TRADUCENDO MONDI
CARMEN BUGAN
Da “Seppellire
la macchina
da scrivere”


      
Pubblichiamo la traduzione di tre frammenti di un libro inedito in Italia dell’autrice romena che ha scelto di scrivere in inglese. Il testo è una narrazione che, fra ricerca d’archivio e rievocazione autobiografica, ci racconta di un’infanzia trascorsa in Romania sotto la dittatura comunista di Ceausescu; e delle vicissitudini di un padre che per inseguire il proprio ideale di libertà sceglie di sacrificare ad esso i propri affetti familiari.
      



      

di Matteo Veronesi

 

 

I tre passi di Burying the typewriter (Seppellire la macchina da scrivere), edito da Picador (http://www.amazon.co.uk/Burying-Typewriter-Childhood-Secret-Police/dp/1447210840), che per la prima volta presento, per gentile concessione, in traduzione italiana, rendono, pur nella loro brevità, un sentore dello spirito e del clima predominanti nel libro narrazione, fra ricerca d’archivio e rievocazione autobiografica, di un’infanzia trascorsa in Romania sotto l’oppressione comunista, e delle vicissitudini di un padre che persegue il proprio ideale di libertà sacrificando ad esso gli affetti familiari; diviso, in certo modo, fra l’amore primario, naturale per i propri cari e quello, universale e ideale, eppure intriso di senso d’appartenenza, per il proprio popolo.

Al lirismo che pervade la rievocazione dell’infanzia in campagna ‒ lirismo alimentato dai grandi miti rumeni di mesta armonia fra uomo e natura e di serena, acquietata accettazione del destino ‒ si giustappone il senso vivido e fluente del tempo che trascorre, del presente in cui il passato risorge attraverso il ricordo, del labirinto e dell’intreccio delle vicende, dei destini, dei viaggi che solcano e dilatano lo spazio, che associano incontri, luoghi, circostanze, vicende in modo spesso tortuoso ed imprevedibile.

Su tutto, la magia impalpabile, eppure sensibile, dello stile: di una prosa decisamente inglese, divenuta ormai un mezzo spontaneo, una seconda natura (poiché l’autrice rifiuta di scrivere in rumeno, la lingua in cui il regime oltraggiò la sua famiglia e fissò e proclamò il suo destino di esule), e nella quale la sintesi, la rapidità e l'incisività tipiche della lingua sembrano a volte sfumare e lievitare nel limbo incantato del ricordo, nella nettezza tremula di un «mistero in piena luce», e venire intrise e pervase dalle lontane, ipnotiche sonorità delle ballate, delle nenie e dei sortilegi in cui è riposta l’anima arcana dell’identità rumena, dello «spirito mioritico», fatto di tenera complicità con la natura e mite accettazione dell’ordine fatale.

Ogni atto linguistico, è stato detto, è traduzione-traslazione, transfert dalla sfera silente del pensiero, del vissuto, della sensibilità, del ricordo a quella, manifesta, dell’espressione. Ciò varrà a maggior ragione per chi usa, come lingua della comunicazione letteraria, un idioma diverso da quello natio. Basti pensare ‒ sempre in tema di scrittori d’origine rumena ‒ ai silenzi stupefatti e raggelati di Ionesco, ai fruscii e ai sussulti di Herta Müller, anch’ella vittima di una violenza totalitaria che infrange il focolare e devasta l’eden incantato e senza tempo dell’infanzia, ai vertiginosi slittamenti semantici e alle fratture sintattiche di Paul Celan.

La lingua acquisita, per quanto interiorizzata e padroneggiata fino a divenire una seconda natura, sarà pur sempre una natura seconda, ulteriore, riflessa; un tramite ma anche uno schermo, la traccia e l’eco di una appropriazione (di una riappropriazione di sé nell’alterità) ma anche di un distanziamento. Lo scrittore che traduce il proprio pensiero in una lingua altra rende altri da sé anche il proprio vissuto e la propria natura; e questa alterità è veicolo di un messaggio universale e lontano, equidistante da ogni dove, e di cui ogni pensiero e ogni lingua sono tramite.





Carmen Bugan


Può valere, in generale, ciò che osservavano i traduttori inglesi (Julian Semilian e Sanda Agalidi, anche loro espatriati) degli scritti rumeni di Celan: «L’apertura fonetica della lingua rumena, la sua globale organizzazione più metaforica che metonimica, la sua “innocenza”, proiettano l’incompletezza del soggetto su di un orizzonte dove l’accidente e l’ellissi destabilizzano la regressione, mantenendo in qualche modo aperto il ciclo comunicativo». Questa apertura e questa comunicatività che esorcizzano lo spettro di una regressione paralizzante, e scuotono e straniano la lingua da ogni cristallizzante stilizzazione, possono forse valere, per gli autori d’origine rumena, anche e proprio quando si trovano esiliati in un altro paese e in un’altra lingua.

Questo spazio uno e duplice di identità e straniamento, di alterità e identificazione, è lo stesso in cui si muove la poesia-lamento di cui parla il primo dei passi riportati: canto-lamento che spazia nella distanza temporale e fisica della lontananza, dello sradicamento, dell'esilio; distanza che è anche (come la valle di Petrarca «piena dei suoi lamenti», o, con un esilio ribaltato, da Roma alla terra dei Daci, come l’elegos di Ovidio, in cui il pianto so fonde alla melodia, e in essa si riscatta e si purifica) respiro e dimensione della parola e del dire.    

 

Il  lamento è un rito che fonde il pianto con il canto, il suono pieno con l’addio strozzato e gemente. Il compianto è un dolce lamento del dolore attraverso un canto che parla di occhi mutati in campanule, ossa divenute flauti e ventre che germina in forma d’albero. Forse è questa la ragione per la quale in tante storie rumene c’è qualcuno che suona un flauto sotto un albero ‒ anime che parlano l’una con l’altra. O forse la morte non è che allegoria. Innalzare il lamento è il destino delle donne, così nel nostro villaggio ce n’è un coro che accompagna ciascuno al cimitero, con il canto che s’arresta in gola quando piangono e ingoiano la pena, per farne una parte di se stesse. Le donne di casa sciolgono tutte i capelli e li nascondono in veli neri. La zia Săftica, la figlia più anziana della nonna, ha lunghe chiome nerargento che le scorrono lungo i fianchi.

Credo che anche la poesia sia simile al lamento. Le poesie più belle restano sospese sul singulto nella gola, compiangendo sia ciò che è bello, sia ciò che è abbandonato alle tenebre e al male.

 

 

*********

 

(...)

 

Quanto a mio padre, muoio dalla voglia di sentire la precisa sensazione che avvertì quando gli dissero che era libero. Posso solo immaginare il primo profondo respiro di fredda aria invernale fuori dalle mura di Aiud, la trepidazione del petto sconvolto. Solo molto tempo dopo, lontano dai microfoni che ci spiavano, scoprirò che fu gettato nella stessa cella (la numero venti) ad Aiud in cui era stato rinchiuso in isolamento circa vent’anni prima, e che la guardia, lo stesso uomo che l’aveva sorvegliato negli anni della giovinezza, lo riconobbe. Mi dirà, quando gli accennerò che mi accadde di passeggiare nei dintorni di Sligo, in Irlanda, un giorno, e forse per un’imprecisione nella memoria le mura della città mi colpiscono nel profondo come le mura della città di Aiud, che quando fu liberato dalla prigione pensò lo stessero ingannando, spedendolo fuori dai cancelli solo per ucciderlo, e quando salì sul treno con il suo fagotto di vestiti pensò di stare sognando. Per tutto il viaggio verso casa, due giorni in treno, pensò di stare sognando, e amò il profumo di uomini liberi e d’aria fredda e pura che entrava dalle porte delle stazioni. Nel giorno del mio ventiseiesimo compleanno, mi dirà, con le labbra rosse di merlot scuro e un pezzo di formaggio fra le mani, che quando aveva ventisei anni era già un dissidente politico colpito dai primi pestaggi.

«O, piccola Carmen, mi chiusero in un sacco, ammanettato e bendato, mi trascinarono per un labirinto di corridoi in un palazzo che odorava di muffa, e mi sballottarono dall’uno all’altro, a calci e pugni. Ma io ho lottato, e ora le parole sono libere di essere dette ed ascoltate».

Nessun pensiero su come io mi sentissi nell’ascoltare questa storia.

E ci sono altre domande che mi hanno turbinato in testa per anni: si sentì mai in colpa, mio padre, per avermi lasciato nella casa senza cibo, e senza idea di quando sarebbe tornato? Gli sono mancata? Ha mai avuto rimorso per aver lasciato Cătălin malato e la mamma senza aiuto in ospedale?

Pensò mai a cosa poteva capitare a noi per causa sua? Davvero pensava che noi, sua carne e suo sangue, potessimo essere sacrificati alla lotta per i diritti umani nell’intero paese? Ovviamente, non posso fare queste domande nella notte del suo rilascio, ma poi, quando lo farò, mi dirà di averci pensato, e che a volte si deve sacrificare una famiglia per un paese. Inutile chiedersi come mi sentirò dopo. Meglio non giudicare, meglio cercare di capire, di osservare, in situazioni come questa il giudizio può essere pericoloso. E il mio domandare, comunque, sarebbe troppo lungo.





(...)

 

Uno strato di cemento è stato gettato sul vecchio colore verde dei muri esterni della casa dei miei nonni. Anche se ci sono tanti fiori ovunque, e il giardino risplende con opulenza, i cespi di rose che un tempo salivano lungo i muri sono spariti, così pure il ceppo che era la dimora della cicogna. La casa e il giardino sembrano soffrire di una sorta di silenzio: il silenzio del nostro non essere qui. È il silenzio di un’infanzia che ora temo stia morendo con ogni passo che ora muovo sulla parte glabra del giardino. Che cosa sto cercando qui, se non il respiro di ciascuno, l’aroma caldo del pane fragrante, le viti, gli animali, noi bambini che impariamo il linguaggio della felicità, che non dimenticheremo mai? Ho sognato così spesso, negli ultimi vent’anni, questa casa dove accadeva ogni magia. In molti sogni la casa si sbriciolava, ma in altri giocavo, cercando fra le ante della credenza intagliata a motivi di rose della stanza da letto di nonna, cercando vecchie lettere odorose di polvere.

 

(...)

 

Così qui, in questo arrischiato salto nel tempo, la bambina che parla all’inizio del libro non ha idea che ci sono segreti, a volte cattivi segreti, e talora segreti protettivi che sussurrano nelle anime della famiglia e degli amici, come i passeri nidificano e cantano nelle magiche grondaie della casa dei suoi nonni. La bambina canta e salta nella stanza di fronte mentre aspetta che i suoi genitori montino la prima tenda in cui dormiranno tutti insieme sulle rive del Mar Nero. Come se il mondo fosse perfetto. Quando ho scritto il libro non sapevo ciò che so ora, che la notte in cui mio padre tornò a casa ubriaco poteva essere stata la fine di un giorno in cui era stato chiamato e tormentato  dalla polizia segreta, o di un giorno in cui un buon amico, che si era trasformato in un buon informatore, gli aveva chiesto cosa pensasse dell’ultimo Congresso del Partito, domanda a cui egli aveva risposto molto accortamente: «Bene, non m’importa, solo il tempo dirà se vivremo vite migliori oppure no», cosa poi accuratamente riportata in una «Nota informativa» firmata con il nome in codice “Savin”.

Quale benedizione che io non sapessi queste cose! Senza sapere ciò che so ora dalle carte d’archivio, sono stata capace di ricordare la gioia che realmente provai, una gioia che mi ha tenuto in vita fino ad oggi.

 

(traduzione di Matteo Veronesi)             




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