressione da James Joyce con l’opera Ulisse, poi estremizzata con Finnegans Wake, dove si tenta di riprodurre il confuso linguaggio onirico.

 

Ora Della Ragione si ripropone, dopo alcuni anni di ripensamenti (l’ultima sua pubblicazione, Timebox, è del 2004), con una nuova pubblicazione dal titolo emblematico, Boxing day 1 che significa il primo giorno lavorativo dopo le vacanze, nell’accezione che ne dà Virginia Woolf in Diario di una scrittrice (un’altra protagonista dello stream of consciousness molto apprezzata dal Nostro – si veda uno degli esergo a p. 5 a lei dedicato 2). Ogni testo (venticinque in tutto) è un racconto ai limiti del simbolico, frammentato, dove non vi è trama, non vi è soggetto, non vi sono apostrofi né punteggiatura, soltanto la parola in divenire, dilatata, che s’insinua, appunto, sulla memoria del tempo in modo quasi automatico, in una spirale diacronica e sincronica che attraversa i diversi strati della realtà.

La scrittura sperimentale di Della Ragione si basa sul significante, su un accumulo proliferante di elementi inventariali carichi di nuclei sonori e ritmici, dall’inizio alla fine, su uno stile polisensico, sugli accostamenti dei fonemi in modo eterogeneo che si spostano e si rincorrono con un fare musicale (in musica potremmo definirla di “anima jazz”, dove la matrice è senza dubbio la limpidezza dell’improvvisazione) estendendosi in una giustapposizione di varianti cromatiche che non cercano soluzioni né traguardi ma un dilatarsi sul foglio a rincorrere soggetti e significati fino a farli scoppiare in una fitta germinazione di segni che s’inseguono e si annullano per un continuo gioco di combinazioni. Al sacro si preferisce il profano o in via del tutto eccezionale una razionale religiosità laica, all’io lirico l’io plurimo, alla certezza la provvisorietà della scrittura:

 

con un insorgere

                              ante arenarsi

rannicchiata

la sillaba disegnata sulla riva

ad imitazione

                        di profuga

                                            ma passano le foglie

che conoscono

                             la radice del mondo

della coagulazione

                                 così perfetta

                                                       da assaporare

lo pettrale che lambicca

dall ultima nebbia

                                    dove s apre

                                                         al senso dell ape

una figura

                    che reclama dall alto

e spiuma

                 nei pensieri

                                       che si attuano

con la goccia

                        sintesi

                                     a venire

annunciata

dallo zufolare ?

delle ondine

                        decapitando i secoli

                                                           nel meno

che lascia

                                                           il più. 3

 

Una dissoluzione della forma in cui tutto gira nella stessa direzione; una specie di Calvino di Collezione di sabbia, insomma: «… per temperamento sono portato a sperimentare sempre nuove ipotesi di lavoro, e sento insoddisfazione e insofferenza per ogni forma stilistica di cui io abbia già esplorato le possibilità» 4. Di conseguenza, nella poesia di Della Ragione, intuitiva ed antirealistica, non ci troverete mai uno sfogo emotivo, un’acquiescenza, un lirismo mieloso, una purezza assoluta e analogica, una sottomissione – insomma – a quella

che solitamente si definisce poesia del “poetese”, del “kitsch”, del “costituito”. E questa sua nuova pubblicazione ne è la prova evidente.

 

Con questo titolo (Boxing day) Della Ragione sembra dirci che, passato l’ozio e il rilassamento delle “vacanze”, dove la poesia è stata confinata nell’anonimato, occorre rimboccarsi le maniche e ricominciare. Anche la diversa disposizione dei testi, diversificata dal metodo e dalla metrica precedenti, ingredienti che rendevano visivamente, ad un primo approccio, i testi di Della Ragione tutti uguali, direi piatti, a blocco unico (una configurazione rettangolare, insomma: d’altronde si trattava di una sorta di sonetti, disposti in 4-3-4-3-1), è una felice sorpresa che attendevamo da tempo. Il suo contributo non si ferma – ovviamente – all’esigenza di una nuova disposizione dei testi (e delle parole) sul foglio bianco, come a voler occupare tutti gli spazi nel tentativo di affrancare le parole affinché abbiano più respiro, più corposità in contrapposizione a quella acquiescenza e quel lirismo mieloso di cui prima che – ahimé – nutre gran parte della poesia italiana, dai “maestri” e “professorini” del passato recente ai nuovi adepti.

Il suo contributo è una poesia intuitiva, senza solipsismi, fatta di accoppiamenti – che approfondiremo più avanti – quasi automatici di significanti dove il filo legatore è dato dal ritmo e dal suono incalzanti, sorretti da un principio di contraddizione attratto da lineamenti “reali”, al limite dell’artificio che s’apre a una folgorante immaginazione, dilatazioni complesse inter-testuali, volutamente impopolari:

 

ampliare

                 il minuto

                                 è ciò

che nel lago sorprende

                                        sonorità

accesa

              attrae la curva

                                        terra con trama

di piuma bianca

                             e piccola corda

a lambire lo strofinio

                                      floreale

così s apre l alba

                               nell acido insanabile

abito da ragnatela

                                 su palpebre

                                                       incolonnate

un soffio che sbriciola … 5

 

E questo tentativo, duplice, estremamente vitale, teso tra libertà e sofferenza, di affrancare la poesia dagli spazi angusti e da un linguaggio addomesticato e conservatore, “chiuso” in  momento storico della nostra cultura davvero difficile, è coscienziosamente perdente che però non deprime affatto il Nostro, in quanto conoscitore della lezione dell’avanguardia (tutto è destinato al fallimento): è proprio da questa lezione, dal sentimento del rischio, pur sapendo di perdere, che si rafforza la consapevolezza di scrivere, in quanto la scrittura è comunicazione e come tale ha comunque il compito di continuare ad esistere lavorando per una via d’uscita che dia costantemente alla poesia forza propulsiva e innovativa, con un nihilismo e una resistenza contro il senso comune.

 

Dunque, anche la disposizione a zig-zag sul foglio, visivamente accattivante, ha una sua ragione d’essere (e non è soltanto un fattore estetico): rappresenta il faticoso travaglio che è chiamata a sostenere la poesia che non vuole accettare il senso comune, il ricatto del mercato

e della codificazione. Il verso lungo degli esordi qui diviene frammento (anche di una sola parola), e vale a significare la precarietà del linguaggio, e dal punto di vista politico, la povertà del linguaggio odierno, vuoto, sterile, decrepito, scarnificato fino all’osso. Cibandosi di configurazioni allegoriche e visionarie nel rifiuto dell’immediato, dell’hic et nunc, la poesia di Della Ragione s’incammina sulla strada del futuro, rispolverando l’utopia dell’impossibile che diviene possibile, lungo una linea di ricerca trentennale, dove le parole, in un incontro-scontro, per lo più paradossale e surrealista, tendenziosamente si proiettano in contraddizione sulla superficie della scrittura, capace di reggere l’appiattimento storico in cui oggi siamo costretti ad operare. Ed è una lunga discesa senza freni, con determinazione e consapevolezza storica del momento negativo in cui si opera, verso l’anacronismo del quotidiano, quasi rivoltato al contrario, ai confini del non-senso del ritmo onomatopeico:

 

(...)

con passi

                 sassi

                          boschivi remi

                                                  penetrano

nel chiaro

                   spoglio

                                 dell ora segnata

in forma di cerchio

                                  frantumazione

del chicco

                   con mano

                                     annodata (p. 31).

 

Dicevamo della vena surrealista, ma anche realista che fuoriesce dalla poesia di Della Ragione, come un Aragon dei nostri tempi. E come il poeta francese, esprimendo con estrema convinzione un’ortodossia della “realtà” – un “realismo congetturale” («per conformarsi a quel che si pretende da esso, deve basarsi, contrariamente a quanto si è sempre creduto, non sulla realtà presente ma sulla realtà futura», in La mis à mort), ci propone un ricco campionario di autenticità, poeticità, dirottato sulle radici di una vena sì lirica ma “disincantata” che sa mantenersi “lucida” e consapevolmente “umana” tra disarticolazioni della materia verbale che sempre più spesso – appunto – si nutre di straordinaria visionarietà, di sovrabbondanze, di esplosioni all’interno del verso.

Questa poesia possiamo accostarla ad un moderno barocco, una voce – seppur non nuova – che ha il suo diritto ad esistere in questo mare nostrum, in questa pacifica e «babelica corona

nelle fiamme» (p. 13). Per concludere, ciò che affiora alla fine di questa lettura è il “lasciarsi andare” dell’Autore ad una scrittura che ci consegna diverse suggestioni che agiscono nello spazio della propria memoria, alla ricerca di sensazioni per rinvigorire l’umanità in questo presente senza identità.

 

 

 

____________________________

1 Edizioni Riccardi, 2013, pp. 52.

2 “Eppure l’unica vita eccitante è quella immaginaria”.

3 p. 21.

4 Sono un po’ stanco di essere Calvino, in «Corriere della Sera», Milano, 5 dicembre 1984.

5 p. 9.




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