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CINEMA COMMERCIALE
Come pianificare l’ovvio e il consenso nel Bel Paese


      
Partendo dall’ultima pellicola di Paolo Genovese “Tutta colpa di Freud”, una riflessione critica sui meccanismi aggiornati attraverso cui la commedia filmica italiana diventa la precisa operazione di marketing di un monopolio mediatico. Tutti gli elementi narrativi e psico-emotivi si incastrano per non disturbare e per ‘fare centro’ al botteghino. Lo spettatore si rilassi e sieda soddisfatto su un divano Mondadori-Mediaset-Ikea, che traballa ma non si smonta.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

La commedia “da botteghino” in Italia non si scrive. Si pianifica. Strategia promozionale e pervasiva di (in rigorosa sequenza) sbarco neuronale, pubblicità occulta, product placement scoperto, martellamento del brand di “famiglia”, affiliazione dei suddetti capitolati neuroni, sconto in libreria e/o nel megastore dove arredare l’intera magione con tanti, alcuni inutili, mobili accessori fermacarte in simili-simil-materiale da arredo con istruzioni fasulle e viti che non gireranno mai. L’era del cinema replicante, assemblato da tipografie digitali standard, figlio del marketing virale e trasversale. Il film si presta a spot e insieme shopping center, abitato da personaggi/clienti-tipo aitanti e intoccabili,  stereotipati ma glamourous, farciti di emotività eclatante e di patinato realismo borghese, sullo sfondo eccitato di una città solcata di estenuate turgide luminarie post sorrentiniane, inquadrata in specifici dettagli turistici giustificatori del finanziamento ministeriale. Quando si dice taglio secco alla cultura, quando si blatera di musei desertificati, formazione inconsistente, giornalismo alla canna del gas, critica militante ridotta alle marchette pro domo sua, scuole fatiscenti con programmazioni neofasciste, educazione alla multiculturalità tra le generazioni tumulata da razzismo retrogrado e funzionale alla mercificazione spinta del lavoro nero. Quando si “dice”, senza perlustrare cause, concause e responsabilità, si pensi. Ad esempio ai milioni di euro falcidiati da produzioni monumentali per film che cercando platee americane per vendersi e ossigenare il “circuito” nostrano, succhiano fondi pubblici trasferendoli nelle casse di colossi privati che evadono tanto il fisco quanto la dignità italica. Alla faccia del pubblico che “pensava”, di godersi senza sangue l’ultimo sofisticato divertissement di un autore di grido con attori plastificati e coloristicamente impeccabili. Lo stesso pubblico/elettorato che incentivando Zalone riempie ancora la pancia fraudolenta del più grande monopolio mediatico d’Europa. 





Lo stesso pubblico (addetti ai lavori compresi) che loda Tutta colpa di Freud, considerandolo innocuo e scritto con brio, o addirittura una ventata di freschezza, o persino un “film”. Eppure le prove non sono circostanziali. Mondadori inaugura l’anno nuovo con Tutta colpa di Freud, scritto dal regista para-televisivo di Immaturi Paolo Genovese. Pochi giorni dopo esce nelle sale il film omonimo, ideato, scritto e diretto dal medesimo Genovese, con il supporto dell’amico Pieraccioni e la longa manus della Medusa, attualmente in sala con il nuovo cine-pasticcio nostalgico elusivo nonché gonfiabile targato fratelli Vanzina. Parte del film è girata in uno spazio espositivo (simil)Ikea (trasformata forse con guizzo sardonico in Ovvio), area per parcheggio emotivo, per prove di vita statiche, franoso, fragile e fittizio quanto le scenografie del lussuoso set. Mentre poi le trombe Mondadori squillano esplicitamente per richiamare gli acquirenti (in sala) a fare un salto negli stores (“ovviamente” è tempo di sconti anche nel reparto scartoffie e gadget), spunta il Teatro dell’Opera, quinta magnetica per una storia d’amore diversa (e per la giustificazione nonché garanzia ufficiale del succitato pubblico esborso).

Ecco che Tutta colpa di Freud, storia di uno psicanalista sui generis, delle tre figlie alle prese con cambi sessuali, uomini sordi e misteriosi oppure sposati e incauti, muta ed evolve, da libro a film a progetto/rete di interesse culturale nazionale, da tutti noi foraggiato. Ecco che la trama facile, allettante e sottilmente consolatoria, in cui ogni tassello resta nell’alloggiamento socialmente apprezzabile (l’etica della metamorfosi autoriflessiva puramente temporanea e inconcludente è quella che riscalda il cuore italiota non avvezzo alla responsabilità della ribellione interiore), veicola il messaggio aziendale, la politica del prossimo governo, lo slogan imperituro del Bel Paese che non sa mai vestirsi da capitalista convinto. Lo scrive anche lo psicanalista interpretato dal pur ottimo Giallini, sull’improbabile lavagna americana. La popolazione (maschile) italiana si divide in: insoddisfatti, Peter Pan, vorrei ma non posso, la mamma.

Peter Pan imbevuti di feudalesimo socio-culturale, vorrei ma non posso uscire dalla cricca laida, piccola o grande, del potere costituito, insoddisfatti eppure rassegnati, sorbiamo la soluzione/affondamento tracciata dal mercato e dal Parlamento non eletto, mentre aspettiamo la pappa dalla mamma comune che mai ci abbandona. L’indifferenza ingorda.

Buona visione cieca, sui divani schiodati ma incrollabili della nostra civiltà. Tutta colpa di?





Anna Foglietta, Marco Giallini, Vittoria Puccini e Laura Adriani in Tutta colpa di Freud (2013)


 


(1) Regia di Paolo Genovese. Con Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Vinicio Marchioni, Laura Adriani, Daniele Liotti, Paolo Calabresi, Antonio Manzini, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Giulia Bevilacqua, Maurizio Mattioli, Francesco Apolloni, Gianmarco Tognazzi. Soggetto Paolo Genovese, Leonardo Pieraccioni, Paola Mammini. Sceneggiatura Paolo Genovese. Direttore della fotografia Fabrizio Lucci. Scenografia Chiara Balducci. Montaggio Consuelo Catucci. Musiche originali Maurizio Filardo. Canzone “Tutta colpa di Freud” Daniele Silvestri. Produzione Medusa Film, realizzata da Marco Belardi per Lotus Production. Ita 2013, 120’. Uscita 23 gennaio.




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