PRIMO PIANO
PRIMIZIE
“Toledo”


      
Pubblichiamo un soggetto cinematografico scritto nel 1986 che per uno sgradevole intrigo non divenne mai un film. Fu stampato in rivista nel 1990 col titolo “Piccoli mostri”. Dopo un quarto di secolo l’autore lo ripropone, riveduto e corretto e con un nuovo titolo. E funziona benissimo come racconto rapsodico ambientato a Napoli. Protagonista Ciro, un bambino a capo di una banda di delinquentelli e con una madre prostituta, che cerca ingenuamente di farsi valere in un contesto sociale degradato, dominato dal ras camorrista del suo quartiere. Un racconto senza riscatto e senza lieto fine che non ha perso di attualità tragica, pensando all’infanzia a rischio, ai tanti minorenni criminali che tuttora pullulano nei vicoli della città partenopea.
      



      

 

 

di Gualberto Alvino

 

 

Nell’inverno 1986 fondai una cooperativa cinematografica — composta da registi, montatori, fonici e maestranze — che ottenne dall’allora Ministero dello Spettacolo un finanziamento ex art. 28 della L. 1965/1213 per la realizzazione di un lungometraggio ricavato da un mio trattamento dal titolo provvisorio Piccoli mostri. Designammo quale regista il mio amico Gian Vittorio Baldi, documentarista e cineasta di rango, produttore di Pasolini e di Godard, il quale accettò di buon grado, ma dopo poco — non appurammo mai come — riuscì a dirottare il finanziamento statale a una sua società e realizzò l’opera nel 1988 con Giovanni Bertolucci della San Francisco Film, sotto il titolo Zen Zona espansione Nord (visibile qui: http://shar.es/97Fzg). Vistosi scoperto, il Baldi mi pregò di non adire le vie legali, promettendomi in cambio di inserire nei titoli di testa la dicitura «Da un’idea di Gualberto Alvino». Accettai, ma non avrei dovuto: per dimostrare di non avermi sottratto alcunché, se non il finanziamento, il Baldi avrebbe infatti snaturato la mia storia a tal segno da renderla pressoché irriconoscibile, infarcendo la sua pellicola di improbabili preti, santissime monache, predicozzi indigesti, orrende cantate similchiesastiche, ineffabile retoricume; e, a pigione, un drappello di bambini lontanamente somiglianti ai miei.

Due anni dopo pubblicai il trattamento nella rivista «Dismisura» (xix, 100-3, 1990, pp. 147-61). Dopo più d’un terzo di secolo lo offro volentieri ai lettori dedàlei, rimaneggiato e sotto un diverso titolo, giacché, nel frattempo, il cantautore Enrico Ruggeri — evidentemente un aficionado di «Dismisura» — ha pensato bene di dar fuori un libretto (non precisamente irrinunziabile) dal medesimo titolo: Piccoli mostri, Milano, Feltrinelli, 2000.

 

* * *

 

 

Toledo (Napoli) – Fermata metro – Est. giorno

     Partenze abbracci addii, viavai di convogli, fischi e grida, mistilinguismo, babilonia, policromia di pelli e vesti.

     Un negroide si gratta a sangue la scabbia.

     Violentissimo nel frastuono della ressa, un tamtam.

     Tutti gli sguardi convergono su un quintetto che intona una jam session screziata di suggestioni afroasiatiche.

     L’indiavolatissimo percussionista nano nero batte i tamburi con maestria animale. Squisito il canto partenopeo, pronipote della guerra.

     Dall’assiepantesi folla di curiosi («Eh, guarda a chill!» sussurra una vecchia barbona stracarica di buste di nylon semivuote; «Gesù, pare ’nu riavolo, pare!» le fa eco un altissimo albino dinoccolato non privo di decoro, malgrado le unghie più nere della pece) emerge Ciro: nove anni, lunga zàzzera crespa, elettrica vivezza, cipiglio perenne, lieve zoppìa, donde l’andamento ciondolante, a corti saltelli.

     Il virtuosismo dei musicisti giunge all’acme e Ciro sfrutta la tensione generale per scivolare sotto le gambe d’un arabo in cafetano: aggira il percussionista, abbranca avido un tamburo istoriato come fosse oro e, biscia, dilegua tra la folla.

     Sorride, il derubato, finge di non vederlo, annegando in un assolo mozzafiato.

     Aggallano i rumori della scena seguente.

 

 

Ferrovia in aperta campagna – Est. giorno

     Tamburo in spalla, nel brusio di grilli e cicale, il claudicante involatore cammina in equilibrio su una rotaia battendola ritmicamente con una lunga mazza metallica. Emulo del percussionista, accelera e s’accanisce sul serpente d’acciaio snodantesi nella campagna estiva tremolante di riflessi marini.

     S’arresta di colpo ad ascoltare il silenzio: qualcosa, nell’aria o chissà dove, allarma i suoi mobilissimi occhi neri.

     Il rombo del treno.

     Ma lui non si muove. Resta impalato nella brezza centellando le vibrazioni che la rotaia gli trasmette come un brivido sinistro.

     Il fischio prolungato del treno.

     Immobile.

     Il convoglio appare all’orizzonte e Ciro attende sino all’ultimo per fiondarsi sul pendio ghiaioso, gioiendo per la scommessa vinta.

     Il treno sibila quasi a redarguire la sua temerarietà e lui lo sommerge di grida. Non ludiche: doloranti, liberatorie di sepolti tormenti.

     Riè silenzio.

     S’alza e prosegue lo strampalato itinerario che lo porta alle falde d’un promontorio sulla cui cima biancheggia un edificio scolastico in calcina.

     Si china a raccogliere un sasso appuntito. Lo scaglia contro una finestra, che esplode come un petardo.

     Istanti di morbida attesa.

     Sbucano dal cancello due marmocchi ululanti: si liberano al volo degli zaini, gli corrono incontro.

     Ciro ne smorza l’esultanza con lo sguardo truce da condottiero e si avvia con loro verso la galleria.

 

 

Galleria ferroviaria – Int. giorno

     Con tracotante sicumera il trio procede nel buio del tunnel fiocamente illuminato da chiazze giallastre. Deformate dall’eco le voci rimbombano, scandite dai colpi di mazza sulle rotaie.

     Una nicchia nella parete ricurva: rifugio d’operai fuori uso. Là, in quella tana segreta, in quell’utero materno che infonde sicurezza, Ciro conduce la sua banda.

     Lampada a pile, scatole di biscotti vuote, pezzi di corda, logore pagine pornografiche chiazzate da macchie biologiche, tre massicci chiodi da carpentiere.

     Ciro siede a gambe incrociate come un capo indiano e distribuisce le cartine. Tutti rollano con destrezza. È il capo ad accenderle una dopo l’altra sfiorando la rondella dello zippo verde e argento, finché la nicchia non si riempie d’un denso fumo bluastro. Poi mostra il bottino agli scherani imbambolati.

     Le sue dita scorrono sul tamburo saggiandone la consistenza sonora.

     L’incerto tamtam si annulla nel fragore di un treno che attraversa a mille la galleria.

     I tre s’aggrappano a uno spuntone di roccia confitto nella volta della nicchia e combattono, ridendo, il fortissimo risucchio.

     Passato l’uragano si proiettano nel buio.

 

 

Ferrovia in aperta campagna – Est. giorno

     Ciascuno brandendo un grosso chiodo a mo’ di pugnale, i tre emergono dalla galleria e, a un preciso cenno del capo, li depositano con cura al centro esatto d’una rotaia disponendosi all’attesa.

     Santino, il più corpulento, si sdraia sull’erba lurida, estrae il minuscolo membro e, contemplatolo, s’inizia frenetico.

     Contagiato dalla brama, l’esile Michelino s’arrampica lesto su un palo e, giunto a metà, si strofina lentamente il bassoventre volgendo le spalle a Ciro che, intuite le altrui intenzioni, si volta a lanciar sassi in uno stagno pullulante di rane fingendo il nulla.

     Sfreccia l’ennesimo treno e i tre si gettano a terra coprendosi la testa con le mani.

     Tornato il silenzio, si immergono in forre e roveti aggallandone poco dopo in tripudio: impugnano i chiodi schiacciati dal treno e schizzati come proiettili. Ora sono scintillanti lame di rasoio.

     Come per antica abitudine, aggrediscono il folto d’un canneto e ne risbucano armati d’archi e frecce rudimentali, pronti all’uso.

     Ciro decide di saggiarne l’efficacia deputando a bersaglio una rana. Ma il colpo fallisce. Come il secondo. E il terzo.

     Michelino si volta di scatto e scocca un dardo che trafigge in pieno un grosso ratto.

     Ciro si congratula con lui con un guizzo del mento. Gli toglie la freccia di mano e la leva in alto godendo gli estremi squittii della preda infilzata.

     La corsa riprende nell’incipiente crepuscolo.

     Alle falde d’un colle una visione lucente attrae i loro sguardi attoniti: lassù una Rolls dorata riflette altera i raggi del sole.

     L’autista in livrea è intento a sostituire una ruota mentre un bimbo biondoplatino, irrigidito da una malsofferta eleganza, li scruta come stregato dalla loro libertà senza confini.

     Allora, sgusciato silenzioso dall’auto, elusa la sorveglianza dell’autista, scivola veloce sul crinale del promontorio e approda ai piedi di Ciro, che lo fissa come creatura di remota galassia.

     Il biondino offre al trio due pistole così perfette da parer vere. Ma ciò non basta a sciogliere la diffidenza dei “banditi”, il loro desiderio di annientare il diverso.

     Circondatolo, s’appropriano d’ogni suo avere. Lo denudano, gli tirano forte le orecchie, vellicano il glabro pancino con la lunga coda del ratto semimorto.

     Il ricco resta immobile simulando un sorriso che vorrebbe esser pianto. E salda così il pedaggio per l’ingresso nel clan.

     La sua resistenza placa il sadismo della banda. Così il grasso Santino s’apre la blusa sul petto, slaccia un’orripilante collana di lucertole e la lega al collo del neofito in segno d’accettazione, quando la voce stentorea dell’autista urla il nome del padroncino: «Jimmy, where are you?».

     Ciro e Santino abbrancano i vestiti del denudato e si defilano sparando all’impazzata.

     Michelino si fa accosto al biondino, gli soffia un invito per la sera al barcone abbandonato di una certa spiaggia, e raggiunge i suoi complici.

     Pinocchiesco gendarme, l’autista rincorre i teppistelli per un breve tratto. Ma sùbito desiste.

     Raggiunge Jimmy, lo copre paterno con la lunga giacca e lo conduce alla macchina.

     La Rolls riparte.

     Jimmy scruta, nasino schiacciato sul lunotto, i fuggiaschi che appaiono e scompaiono laggiù, nel mare di grano.

 

 

Mercato di Forcella ‒ Est. tramonto

     Reduci dalla scorribanda, i tre sguisciano nella folla del mercato. Gli abiti depredati all’adepto vengono equamente ripartiti: Ciro ostenta il berretto alla marinara; Michelino indossa la giacca dai bottoni d’argento; il pingue Santino calza stivaletti di lucida pelle.

     Un gridato appuntamento per la sera e Ciro si congeda dai due, che raggiungono uno sgangherato furgone sul cui cofano gialleggiano massicce forme di pane in vendita.

     Michele e Santino devono esser fratelli se l’uomo del furgone li aggredisce a calci e schiaffi redarguendoli per la lunga assenza.

     I camaleontici fratellini si calano nel ruolo di mercanti e decantano a squarciagola le strabilianti qualità del pane paterno con frasi rituali di cui forse ignorano fino il senso.

     Ciro, discosto, sorride alla loro volta, ruba una mela da un banco e claudica via veloce, tamburo in spalla. Il verduraio finge di non vedere. Teme le sue rappresaglie.

     Poco dopo, il bambino s’addossa alla vetrata di una sala giochi e punta uno scooter nuovo fiammante lasciato col motore acceso da un ragazzo che insegue la fidanzata offesa in un vicolo.

     Ciro salta sullo scooter più grande di lui e parte a tutta velocità, zigzagando e impennandosi pericolosamente tra la folla che vorrebbe linciarlo.

     Giunto a distanza di sicurezza, rallenta e procede a passo d’uomo, mettendosi a canticchiare. Si ferma accanto a un gruppo di turisti giapponesi. Il più defilato porta un goloso borsello a tracolla.

     Ciro estrae un coltello a serramanico, spezza la cinghia del borsello, spinge a terra l’uomo e parte a razzo seguitando a cantare.

     Un’auto con quattro ragazzi a bordo gli taglia la strada: accanto al posto di guida il proprietario dello scooter.

     Il bambino balza a terra e si lascia inghiottire dalla folla, mentre lo scooter prosegue la sua corsa e si schianta sull’auto.





Via Toledo a Napoli


Cortile casa Ciro ‒ Ballatoio ‒ est. tramonto

     Una bambina di pochi mesi, il tondo visino da putto coronato di riccioli, arranca carponi sui gradini d’una fatiscente scalea che mette al ballatoio d’un vecchio edificio sopravvissuto al terremoto.

     Ridendo, farfugliando, s’arresta presso un tratto sconnesso della ringhiera malferma. Poco in là, una porta socchiusa lascia trapelare lascive risa d’amanti.

     Si sdraia e si sporge allegra nel vuoto.

 

 

Strada e portone casa Ciro ‒ Est. tramonto

     Ciro si avvicina al portone esterno della sua casa sbocconcellando la mela rubata al mercato. Sotto il braccio il borsello scippato.

     In una Mercedes parcheggiata là vicino un uomo sulla quarantina, altissimo nella sua allampanata magrezza, lo fissa con malcelata morbosità.

     Ciro corrisponde distrattamente allo sguardo e nota sulla gota dello sconosciuto una cicatrice a forma di croce. Getta il torsolo della mela, sputa a terra e infila il portone.

 

 

Cortile casa Ciro ‒ Est. tramonto

     La bimba si sporge sempre più. Dondola un braccio nel vuoto.

     Ciro appare nel cortile e, valutato il pericolo in una frazione di secondo, prende il tamburo e siede a terra incrociando le gambe come un incantatore di serpenti.

     Riconosciutolo, la bimba si sfrena in una festosità incontenibile.

     Quanto Ciro temeva: un gesto, un sussulto, e la piccola piomberebbe sul selciato dopo un volo di dieci metri.

     Tenta il tutto per tutto per attirare la sua attenzione, distrarla, paralizzarla. Incastra il tamburo tra le gambe e comincia a batterlo fragorosamente, finché intuisce che il metodo funziona. Allora scema l’intensità della percussione, si alza lentamente senza distogliere lo sguardo da lei e comincia a salire i gradini.

     Giunto sul ballatoio sbarra gli occhi: per seguire i suoi movimenti la bimba si è spórta ancor di più.

     Depone a terra il tamburo e batte le mani a tutta forza, avanzando lentamente verso la sorella.

     La bimba sorride e fa per muoversi, quando Ciro si getta su di lei: un istante prima che precipiti.

     Pazzo di gioia, rotola sull’unto piancito abbracciato stretto alla bimba; la tempesta di baci. Poi, udite le risa degli amanti, si fa serio e scende con lei nel cortile.

     Piove.

     Le risa aumentano. Diradano. Silenzio.

     Ciro apre una porta su cui è appeso un cartello comunale mezzo divelto: Struttura inagibile.

 

 

Stanza Ciro ‒ Int. tramonto

     Il vasto interno in penombra è squallido, cadente. In un angolo una brandina zoppa come il suo padrone, una vecchia culla, un comò verniciato d’azzurro e stelle. Ovunque pezzi di giocattoli, abiti sparsi, poster di cantanti. Un biberon semivuoto contornato di pannolini nuovi e usati. Alla parete una fotografia raffigurante un giovane uomo sul letto di morte, in calce alla quale è scritto a matita, in grafia infantile, papa, senza accento.

     Ciro svuota il borsello e ne esamina il contenuto con occhio da esperto: una macchina fotografica; un portachiavi d’oro; un fascio di banconote.

     Si accinge ad allattare la bimba, quando giunge dal piano superiore il ritmico cigolare d’una rete; e gemiti, sospiri, gridolini.

     Deposta la sorella in culla, si tura le orecchie con le palme vibranti. Ma il cigolio è sempre più intenso, ossessivo. Così, per cancellarlo, afferra il tamburo e lo percuote con forza, sino a ferirsi le dita.

     Di colpo il cigolio cessa e un’imperiosa voce maschile ordina a qualcuno di cantare.

     Ciro si tende all’ascolto.

     L’uomo replica il comando e una voce di ragazza si sforza d’intonare una canzoncina leziosa.

     Il bambino trattiene il respiro cercando di immaginare. È un atto antico, una tormentosa abitudine.

     Sopra di lui, sul ballatoio, una porta si spalanca con un tonfo. Passi decisi, autoritarî.

     Ciro apre lo spioncino e vede un uomo sulla trentina, dall’eleganza volgare e ostentata, guadagnare svelto l’uscita.

     Sùbito dopo scende la scalea una giovane donna. Giunta al portone si volta, estrae dolciumi dalla borsetta e s’incammina verso la stanza di Ciro, il quale, còlto di sorpresa, chiude lo spioncino e si getta sulla branda, fingendo di dormire. Ma l’emozione gli gonfia il petto.

     La porta si apre con un lieve cigolio. Lama di luce. La sagoma scura di lei che depone i dolciumi su un comodino e sùbito scompare.

     Ciro si alza di scatto, sposta la branda, vi sale e guarda fuori attraverso una piccola inferriata che corre lungo la parete.

     L’uomo e la donna entrano nella Mercedes che, Sfregiato alla guida, si avvia.

     Ciro esce in cortile e fissa le impronte della donna nel fango. Si toglie le scarpe e le calca una dopo l’altra. Poi esclama a mezza voce sotto la pioggia che gli lava le lacrime: «Mammà». Poco più che un sospiro. Toccare la stessa terra, baciare coi piedi nudi lo stesso fango calpestato da sua madre.

 

 

Villa Jimmy ‒ Soggiorno ‒ Int. notte

     La televisione trasmette un concerto per pianoforte e orchestra. Il pianista ha lo stesso volto del ritratto che campeggia sulla parete del soggiorno affacciato su un mare brulicante di luci.

     Jimmy giace sprofondato nel divano, gli occhi annoiati fissi al video. Di tanto in tanto sbircia l’orologio a pendolo attendendo con impazienza l’ora dell’appuntamento al barcone.

     L’anziana governante parla sommessamente al telefono con inflessioni anglosassoni. Dalle sue parole emergono identità del pianista e retroscena: è il padre di Jimmy, concertista di fama attualmente in tournée in Italia. Domani ricorre il quarto anniversario della morte di sua moglie, la madre di Jimmy.

     Il concerto si conclude con un’ovazione.

     Il bambino manovra il telecomando e si sofferma su un programma di cartoni animati. Si annoia sùbito anche di quello.

     Allora si alza e si dirige verso la sua stanza.

     Sulla soglia del soggiorno incrocia la cameriera napoletana: tredici, quattordici anni al massimo. Le sorride. Lei gli solletica il collo con uno slancio arguto.

     Alla vista della governante, si ricompone e si congeda per la notte.

 

 

Stanza Jimmy ‒ Terrazzo e stanza cameriera ‒ Int./est. notte

     Jimmy si tuffa sul letto e accende lo stereo ad alto volume urlando insieme al cantante, il cui ritratto giganteggia sulla parete.

     Bussano alla porta.

     Jimmy finge di non sentire e séguita a urlare.

     Bussano di nuovo.

     Lui nasconde la testa sotto il cuscino.

     La porta si apre e appare sulla soglia la governante. Scandalizzata.

     Jimmy fa un acrobatico capolino di sotto al cuscino mentre la donna posa sul comodino un bicchiere colmo di latte e lo prega cortesemente di andare a letto. Ordine di suo padre.

     Lui non risponde.

     La donna si ritira impettita.

     Il piccolo si placa, spegne lo stereo ed esce sul terrazzo illuminato poco in là da una fioca luce proveniente dalla stanza della cameriera.

     Si avvicina alla finestra.

     Spia.

     In camicia da notte, la ragazzina si specchia alla toletta e, avvertendo la presenza alle sue spalle, arrovescia il capo, sorride ironica senza darlo a vedere. Quindi si alza, indietreggia verso la finestra, la apre di scatto e si getta fuori. Afferra Jimmy e ridacchiando lo trascina dentro.

     Lui reagisce con calci e pugni.

     Presto la lotta si fa gioco e la ragazza lo respinge con forza, ferendogli il polso.

     Impietosita dai suoi gemiti, s’inginocchia a terra accanto a lui e succhia il sangue dello sbrego.

     Jimmy smette di lamentarsi e la fissa intensamente, porgendo il polso alle sue labbra avide d’espiazione.

     Poi muta di colpo espressione e la cavalca, immobilizzandola.

     Il contatto dei giovani corpi scatena un’elettricità sottile.

     Lui la guarda con imbarazzo, ma poi, consapevole del proprio dominio, se ne distacca in modo brusco e si ritrae da un canto, nuovamente annoiato.

     Estrae di tasca la collana di lucertole avuta in dono da Santino e la agita sul viso di lei, che si schermisce inorridita.

     Torna sul terrazzo e salta sul ramo d’un olmo.

     Atterra nell’erba folta e corre a perdifiato verso l’uscita.

 

 

Villaggio roulottes ‒ Est. notte

     Una sguaiata voce tenorile, via via più imperiosa e commossa, esegue il Leitmotiv di una famosa sceneggiata vibrando nel chiarore lunare che illumina lo sterminato villaggio: un oceano di roulottes usate dalle vittime dell’ultimo sisma, ora nel più desolato abbandono.

     Cercando la fonte di quella voce, la MdP avanza febbrile nell’intrico di roulottes fino a soffermarsi sulla più strampalata di esse: semidiroccata, dipinta a chiazze policrome. L’unica abitata.

 

 

Roulotte ‒ Int. notte

     Il minuscolo interno è stracolmo della più bislacca congerie di cianfrusaglie. Spicca un’altissima pila di pagnotte impolverate.

     Michele e Santino trangugiano gli ultimi bocconi d’un’ineffabile cena fissando qualcosa davanti a loro con l’attenzione tipica dello spettatore televisivo.

     È soltanto il padre che canta: con tutto il corpo, irrigidito in una prosopopea teatrale. Guarda un punto nel nulla ergendosi in tronfie pose attorali.

     A poco a poco l’intensità della voce scema e il lunatico tenore s’affloscia sulla sedia poggiando la fronte sulle braccia conserte accanto a un fiasco di vino semivuoto.

     Michele e Santino cessano improvvisamente di masticare; si accostano guardinghi al padre, gli sollevano una mano e la lasciano cadere sul tavolo. Nessuna reazione. Il sonno è profondo. Via libera, dunque, per l’appuntamento al barcone.

     Michele afferra l’arco, Santino la pistola regalatagli dall’americanino, e schizzano via.

 

 

Strade centrali e periferiche ‒ Est. notte

     L’assonnata sorellina in spalla invece del tamburo, Ciro attraversa le strade notturne illuminate a festa, diretto al luogo dell’appuntamento.

     La bimba è troppo piccola per capire, pure le parla, rivolgendole domande e rispondendo per lei con parole gonfie d’inconsapevole retorica partenopea: la loro madre è costretta all’orribile mercimonio per necessità, perciò non ha tempo per loro, perciò la casa è mèta del lercio pellegrinaggio d’uomini, «chilli schifusi». Il denaro: ecco la causa di tutte le loro sofferenze. Ma d’ora in poi sarà lui a pensarci: troverà tanti soldi da sguazzarvi.

 

 

Spiaggetta e scogliera ‒ Est. notte

     Affaticato dalla lunga corsa e dall’emozione per l’imminente incontro, Jimmy scala un erto promontorio di scogli e giunto in cima si ferma a contemplare il paesaggio marino. È la prima volta che assapora il brivido della libertà totale e che si trova al cospetto della leggendaria notte senza il diaframma d’un vetro di finestra.

     Laggiù, sotto di lui, nell’arenile deserto, biancheggia la tozza sagoma d’un barcone.

     Un profondo respiro nella brezza e giù.

 

 

Barcone abbandonato ‒ Int. notte

     Rischiarato dal bagliore lunare e dalle luci intermittenti d’un vicino faro, l’interno del barcone è pieno di fumo.

     Sdraiati uno accanto all’altro su un improvvisato giaciglio, Michele e Santino, com’è loro costume, divorano a lunghe boccate una grossa sigaretta fatta di carta da pane e chissà cos’altro, ridendo e biascicando parole che la risacca rende incomprensibili.

     D’un tratto il portale si apre e appare la timida sagoma di Jimmy che, aggredito dal fumo, comincia a tossire.

     La reazione del neofito suscita un’ilarità prorompente e contagiosa nei due fratelli.

     L’americanino si fa coraggio ed entra.

     Santino gli va incontro porgendogli la bislacca sigaretta, sùbito rifiutata. Il pingue offerente si piega in due dalle risa, poi guarda il non meno divertito fratellino e replica l’offerta, ma stavolta afferrando il mento di Jimmy e costringendolo a fumare.

     Il neofito, però, li spiazza, estraendo di tasca un pacchetto d’americane di prima qualità e fumando di gusto.

     Michelino balza su dal giaciglio e si serve di quella grazia di Dio, imitato da Santino, che getta il mozzicone e accende non una, ma due sigarette assieme.

     Fiero del colpo di scena provocato sui due ospiti, Jimmy siede su uno sgangherato sgabello. A terra un profilattico usato: fissandolo con curiosità, chiede in pessimo italiano cosa sia, e ciò è motivo dell’ennesima esplosione di risa nei due fratelli.

     Jimmy si volge mortificato a guardare la luna che occhieggia nell’oblò. Allora Michele smette di ridere e, mosso a pietà, gli si fa accosto confortandolo con oscure parole dialettali.

     Il portale si spalanca ed entra Ciro con la sorella sulle spalle.

     Tutti tacciono mentre il capo, dopo aver squadrato lo straniero con un breve sguardo di diffidenza, depone il fardello sul giaciglio.

     Le sigarette vengono spente per rispetto alla bambina.

     Ciro si distende accanto alla sorella e intona per lei un’antica nenia che non sortisce lo sperato effetto ipnotico: la piccola piange e strepita.

     Allora, celebrando un rito abituale di cui è ben lungi dall’intuire la scabrosità, la scopre e prende a carezzarle l’inguine. L’amore è sonno, se è vero che sua madre si addormenta sempre coi suoi clienti dopo l’amore.

     Il metodo sortisce l’effetto desiderato e la bimba si appisola dolcemente.

     Ciro la copre con la premura d’una madre, le bacia la fronte, afferra una torcia elettrica e, ordinato agli scherani di raccogliere le armi, si avvia con loro verso l’avventura.





Jan Yoors, Zingari


Angiporti e macchie ‒ Est. notte

     Ciro in testa, il quartetto sciama silenzioso in un intrico di viuzze deserte tra le grida lontane dei pescatori che gettano le reti.

     Lungo il tragitto il capo illustra il piano: si apposteranno in un luogo fuori mano e rapineranno le auto di passaggio.

     Jimmy si fa cupo: respira a fatica per l’emozione, ma una voce di dentro gli dice di andare.

     Santino non sta nei panni dalla gioia.

     Michele tira fuori di tasca una pasta rossa e si colora il viso. Poi si avvicina a Jimmy, gli imbratta gote e fronte proclamando lo stato di guerra con acute strida.

     Vinto da un irresistibile moto di simpatia, l’americanino sorride e imita l’esile camerata danzando scimmiesco. Ma non si accorge di mettere un piede nella bocca d’un pozzo e sparisce senza un grido nel piccolo imbuto di pietre.

     Michele è il primo a sporgersi. Urla il suo nome.

     Dopo qualche istante la voce fioca di Jimmy dice di star bene: è rimasto incastrato.

     Michelino si immerge con la mano tesa, ma è troppo lontano per poterlo prendere.

     Santino si getta a terra dietro il fratello e gli afferra i piedi. Lo stesso fa Ciro con lui e finalmente Michelino intreccia le proprie mani a quelle di Jimmy, che viene issato in un lampo dal trenino di braccia e gambe.

     La tensione si scioglie in uno scoppio d’ilarità. È proprio l’americano a ridere con maggior gusto.

     Ciro guarda le luci del cimitero e ha un’idea: «Iamm’!».

 

 

Strada, cimitero e cappella ‒ Est./int. notte

     I quattro sollevano la rete di recinzione del cimitero e penetrano felini all’interno.

     Jimmy trema, e Michelino, impietosito, cerca di rincuorarlo.

     La croce fosforescente d’una sontuosa cappella attira l’attenzione di Ciro, che trattiene Jimmy per un lembo della maglietta. Il piccolo ha un moto di terrore, ma quando si avvede che è stato il capo, e non un morto, ad afferrarlo, ricomincia a respirare.

     Lo zoppo caccia di tasca il coltello a serramanico e apre in pochi secondi il portone della cappella.

     È pieno d’oggetti di rame scintillante.

     «Mamma!» esclama l’incredulo Michelino, che sùbito svuota un grosso vaso da fiori e lo riempie fino all’orlo d’oro rosso.

     Escono. Tutti fanno per raggiungere il cancello, ma Ciro li blocca indicando la grondaia di rame della cappella. Non può lasciarla là: sembra dirgli: prendimi… prendimi!

     La smonta. Il primo pezzo gli cade di mano e il tonfo metallico echeggia nel silenzio.

     Qualcuno ha udito e si avvicina a gran passi. È il guardiano, che corre verso di loro urlando improperî.

     Ciro lascia tutto e scappa coi compagni verso l’uscita.

     Nella boscaglia che costeggia il cimitero, il capo ordina a Jimmy di scavare una buca con una croce di rame.

     L’americano obbedisce e termina in pochi secondi, grondando come una fontana.

     Ciro deposita il vaso nella buca. La ricopre di terriccio e foglie secche. Poi indica un punto della radura.

 

 

Radura ‒ Est. notte

     La banda si ferma su una collinetta a scrutare il paesaggio.

     A un cenno del capo tutti si tuffano nel folto della vegetazione, dove è possibile tener d’occhio la strada senza esser visti.

     Attesa. Parlottio nevrotico. Sigarette. Colpi di tosse.

     Due fari fendono il buio allarmando i piccoli predoni.

     Le luci si spengono e l’auto si arresta dietro un cespuglio.

     Ciro estrae la pistola finta.

     Santino impugna l’altra.

     Michele prova l’arco e sistema sulla schiena le frecce culminanti in affilati spuntoni di ferro.

     Tutto è pronto per l’attacco.

     Jimmy si mette in disparte e Ciro gli passa la torcia elettrica ordinandogli di accenderla al momento opportuno.

     Ululando come un ossesso, il selvaggio Michele balza giù da un terrapieno e piomba davanti alla vettura, mentre gli altri la circondano.

     Jimmy si fa coraggio e spalanca la portiera puntando la luce sul volto stupefatto di un giovanotto discinto, la testa della compagna fra le gambe.

     Santino spara un colpo in aria, quindi le punta la pistola alla tempia intimandole di tacere.

     «Ve ne iate a ffangulo, sì o no?» esclama lei calmissima, sottovalutandoli.

     «Che vulìte, vagliù?» balbetta il ragazzo.

     «E rrenàre!» sillaba Ciro.

     La ragazza tenta una reazione, ma Michele scocca un dardo che sibila a un soffio dalla testa di lei, conficcandosi nel sedile posteriore.

     I due si rassegnano a consegnare ogni loro avere: qualche spicciolo, un paio di orecchini d’oro, le fedine.

     Ciro, Santino e Michele si accingono soddisfatti a defilarsi, mentre Jimmy non sembra persuaso: si avvicina alla ragazza, le sbottona la blusa e insinua una mano nella scollatura.

     Interpretando maliziosamente il gesto i tre scoppiano a ridere; ma mutano espressione quando l’americanino estrae dal seno della ragazza un orologio nascosto durante la ressa. È la prova d’astuzia che Ciro attendeva fin dal primo istante.

     «E bravo!» dice procedendo alla spartizione.

     Il giovanotto mette in moto e parte.

     Ciro consegna a Jimmy la sua quota, ma questi, che nell’oro è nato, dona tutto a Michelino con un moto di verecondia. Sembra stringerli non un’amicizia, ma una reciproca, indomabile attrazione.

     Un rumore sordo.

     Ciro ordina il silenzio e impugna la pistola facendosi largo tra le frasche.

     Dietro i cespugli una Mercedes in sosta.

     Sull’onda dell’entusiasmo per il successo della prima operazione, i banditi non resistono al desiderio di replicare. Ma quando Ciro accende la lampada sul volto della vittima ha un sussulto: è l’uomo della cicatrice a forma di croce, l’autista del protettore di sua madre.

     Santino esplode un colpo in aria, quindi punta la pistola alla tempia dello Sfregiato, che scoppia a ridere di gusto. Afferra il giocattolo, se lo infila nei pantaloni sbottonati e spara, mentre la ragazza in sua compagnia sguscia fuori dall’auto. Ma inciampa e cade: è un travestito. Si rialza. Affonda nell’oscurità.

     I piccoli briganti non credono ai loro occhi: cosa non ha funzionato, e perché?

     Lo Sfregiato invita tutti a salire per un giro.

     Ciro acconsente e i quattro entrano nell’auto che parte veloce.

 

 

Mercedes ‒ Int./est. notte

     La Mercedes corre nelle vie deserte. La velocità infonde nei bambini un terrore misto a ebbrezza. In tutti, salvo Ciro, che conosce bene l’identità dell’uomo.

     Lo Sfregiato parla senza sosta. Un accesso logorroico, quasi patologico. Parla di tutto con tutti e con nessuno. È il suo modo di pensare ad alta voce o il suo sciamanico espediente per ammaliare i piccoli ospiti? Si complimenta con loro per la bella idea, ma analizza con perizia gli aspetti meno persuasivi della tecnica. Solo gli stupidi si fanno spaventare da quattro ragazzini armati d’arco e pistole dal tappo rosso. Devono affidarsi a qualcuno del mestiere, che sappia guidarli, consigliarli e trasformare i bottini in denaro frusciante. Chi meglio di lui?

     Il torrente di parole magnetizza soltanto Ciro, l’unico veramente interessato a guadagni immediati e sicuri.

     L’uomo rallenta e indica un punto della strada con una luce di sarcasmo nello sguardo viscido.

     Ciro si volge in quella direzione e scorge una giovane donna vestita di rosso accanto a un fuoco: sua madre.

     Invaso da collera, s’avventa sullo sterzo e costringe l’autista a immettersi in una stradina laterale per cancellare quell’immagine.

     Lo Sfregiato scoppia a ridere e asseconda la reazione del piccolo, che ora gli grida di fermarsi, di farlo scendere perché sua sorella è sola nel barcone.

     «’O bbarcone? Addó sta ’o bbarcone? T’accumbagn’io» dice l’uomo posandogli una mano sulla coscia.

     Santino indica la direzione da prendere e la Mercedes dirige verso la spiaggia.

     Ciro si volta e si asciuga gli occhi col dorso della mano.

 

 

Spiaggetta e scogliera ‒ Est. notte

     La Mercedes frena a secco nell’arenile.

     Ciro spalanca la portiera e zoppica lesto nel barcone, seguìto dallo Sfregiato e dal resto della banda.

 

 

Barcone abbandonato ‒ Int. notte

     Ciro apre cautamente la porta del barcone e, vedendo la sorella dormire placida sul giaciglio nella stessa posizione in cui l’aveva deposta, tira un respiro. S’avvicina in punta di piedi e accarezza le rosse guance da putto, mentre gli altri fanno il loro rumoroso ingresso.

     L’uomo si guarda attorno stupito. Niente male come base: appartata e, quel che più conta, circondata dal mare e dalla macchia: l’ideale per una fuga improvvisa.

     «Facìteme veré ch’avìte pigliato!» dice poi, esortando i ladruncoli a mostrare il bottino della razzia notturna.

     Tranne Jimmy, che ha donato la propria parte a Michele, tutti esibiscono fieri gli oggetti depredati alla coppia: un orologio d’oro massiccio, due fedine, un paio d’orecchini e qualche spicciolo.

     Lo Sfregiato esamina tutto con attenzione, poi offre in cambio una manciata di banconote d’infimo taglio. Eclatante la sproporzione rispetto al valore della merce.

     Ma i bambini gioiscono lo stesso: hanno sostituito al gioco il lavoro, un lavoro che si sta rivelando remunerativo.

     Perfino Ciro trattiene a stento la commozione: è il suo primo guadagno, il primo passo verso l’affrancamento di sua madre da quella vita.

     L’uomo s’avvicina al giaciglio e sfiora la bambina con le dita suscitando la reazione del fratello: sì, hanno accettato di lavorare per lui, ma non si azzardi più a toccarla!

     Lo Sfregiato incassa sportivamente e si ritrae.

     La bambina ha un colpo di tosse mentre Ciro la issa sulle spalle, lancia la pistola in un vecchio baule ed esce con la sigaretta accesa tra le labbra.

     L’uomo distribuisce dolciumi e vezzeggia Santino, pizzicandogli le gote grassocce e studiandone il corpo prepuberale con uno sguardo umido.

     Gli altri chiudono le armi nel baule e si accingono ad uscire.





Mario Loprete, B-Boy, olio su tavola, 2010


Strade periferiche e centrali ‒ Est. notte

     Ciro torna a casa gravato dal sempre più pesante carico stringendo in una mano le banconote guadagnate. Di tanto in tanto le fissa con odio e dice tra sé con calma mista a rancore:

     «’Nu iuorno o l’ate t’acciro».

     Smaniando nel sonno, la bimba séguita a tossire, mentre s’alza un forte vento di scirocco.

     Ma lui non la ascolta più, sconvolto com’è:

     «Si fforte ca nun tengo pàtemo, ca si tenesse pàtemo t’acciress’isso pe mme!».

 

 

Sequenza onirica

     Una strana luce alle spalle di Ciro, che si volta di scatto e vede una carrozza trainata da due cavalli bigi. Sui sedili di broccato rosso, elegantissimi nei loro vestiti da fiaba, sua madre e suo padre lo invitano a salire sorridendo.

     Ciro si stropiccia gli occhi assonnati e li riapre tristemente, persuaso che la visione si sia dissolta. Ma la carrozza è ancora là, i cavalli scalpitano e i genitori lo aspettano con le braccia aperte.

     Natura scontrosa, il piccolo resta impalato sul ciglio del marciapiede mormorando stupefatto:

     «Nè papà, nun zi cchiù muorto?».

     Poi si distende in un sorriso tremulo e, rivolto alla sorellina dormiente:

     «Picceré, ca stanno mammà e papà! Sósete!» e si precipita sulla carrozza. Deposita la bimba in grembo a sua madre, impugna le redini e incita i cavalli in una pazza corsa nella notte illuminata a festa.

     La piccola non tossisce più.

 

 

Stanza di Ciro ‒ Int. notte

     Ciro si sveglia di soprassalto sulla branda e corre alla culla, dove sua sorella si contorce in continui accessi di tosse.

     Apre un tiretto dal comò a stelle, versa dello sciroppo in un cucchiaino e glielo porge. Invano. Allora la prende in braccio e cammina su e giù per la stanza, riuscendo in breve a placarla.

     D’un tratto si fa cupo e leva lo sguardo al soffitto: ancora il viavai di clienti, le risa di sua madre, i passi autoritarî sul ballatoio.

     Per non sentire intona una nenia.

 

 

Ballatoio casa di Ciro ‒ Est. giorno

     Un uomo di mezza età fuma un sigaro accanto alla porta socchiusa del postribolo donde provengono sommessi gemiti d’orgasmo. Sorride tra sé, getta il sigaro e si prepara a prendere il posto dell’uscente avventore.

 

 

Postribolo ‒ Int. giorno

     L’uomo di mezza età fa il suo tronfio ingresso nel postribolo e, alla vista della madre di Ciro sorridente e seminuda, comincia a spogliarsi:

     «Facimm’ambressa, Annunzia’!».

     Annunziata sorride ancora e si denuda sotto il lenzuolo, mentre lui le scivola accanto, la mette bocconi, le bacia il sesso spalancando la bocca come per mangiarlo, e la monta con rabbia da dietro.

     Un lieve cigolio.

     Annunziata si volge allo specchio della toletta dov’è riflessa l’immagine di Ciro sulla soglia con la sorella in braccio.

     Un colpo di tosse della piccola attrae l’attenzione dell’uomo che si ferma di colpo.

     Annunziata impietrisce.

     Ciro avanza lentamente verso il letto, depone la bimba in grembo a sua madre come nel sogno, poi estrae di tasca il magro guadagno della sera prima, lo getta sul letto e rivolto all’uomo:

     «Aggio pavato. Mo tocca a mme!».

     Pallido come un cadavere il cliente raccoglie in fretta le sue cose e sparisce.

     Intanto la bimba si assopisce tranquilla tra le braccia della madre, che ora guarda Ciro con orgoglio e pudore.

     Il piccolo si accoccola sfinito sul letto. Piange senza mutare espressione, quasi non l’avesse mai fatto prima. Annunziata lo tira a sé.

     Qualcuno sale le scale e Ciro ha un soprassalto: è il passo inconfondibile del protettore di sua madre. Balza giù dal letto e corre a tirare il catenaccio. Si addossa alla parete, il fiato sospeso.

     Un lungo sguardo intercorre tra madre e figlio, mentre i passi si fanno sempre più vicini e la maniglia si abbassa di scatto una, due, tre volte.

     L’uomo chiama Annunziata, che apre la bocca per rispondere, ma lo sguardo del figlio la paralizza.

     Ora bussa con forza.

     La mano di Ciro afferra un tagliacarte.

     L’uomo desiste. Il rumore dei passi che si allontanano.

     Ciro guarda sua madre con tacita riconoscenza.

     Lei apre le braccia e scoppia a ridere con la dolcezza e la complicità di una sorella.

     Ciro si tuffa sul letto e la tempesta di baci, agitandosi come una fiera ridente.

 

 

Mercato di Forcella ‒ Est. giorno

     Presso un banco di dischi, lo smilzo Michelino si produce in una sorta di sgangherata break dance: salta scatta piroetta sulla schiena, si agita da perfetto automa, dimena furiosamente le braccia, fa capriole, mentre suo padre, sullo sfondo, urla con voce tenorile le strabilianti qualità del suo pane.

     Gli astanti gettano ai piedi dell’estemporaneo danzatore una pioggia di monetine sùbito raccolte da Santino, che ne approfitta per vendere giornali. Qualcuno protesta: sono scaduti; ma lui sminuisce con un’alzata di spalle:

     «Signuri’, sparagnate mille lire. I nummeri arretrati si dovrebbono pavare il doppio!» scandisce con tutto l’italiano di cui dispone. Intasca il denaro, quando una mano gli si posa sul collo.

     È lo Sfregiato che, sorriso mellifluo, acquista tutti i suoi giornali pagandoli, appunto, il doppio.

     Santino allibisce.

     L’uomo gli indica il furgone di suo padre, dove un ragazzo sta comprando tutte le pagnotte in vendita.

     Che succede? sembra chiedersi il piccolo fissando il denaro.

     Lo Sfregiato lo attira in disparte, gli mette un pacchetto nelle mani e gli mormora qualcosa all’orecchio.

     Santino annuisce e corre in quella direzione.

 

 

Discesa e piazza con Chiesa ‒ Est. giorno

     Emissario diligente, Santino si precipita giù per una ripida discesa stringendo il pacchetto con ambo le mani.

     Giunto al centro di una piazza dominata da una chiesa barocca, si ferma, riprende fiato, nasconde il pacchetto nelle ampie braghe ed esplode in un accesso di pianto, dirigendo verso la chiesa piantonata dai carabinieri.

 

 

Chiesa barocca ‒ Int. giorno

     Il fosco interno è gremito di folla silenziosa e contrita. Si celebrano le esequie di un capofamiglia locale. Ogni gesto, ogni sguardo dei fedeli viene meticolosamente soppesato dagli agenti in borghese sparsi ovunque.

     Il fragoroso ingresso di Santino.

     Il prete interrompe la cerimonia e tutti si voltano verso il bambino, che spalanca teatralmente le braccia e piangendo a dirotto corre verso la bara nel preciso momento in cui sta per essere sigillata:

     «Zi’ ’Ndo’, pecché m’hai lassato?… pecché?» singhiozza.

     È così persuasivo da indurre i necrofori a riaprire la cassa.

     Vi si getta dentro seguitando a gemere come un forsennato. Intanto, non visto, deposita il pacchetto (che ora, più visibile, rivela il suo contenuto di polvere bianca) sotto il cuscino del defunto.

     Due vecchie prefiche accorrono a consolare il piccolo. Lo circondano e, sotto l’egida delle loro ampie vesti, lo portano via.

     Durante il percorso verso l’esterno una di esse cessa improvvisamente di piangere e si complimenta per la sua bravura.

     La cassa viene richiusa mentre entrano due ritardatarî: lo Sfregiato e il suo principale Antonio Ruotolo, il protettore di Annunziata: medio calibro di camorrista che controlla le attività illecite dell’intero rione.

 

 

Piazza con chiesa e strade ‒ Est. giorno

     Il corteo funebre sfila nelle strade bardate a festa.

     D’un tratto spunta da un vicolo laterale un secondo corteo funebre.

     Un terzo.

     Un quarto.

     Mescolati tra la folla, decine di scugnizzi come Santino, evidentemente investiti del suo stesso incarico.

     Sfilando davanti alle forze dell’ordine, Ruotolo leva il cappello e s’inchina ironico.

     Un graduato inghiotte amaro, innesta la marcia e parte tagliando in due il corteo.

 

 

Cortile casa di Ciro ‒ Postribolo ‒ Est./Int. giorno

     Reduce dalla farmacia, dove si è recato ad acquistare medicine per la sorella, Ciro entra nel cortile e si dirige alla scalinata.

     Giunto agli ultimi gradini, nota che la porta del postribolo è aperta, e udendo lamenti sommessi, si fa serio e si ferma. Nulla.

     Fa per andare a capo chino quando una voce dolente pronuncia il suo nome. Si volta.

     Sua madre carponi sulla soglia: livida, sanguinante.

     Prova a sollevarla, ma è troppo pesante per lui. Corre a prendere un cuscino e lo adagia sotto la sua nuca ferita.

     Non ha bisogno di spiegazioni: Antonio Ruotolo.

     Annunziata nasconde la bocca nel collo di suo figlio: Antonio non ha creduto nel suo proposito di lasciare quella vita; sospetta un tradimento e pretende lo stesso la sua percentuale.

     Perde i sensi, Annunziata, mentre la bimba appare strisciando sul ballatoio, sporca, seminuda, convulsa dalla gran tosse.

     Ciro fissa sua madre svenuta, poi sua sorella, e un senso di rassegnato abbandono lo gela.

     Si addossa alla ringhiera e giace immobile, come un pupazzo rotto.





Testa in aria, piedi per terra, Fuoribiennale Vicenza, 2010


Strade e ingresso ospedale ‒ Est. tramonto

     La bimba legata sulle spalle, Ciro arranca nelle strade affollate di curiosi che sembrano scrutarlo.

     Approda all’ingresso d’un ospedale. Nell’androne consegna la bimba a un infermiere e dice quasi con crudeltà:

     «’A criatura sta mmalata».

     Va via.

 

 

Spiaggetta e scogliera ‒ Est. tramonto

     Le risa di Santino e l’incessante parlottio dello Sfregiato sovrastano il flusso eguale della risacca. Ciro appare sul promontorio e si ferma un istante prima di dirigersi verso il barcone.

 

 

Barcone abbandonato ‒ Int. tramonto

     Santino rotola sul giaciglio, i calzoncini sbottonati, preda d’una smodata eccitazione. Sul pavimento, accanto a lui, una siringa insanguinata.

     Lo Sfregiato, seduto sul baule, è intento a riscaldare un cucchiaio colmo di liquido biancastro; poi carica una siringa e si accinge alla cerimonia seguitando a parlare senza sosta.

     Si apre la porta. La sagoma di Ciro si staglia controcielo nell’attimo in cui l’uomo estrae con un fremito l’ago dalla vena.

     «Vieni cca… ’A vuó ’nu poco?» dice sinistro alla volta del nuovo arrivato, mentre Santino si placa di colpo e fissa il vuoto.

     «Nunn’a vuó, nè? Sta cca, ’a vi’?» ripete prendendo la giacca e barcollando verso l’uscita. Giunto alla soglia, si volta e dice sorridendo:

     «Dind’a cascia sta ’na soppresa». Esce.

     Ciro apre il baule e non trattiene un’esclamazione di gioia alla vista del contenuto: non più stupidi balocchi infantili, ma quattro pistole scintillanti. Ne afferra avido una e ne scruta la forma:

     «Santi’, pare vera… Pesa!» soffia all’amico, che riapre gli occhi e si dirige al baule vacillando come un ubriaco.

     Jimmy e Michele entrano e saltano nella cassa impugnando quelle che credono favolose imitazioni.

 

 

Angiporti e macchie ‒ Est. notte

     La banda è alla ricerca di un nuovo teatro per l’attacco.

     In una radura disseminata di carcasse d’auto, Jimmy inciampa e cade a terra facendo partire un colpo di pistola che perfora una lamiera contorta. Ma nessuno nota quel foro: neppure l’americanino, che si rialza e rincorre gli amici.

     In prossimità di un dirupo scosceso Ciro siede su un sasso e si mette a fumare per ingannare l’attesa, sùbito imitato dai suoi. D’un tratto si alza, fissa un masso e riflette, gettando uno sguardo alla sottostante stradina.

     «Ch’amma fa?» chiede il sollecito Michelino, pronto come sempre all’obbedienza e all’azione.

     Ciro raccatta un tubo di ferro e lo incunea sotto il masso, ordinando agli altri di aiutarlo a spingere.

     La massiccia leva smuove il macigno, facendolo ruzzolare lungo il pendio.

     Michele si gongola quando il masso si ferma al centro esatto della stradina ostruendo il passaggio. Prima o poi una macchina dovrà passare di lì, e per loro sarà uno scherzo buttarsi giù e circondarla.

     Così è.

     Un’auto sbuca dalla curva e frena a secco davanti al masso, sollevando un denso polverone.

     Ciro lancia il segnale convenuto e i quattro scivolano giù.

     Circondano la vettura.

     Ancora una coppia.

     Jimmy spalanca la portiera mentre Ciro punta la pistola alla tempia del malcapitato, la cui donna smette di respirare.

     Agitando le armi, Santino e Michele intimano ai due di consegnare oro e denaro, ma l’uomo, credendo a uno scherzo, afferra il polso di Ciro con l’intenzione di spingerlo via, quando parte un colpo che gli fracassa la testa.

     Sangue e cervella sprizzano sul volto della ragazza che urlando esce dall’auto e fugge via, mentre la mano del cadavere resta serrata al polso di Ciro.

     Sbalorditi, Jimmy e Santino si piegano in due per vomitare l’orrore, mentre Michelino resta impalato.

     Ciro fissa la propria vittima senza il minimo turbamento. Questa è la regola del gioco: bisogna adeguarvisi, ciascuno per il suo ruolo, sembra pensare.

     Afferra le dita del morto e tenta invano di liberare il polso. Allora sfila le chiavi dal cruscotto e, facendo leva, riesce a districare la morsa. Quindi infila la pistola nella cintura e si accinge a depredare la vittima con spietata determinazione.

     Santino s’inoltra nella macchia.

     Michele prende Jimmy per mano e lo trascina chissà dove.

 

 

Barcone abbandonato ‒ Int. notte

     Fumando sul giaciglio, Ciro attende lo Sfregiato guardando la luna dall’oblò.

     La porta cigola e appare la sagoma dell’uomo.

     Il bambino scaglia in acqua la cicca ed esibisce il bottino insanguinato.

     L’uomo considera la merce, poi gli porge una manciata di banconote.

     Lo zoppo le afferra con la sinistra e con la destra agguanta il restante denaro dal portafogli con la velocità del rettile esclamando:

     «Rammélle tutte quante! Aggio acciso pe tte!» e si defila veloce.

 

 

Strada sopraelevata ‒ Est. notte-alba

     La rimozione.

     Santino vaga senza mèta per la città che si risveglia con le sue grida di casa in casa, di loggia in loggia.

     Sulla sopraelevata passano i primi autocarri carichi di frutta. Nella strada sottostante una piccola folla d’operai attende l’autobus mezzo assonnata.

     Santino si sporge dall’alta balaustra e illuminandosi d’un sorriso burlesco sputa ripetutamente.

     Còlti in pieno, gli operai si scuotono dal torpore e lanciano insulti al piccolo brigante, che fa sberleffi e scappa ridendo.

     D’un tratto un flebile suono di cornamusa attira l’attenzione di Santino, che si volta e scorge la figura irreale d’uno zampognaro fuori stagione bardato di pelli ovine e follemente compreso nel suo strumento.

     È estate inoltrata. Natale è così lontano che Santino resta imbambolato a fissare quella assurda apparizione.

     Poi lo raggiunge, prende l’estremità della lunga cinghia di corda e lo trascina come un balocco vivente cui confidare il segreto di sangue.

 

 

Nicchia galleria ferroviaria ‒ Int. alba

     Jimmy e Michele, abbracciati stretti, consumano la propria trasognata rimozione nella nicchia della galleria.

     Passa un convoglio.

     I due s’aggrappano allo spuntone confitto nella volta, come sempre. Ma stavolta in silenzio.

     Dopo l’uragano Michelino si sporge fuori: laggiù, all’imbocco della galleria, rilucono i primi chiarori dell’alba.

     La notte è finita. In ogni senso.

 

 

Ferrovia in aperta campagna ‒ Est. alba

     Preceduto da Jimmy, lo smilzo Michelino sbuca dalla galleria nero di fuliggine, le palpebre appesantite dal sonno e dalla stanchezza.

     Jimmy siede su un masso e getta pietruzze nello stagno.

     Michelino gli si fa accosto, lo prende per mano e lo trascina nel folto d’un cespuglio.

     Un lungo sguardo silenzioso, poi s’accoccola ad orinare: è una bambina.

     L’americanino impallidisce: Michele, il più duro, il più selvaggio della banda. Lui, proprio lui, una femmina!

     La bimba lo fissa con un’espressione vereconda e altera insieme, come a dirgli: vedi? se piscio così significa che sono una donna, perché solo noi donne ci accoccoliamo così per pisciare.

     Dopo una breve esitazione, Jimmy si sfila dal collo una catenina d’oro e la avvolge a quello di lei. Poi si abbandona al sonno insieme al suo esile amore per lavare l’anima dall’orrore che ancora la pervade.

 

 

Strada e casa di Ciro ‒ Est./int. giorno

     Voltato l’angolo, Ciro trova davanti al portone di casa un capannello di vicini contriti che parlottano tra loro: la bambina è molto grave, la madre è appena corsa in ospedale…

     Alla vista di Ciro tutti tacciono.

     Il piccolo capisce e si precipita nella sua stanza.

     Prende il tamburo e scappa via, fendendo l’attonito manipolo di astanti.

 

 

Chiesa ‒ Int. giorno

     Ciro entra nella chiesa deserta.

     I suoi passi risuonano sul piancito, mentre emerge dall’ombra il vecchio sagrestano intento a ritirare le offerte.

     Ciro avanza verso l’altare e si ferma davanti alla statua della Madonna. S’inchina goffo e depone a terra il tamburo biascicando parole che il vecchio non riesce a sentire: quell’oggetto è tutto ciò che possiede, è la sua offerta in cambio del miracolo: sua sorella non deve morire.

     Dirige verso l’uscita seguìto dallo sguardo perplesso del sagrestano.

 

 

Ospedale ‒ Int. giorno

     Annunziata non distoglie lo sguardo da sua figlia, che giace quasi esanime su un lettino oltre il vetro divisorio. È disfatta, inebetita nel suo aderente vestito rosso che ora è solo un simbolo di dolore. Chissà da quanto tempo è là, immobile, le mani in grembo come una prefica pronta ad esplodere, incurante del trambusto che anima l’affollata corsia.

     Si fa sera.





Mario Loprete, Uno sguardo al colore della pelle e credi di sapere cosa ci sia sotto (part.),
olio su telone mimetico militare, 2010


Strada periferica ‒ Est. notte

     Lo stradone periferico è costellato di fuochi e prostitute in attesa. Qualcuno beffa la sua zoppia esortandolo a servirsi d’un paio di grosse mammelle da latte, ma Ciro sembra non sentire, compreso com’è nei suoi pensieri.

     In una Mercedes parcheggiata in disparte Ruotolo confabula con i suoi uomini.

     Ciro si avvicina alla vettura ed esclama, il tono insieme pacato e austero:

     «V’aggia parla’!».

     L’uomo scoppia a ridere allungandosi sul sedile e invita i suoi ad allontanarsi:

     «Perdonate, sto piezzo r’mmo m’adda parla’!».

     Ciro resta solo con lui, ma il coraggio che l’ha condotto fin là si scioglie. Trova appena la forza di estrarre le banconote guadagnate la sera prima e di porgerle con mano tremante: l’obolo per la liberazione di sua madre.

     Ridendo, l’uomo gli stritola un orecchio, esortandolo a sputare quel che ha da dire.

     Il piccolo sopporta ogni umiliazione, finché gli altri salgono in macchina e partono per il giro di perlustrazione. Allora, non visto, tira fuori la pistola e la infila nella bocca ridente dell’uomo.

     Lo sparo getta l’allarme tra le puttane che si disperdono in tutte le direzioni, mentre una gazzella dei carabinieri sbuca da un vicolo a sirena spiegata.

     Ciro serpeggia nell’oscurità e si accinge a scalare faticosamente un alto muraglione.

     I militari si affiancano alla Mercedes: Ruotolo è immobile, la testa sul volante.

     Pensando a un regolamento di conti tra lenoni, i carabinieri scendono dalla gazzella ed esplodono colpi d’intimidazione.

     Impalato in cima al muraglione il bambino si gira e apre anche lui il fuoco, urlando come impazzito.

     I carabinieri sottopongono il fuggiasco a un fitto fuoco incrociato, colpendolo in pieno petto.

     Ciro precipita dal muraglione.

     Riverso su un mucchio di spazzatura esclama con un filo di voce:

     «Maronna!». E resta immobile, gli occhi sbarrati.

     I fari della gazzella illuminano la scena.

     I militari si avvicinano coi mitra spianati.

     Alla vista del cadaverino, un graduato lascia cadere l’arma e si appoggia affranto al tronco d’un platano.

 

 

Ospedale ‒ Int. notte

     Seduta sulla panchina della corsia, Annunziata séguita a fissare la figlia dormiente. A poco a poco, vinta dalla stanchezza, si assopisce anche lei.

     Proprio in quel momento la bimba apre gli occhi e si guarda attorno smarrita.

     La madre si scuote dal sonno e alla vista della bambina desta e vivace si incolla incredula alla vetrata.

 

 

Porto di Napoli ‒ Est. giorno

     L’elegantissimo Jimmy, accompagnato dalla governante, sale sul transatlantico pronto alla partenza, cercando qualcuno che non vede.

     La governante lo richiama esortandolo ad affrettarsi, e lui si avvia sull’altissima tolda della nave.

     Là giunto, si sporge dal parapetto e scruta triste la folla.

     D’un tratto, la smilza figura di Michela appare sul molo, per la prima volta nella sua vita vestita da donna: il gonnellino pieghettato fuori moda, la camicetta succinta, il rossetto sulle guance, i capelli fermati da una spilla d’argento.

     Jimmy urla il suo nome: vorrebbe gettarsi giù, prenderla per mano e portarla con sé.

     Lei lo vede, si scioglie in un sorriso e agita le braccia.

     La nave si stacca dal molo.

     Lei si getta in una corsa disperata tra la folla.

     Intuendo le sue intenzioni, Jimmy corre verso prua.

     Poco dopo, l’immenso transatlantico sfiora il pontile dove Michelina attende con gli occhi pieni di lacrime.

     «Tuorne?… I’ t’aspetto cca!» sussurra, sedendo sul ciglio del pontile, le gambe penzoloni.

     «T’aspetto cca… Nun me movo!» ripete.

     Ma il suo amore è troppo lontano per poterla sentire.

 

 

 

 

© Copyright 2014 Gualberto Alvino




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