LETTERATURE MONDO
CARLOS MARTÍNEZ RIVAS
(1924-1998)
I doni ineffabili
di un giorno
qualsiasi

      
Un empatico ricordo di uno dei maggiori poeti del Nicaragua, accompagnato dalla traduzione di due suoi testi, particolarmente significativi. I suoi versi si muovono toccando registri diversi, passando dalla lucida ironia ad uno sguardo sull’esistenza e sull’uomo altrettanto lucido, ma estatico. Confessava che aveva trascorso la sua vita ad ‘estinguere amori’ e insieme a non conoscere ‘altro che dei sostituti dell’amore’. Nella sua immaginazione c’è una bimba dalle molte morti che si ritrova sola e libera in un ‘soggiorno puro’, in un ‘paese d’astri’, in una ‘repubblica di uccelli’.
      




   

di Carlo Carlucci

 

 

La sorte mi aveva regalato un accompagnatore (nonché amico) d’eccezione nel mio viaggio alla scoperta della grande poesia del Nicaragua: Ramiro Arguello, di professione psichiatra, esigente critico di cinema (e di poesia), appartenente all’aristocrazia coloniale, di fatto anticonformista al punto da rasentare l’anarchismo. Senza auto, senza status, senza appartenenze, nel milieu (libri e dintorni) è rispettato eccome. L’appellativo suo? Poeta. In sud America, poeta è titolo usato con una certa frequenza, recuperato l’etimo greco originario e intendendo con esso colui che fa (per eccellenza). Nel suo Variazioni su tema messicano così annotava da esule Luis Cernuda: “Guardare. Guardare. Ozio questo? Ma chi guarda il mondo? Chi lo guarda con sguardo disinteressato? Solo il poeta e nessun altro. Altrove hai scritto che la poesia è la parola. Ma il guardare? Non è lo sguardo poesia?... Lo sguardo è un’ala, la parola è l’altra ala dell’uccello impossibile… Ma adesso alzati e vattene  al mare. Stamattina hai già lavorato abbastanza col tuo ozio”.

Presentarsi a un poeta dicendo che era stato Ramiro Arguello a mandarti era tessera, biglietto da visita o grimaldello che ti faceva aprire le porte (anche del cuore). Non ricordo come, in quale occasione avvenne il primo incontro col poeta Carlos Martínez Rivas. Probabilmente, Martínez Rivas venne a visitarmi accompagnato da Ramiro la cui casa era contigua alla mia. Difatti quasi tutti i giorni, all’ora della siesta, Ramiro arrivava, ci sistemavamo nell’ombroso patio sulle mecedoras, grandi sedie a dondolo usate dai nicaraguensi, ricchi o poveri che fossero, gli offrivo il caffè all’italiana, con la moka cioè, e mettevo la cassetta di Rondò  Veneziano.  Che bella casa, che bei bambini” mi disse il poeta. “Io invece non ho niente e nessuno”…

  

Carlos Martínez Rivas viveva con una piccola pensione offerta dal governo che gli aveva messo a disposizione una casa in un quartiere modesto ma decente. Lo andai a trovare più volte. Saputo che avevo tradotto alcune sue poesie, volle verificarne la traduzione e sottopose al vaglio quasi ogni parola italiana, chiedendone l’estensione del significato, la sua adattabilità, l’eventuale valore metaforico, insomma la sua credibilità poetica. Monarca esigentissimo nel suo regno lessicale, era ben conscio del suo valore, quasi un dato di fatto. “Ma questi grandi scrittori nord americani, famosi  in tutto il mondo… Hemingway, grande cacciatore di selvaggina e di donne, grande macho. Quante donne. Ma lui aveva un problema con l’erezione, aveva problemi a venire… E  guarda noi nicaraguensi, piccoli, bruni, insignificanti... Qualche giorno fa è venuta una ragazza per la sua tesi sul poeta (me) e poi ha voluto passare la notte con me… La mattina dopo voleva raccattare da terra il kleenex con cui si era asciugata dal mio  sperma. Ma il kleenex  si era incollato al pavimento come se fosse stato cosparso di quella colla bianca… come si chiama, aiutami…, sì, ecco, come il vinavil... Mentre lui, Hemingway, così grande e grosso… e per lo più impotente”…





Carlos Martínez Rivas


L’ultimo giorno dell’anno, nella sparatoria generale come da copione, kalashnikov, pistole, mitra, si era svegliato di soprassalto perché una pallottola, ricadendo, aveva forato il tetto di lamine di zinco e si era conficcata in un asse di legno del pavimento sfiorando il suo cuscino.  Le pareti della casa tutta erano effigiate di disegni, scritti, versi, dediche, suoi e dei visitatori. Volle qualcosa di mio e gli disegnai il profilo di Firenze dalla collina di Settignano dove mi trovavo momentaneamente a vivere. Chissà che ne sarà stato di quella casa unica, testimonianza degli ultimi anni, fecondissimi, del poeta scomparso nel ’98.

In quella mia ultima visita, Carlos volle esibirsi nella lettura di alcune sue poesie accompagnandosi, come suo costume, con la scansione delle note della sua chitarra suonata impeccabilmente. Ma non basta. Quando giungeva a un diapason, a un acme intenso, lasciava la chitarra con un braccio per stringere il mio: era l’avvertimento affinché prestassi tutta la mia attenzione. Ricordo un passaggio della bellissima Los testigos oculares… Nieve, nieve, nieve / no vestidura sino desnudez del paisage…, preceduto dall’immancabile, ferrea stretta di avvertimento.

 

 

Nel nessuno che sono stato mi sono visto passare

  

Uno della mia generazione, compagno
dei miei anni infantili,
che come me, non so perché non sia già morto,
è passato oggi per strada
guidando una vecchia Chrysler.

Senza averlo più visto da allora,
ho riconosciuto il profilo di casta familiare.
Il profilo sfigurato dall’aggressione del tempo –
Distrutto dalla costante aggressione del tempo.

Tuttavia, proprio grazie al passare fugace
di questa fisionomia deteriorata,
mi sono ricordato, forse un secondo, nella memoria
(la memoria che conserva tutto intatto) mi sono ricordato
recuperandolo il volto della mia infanzia.

Del suo passaggio restò un fulgore, un fascio di raggi.
Un alone pallido di primule
non ancora sbocciate, nell’iniziale pudore di aprirsi.

In un giorno qualsiasi, un dono ineffabile.

Sempre una cosa così può succedere in un giorno qualsiasi.

 

 

Darwin
1809-1882
Un
Tributo

 

A volte faccio sogni d’uomo.
A volte faccio sogni di scimmia.
In questi secondi sogni non
esiste Dio. Non c’è Dio. E sono
i più – gli unici – felici.

Una rosa per la bimba che ritornò
per la sua morte

Sistemiamo questo una volta per sempre.

Tu sai bene come dall’albero d’oro, come
dai tuoi sogni, dal mare, dall’aria,
non sei venuta a questo mondo se non per incontrare
la tua morte.

Per questo ti ho portato questa rosa.
Questa mano chiusa con forza silenziosa
che nel tuo piccolo orecchio è l’amore che, cieco,
viene a bussare alle tue porte.

Adesso non muoverti. Sta nascendo la rosa: sale
lenta fino al tuo cuore e lì rimane,
come nodo di palpebre che si aprono
perché nasca un occhio che ti ama e vuol vederti.

Perché è vero moristi un giorno in tutta fretta,
così a caso, forse senza aspettartelo,
e  prendesti un’altra morte per portarti via la tua.

Tutti vedemmo allora come quella morte
non ti si confaceva,  la indossavi
come vestito altrui, come volto prestato.

Una morte che nessuno mai ti conobbe,
poiché possiedi molte altre morti.
…………………………………………….
………………………………………………….

Per questo questa notte ti ho portato questa rosa.

Ti ho portato questo sorso di brezza con le api,
questa piccola acqua di colonia,
ovvero: questa provincia di rugiada,
quest’isola di transito,
questo dolce aeroporto da  farfalle.

E te la porgo perché ti serva da bussola
per orientarti
a recuperare questa morte per la quale sei morta.

Chissà mostrandole la rosa lei se ne vada,
così che potrai di nuovo stare da sola
nel tuo soggiorno puro, nel tuo paese
d’astri, nella tua repubblica di uccelli.

Nel tuo alto ed eterno paradiso perduto
dove tu possa vivere tutte le tue morti.

 

 

Un ventaglio, queste poesie, della facilità con cui Martínez Rivas si muoveva toccando registri diversi: dalla lucida ironia all’altrettanto lucido, estatico, folgorante don inefable che il quotidiano sa improvvisamente porgerti. La poesia, che non conoscevo, della rosa per la bimba morta si sottrae dal comune, romantico pathos per riproporlo sulla piccola cantata barocca. Immagini, iperboli, metafore dietro le quali si nasconde il poeta non lo fanno tuttavia confinare in mero esercizio calligrafico come potrebbe sinteticamente indicare il titolo. Abbiamo tralasciato le strofe centrali nell’economia del breve saggio o assaggio che sia, ma chi può dimenticare questa bimba nella sua vivienda pura, nel suo pais de astros, nella sua repùblica de pajaros?





Una confessione getta una luce, implacabile, inesorabile sulla solitudine di Carlos: “Mi sono visto forzato durante tutta la mia esistenza – dall’età precoce all’età matura e da questa al presente arrivo della vecchiaia – a estinguere amori. Mi sono visto forzato ad annegarli, a soffocarli mediante arguzie come la dissimulazione, l’indifferenza ipocrita, o l’oblio, sotto il quale questi amori giacquero, apparentemente morti, eppure vivi in immarcescibile decomposizione. Amori disprezzati. Alcuni con franco, aperto spregio da parte del cuore richiesto, in altri prevedendo il rifiuto fu sufficiente il solo istinto, o un confronto razionale tra il mio carattere con quello di colei che era oggetto del mio desiderio, astenendomi quindi dal dichiarare i mie sentimenti, nella convinzione  che ostinarsi a fomentare un amore che sappiamo non è, né sarà mai corrisposto lo convertiamo  in peccato di amor proprio ovvero nella sterilità del narcisismo. Così mi è passata la vita: non conoscendo altro che dei sostituti dell’amore. Per questo trascrivo qui le parole che, in una lettera del suo copioso epistolario, scrisse Santa Teresa di Avila : ‘Ritengo che il mezzo per poter portare una grande croce o una piccola, sia l’Amore’.

  

Mi diceva il poeta, a proposito di un critico cubano che lo sottoponeva a una serie torturante di interviste, che questi a un certo punto gli propose di vedersi al mare. “Ma io il mare lo odio…”. Lieve mio inarcarsi di sopracciglia e Carlos che argutamente aggiunge: “Il mare della domenica…, non il mare di Omero”. E a parte le feste di Natale e Pasqua e appunto le domeniche, dove nei ristorantini sulla spiaggia servono pesce e fiumi di birra con suoni di marimbas, negli altri giorni l’oceano assume la misteriosa solitudine e il vasto pulsare dei tempi omerici.

 




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