TEATRICA
IN SCENA

“Gadda e il teatro”,
una serata
da non perdere


      
La lezione-spettacolo di Fabrizio Gifuni, vista al Vascello di Roma, è una magnifica occasione per riascoltare in un ambito scenico la meravigliosa, ricchissima, mostruosamente competente lingua del Gran Lombardo. L’attore capitolino offre al pubblico con grande bravura molteplici svisature interpretative, mescolando come in una partitura jazz il “Giornale di guerra e di prigionia” e “La cognizione del dolore”, “Eros e Priapo” e “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, “Teatro” e “L’incendio di via Keplero”.
      




      

di Marco Palladini

 

 

Gadda e il teatro, un atto sacrale di conoscenza è forse un titolo un po’ pomposo, però non posso esimermi dal lodare pienamente la lezione-spettacolo che Fabrizio Gifuni ha presentato lo scorso dicembre al Vascello di Roma per la manifesazione “Le vie del teatro”, e che annuncia repliche qua e là in giro per l’Italia. Il 47enne attore romano mi sembra pervenuto ad una piena maturità e lo dimostra ad abundatiam in questo lavoro dove alternando letture e brani recitati si rigioca i testi superbi di Gadda come in una partitura jazz fluida e brillantissima, dove non ci sono punti deboli, ma soltanto ‘pezzi forti’.

Va sottolineato che Gifuni è circa un decennio che si è applicato alla meritoria riscoperta teatrale di Gadda. Lo ha fatto in totale controtendenza rispetto all’attuale, totale appiattimento dei linguaggi teatrali e letterari. Ma anche in passato quello che secondo me è il maggiore prosatore (con Boccaccio) dell’intera storia della letteratura italiana ha avuto pochi esiti scenicamente rilevanti. Io ricordo un bel monologo di Patrizia De Clara, per la regia di Lorenzo Salveti, ricavato da Eros e Priapo (1981); rammento, interpretato e diretto da Paolo Bonacelli nel 1987, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, un assai sarcastico e beffardo testo nato come radiodramma; poi nel 1996 la riduzione teatrale di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana realizzata da Luca Ronconi, di efficace e importante impaginazione scenica, ma che pur proponendo il testo romanzesco nella sua letteralità finiva non si sa perché per spegnerne il fuoco d’artificio espressivo e mistilingue.





Gifuni ha già realizzato (con la regia di Giuseppe Bertolucci, prematuramente defunto), lo spettacolo L’Ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro, quindi ha affettuato una lettura integrale del Pasticciaccio per un audiolibro. Adesso in questo più agile, pressocché informale allestimento, riepiloga, arricchisce, varia e spiega (ma senza affettazioni professorali o accademiche) la sua condivisibilissima passione e devozione al Gran Lombardo. E si percepisce in primis il profondo piacere psicofisico di misurare il proprio talento d’attore con l’inarrivabile lingua gaddiana. Una lingua iperbarocca, lussureggiante, lessicalmente doviziosissima, magistralmente deformata, satiricamente perturbata. Una lingua che, nella peculiare lettura di Gifuni, nasce come reazione ed iperfetazione psicologica e psiconeurotica rispetto alla ferita d’anima sofferta nella Prima guerra mondiale, con i due anni e mezzo di prigionia nei campi di internamento austriaci e con la immane rotta di Caporetto: un trauma e un lutto che Gadda non riuscì mai a superare, ad elaborare, ancora a distanza di molti decenni il giorno dell’anniversario di quel disastro militare, lui si chiudeva in casa e non voleva vedere nessuno.         

Così, nell’interpretazione di Gifuni sono centrali i frammenti diaristici desunti dal Giornale di guerra e di prigionia redatto tra il 1915 e il 1919. Essi s’intrecciano ai pezzi estrapolati da La cognizione del dolore, in cui la figura di Gonzalo Pirobutirro, alter ego dello scrittore, assume l’aura di un Amleto del XX secolo, laddove nel sottotesto del romanzo è sempre strisciante il tema del matricidio, ciò che interconnette l’essere e non essere di Pirobutirro con i nodi problematici e gli oscillanti dubbi del personaggio shakespeariano. Lungo questo crinale di profonda ferita psichica Gifuni allarga il discorso includendo brani di Eros e Priapo, visto appunto come una sorta di trattato psichiatrico sulla ricorrente fascinazione del popolo italiano verso i leader-demagoghi, i nostrani figuri politici (da Mussolini a Berlusconi) malati di delirio di onnipotenza. I toni invettivi di Gadda qui sono tanto più ferocemente iridescenti e causticamente contundenti e aggressivi, quanto più di quel popolo imbesuito e raggirato dal Kuce dittatore aveva fatto parte anche il Carlo Emilio, poi inorridito per sé e di fronte a quei suoi connazionali “entusiasmati a delinquere”.   

Ma la calibrata partitura dello spettacolo comprende anche testi meno famosi, ma comunque eccellenti. Come il racconto Teatro (da La madonna dei filosofi, 1931) che ha punte di comicità strepitose nel rievocare la prima volta in cui Gadda bambino capitò al teatro dell’Opera a vedere una Semiramide e riferendone in modi divertentissimi tutte le assurdità e le insensatezze della rappresentazione. Bellissimo è anche l’incipit del racconto L’incendio di via Keplero (tratto dalla raccolta Accoppiamenti giudiziosi, 1963) che ha un piglio magistrale e un ritmo indiavolato nel tratteggiare in forme narrative vivacissime, colme di ironia e di senso del ridicolo, l’episodio di uno stabile di Milano che va repentinamente a fuoco, sommuovendo un’umanità varia e variamente shockata e sciroccata. Gifuni include anche un racconto meno conosciuto, ma non meno finemente scritto come Quando il Girolamo ha smesso… del 1943.





Fabrizio Gifuni in Gadda e il teatro


È comunque evidente che la scaletta dei pezzi da recitare (che può anche cambiare di sera in sera, come è giusto in un concerto teatral-letterario come questo) è dettata da una parte da un pensiero critico e dall’altra dalle possibilità performative che gli offrono i diversi testi. Gifuni con questa lingua coltissima e diacronica, abrasiva e polisemica gioca su molti piani fonetici, tirando fuori ora una voce di pancia e ora di petto, ora intonando un simil-lombardo e ora abbandonandosi a un romanesco ibridato con l’abruzzese, ora rallenta e ora velocizza la recitazione, così che l’emozione vocale amplifica il significato palese e nascosto della scrittura. Ma soprattutto restituisce allo spettatore il godimento massimo di una lingua unica, dotata di una immaginosità senza eguali e, insieme, di una mostruosa competenza tecnico-materiale. La svisature tonali e interpretative condensano con grande esattezza l’amplissimo arco del plurilinguismo gaddiano che in sé contiene un sapere umanistico e scientifico combinati assieme che davvero non si rintraccia in nessun altro autore italiano.

Insomma, una serata speciale assolutamente da non perdere. E come mi è capitato di dire tempo fa in una intervista, gli scrittorelli o scriventi oggi in auge Gadda non lo leggono (non lo ‘possono’ leggere), perché se lo leggessero dovrebbero all’istante cambiare mestiere.

 

 




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